Capitolo 3.b

12 Giugno 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

IL VALORE DELLA LIBERTA’

Tutte le volte che pianifichiamo una nostra azione, che sia una cosa banale come fare una passeggiata oppure una cosa impegnativa come aprire un’attività commerciale, abbiamo bisogno del necessario presupposto di avere la libertà di compiere tale azione; non avrebbe infatti senso fare progetti senza la libertà di realizzarli. Anche la tutela dei propri valori presuppone la libertà di poterli proteggere; la libertà è allora un valore indispensabile e praticamente onnipresente nella nostra esistenza, la cui importanza è seconda solo alla vita stessa.

Sulla cresta dell'onda

CONCETTI IN MUSICA
   EDOARDO BENNATO – SONO SOLO CANZONETTE

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3.b.1 – Cosa significa libertà?

13 Giugno 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

tuffatoreCosa significa libertà?

La parola libertà fondamentalmente significa avere la capacità e la possibilità di compiere un’azione senza impedimenti, restrizioni e limiti. In tale definizione di libertà possiamo notare due aspetti basilari: la possibilità di fare qualcosa e la possibilità che qualcosa ce lo impedisca; a seconda dei casi viene evidenziata ora l’una ora l’altra prospettiva: parlando di libertà di azione, senza fare riferimento ad eventuali ostacoli, oppure parlando di libertà da qualcosa, sottolineando i pericoli che possono minacciarla. Pertanto un aumento delle nostre possibilità di agire comporta sempre un aumento della nostra libertà e viceversa; in modo analogo il superamento o la comparsa di un qualsivoglia ostacolo o limite ne implica rispettivamente un incremento o un calo.
Secondo i diversi casi la parola libertà assume molte diverse sfumature di significato; di particolare importanza è la libertà di diritto o legale, la quale si ha quando l’ordinamento giuridico ci riconosce la facoltà di agire, autorizza espressamente il nostro comportamento o quantomeno non lo proibisce, come nel caso della libertà di pensiero, di stampa, di espressione, di circolazione, di religione, ecc..
Alla precedente spesso si contrappone la libertà di fatto, che si ha quando la nostra azione è materialmente possibile e non comporta conseguenze tali da scoraggiarci, nemmeno se proibita dalla legge, vuoi perché la pena è irrisoria, vuoi perché si ha la certezza (o quasi) di non essere scoperti.
Combinando poi questi due tipi di libertà si ottiene una serie di casi da tenere ben presenti:
• quando la libertà di diritto rende legale quella di fatto, si ha una libertà reale che risulta concretamente attuabile (libertà di esercitare un’impresa commerciale in un contesto economico-giuridico favorevole; libertà di svolgere un’attività di lavoro dipendente che assicuri una vita dignitosa);
• quando alla libertà di diritto non corrisponde quella di fatto, a causa di grandi ostacoli da superare che rendono la nostra azione sconveniente, si ha una libertà apparente; tale apparenza, indotta proprio dalla legalità, può portare a comportamenti autolesionisti (libertà di esercitare un’impresa commerciale in un groviglio di adempimenti burocratici e amministrativi, di pesanti oneri fiscali e previdenziali, di difficoltà di accesso al credito, di mancanza di lavoratori specializzati e di flessione dei consumi; libertà di svolgere un’attività di lavoro dipendente mettendo a rischio la propria incolumità, svolgendo mansioni alienanti e subendo vessazioni di vario tipo);
• quando si ha solo la libertà di diritto in assenza di ogni libertà di fatto, perché la nostra azione è del tutto impraticabile (o lo diventa in breve tempo) si ha una falsa libertà (libertà di esercitare un’impresa commerciale con licenze di autorizzazione, concorrenza da parte di operatori abusivi, estorsioni da parte di organizzazioni criminali, finanziamenti a tassi da usura, tributi anticipati su un reddito ipotetico e contributi previdenziali dovuti anche in caso di reddito negativo; libertà di svolgere un’attività di lavoro dipendente la cui remunerazione non permette di disporre di una casa e di provvedere al proprio sostentamento, non permette cioè di essere autosufficienti).

Sulla cresta dell'onda

 PALCO D’ONORE
    ISAIAH BERLIN    stella4stella4

CONCETTI IN PILLOLE                                                                            
pillola   n. 23 –  IL VALORE DELLA LIBERTA’
                           Il Valore della Libertà                                          

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Domenica 14 giugno 1309

14 Giugno 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Knight by Chateau Langeais

SI ABBASSI IL PONTE LEVATOIO!

Oggi è festa nel Villaggio di Ofelon!

A quattro mesi dalla fondazione del Villaggio di Ofelon
oltre ventiduemila “viandanti telematici”
hanno visitato il Villaggio.
vi aspettiamo tutti con piena cittadinanza, muniti del vostro avatar,
per ampliare sempre di più la nostra tavola rotonda
in cui vogliamo confrontarci su temi importanti,
ma sempre divertendoci insieme
e fino a raggiungere risultati concreti
per un effettivo, diffuso e percepito miglioramento
della qualità della nostra vita.

Ofelon per tutti
e tutti per Ofelon!

logo_ofelon_60_colore

 

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3.b.2 – Di quali libertà abbiamo veramente bisogno?

15 Giugno 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

ostacoloDi quali libertà abbiamo veramente bisogno?

Essere liberi di fare ciò che non ci interessa o che non vogliamo non è certo una grande fortuna, sarebbe una libertà di nessun valore; il valore della libertà dipende allora da ciò che essa ci permette di fare, dall’importanza dell’attività che ci consente di svolgere. In base a questo criterio è sufficiente chiedersi quali sono le attività più importanti per avere le risposte che cerchiamo.
La nostra natura animale ci impone delle necessità da soddisfare; in particolare quella di muoversi è profondamente radicata nella nostra natura, è una necessità sia fisica che psicologica e non possiamo farne a meno; da sempre la prigionia è usata come punizione per i criminali, gente spesso dura e abituata a tutto, ma essere rinchiusi a lungo è difficile da sopportare anche per loro. Se impediamo poi a qualcuno di soddisfare esigenze ancora più fondamentali come nutrirsi, bere, dormire e riscaldarsi, entriamo nel campo della tortura.
La nostra innata socialità ci induce inoltre ad avere dei contatti con i nostri simili, è un’esigenza psicologica importante e non deve quindi sorprendere che l’isolamento sia una delle punizioni aggiuntive alla prigionia più comuni, oppure uno dei sacrifici che i religiosi come gli eremiti impongono a sé stessi, a fianco del digiuno e dell’astinenza sessuale, per mettere alla prova ed esercitare la propria forza di volontà.
Strettamente legate alle necessità fondamentali sopra citate sono quelle economiche e sociali in genere: avere una casa, poter mantenere una famiglia, quindi avere un lavoro, poter educare i propri figli ( e quindi avere del tempo da dedicare loro), avere almeno la speranza di poter scalare qualche gradino della gerarchia sociale di cui si fa parte, quindi prospettive di carriera e prestigio sociale. Avere la libertà di soddisfare almeno queste esigenze vuol dire avere la possibilità di poter vivere in modo dignitoso e di potersi sentire giustamente realizzati.
È facile tuttavia controllare su qualunque libro di storia che, in periodi diversi, tutte le libertà associate alle suddette esigenze sono state negate: talvolta in seguito all’imposizione di varie forme di schiavitù da parte di una popolazione su un’altra, talaltra a causa di tradizioni culturali molto forti anche a livello familiare, come il maschilismo e il conseguente asservimento delle donne.
Volendo studiare come tutelare al meglio il valore della libertà, è da qui che dobbiamo partire: quali sono le libertà fondamentali e quali sono i pericoli che oggi possono minacciarle.

Sulla cresta dell'onda

PALCO D’ONORE
    NELSON MANDELA   stella4stella4stella4stella4
     

CONCETTI IN PILLOLE                                                                            
pillola   n. 24 –  LA VERA LIBERTA’                                                        La Vera Libertà 
                                  

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3.b.3 – Il rispetto degli altri è in contrasto con la propria libertà?

16 Giugno 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

rispettoIl rispetto degli altri è in contrasto con la propria libertà?

All’interno dell’affollata società umana le regole e le usanze legate alla convivenza sono viste come dei limiti alla libertà individuale; si dice che la nostra libertà finisce dove inizia quella degli altri e in questo antico detto troviamo due profonde verità: la prima è che il rispetto delle esigenze degli altri impone dei limiti al nostro agire; la seconda è che le regole del vivere sociale, del buon costume, tendono a volte ad essere opprimenti.
Esaminiamo però con attenzione se la comunità presenta solo aspetti negativi rispetto alle nostre libertà individuali: sappiamo che il gruppo è una delle nostre principali strategie per la sopravvivenza, da sempre le nostre attività fondamentali come nutrirsi, vestirsi e lavorare sono svolte grazie alla collaborazione diretta o indiretta dei nostri simili, grazie alla comunità oggi possiamo inoltre disporre di case con acqua corrente, servizi igienici e luce elettrica, possiamo comunicare mediante telefoni e computer, possiamo spostarci con treni ed aerei, ecc.. Quante cose non potremmo fare vivendo da soli? Di quanto diminuirebbe la nostra libertà di azione? Se dunque da un lato la società ci impone di inibire un certo numero di comportamenti asociali, dall’altro ci permette di fare un enorme numero di cose importantissime o altrimenti impossibili e il bilancio risulta nettamente positivo. Rispettare gli altri inoltre vuol dire anche rispettare la loro sfera di libertà e quindi, in condizioni di reciprocità, impone di preservare anche la nostra.
Non è pertanto corretto vedere il rispetto per il prossimo come un limite alla propria libertà poiché, sebbene sia vero che ci pone dei limiti, ci permette di superarne tanti altri essendo uno dei valori più importanti legati alla comunità; senza di esso la convivenza sarebbe impossibile e perderemmo tutte quelle libertà che la società ci consente. Il rispetto dunque, oltre ad essere un valore sociale e come tale legato al valore della vita, può essere visto anche come un sostegno al valore della libertà.
È importante sottolineare che ha un senso porci dei limiti in nome del rispetto altrui solo nei casi in cui il nostro agire comporta disagio, fastidio o danno agli altri; una cosa è sopprimere la libertà di azione, un’altra è limitarla in casi particolari e per giunta con un buon motivo.
È doveroso ammettere però che solo una parte delle regole del vivere sociale sono finalizzate al rispetto del prossimo, molte perseguono altri scopi e possono diventare un peso difficile da sopportare; è opportuno quindi non confondere il rispetto verso gli altri con il rispetto verso un’autorità; ubbidire agli ordini del capoufficio non aiuta certo a tutelare la nostra sfera di libertà anche nei casi in cui è giusto farlo. Il significato originale di rispetto è quello di avere riguardo, tenere in considerazione; rispettare gli altri implica dunque avere riguardo per loro, tenere in considerazione le loro necessità; rispettare un ordine o una legge significa certo tenerli in considerazione, ma in buona sostanza vuol dire ubbidire e basta. Chiaramente questa seconda forma di rispetto può essere utilizzata anche per supportare delle imposizioni che vanno contro ogni libertà. Vi è dunque una sostanziale differenza fra rispetto delle regole e rispetto del prossimo, e questo ci porta a riesaminare meglio il valore della legalità.

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PALCO D’ONORE
 de1  IMMANUEL KANT   stella4stella4stella4stella4

CONCETTI IN PILLOLE                                                                            
pillola   n. 25 –  RISPETTO E LIBERTA’                                                         Rispetto e Libertà 
                                           

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3.b.4 – La legalità è un valore?

17 Giugno 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

legalitàLa legalità è un valore?

Per legalità si intende il rispetto delle leggi e le leggi sono l’espressione di un’autorità, ma sono anche delle norme con la funzione di regolare la vita civile, una forma istituzionale delle regole di convivenza. Quando le leggi assolvono a questa funzione, esse rappresentano un sostegno più che un limite alla libertà: permettono la convivenza e con essa garantiscono una libertà di azione altrimenti impossibile; impongono il rispetto reciproco a cominciare dal rispetto della libertà di ciascuno.
Purtroppo però non sempre le leggi hanno la suddetta funzione; la storia ci documenta come molte di esse siano nate per sostenere un regime autoritario e tutelare gli interessi di una classe dominante, ecco come mai alla legge spesso vengono associati i concetti di angheria, sopraffazione ed ingiustizia. Non vi sono dubbi che le leggi possono avere un ruolo negativo, ma allo stesso tempo non si può negare che assolvono anche delle funzioni positive; è possibile allora distinguere le leggi buone da quelle cattive? Spesso sì, e sembrerebbe anche piuttosto facile, in quanto basta vedere se sono coerenti con i nostri valori: la vita, la famiglia, la comunità, il benessere e, ovviamente, la libertà e il rispetto reciproco. In realtà, tale capacità di giudizio presuppone che si abbiano ben chiari i concetti dei suddetti valori e che si abbia un grado di cultura e una possibilità di informazione da poter ben interpretare i veri fini che la legge persegue, a volte camuffati dalla propaganda proprio dietro l’ostentata tutela dei suddetti valori; si tratta quindi di un compito a volte decisamente difficile, sebbene indispensabile per difendere la propria libertà.
Tutti sanno che la bontà delle leggi dipende da chi le fa, quindi in generale il valore della legalità dipende dal tipo di regime politico, dalla forma di governo vigente; i valori che le leggi esprimono sono infatti quelli della classe politica al potere. È bene allora sapere in quali mani si trova effettivamente il potere politico, capire su quali valori realmente si basa il governo da cui dipendiamo e analizzare le alternative possibili.
La legalità è pertanto un valore attuale, ma solo nella misura in cui effettivamente sostiene la comunità e tutela le nostre libertà, nella misura in cui impedisce disordini, prepotenze e ingiustizie, le quali, è bene notarlo, alla lunga portano a regimi autoritari incoraggiando l’avvento di leggi dure e severe per ristabilire l’ordine.
In altre parole rispettare le autorità della nostra società è giusto e doveroso, purché tali autorità se lo meritino e ciò dipende proprio da come esse rispettano i nostri valori, a cominciare dalla nostra libertà.

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PALCO D’ONORE
  CESARE BECCARIA  stella4stella4

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3.b.5 – Cosa si oppone alla libertà di pensiero?

18 Giugno 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

gabbiaCosa si oppone alla libertà di pensiero?

La storia ci insegna che le principali forme di oppressione e asservimento hanno avuto origine da regimi politici autoritari (dagli imperi dell’antichità alle recentissime dittature naziste e comuniste) o da tradizioni culturali dispotiche come il maschilismo e il razzismo; l’esperienza ci dimostra che l’evoluzione culturale può prendere una direzione illiberale e tirannica e ciò è indubbiamente una delle strategie di sopravvivenza delle complesse società umane con il fine di proteggere la propria stabilità.
Razzismo e maschilismo, fascismo e comunismo, imperialismo e assolutismo sono tutti prodotti dell’evoluzione culturale; di nuovo dunque si presenta l’esigenza di poterla controllare e dirigere affinché tale evoluzione non risulti contraria ai nostri interessi, ma oggi come in passato essa è invece quasi del tutto abbandonata a sé stessa.
Dirigere l’evoluzione vuol dire usarla per un progresso stabile dell’essere umano, per risolvere i problemi che ci affliggono senza produrne altri; l’adattamento è il motore dell’evoluzione e, come abbiamo già visto, esso è reso possibile dalla varietà dei tratti individuali: tanto maggiore è questa ricchezza di alternative, tanto maggiore è la probabilità che ve ne sia almeno una vantaggiosa nella nuova situazione. Nel caso di adattamento culturale la nostra ricchezza è data dall’abbondanza di idee alternative, nonché dalla libertà di utilizzarle e sperimentarle; in questo contesto l’uniformità è pertanto un grave difetto.
Non possiamo però nasconderci il fatto che anche la tendenza all’uniformità fa parte della natura umana e quindi, se essa è stata privilegiata dalla selezione naturale, deve avere anche una funzione positiva. Nella storia delle società umane troviamo sempre due atteggiamenti opposti: da una parte la conservazione delle antiche tradizioni culturali e l’uniformarsi ad esse; dall’altra la ricerca di innovazione e cambiamento. Da un punto di vista biologico entrambi gli atteggiamenti presentano dei vantaggi: la protezione del patrimonio culturale è un atteggiamento analogo alla protezione del patrimonio genetico dalle malattie genetiche, la quale è necessaria per preservare dalle mutazioni, che spesso sono dannose, i risultati tanto faticosamente raggiunti dalla selezione naturale; le mutazioni però non possono essere eliminate del tutto poiché senza di esse non sono possibili ulteriori adattamenti e la specie prima o poi sarebbe condannata all’estinzione; la ricerca di innovazione risponde appunto a questa seconda esigenza. Siamo di fronte a due necessità diametralmente opposte e, dato che per soddisfare l’una bisogna togliere qualcosa all’altra, si forma nella nostra società una sorta di braccio di ferro fra tradizione e innovazione in cui nessuna delle due prevale mai completamente sull’altra; in questo modo si raggiunge un punto di equilibrio molto instabile che può essere vicino a una delle due posizioni estreme possibili: perfetta fedeltà alla tradizione e rifiuto di ogni tradizione; esattamente come nel caso genetico nessuna delle due è compatibile con la sopravvivenza della società.
La comunità umana è stata rappresentata dal modello tribale per molte decine di migliaia di anni, un ambiente culturalmente molto più stabile di quello attuale in cui era necessaria una minore capacità di adattamento. In questa situazione per il gruppo era vantaggioso che il punto di equilibrio fra tradizione e innovazione fosse piuttosto vicino alla totale fedeltà alla tradizione, sebbene fosse cosa poco rispettosa verso la libertà individuale. Questo spiega la naturale inclinazione a rendere sacre e indiscutibili le proprie tradizioni culturali, nonché il fatto che l’antica cultura basata sul clan familiare fosse molto dura, severa e limitativa della libertà personale: non solo vi erano molte restrizioni, ma anche molti obblighi disciplinati con complessi rituali.
Sappiamo inoltre che la nostra mente rifiuta di rivedere i propri schemi se non vi è costretta da gravi necessità in base al principio che abbiamo chiamato economia mentale; questa forma di naturale oscurantismo, se applicata a schemi ereditati culturalmente, si presta a servire la causa del tradizionalismo ed è plausibile che tale vantaggio abbia rafforzato la sua selezione anche dal punto di vista genetico durante l’evoluzione della nostra specie che, è bene ricordarlo, si è sviluppata per decine di migliaia di anni in un ambiente tribale.
Possiamo concludere che la natura e la cultura umana hanno sviluppato delle naturali difese contro il cambiamento che sono:
• l’attaccamento alle tradizioni nell’età adulta che può arrivare ad essere una vera paura nei confronti delle novità;
• l’oscurantismo, ovvero il rifiuto di verità evidenti pur di conservare i vecchi schemi mentali;
• il dogmatismo, cioè rendere indiscutibili alcune credenze ritenute particolarmente importanti;
• l’intolleranza, che è l’ostilità verso chi non rispetta la regola dell’uniformità verso le tradizioni del gruppo;
• la produzione di severe leggi a sostegno della naturale intolleranza della società.
Il mondo tribale è però ormai tramontato e ciò che prima era oppressivo ed ingiusto per l’individuo, ma vantaggioso per la comunità, ora porta solo problemi a tutti i livelli; dato che i rapidi cambiamenti del mondo attuale impongono oggi una maggiore adattabilità, il punto di equilibrio fra tradizione ed innovazione si deve necessariamente e sensibilmente spostare verso l’innovazione. Tale spostamento è già in atto, nella nostra cultura sono infatti comparsi nuovi valori come la tolleranza, il pluralismo (inteso come rispetto e valorizzazione di una pluralità di idee), nonché la libertà di pensiero e di opinione, che non solo permettono al cittadino una maggiore libertà di azione, ma favoriscono una maggiore varietà e diffusione di nuove idee, premessa fondamentale per l’innovazione.
Ribadiamo infine che il processo di innovazione, se abbandonato a se stesso, porta all’evoluzione culturale e non al progresso; l’evoluzione può però essere sia positiva che negativa. Innovazione e progresso sono cose diverse: le nuove tecnologie nel campo delle comunicazioni permettono ad esempio un maggiore scambio e condivisione di informazioni con un effetto moltiplicativo delle conoscenze, ma un bombardamento indiscriminato di informazioni inutili, commerciali, eccessive, inesatte, parziali, alterate, ecc., ingenera tensioni e malesseri sociali.
La stessa innovazione quindi può essere buona o cattiva a seconda che venga inserita bene o male nella società; spetta a noi fare le scelte giuste per costruire in modo consapevole il nostro futuro ricordando che l’innovazione è una premessa necessaria, ma non sufficiente al progresso.

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libro1  APPROFONDIMENTI
ASSOLUTISMO,  COMUNISMOFASCISMO,  IMPERIALISMO,  TIRANNO

IL CASO CELEBRE
de1  MARTIN LUTHER

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3.b.6 – I dogmi sono utili?

19 Giugno 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

I dogmi sono utili?

Avere libertà di pensiero e di opinione di norma vuol dire non subire penalizzazioni a causa delle proprie idee da parte delle autorità oppure da parte dei propri concittadini; abbiamo già visto però che non sono solo questi gli ostacoli che dobbiamo superare, ve ne sono altri meno evidenti, quindi ancora più insidiosi, legati alla nostra natura e alla nostra tradizione culturale; pertanto non dobbiamo difenderci solo dagli altri esseri umani, ma dalla nostra educazione in parte dogmatica e dai nostri stessi istinti, creati entrambi per un ambiente che non esiste più.
I nostri simili, per quanto prepotenti siano, non sono in grado di leggere nel pensiero e se noi teniamo segrete le nostre opinioni non possono impedirci di pensarle; molte tradizioni culturali, non solo religiose, sono invece in grado di educarci fin da bambini a non pensare, a rifiutare contro ogni logica idee alternative, a vedere in ogni innovatore un sovversivo; sono in grado di fare questo facendo leva sulle nostre naturali inclinazioni verso l’oscurantismo e l’intolleranza. Queste forme culturali sono i nemici naturali della nostra libertà in ogni senso e sono quelli che agiscono più in profondità, direttamente sulla nostra capacità di pensare. È necessario un adattamento culturale che ci protegga da questi fenomeni, attraverso il rifiuto di ogni dogma o verità indiscutibile; una verità autentica può essere messa in discussione quanto si vuole, ma alla fine risulterà sempre vera; quindi solo ciò che è falso ha la necessità di essere protetto come dogma. Si potrebbe avere il timore che il rifiuto dei dogmi possa comportare una mancanza di certezze assolute e quindi un senso di smarrimento e di insicurezza, ma l’esperienza ci dice che di fatto non accade, le certezze assolute sono infatti quelle su cui non si hanno dubbi non quelle indiscutibili (nel senso che è proibito discuterne) e quindi i dogmi non servono a dare sicurezza, ma a proteggere una tradizione; si ricordi poi che quando cade una nostra ferma convinzione, in breve tempo la nostra mente la sostituisce con un’altra secondo la sua natura; si tratta di una necessità psicologica che facilmente viene soddisfatta e pertanto non vi sono pericoli per la nostra psiche, ma solo per le nostre idee antiquate.
Pur ammettendo che, al tempo della vita tribale, rendere immorale discutere certe credenze serviva a rafforzare la stabilità di una cultura in un mondo altrettanto stabile, bisogna prendere coscienza che oggi i tempi sono cambiati e che questo modo di fare non è solo inutile, ma altamente dannoso.

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DOGMA

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  WILLIAM KINGDON CLIFFORD  stella4

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3.b.7 – Cosa lega la libertà di espressione a quella di opinione?

20 Giugno 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Cosa lega la libertà di espressione a quella di opinione?

La cultura tradizionalista, illiberale ed intollerante, produce ovviamente comportamenti restrittivi e punitivi che sviluppano il timore di subire discriminazioni o rappresaglie a causa delle nostre opinioni; ciò rappresenta un grande limite sia per la libertà di pensiero, sia per quella di espressione.
Sappiamo bene tutti che è una cosa naturale esprimere le proprie opinioni davanti ad amici e conoscenti, lo è al punto che se volessimo tenerle nascoste ci riuscirebbe assai difficile. Possiamo dire che confidare le proprie idee è un’ennesima necessità psicologica, quasi scontata in animali sociali e culturali quali noi siamo, ma c’è di più: se anche non dichiariamo apertamente il nostro pensiero, esso traspare dal nostro comportamento quotidiano, dalle espressioni del viso e da piccoli gesti involontari, tutti segnali che i nostri simili con estrema facilità sono in grado di interpretare per poi giudicarci di conseguenza.
La nostra tendenza alla comunicazione ci espone dunque a rappresaglie dettate dall’intolleranza e rende difficile separare la libertà di pensiero da quella di espressione; infatti è ovvio che se qualcuno subisce delle discriminazioni o punizioni per le sue opinioni è perché in qualche modo le ha espresse, magari involontariamente; viceversa se qualcuno vuole soffocare la libertà di espressione è perché vuole evitare che certe idee si diffondano. Pertanto, per una autentica libertà di opinione è necessaria anche la libertà di espressione ed infatti in campo giuridico vengono tutelate insieme come fossero una cosa sola.
Non dobbiamo però pensare che la libertà di espressione vada tutelata solo per proteggere quella di opinione: comunicare è una profonda esigenza dell’essere umano, la nostra capacità di socializzare dipende da quella di parlare; quindi esprimersi liberamente è importantissimo anche quando non si discute di opinioni politiche, religiose, filosofiche o di altri argomenti spesso oggetto di censura.
Per completezza dobbiamo ricordare che la libertà di espressione non è sufficiente da sola a tutelare la libertà di opinione, la quale può essere attaccata da un’ educazione oscurantista ed intollerante o dalle moderne forme di plagio mentale a prescindere dalla libertà di esprimersi.

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libro  APPROFONDIMENTI
PLAGIO

PALCO D’ONORE
it1  SILVIO PELLICO  stella4stella4

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3.b.8 – La religione è una minaccia oppure un bene da tutelare?

21 Giugno 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

La religione è una minaccia oppure un bene da tutelare?

Da quanto detto sopra si potrebbe pensare che le religioni siano un pericolo costante per la libertà in quanto per loro natura sono tradizionaliste, portatrici di dottrine autoritarie e dogmatiche, ostili a ogni forma di libertà a cominciare proprio da quella di religione e capaci di toglierci la capacità di pensare liberamente sin da bambini; si potrebbe pertanto ritenere che andrebbero eliminate sia in nome della libertà che del progresso.
Esaminiamo con calma qual è la vera natura delle religioni: esse sono veramente tradizionaliste? Questa è forse la loro caratteristica principale poiché esse sono uno strumento per tramandare gli assi portanti della cultura di un popolo alle generazioni successive, in particolare i valori, i modelli di comportamento, i rituali e la filosofia (intesa come mappa mentale collettiva). Sono per natura portatrici di dottrine autoritarie e dogmatiche? Solo se devono tramandare una cultura altrettanto autoritaria e dogmatica, come quella europea derivata da quella dell’Impero Romano e delle popolazioni barbare. Il confronto con altre culture ci può aiutare a capire questo concetto: in Asia, ad esempio, è possibile per un singolo individuo essere sia buddista che taoista, ovvero seguire due religioni differenti allo stesso tempo, cosa impensabile in occidente anche per i laici; eppure si tratta pur sempre di religioni, i loro rituali e l’atteggiamento devoto dei loro seguaci non lasciano dubbi. Molte delle caratteristiche normalmente attribuite a tutte le religioni sono in realtà peculiari solo della nostra particolare religione e della nostra cultura; se dunque provenissimo da secoli di tolleranza, libertà e cultura dell’innovazione anche la nostra dottrina religiosa avrebbe queste caratteristiche.
Come abbiamo detto in tutte le culture vi è sia un lato tradizionalista che uno innovativo e in genere il primo è dominante; lo stesso vale per le religioni le quali, avendo il compito di conservare le tradizioni, lasciano ancor meno spazio all’innovazione; tuttavia è accertato che anch’esse evolvono insieme al retaggio culturale che tramandano.
Tutte le fedi religiose hanno infatti due componenti fondamentali, una molto intima detta credo personale o percorso di fede e l’altra collettiva costituita dalla dottrina ufficiale, dal sistema di credenze collettivo e dalle tradizioni in genere; alla seconda parte è affidata chiaramente la tradizione, ma alla prima è riservato un minimo di interpretazione e adattamento al contesto in cui si vive; è infatti risaputo che ognuno tende ad aggiustarsi i precetti religiosi a modo suo. Quando dei nuovi valori si inseriscono nel credo personale e si diffondono nella popolazione, essi finiscono per essere accettati dalla dottrina ufficiale per quanto contraddittori possano essere con i precedenti; a volte questo processo può richiedere dei secoli, ma a volte basta una generazione, dipende dalla spinta innovativa presente nella popolazione.
Si può pertanto affermare che le religioni non producono intolleranza, violenza ed oscurantismo, ma le tramandano come ogni altra caratteristica culturale, positiva o negativa che sia. Eliminare le religioni non è dunque necessario; una volta inseriti nel credo individuale i nuovi valori di tolleranza, pluralismo, libertà, adattamento, innovazione ecc., questi diffondendosi entreranno prima o poi nella tradizione collettiva e quindi nella dottrina religiosa. Nel nostro mondo in rapida evoluzione, anche le religioni per sopravvivere devono spostare il loro punto di equilibrio il più possibile verso l’innovazione e ciò significa dare maggiore spazio al credo personale, cosa che in occidente sta già accadendo anche contro l’opinione delle autorità religiose; queste vedono infatti diminuire il loro ascendente sulla popolazione che sta sviluppando una nuova tradizione religiosa tutta sua. Se quindi le antiche religioni europee non riusciranno a stare al passo con i tempi, si estingueranno e saranno soppiantate da nuove forme di culto.
Si è spiegato perché non è necessario cercare di eliminare le religioni, ma possiamo anche affermare che è assurdo provarci: per secoli in Europa la religione ha condannato il piacere sessuale e ha cercato di reprimere la sessualità umana in ogni modo come se fosse una cattiva usanza, una moda da cancellare, ma non vi è riuscita, come mai? Perché è impossibile, è decisamente contro natura, la sessualità è profondamente radicata nella nostra natura biologica, non può essere separata dall’essere umano, è come combattere contro i mulini a vento, non si può vincere questa battaglia.
Paradossalmente, lo stesso vale per le religioni; l’uomo è per sua natura religioso, è un animale culturale che deve trasmettere il suo sistema di credenze e lo strumento che la natura gli ha dato per farlo è il credo religioso. Le religioni si possono modificare, sostituire, ma non eliminare; alcuni, durante la grande spinta innovativa dell’inizio dell’era industriale, ci hanno provato, ma essi stessi hanno presto iniziato ad assumere atteggiamenti religiosi nei confronti del loro sistema di credenze, specialmente in ambito politico e filosofico.
Un uomo senza religione dunque ne produce spontaneamente una nuova su misura per lui e cercherà di diffonderla; è chiaramente un’esigenza psicologica profondamente radicata nella nostra natura e questo spiega come mai dopo secoli di razionalismo, ateismo, cultura laica e scientifica, non solo le vecchie religioni non sono scomparse, ma ne sono comparse di nuove e con notevole successo.
Come l’evoluzione culturale, le religioni possono nel tempo prendere una direzione positiva o negativa, spetta a noi guidarle inserendovi i nostri nuovi valori e dimenticando i vecchi oppressivi atteggiamenti, il resto verrà da sé.
Con le religioni bisogna dunque conviverci e nel mondo sempre più globalizzato bisogna imparare a farlo anche con quelle degli altri; in questo nuovo contesto la libertà di culto assume una nuova importanza: un tempo non era possibile scegliere a quale fede aderire e questa era una delle offese più evidenti alla libertà di pensiero; dato che un pensiero libero implica un credo libero, la libertà di culto nasce come naturale conseguenza della libertà di pensiero e della libertà di espressione che, come sappiamo, non possono essere separate; ecco allora che la libertà di religione include anche quella di professare liberamente la propria fede.
È importante ora osservare che la libertà di espressione non può implicare la libertà di oltraggio e ciò in quanto ogni libertà di azione deve sempre rimanere nei limiti del rispetto reciproco; coerentemente anche la pratica religiosa deve rimanere libera entro i limiti stabiliti dalla legge, non si può giustificare un’azione illegale invocando la libertà di culto e la repressione legale di tale azione non è discriminazione religiosa.
Nel mondo attuale, dove popoli con fedi diverse e un tempo distanti ora convivono uno accanto all’altro, la libertà di culto è diventata anche una necessità per la convivenza ed offre nuove possibilità di scelta fra nuove idee, nuovi modelli di comportamento, nuovi valori e tradizioni, quindi maggiore libertà in generale e nuove prospettive di progresso.
Possiamo allora concludere dicendo che oggi la libertà di religione è un valore molto importante e che le religioni del futuro, se arricchite dei valori anzidetti, potranno essere uno strumento al servizio della tolleranza, della libertà e del progresso, ma ancora una volta dipenderà solo da noi.

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3.b.9 – La capacità di pensare liberamente è ancora in pericolo nel mondo moderno?

22 Giugno 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

La capacità di pensare liberamente è ancora in pericolo nel mondo moderno?

Nel mondo industrializzato il pensiero liberale ha riportato grandi vittorie sulle antiche tradizioni, ma anche grandi sconfitte con l’affermarsi delle grandi dittature del XX secolo; la tutela giuridica della libertà di pensiero è tuttavia oggi affermata con un’intensità e una diffusione geografica mai viste prima e ciò ci induce a ritenere che non ci siano più particolari ostacoli a tale libertà. Abbiamo però visto come la libertà legale, se non accompagnata da un’effettiva capacità, sia solo una falsa libertà; abbiamo anche esaminato come la libertà di pensare, intesa come facoltà intellettiva, possa essere fortemente limitata dall’ambiente culturale in cui si vive e le tradizioni oscurantiste, antiche e recenti, religiose e politiche, non sono ancora del tutto scomparse e altre nuove possono svilupparsi; abbiamo infatti appurato che l’oscurantismo è un prodotto culturale delle naturali inclinazioni umane, esso si innesta su degli innati meccanismi di difesa e quindi può sempre tornare a diffondersi con nuove forme, soprattutto se ci si trova in situazioni di instabilità sociale che stimolino tali meccanismi.
Vi sono inoltre nuovi e insidiosi pericoli in agguato: i progressi della psicologia, stimolati da esigenze commerciali ed aziendali, hanno prodotto tecniche di persuasione di grande efficacia, tanto da essere vere forme di controllo e manipolazione della mente.
Da decenni ormai la psicologia è usata con successo sia nelle varie forme di pubblicità commerciale che di propaganda politica, ma le nuove tecniche sono molto più pericolose e il successo delle tristemente note società di vendita piramidale o multilivello non lascia dubbi su questo punto.
Questi espedienti psicologici sono strumenti studiati per condizionare le nostre scelte, essi consentono, dosando in modo sapiente verità e menzogna di guidare i ragionamenti attraverso il dialogo o le immagini, sfruttando la nostra naturale attitudine all’immedesimazione in un racconto, a seguire un ragionamento che ci viene presentato e a rimanerne suggestionati; il tutto avviene spontaneamente da parte del nostro inconscio ed è pertanto impossibile, da parte nostra, accorgerci di quanto sta avvenendo. Per dare un’idea della potenza di questi nuovi strumenti, ne citiamo due caratteristiche:
• anche le poche persone che, in un secondo momento, comprendono da sole di essere state manipolate, in situazioni analoghe rimangono di nuovo vittime di tali raggiri tanto risulta difficile resistervi, essendo basati su reazioni istintive;
• spesso anche il manipolatore diretto, quello con cui stiamo parlando, è inconsapevole di quello che in realtà sta facendo; per primo infatti è stato sottoposto ad un corso di formazione basato su queste tecniche, è stato convinto che sta facendo del bene ai propri clienti e quindi agisce con perfetta naturalezza, applicando senza saperlo le tecniche di manipolazione come se fosse sotto ipnosi.
Risulta ovvio che non possiamo dirci liberi se non lo sono le nostre scelte. Non conosciamo la prossima frontiera della persuasione umana, ma sappiamo che vengono investiti ingenti capitali per mettere a punto tecniche sempre più efficaci, tecniche con cui condizionare i nostri comportamenti trasformandoci sempre di più in perfetti burattini.
E’ importante notare che queste tecniche di plagio mentale, a differenza dei tradizionali condizionamenti sociali, non si basano su lunghi periodi di educazione rivolti ai bambini, non sfruttano sentimenti di oscurantismo o intolleranza e non sono un semplice prodotto della cieca evoluzione culturale; sono il risultato di studi scientifici pienamente consapevoli, sono come armi sofisticate a disposizione di chiunque le sappia usare.
Lo sviluppo di adeguate difese da queste armi è un problema di immediata urgenza, da affrontare partendo ovviamente da uno studio approfondito, poiché il cittadino comune è attualmente del tutto indifeso.
La facoltà e la libertà di pensiero sono alla base della libertà di azione che è fondamentale per realizzarsi e per apprezzare la vita, esse vanno difese strenuamente, ma per farlo bisogna essere consapevoli che oggi, a causa dell’influenza dei mass media e delle moderne armi psicologiche, risultano più in pericolo che mai, a dispetto di tutte le vittorie sui loro vecchi nemici.
Inoltre nel mondo moderno la libertà di pensiero in tutte le sue forme è poi ancora più preziosa che in passato poiché rappresenta la necessaria premessa all’adattamento culturale di cui c’è tanto bisogno.

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3.b.10 – E’ vero che l’unione fa la forza?

23 Giugno 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

È vero che l’unione fa la forza?

Tra le esigenze fondamentali dell’uomo vi è quella di socializzare, di formare un gruppo, per il nostro benessere sia materiale che psicologico; ne segue che fra le libertà più importanti vi è quella di associazione, intesa anche come la possibilità di formare dei sottogruppi all’interno della società. Si tratta di una libertà molto temuta dalle autorità politiche, poiché associandosi la popolazione dominata si può organizzare e pianificare una ribellione; non a caso un antico detto dice “dividi e governa”, si tratta di un principio ben noto ed applicato in tutte le epoche; come ultima conferma ricordiamo che un tempo era proibito formare o aderire a dei sindacati di lavoratori oppure a determinati partiti politici.
A questo punto è opportuno far presente una caratteristica della libera associazione: essa nasce per soddisfare delle esigenze dei suoi membri, quindi questi si aspettano dei vantaggi da essa; il gruppo è una strategia per vivere meglio, se viene meno questo interesse è opportuno scioglierlo. Una logica conseguenza di questo principio è che tutti devono ricevere dei vantaggi dall’adesione al gruppo; se qualcuno appartiene a una comunità, ma viene danneggiato da essa senza trarne alcun beneficio, non dovrà più essere chiamato membro della comunità, ma vittima della stessa. Ciascuno dunque deve avere il diritto di formare o scegliere l’associazione che più gli fa comodo ed è molto importante che abbia la possibilità di andarsene se non conviene più rimanere; affinché il gruppo non diventi una prigione e si evitino soprusi al suo interno è necessario dunque includere nella libertà di associazione anche quella di dissociazione.
L’associazione sfrutta il principio che l’unione fa la forza, grazie al quale apre nuove possibilità di azione e quindi di libertà: in particolare vanno ricordate le imprese commerciali, le associazioni per la tutela dei lavoratori e quelle dei consumatori, le quali consentono di produrre benessere e di tutelarlo, producendo posti di lavoro, rendendo il lavoro più vivibile e proteggendo le famiglie e i loro risparmi da prodotti e servizi truffaldini.
Le attività fondamentali come mangiare, bere, proteggersi dalle intemperie e dalle malattie sono svolte non in modo individuale, ma grazie alla collaborazione di un grande numero di persone e lo stesso si può dunque dire della tutela di alcuni valori fondamentali come la famiglia e il lavoro; l’associazione allora è un valore certamente legato a quello della vita ma, consentendo attività altrimenti impossibili e facilitandone tante altre, è strettamente legata anche al valore della libertà; inoltre è il caso di ricordare che la difesa dei propri diritti e quindi delle proprie libertà, essendo anch’essa un’attività spesso svolta in modo collettivo, richiede un certo grado di associazione.

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3.b.11 – Si può parlare di libertà di istruzione?

24 Giugno 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Si può parlare di libertà di istruzione?

La cultura, come sappiamo, è una delle risorse fondamentali dell’essere umano, anche considerando un singolo individuo. Una delle parti fondamentali della nostra cultura è quella data dalle istituzioni scolastiche e che viene detta comunemente istruzione; avere la possibilità di accesso a scuole, licei, università e a tutte le possibili fonti di istruzione è in effetti una libertà molto importante, ritenuta solo un sogno irrealizzabile fino a pochi decenni fa. La libertà di accesso all’istruzione da sola però non basta; essa risulta infatti vanificata in caso di scuole inefficienti, che preparano male i nostri ragazzi o che addirittura forniscono loro una cattiva educazione; peggio ancora se non sono in grado di tutelarli da forme di bullismo e dal contatto con vari tipi di sostanze stupefacenti; un primo nemico della libertà di istruzione è dunque dato dalla pessima qualità delle scuole.
Un secondo pericolo viene dall’introduzione del numero chiuso nelle università pubbliche, nate proprio per garantire a tutti una possibilità di istruzione elevata; indubbiamente nel tempo la popolazione degli studenti è aumentata a dismisura, ma come può essere considerata una soluzione accettabile limitarne l’accesso? Se aumentassero i malati faremmo nuovi ospedali od ospedali a numero chiuso? Perché si possono costruire nuovi ospedali, ma non nuove università? Aggiungiamo inoltre che tali università non sono affatto gratuite e l’aumento delle rette è certo un altro ostacolo all’accesso.
Per esempio oggi in Italia abbiamo indubbiamente un accesso all’istruzione molto superiore rispetto a quello di cento anni fa, ma rispetto a 25 anni fa vi è stato chiaramente un regresso, sia per un calo della qualità del servizio offerto, sia per un aumento dei costi, sia per l’introduzione del numero chiuso. La libertà di accesso alla cultura è dunque un bene da tutelare perché sta attraversando oggettivamente un periodo molto difficile che può causare gravi danni. La limitazione dell’istruzione non è infatti solo una preclusione per il singolo, ma rappresenta una grave minaccia per la collettività che non potrà valorizzare a pieno le proprie risorse umane; oggi, in piena emergenza adattativa, un tale spreco proprio non possiamo permettercelo.

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CULTURA

IL CASO CELEBRE
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3.b.12 – Cosa lega democrazia e libertà?

25 Giugno 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Cosa lega democrazia e libertà?

Quando la democrazia venne introdotta per la prima volta in Grecia nel VI secolo a.C. essa aveva chiaramente lo scopo di togliere potere politico alla classe dominante dell’epoca. Una situazione simile si formò in Francia al tempo della Grande Rivoluzione, vi era una classe dominante di ricchi proprietari terrieri (gli aristocratici) ed una nuova classe emergente (gli industriali) sempre più insofferente del predominio aristocratico. Nelle colonie inglesi in America, nello stesso periodo, il passaggio alla democrazia avvenne contestualmente all’ottenimento dell’indipendenza da un governo centrale, ancora di tipo aristocratico, dispotico e distante; più volte nella storia dunque la democrazia è stata proposta come forma di governo alternativo a quella di una classe dominante sentita come troppo oppressiva. La classe dominata, ovvero il popolo, essendo costituita in genere dalla stragrande maggioranza della popolazione, si libera dal giogo dei suoi dominatori e decide quindi di governarsi da sé; la parola democrazia in greco antico aveva infatti il significato di governo del popolo (demos= popolo, cratos= forza, potere, governo). In linea di principio il concetto è molto semplice: niente più dominatori, quindi nessuna autorità al di sopra del popolo, il quale dovrà allora trovare una qualche forma di autogoverno; la democrazia ha dunque due caratteristiche fondamentali:
• il popolo è la massima autorità;
• il governo dipende dalla volontà popolare.
Di conseguenza, le forme di governo non democratico, prevedono che il popolo sia governato da qualcun altro, sia cioè ad esso subordinato, soggetto ad altra autorità, in altre parole non libero. La democrazia è dunque la premessa fondamentale per avere un popolo libero da autorità superiori, comprese le Istituzioni pubbliche che sono a loro volta soggette all’autorità popolare (autogoverno).
Un popolo libero non garantisce che ogni singolo individuo sia politicamente libero, anche un governo democratico può stabilire delle limitazioni ingiuste e discriminatorie, specialmente nei confronti di minoranze etniche, linguistiche, religiose, ecc., tuttavia il singolo non può dirsi veramente libero se non lo è il popolo a cui appartiene; la democrazia è quindi una premessa necessaria, anche se non sufficiente, anche per la libertà dei singoli cittadini.
Per quanto il principio della sovranità popolare possa apparire semplice e banale, la sua realizzazione appare di sicuro assai più difficile: le società tribali nelle quali l’essere umano si è evoluto non erano, per quanto ne sappiamo, di tipo democratico; sebbene non vi fosse una classe dominante, il suo ruolo era svolto dal capovillaggio e dalla tradizione, in particolare quella religiosa, che disciplinava il comportamento quotidiano di ciascuno; la popolazione non si autogestiva, ma seguiva gli insegnamenti ricevuti dagli antenati e le direttive del capo, che venivano accettati con una certa passività, ma che in genere risultavano validi, essendo frutto di una lenta evoluzione culturale e di una navigata esperienza in un ambiente abbastanza stabile. Ne segue che la natura dell’essere umano non è spontaneamente democratica, si tratta di un nuovo adattamento culturale che, peraltro, si è diffuso solo parzialmente fra la popolazione incontrando molta resistenza.
Le popolazioni dei paesi occidentali discendono infatti dai servi della gleba del medioevo, a loro volta discendenti degli schiavi dell’Impero Romano, la loro tradizione culturale è ancor meno democratica di quella tribale e dopo millenni di servitù risulta difficile inserire nella propria mentalità concetti come la sovranità popolare e l’autogoverno; questo spiega come mai esista tanta difficoltà ad accettare e utilizzare con profitto una cultura democratica; a cosa serve allora la legittimazione dell’autorità popolare se poi il popolo non è in grado di usarla per ignoranza o mancata educazione? Abbiamo visto che una libertà legale priva di quella di fatto è una libertà apparente, analogamente un’autorità legale che di fatto non può essere esercitata dai cittadini è un’autorità del popolo apparente, cioè un’apparente democrazia.

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libro1 APPROFONDIMENTI
DEMOCRAZIA, RIVOLUZIONE AMERICANA, RIVOLUZIONE FRANCESE

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CONCETTI IN PILLOLE
pillola n. 26 – DEMOCRAZIA E LIBERTA’ Libertà e Democrazia

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3.b.13 – Come riconoscere la vera democrazia?

26 Giugno 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Come riconoscere la vera democrazia?

La prima cosa da esaminare, come abbiamo già osservato, è se la popolazione detiene effettivamente l’autorità suprema (la sovranità); questo vuol dire due cose:
• nessuna autorità può imporre alla popolazione la sua volontà;
• la popolazione deve avere la possibilità di imporsi ad ogni altra autorità.
I cittadini dunque devono avere degli strumenti di facile utilizzo per rifiutare collettivamente qualunque tipo di legge o di governo non gradito; allo stesso tempo devono anche poter agevolmente esprimere e far rispettare la propria volontà.
In democrazia dunque è necessaria non solo una libertà di espressione individuale, ma anche una collettiva, quale ad esempio possono essere i referendum o le libere elezioni, ma tale libertà, per essere effettiva, non deve avere ostacoli rilevanti da un punto di vista pratico. La volontà popolare, una volta espressa, deve godere di un’autorità tale che nessuna altra entità politica vi si possa sottrarre, essa deve nei fatti prevalere su ogni altra disposizione o comando.
Se consideriamo invece il caso di una monarchia assoluta, la massima autorità è il Re, egli può imporre la sua volontà a chiunque nel suo regno e nessuno può dargli ordini; la popolazione può fare delle richieste, non direttamente, ma attraverso degli intermediari, magari dei protettori aristocratici; un re saggio sa assecondare le richieste del suo popolo, ma in linea di principio non è affatto tenuto a soddisfarle. L’unico modo di difendersi da un re dispotico e malvagio è l’insurrezione violenta, ma si tratta di una scelta disperata in quanto il Re dispone sempre di un esercito organizzato, addestrato e bene armato, mentre il popolo vive da sempre nella massima disorganizzazione, avendo perso dai tempi della schiavitù la sua struttura sociale e organizzativa. Il Re giustamente teme un colpo di stato da parte di aristocratici ribelli piuttosto che una spontanea insurrezione popolare.
Immaginiamo ora un Re potentissimo, un sovrano che abbia ottenuto da una qualche divinità poteri magici tali da non temere alcuna insurrezione né colpo di stato, egli può togliersi qualsiasi capriccio e nessun crimine gli è proibito, tuttavia in cambio di tanto potere gli è stato imposto uno strano rito, ogni due anni il popolo dovrà votare liberamente se mantenere sul trono il proprio Re o deporlo aspettando che la divinità ne scelga un altro. Questo potentissimo Re sarebbe ancora un vero monarca? Se la cittadinanza può legalmente cacciarlo via è evidente che la massima autorità è ora il popolo e non il Re, quindi per non rischiare di perdere la sua regale poltrona egli dovrà fare di tutto per non inimicarsi gli abitanti del suo regno, cercando di assecondare ogni loro richiesta.
Il potere di questo Re non sarebbe assoluto, ma quanto mai vincolato, la gente comune potrebbe subire ancora pesanti imposizioni in teoria, ma solo per un periodo massimo di due anni dopodichè cacciando il Re se ne libererebbe; quindi, sia pure con qualche difficoltà, quella che era la classe dominata sarebbe in grado di farsi rispettare essendo in grado di esercitare un’autorità effettiva superiore a tutte le altre, quella che abbiamo immaginato non potrà mai essere chiamata monarchia, ma sarebbe una vera democrazia, per quanto singolare ed irrealistica, ed il Re dovrebbe chiamarsi Presidente, Governatore o qualcosa di simile.
Facciamo notare che il Re non viene eletto dai cittadini, ma solo deposto se il suo comportamento risulta inaccettabile, il suo successore viene infatti scelto, con un criterio sconosciuto, dalla divinità. Il diritto di deporre la massima autorità di governo è dunque sufficiente a garantire un’autentica democrazia? Rimanendo nel sistema da noi immaginato, si può vedere come basti poco a renderlo inutilizzabile: se la divinità scegliesse il nuovo Re sempre e solo fra i nobili, ecco che l’aristocrazia diverrebbe di nuovo una classe politica inamovibile dal governo, non vi sarebbe effettivo ricambio politico ed il giudizio popolare sarebbe vanificato. Lo stesso accadrebbe se la divinità scegliesse sempre un medico od un tassista poiché immediatamente si formerebbe una nuova classe dominante; il criterio di scelta dunque è molto importante e non può privilegiare una minoranza senza compromettere la democrazia; in particolare se vi sono elezioni con liste di candidati scelti da un qualunque ente diverso dal popolo, la libertà di scelta nel voto viene compromessa, di fatto si è obbligati a votare chi è stato scelto da qualcun altro ed è facile immaginare verso chi si rivolgerà l’impegno e la reverenza degli eletti.
Nella realtà poi la libertà di voto viene condizionata anche in altri modi: con la violenza, con la propaganda, con l’inganno; con adeguate campagne di disinformazione è facile impedire ai cittadini di votare in modo da tutelare i propri interessi, la libertà di voto è allora strettamente legata alla libertà di stampa e divulgazione, senza di esse la gente comune non può dare un giudizio indipendente e meno che mai esprimerlo in forma collettiva.

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libro APPROFONDIMENTI
ELEZIONE

PALCO D’ONORE
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CONCETTI IN PILLOLE
pillola n. 27 – DEMOCRAZIA REALE Democrazia Reale

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3.b.14 – La democrazia è un valore attuale?

27 Giugno 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

La democrazia è un valore attuale?

Nel mondo attuale, anche in assenza dei problemi anzidetti, la popolazione nel suo complesso non sarebbe comunque in grado di esercitare la sua autorità democratica per il semplice fatto che non è stata educata a farlo. Come abbiamo già detto in precedenza, la nostra mentalità è ancora assai simile a quella dei sudditi, la maggior parte di noi non vota per sostenere un programma di governo o per ottenere un ricambio politico, ma per favorire dei protettori inamovibili come i nobili di un tempo e si accetta pertanto con incredibile passività che i nostri eletti (sulla fiducia) non mantengano la parola data e ci prendano in giro sfacciatamente.
Tale grave fenomeno, che possiamo definire sindrome della gleba, ci evidenzia come il primo nemico della democrazia sia la mancanza di cultura democratica; nelle condizioni attuali la democrazia è impraticabile nella maggioranza dei paesi occidentali e ciò viene confermato dal fatto, già posto in evidenza nel capitolo precedente, che i governi dei moderni paesi industrializzati mantengono una condotta assai simile a quella delle antiche monarchie, trattando di fatto i propri cittadini come sudditi da sfruttare, sebbene con meno violenza e molta disinformazione applicata con metodo.
La democrazia, come abbiamo detto, è una premessa necessaria per la libertà della popolazione nel suo complesso ed anche per quella dei singoli individui, è quindi fondamentale per il benessere e per il progresso dell’umanità, ma le democrazie che conosciamo sono solo apparenti, sono dei tentativi mal riusciti, la democrazia effettiva non esiste ancora e quindi non può essere tutelata nel presente, ma solo costruita per il futuro; ancor più della patria deve essere considerata un valore fondamentale da realizzare negli anni a venire.

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3.b.15 – Le false libertà rappresentano un grave pericolo?

28 Giugno 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Le false libertà rappresentano un grave pericolo?

Abbiamo visto come il comportamento di ognuno di noi segua la propria mappa mentale, come questa sia basata su dei punti di riferimento rappresentati dai valori umani e come la poca chiarezza, anche terminologica, su tali concetti provochi un inquinamento psicologico che ci porta ad agire contro i nostri interessi. Con riferimento al valore della libertà abbiamo appurato come esso possa essere pienamente tutelato solo in presenza di una vera democrazia, ma abbiamo anche capito che le attuali democrazie sono solo apparenti, in quanto non esistono i due presupposti che garantirebbero una piena sovranità popolare. Se non si raggiunge questa consapevolezza, come si può progredire? Come si può ricercare un sistema democratico se si è convinti di averlo già ottenuto? Ecco il grave problema costituito dalle false libertà, cioè da quelle situazioni in cui non risultano immediatamente evidenti le costrizioni di fatto in cui ci si trova.
Le false libertà vengono sicuramente alimentate dall’utilizzo improprio delle parole: se definiamo democrazia un sistema che democratico non è, difficilmente proveremo a capire quale sia il vero significato di tale termine e di conseguenza non proveremo mai a perseguire una vera democrazia. Sicuri di essere in un sistema democratico, quando inevitabilmente si diffondono dei gravi problemi sociali, si cercherà di apportare dei correttivi al sistema come possono essere il modello elettorale maggioritario, la soglia di sbarramento, ecc., ma in questo modo, pur potendo ottenere dei risultati di breve periodo, non si elimineranno le tensioni sociali in modo stabile e le stesse tenderanno a ripresentarsi in forme sempre più accentuate. Essere consapevoli di non essere liberi è il primo presupposto per cercare di liberarsi, ma da solo esso non basta, perché immediatamente dopo si deve individuare la vera causa che limita la nostra libertà e la giusta alternativa; se il popolo si sente oppresso dal sistema politico e rimane convinto che sia un sistema democratico, con l’esasperazione delle tensioni sociali arriverà a odiare la democrazia invece di perseguirla e tutelarla come sua primaria risorsa. In una situazione di tale disagio il popolo tenderà a rimuovere la vera causa dei propri problemi, cioè il presente sistema politico, ma confondendo questo con la democrazia, potrebbe aprire le porte al ritorno di sistemi autoritari e tirannici che per definizione sono la negazione della libertà.
Rimanendo in tema di libertà democratiche, abbiamo già detto come una falsa libertà di fondo consiste nella libertà di votare senza la libertà di scegliere i candidati; il caso limite è quello del candidato unico, ma si tratta di un caso dove almeno la falsità della libertà è più che evidente; cosa cambia se i candidati sono un migliaio, ma sono comunque tutti imposti? Praticamente nulla se non il fatto che è molto più difficile rendersi conto di trovarsi in una condizione di falsa libertà; una seconda falsa libertà consiste nella libertà di votare una pluralità di candidati riconducibili a pochi gruppi di interesse o a poche persone, cioè la libertà di votare una falsa pluralità; una terza falsa libertà è data dalla libertà di votare scegliendo fra candidati di cui non si conoscono né le capacità, né i rispettivi programmi e senza avere la possibilità di verificarne l’operato.
Oltre a una vera libertà di voto, in una democrazia è necessaria una vera libertà di informazione; su questo versante una falsa libertà consiste nel poter accedere a una pluralità di fonti di informazione che veicolano informazioni censurate, incomplete o, cosa da sottolineare, assolutamente inutili, ma adattissime a distrarre la popolazione dai veri problemi; una seconda falsa libertà si ha quando la stessa pluralità di informazione è solo apparente in quanto tutte le principali fonti sono riconducibili allo stesso gruppo di interessi o, in casi estremi, addirittura alla stessa persona.
Non si può concepire una democrazia che non assicuri ai propri cittadini la libertà di lavorare, ma se con un onesto lavoro, autonomo o dipendente che sia, non si riesce ad assicurarsi un’abitazione e ad essere autosufficienti, si avrà l’ennesima falsa libertà.
Anche la libertà di tutelare la propria salute può degenerare in una falsa libertà; la salute va salvaguardata soprattutto a livello preventivo e per farlo bisogna avere le giuste conoscenze, tenere i corretti comportamenti e fruire di quelli altrui: una alimentazione squilibrata può causare cardiopatie e quindi risultare anche letale, seguire i corretti principi alimentari sarebbe sicuramente preferibile, ma se poi si è costretti a mangiare alimenti trattati chimicamente (al fine di migliorarne il colore, il sapore, la conservazione) con sostanze tossiche, anche se moderatamente, è chiaro che si vanifica ogni sforzo individuale.
Ecco allora la necessità di un adeguato sistema giuridico che ponga le regole a tutela della libertà di vivere bene e di vivere con dignità, nonché di un efficiente sistema giudiziario che tali regole faccia rispettare, ma sia l’uno che l’altro dipendono dal sistema politico di cui si dispone e in una condizione di falsa democrazia anche la libertà di veder tutelati i propri diritti diviene facilmente una falsa libertà.
Tutte queste considerazioni non devono abbatterci, anzi devono servire da stimolo per cominciare a riconoscere e contrastare le false libertà; a questo fine diviene fondamentale un valore antico, ma sempre più attuale: il valore della conoscenza.

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