La fabbrica dell’immateriale – Enzo Rullani

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Un’idea può essere frutto del genio o della fortuna, ma il circuito che la trasforma in valore e in vantaggio competitivo non si improvvisa. Esso, al contrario, è frutto di una paziente costruzione organizzativa che mette insieme competenze e soggetti diversi. Intorno all’idea di base, bisogna imparare a lavorare in rete, cooperando attraverso efficaci canali di comunicazione, facendo partecipare alla progettazione e alla produzione anche gli utilizzatori finali.
La “fabbrica della conoscenza” ha le sue lavorazioni, ovviamente immateriali, che trasformano la materia prima (cioè la conoscenza originaria) in un semilavorato (la conoscenza connettiva) che può divenire prodotto finito in diversi luoghi e diversi momenti. A differenza di quanto avviene nella produzione di merci, in cui si deve ricostituire il fattore produttivo che è stato consumato con l’uso, in questa nuova fabbrica  la conoscenza deve essere reimpiegata in usi sempre diversi e sempre più numerosi, ciascuno dei quali richiede un adattamento, un contributo innovativo che parte dal vecchio, ma per prenderne le distanze andando oltre. 
 Si tratta di una fabbrica in cui il lavoro dell’uomo non consiste più nel trasformare fisicamente le cose, ma consiste, ormai per la quasi totalità, nel produrre conoscenze che saranno deputate a trasformare le cose attraverso le macchine che le stesse conoscenze avranno inventato e le energie che avranno permesso di sfruttare. Si aggiunga che se un lavoro arricchisce culturalmente, emotivamente o dal punto di vista dei significati etici e sociali di cui è carico, chi lavora produce utilità non solo per l’utilizzatore del prodotto/servizio venduto, ma anche per sé stesso.
Si evidenzia come per andare avanti bisogna diventare capaci di fermarsi, di riflettere e di cambiare, iniziare a cambiare individualmente fino alla modifica dell’intero paradigma socio-politico-economico. L’evoluzione verso una più compiuta modernità non potrà sottrarsi ai seguenti imperativi: accanto alla natura aperta, libera e sperimentale del conoscere, si dovrà porre il senso del limite, l’etica della responsabilità, la consapevole assunzione dei rischi individuali e collettivi che devono essere impliciti nel sapere e nel fare.
Stiamo andando in questa direzione e sarà bene rendersene conto per non perdere il passo.

La biblioteca del villaggio

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2 Commenti per “La fabbrica dell’immateriale – Enzo Rullani”

  1. Guglielmo l'Eclettico ha detto:

    Nel prezzo di un prodotto quanto incide la materia prima e la manifattura rispetto al design e alla griffe? Ormai i beni valgono più per l’emozione che danno rispetto alle loro proprietà fisiche: nel caso per esempio di un cappotto, le funzioni principali di coprire e scaldare diventano secondarie rispetto alla soddisfazione di pavoneggiarsi con un capo all’ultima moda. Leggere e riflettere.

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  2. Morias Enkomion ha detto:

    A cosa serve avere una macchina che va a 300 km/h quanto i limiti sono ben inferiori? A cosa serve avere un orologio d’oro di marca quando l’ora esatta la segnala anche un orologio da pochi euro? A cosa serve avere una pelliccia quando possiamo stare al caldo senza spendere tanto e soprattutto senza uccidere animali? Tutto pur di dimostrare di essere migliori del proprio vicino, di essere ricchi, di essere belli, di essere vincenti.

    Pavoni che ostentano lo loro differenza in modo esteriore dimostrando chiaramente la pochezza interiore. Il popolo del bunga-bunga.

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