Capitolo 3.a

31 Maggio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

IL VALORE DELLA VITA

Sappiamo bene che la nostra mente, per farci orientare nella vita, non ha bisogno solo di conoscere la natura che ci circonda fatta di alberi, animali e rocce, ma deve anche avere cognizione della società a cui apparteniamo fatta di uomini. L’uomo è un animale sociale e la sua comunità costituisce l’ambiente dove vive; le leggi che governano tale ambiente devono allora essere ben conosciute per poter vivere in esso; oltre agli eventi naturali come la pioggia, la neve, le stagioni, ecc., bisogna dunque saper capire e prevedere gli eventi sociali, cioè i comportamenti degli altri esseri umani, per poter stabilire il proprio. Alla fine la logica è la stessa di sempre: si cerca il comportamento corretto per la sopravvivenza; nel tempo il nostro cervello sviluppa naturalmente dei criteri per stabilire quale comportamento sia giusto oppure sbagliato, ma indubbiamente tali criteri vengono appresi anche culturalmente.
Nella nostra mappa mentale i punti di riferimento fondamentali per scegliere il comportamento corretto sono detti valori; essi ci appaiono come qualcosa di prezioso da conservare, proteggere e tramandare, al punto che per tutelarli regoliamo in modo opportuno il nostro agire quotidiano. I valori sono una cosa molto personale, anzi intima, che tuttavia va condivisa con amici e conoscenti; un libro non è certo il mezzo più adatto per confrontare i propri valori con quelli degli altri e lo scopo principale della seguente trattazione non è infatti quello di proporre nuovi valori o dare esempi da imitare, ma quello di porre le basi per introdurre gli argomenti successivi e renderli più facilmente comprensibili. È nostra ferma convinzione che ognuno di noi debba autonomamente gestire i propri valori, criticandoli e migliorandoli se necessario, facendo le sue personali considerazioni esattamente come noi ora faremo le nostre.

Sulla cresta dell'onda

CONCETTI IN MUSICA
   RENATO ZERO – I MIGLIORI ANNI DELLA NOSTRA VITA

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CONCETTI IN  PILLOLE                                                                              
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n. 16 – I VALORI UMANI

 

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3.a.1 – Qual è il senso della vita?

1 Giugno 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

riflessioneQual è il senso della vita?

L’immagine che la scienza moderna ci fornisce della vita è quella di un fenomeno naturale, come il vento e la pioggia, una conseguenza delle leggi della fisica e della chimica; che senso hanno il vento e la pioggia?
La visione scientifica della vita sembra dirci che la vita di per sé non ha alcun senso, né l’ha mai avuto, invece a ben vedere ci dice che è la vita che dà un senso a tutto il resto in quanto ogni organo del nostro corpo, ogni cellula, persino ogni proteina è stata finemente progettata dalla selezione naturale per tramandare la vita alle generazioni successive; anche il nostro cervello non fa eccezione a questa regola: la nostra voglia di vivere, l’istinto di autoconservazione, la curiosità, la capacità di immaginazione, l’intelligenza, la memoria e persino le nostre superstizioni, come abbiamo visto, hanno un loro ruolo nel perpetuarsi della vita.
Nel mondo che ci circonda ogni oggetto acquista un significato in base al ruolo che svolge nella nostra vita: il nostro orologio può essere un mezzo utile per misurare il tempo e quindi pianificare la giornata, in tal senso può essere visto come un valido strumento di lavoro; se di marca prestigiosa può essere invece un ornamento di cui fare sfoggio nelle riunioni sociali importanti; se è un regalo della nostra dolce metà può essere il simbolo di un amore; a volte può essere tutte e tre le cose insieme.
Ogni nostro pensiero rappresenta il manifestarsi della vita della nostra mente; che cosa avrebbe senso senza la vita? Potremmo porci queste domande senza essere vivi? Ovviamente no. La vita dunque ha chiaramente un ruolo e quindi un senso, è il primo e il più importante punto di riferimento della nostra mente, il primo dei nostri valori.
La vita, essendo legata in modo indissolubile alla nostra natura, è un valore sempre attuale, ma oggi sono cambiati i pericoli che possono minacciarla: niente più orsi, leoni e lupi, ma rapinatori, sinistri stradali ed incidenti sul lavoro; ne segue che oggi devono cambiare anche i metodi per proteggerla, un adattamento culturale è necessario ed inevitabile proprio perché la vita mantiene il suo ruolo.

Sulla cresta dell'onda

PALCO D’ONORE
    STANLEY MILLER   stellastellastellastella

CONCETTI IN PILLOLE                                                                             slide_17
pillola   n. 17 –  IL SENSO DELLA VITA

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3.a.2 – Cosa si intende per vita?

2 Giugno 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Technorati Profile

ruscelloCosa si intende per vita?

La parola vita assume numerose sfumature di significato:
• spesso si intende l’esistenza del singolo individuo
• altre volte ci si riferisce ad un bene che si tramanda di generazione in generazione; ognuno di noi riceve la vita dai genitori e la dona ai figli.
• in biologia la vita viene considerata un fenomeno naturale originatosi miliardi di anni fa e che oggi si manifesta attraverso tutte le forme viventi
• si parla poi di vita sociale, vita familiare, vita professionale, vita spirituale, di una seconda vita, di rifarsi una vita, ecc., per individuare degli aspetti della vita individuale particolarmente importanti.
In genere la propria vita è nettamente più importante di quella degli altri; tuttavia è una regola con delle eccezioni e infatti a tutti noi appare normale che, in casi di estrema necessità, i genitori sacrifichino la vita per i figli e non ci sorprendiamo se ciò accade anche per altri familiari o per i figli di qualcun altro; evidentemente nella nostra mente si forma una gerarchia di valori o di sottovalori relativi alla vita e il loro ordine rispecchia perfettamente i criteri di sopravvivenza della specie: al primo posto troviamo la vita dei figli e poi quella dei genitori; analogamente, dovendo scegliere se salvare la vita di un bambino non nostro o di un adulto altrettanto sconosciuto, la tendenza generale è quella di salvare il bambino.
Dobbiamo notare come sia piuttosto comune che nelle società umane alla vita (o all’interesse) dell’individuo in certi casi sia anteposta quella della comunità; ne sono un esempio sia gli eroi di guerra che si sacrificano per la patria, sia i criminali che rinunciano a un forte sconto di pena per coprire i loro complici; si tratta di comportamenti tipici degli animali fortemente sociali, per i quali il gruppo assume una importanza primaria, superiore a quella del singolo esemplare, poiché questi non potrebbe comunque sopravvivere al di fuori di esso o non potrebbe crescere dei figli.
Volendo creare un’immagine suggestiva della vita, possiamo dire che essa è come l’acqua che scorre in un fiume che si dirama in mille rivoli; ognuno di noi è un tratto di questi piccoli corsi d’acqua, i nostri genitori sono il tratto precedente e i nostri figli quello successivo, mentre la vita, cioè l’acqua, scorre dai nonni ai nipoti attraverso di noi; abbiamo visto come nelle comunità umane sia di fondamentale importanza non solo la discendenza genetica, ma anche quella culturale; quindi ogni uomo ha a monte un rivolo culturale che alimenta la propria vita ed ha a valle dei corsi d’acqua che fruiscono del patrimonio culturale da esso tramandato; ne segue che ogni uomo deve essere consapevole del suo ruolo fondamentale nel flusso del fiume della vita anche in assenza di una discendenza biologica; dobbiamo dunque fare di tutto affinché il flusso non si interrompa e a questo fine dobbiamo proteggere anche i corsi d’acqua vicini che rappresentano la nostra famiglia o la nostra comunità. La vita è un fiume che scorre nel tempo, la sorgente si trova miliardi di anni indietro nel passato mentre la foce è il futuro verso il quale perennemente si dirige.
Questa immagine è solo una metafora creata per ricordare meglio il concetto, ma in altri tempi avrebbe potuto essere inserita in una mitologia e quindi essere considerata, con il passare degli anni, una cosa reale; questo ne avrebbe facilitato la trasmissione alle generazioni successive, ma allo stesso tempo ne avrebbe impedito la critica e la modifica al cambiare dei tempi e oggi, che i tempi cambiano in fretta, non possiamo più permetterci questo tipo di errore; è sempre utile, da un punto di vista educativo, usare metafore e simili espedienti, ma dobbiamo fare attenzione che rimangano tali.

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IL CASO CELEBRE
    LEONIDA I

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3.a.3 – L’educazione è importante nella vita?

3 Giugno 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

educazioneL’educazione è importante nella vita?

Iniziamo ad esplorare il fiume della vita partendo dal nostro piccolo tratto di canale, cioè dalla nostra vita individuale; il primo modo per tutelarla che ci viene in mente è quello di avere cura della nostra salute, proteggendo il nostro corpo da malattie, incidenti e aggressioni. Vediamo quindi giustamente in chiave positiva le norme igieniche, le cure mediche, la guida sicura, le protezioni degli operai e ogni invito alla prudenza se ben motivato.
La medicina moderna ci mostra che oggi abbiamo nuove possibilità per difenderci dalle malattie: vaccini e antibiotici ci consentono risultati inverosimili fino a poco tempo fa, per non parlare dei progressi della chirurgia; i dispositivi e le misure di sicurezza delle automobili, nonché degli strumenti e delle procedure sul lavoro ci indicano che anche nel campo degli incidenti si possono fare grandi progressi. E’ però da notare come in entrambi i casi la salute venga tutelata dai progressi scientifici e tecnologici, ma con scarso contributo da parte nostra, cioè dai diretti interessati: oggi sappiamo che molte cardiopatie possono essere prevenute con una sana alimentazione e lo stesso vale per molte forme di tumore; i medici oggi sono in grado di fare trapianti cardiaci, vaccinazioni e cure antibiotiche, ma noi continuiamo a mangiare in modo squilibrato, bere superalcolici e fumare; analogamente gli ingegneri inventano le cinture di sicurezza, l’abs e gli airbag, ma noi continuiamo a correre come pazzi, magari senza cintura e forse pure un po’ brilli.
È più che evidente che le nuove risorse culturali sono per lo più applicate solo da persone specializzate, ma non sono entrate a far parte del patrimonio comune e la gente comune incredibilmente non collabora per proteggere la propria vita.
Come spiegare questo fenomeno? Forse ci può aiutare un fatto a tutti noto: i medici sono una categoria di grandi fumatori e sicuramente superano i limiti di velocità come tutti gli altri; essi sono magari bravi a salvare la vita degli altri, è il loro lavoro e sono stati addestrati per questo ma, come tutti gli altri, non hanno ricevuto un’adeguata educazione a tutelare la propria. Non si tratta di ignoranza e di mancanza di informazione, ma di una mancata educazione ai corretti comportamenti: possiamo pensare che un oncologo non conosca le conseguenze del fumo? Eppure fuma. Possiamo credere che un ortopedico non conosca le conseguenze dell’alta velocità? Eppure corre. Anche la gente comune sa bene che fumare fa male e che l’alta velocità è pericolosa, ma come sappiamo questo non basta; per una corretta percezione del pericolo, per gestire emozioni come la paura, la tendenza al conformismo, alla trasgressione o alla competizione (che ci portano a fumare e a imitare i velocisti della strada) è necessario l’intervento dell’inconscio, il quale deve avere dei modelli di comportamento alternativi che siano in grado di soddisfare non solo le esigenze della sicurezza, ma anche quelle psicologiche della mente umana. Tali esempi ci confermano ancora una volta come la parte consapevole della nostra mente, anche se dotata di una cultura specifica e professionale, sia subordinata ai desideri dell’inconscio e come questo, qualora non venga opportunamente educato sin da bambini, possa portare a comportamenti autolesionisti fino a provocare la propria morte.
Come si educa l’inconscio dei nostri figli? Come possiamo aiutarli a disegnare un’efficace mappa mentale? Un tempo vi erano favole come quella di Cappuccetto Rosso che ci mettevano in guardia, fin da piccolissimi, dai lupi e dai pericoli della foresta in genere; alle terribili storie di serpenti e di belve feroci si aggiungevano poi i racconti e i consigli di genitori e nonni, tanto che alcuni finivano per odiare lupi e serpenti senza che questi gli avessero mai fatto del male. Favole, mitologie e precetti religiosi hanno costituito per millenni un efficace mezzo per educare le persone a tenere i comportamenti corretti per tutelare la propria vita rispetto a un ambiente che rimaneva piuttosto costante, un ambiente in cui lupi e serpenti costituivano una minaccia concreta.
Nell’epoca della televisione i pericoli per la nostra vita sono cambiati, ma invece di essere ben individuati e opportunamente contrastati, intere generazioni sono cresciute affascinate dalla pubblicità di superalcolici, sigarette e auto sportive, nonché da eroi televisivi fumatori che sfrecciavano su auto costose destando l’ammirazione di donne bellissime.
Solo in tempi recenti ci si è resi conto di questo errore culturale, le pubblicità delle sigarette sono state bandite e quelle delle auto non esaltano più la velocità come una volta; ciò rappresenta un passo nella giusta direzione, ma molto tardivo, perché i modelli di comportamento sbagliati sono ormai profondamente radicati nella nostra cultura.
Nonostante i progressi fatti, siamo ancora molto indietro su questo punto: osservando il tempo dedicato dai telegiornali all’esecuzione di un condannato a morte in un Paese straniero rispetto a quello dedicato alle statistiche degli incidenti stradali sembra che morire sulla strada sia un fenomeno trascurabile, eppure dipende dalla nostra società, mentre l’esecuzione riguarda quella di un Paese straniero; i morti sul lavoro sembra poi che non esistano affatto, a meno che non si muoia in modo spettacolare, esplodendo insieme alla propria fabbrica o qualcosa di simile; che idea ci facciamo dei pericoli che ci circondano guardando i telegiornali attuali? Quanti morti ci sono stati a causa della criminalità? Forse 150, forse 200? Quanti per un incidente sul lavoro? Guardando la televisione si potrebbe pensare 4 o 5, salvo poi sentire fugacemente, in un servizio marginale, mille o più; e sulla strada? Anche seimila. Per quale motivo allora abbiamo più paura di essere rapinati piuttosto che di un incidente stradale? La risposta è sempre la stessa: una errata percezione del pericolo, un’educazione non adeguata per la propria incolumità.
Tutto questo ci mostra quanto l’educazione sia importante nella tutela e nella gestione dei nostri valori a cominciare dal valore della vita e di quanto sia importante aggiornarla ai tempi, ai nuovi pericoli. È opportuno che i genitori, che sono i primi, ma non gli unici educatori dei propri figli, propongano degli esempi più validi da imitare sia con il proprio comportamento, sia attraverso la scelta e il commento dei programmi televisivi, dei libri e dei giochi; ma chi educa i genitori? Non avendola ricevuta dai nonni, i genitori devono produrre in prima persona la nuova cultura tenendo ben presente il valore di riferimento, la vita dei figli e la propria.

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APPROFONDIMENTI
libro ABS, AIRBAG, VACCINO

PALCO D’ONORE
ALEXANDER FLEMING stellastellastellastella

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3.a.4 – Lo sport fa veramente bene alla salute?

4 Giugno 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

boxeLo sport fa veramente bene alla salute?

Per contrastare gli effetti negativi della vita sedentaria, per tenersi in forma, si consiglia spesso una sana attività sportiva; le varie forme di ginnastica e di attività atletiche hanno un’influenza benefica sulla nostra salute come confermano le moderne scienze mediche. Lo sport viene dunque giustamente pubblicizzato nella nostra società come un valore poiché legato alla salute e quindi alla vita; il fatto che la pratica sportiva sia piuttosto diffusa nella popolazione, soprattutto fra i giovani, sembra dimostrare che in tale ambito si sia sviluppato un adattamento culturale adeguato ai problemi della vita moderna, ma forse l’apparenza ancora una volta ci inganna, in quanto anche in questo caso non mancano le contraddizioni: come spiegare l’uso di sostanze dopanti, nocive per la salute, da parte degli atleti anche non professionisti come capita nel ciclismo? E come giustificare lo sport professionale?
Se esaminiamo il calcio, cioè uno degli sport più diffusi a livello professionale, risulta evidente che il suo fine non è tutelare la salute: a fine carriera un calciatore molto bravo sarà probabilmente ricco, ma avrà sicuramente notevoli problemi fisici a seguito di numerosi infortuni quali fratture, lacerazioni dei tendini e lussazioni ai quali potrebbero aggiungersene altri se avesse fatto uso di sostanze dopanti per aumentare le sue prestazioni. Fare il calciatore professionista pertanto è un buon lavoro, molto redditizio, ma certo non fa bene alla salute; per il calciatore non professionista il rischio di infortuni si riduce, ma rimane comunque alto, inoltre l’attività non rende un centesimo.
Cerchiamo di esaminare con calma la situazione: lo sport fa bene alla salute quando viene usato per questo scopo, ma può essere usato anche per altri fini e in questo caso la salute passa in secondo piano. Vi sono numerosi altri fini per lo sport, molti dei quali comunque positivi come lo svago, il divertimento, l’aggregazione sociale, l’educazione, la bellezza fisica e nel caso del calcio e di altri sport seguiti da un folto pubblico anche il notevole guadagno; non c’è nulla di cui vergognarsi a praticare lo sport per questi motivi, inoltre perseguire tali scopi non è in contrasto con la salute in generale, ma in certi casi può diventarlo: praticare l’agonismo è in genere un’esperienza educativa che forma i giovani, consentendogli di mettersi alla prova, di misurarsi con gli altri e allo stesso tempo li aiuta a mantenersi in forma, ma se praticato oltre un certo grado può diventare pericoloso, specialmente a livello professionale e la salute, essendo in tal caso un fine secondario, viene dimenticata.
Lo sport è diffuso fra i giovani non perché fa bene alla salute, essi sono gli ultimi ad averne bisogno, ma per il gusto dell’agonismo, per fini estetici o di aggregazione sociale e talvolta per far contenti i genitori che si preoccupano veramente della loro salute; spesso lo sport viene quindi esaltato nel nome della salute per nascondere a sé stessi altri fini ritenuti meno nobili. Lo sport nel nostro mondo non sempre fa parte della cultura della salute e a volte addirittura porta a comportamenti negativi e autolesionisti, ma a causa dell’ormai noto inquinamento psicologico spesso non ce ne rendiamo conto. Essere consapevoli del vero obiettivo che si intende perseguire è invece indispensabile per tenere i comportamenti adatti allo scopo e per valutare con maggiore cognizione i rischi e gli effetti che tali comportamenti producono. Quando lo sport sarà largamente praticato da chi non è più giovane, per tenersi in forma, invece di essere solo seguito attraverso la televisione come forma di spettacolo, allora potremo dire che la cultura dello sport-salute si sarà veramente diffusa, ma si tratta di un traguardo ancora da raggiungere.

Sulla cresta dell'onda

PALCO D’ONORE
    PIERRE DE COUBERTIN   stella1
 

CONCETTI IN PILLOLE                                                                         slide_18
 pillola1  n. 18 – IL VALORE DELLO SPORT

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3.a.5 – E’ giusto cercare il benessere?

5 Giugno 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

benessereÈ giusto cercare il benessere?

Quando ci prendiamo cura della nostra vita, si dice giustamente che stiamo cercando il nostro benessere; questa parola esprime fondamentalmente una sensazione, il sentirsi bene. Le squisite sensazioni che proviamo quando mangiamo dell’ottimo cibo sono dei messaggi che dicono al nostro cervello che abbiamo raggiunto nel modo migliore lo scopo di nutrirci; in generale, quando un senso di benessere ci pervade, noi sappiamo che ci siamo presi cura egregiamente di noi stessi e quindi della nostra vita.
Per sentirsi bene non basta la salute; vi sono anche altre necessità da soddisfare, come formare una famiglia, avere dei rapporti affettivi, sentirsi importanti, avere un ruolo sociale, in altre parole serve tutto ciò che ci faccia sentire realizzati. Si parla in questi casi di esigenze psicologiche, ma forse sarebbe più corretto dire esigenze naturali, considerato che siamo degli animali sociali progettati dalla natura per muoversi, fare esperienze, frequentare i propri simili e occupare un posto nella gerarchia del gruppo. Tutte le attività che mirano a farci sentire realizzati dovrebbero allora essere considerate positive, ma è facile accorgersi come non tutte siano finalizzate a migliorare la nostra vita. Come ci si può sentire realizzati mediante comportamenti contrari alla nostra salute e alla nostra vita? Eppure accade quotidianamente alla maggior parte delle persone. Si rendono allora necessarie delle riflessioni su questa bizzarra situazione ricordando come la nostra natura abbia una doppia anima: una genetica e l’altra culturale; esaminando dei casi limite risulta evidente come la nostra educazione influisca profondamente sulla percezione delle nostre esigenze: i monaci francescani conducevano una vita in povertà e piena di sacrifici per sentirsi realizzati; per gli antichi samurai il massimo era morire in guerra; per un imprenditore la migliore soddisfazione può essere quella di portare la propria azienda ad essere la prima nel suo settore e a questo fine sacrifica ogni rapporto umano. Come è possibile che per sentirsi bene si debba morire in guerra, essere poveri o lavorare tutta una vita senza risparmiarsi per vincere la concorrenza? Lo scopo del benessere non dovrebbe essere quello di indicarci la via giusta per tutelare la nostra vita? No, o almeno non sempre. La ricerca delle soddisfazioni non ci porta solo alla tutela della vita, ma alla sua realizzazione, cioè al raggiungimento di obiettivi ben determinati stabiliti dalla nostra natura sia genetica che culturale; a questo punto bisogna ricordare che la nostra cultura può essere negativa e sbagliata, che può anteporre alla nostra vita altri interessi, specialmente quelli legati al gruppo, imponendoci fatiche enormi per scalare o mantenere la posizione nella piramide sociale, facendoci adoperare per gli altri oltre il ragionevole fino a sacrificare la propria stessa vita o peggio ancora quella dei propri figli lasciando per esempio che partecipino a guerre per essi assolutamente inutili.
Ecco allora che le nostre esigenze psicologiche possono entrare in conflitto con il valore della nostra vita e quella dei nostri cari; non è sempre vero dunque che cercare di realizzarsi equivale a prendersi cura della propria vita; di nuovo dobbiamo riconoscere l’importanza di una sana educazione per tutelare i nostri valori in modo adeguato; i modelli da proporre a noi stessi e ai nostri figli ci devono indirizzare verso una vita rispettosa della nostra natura con dei comportamenti che realizzino il nostro bene e che non ci spingano verso inutili sacrifici.

Sulla cresta dell'onda

PALCO D’ONORE
    ABRAHAM MASLOW    stella

 CONCETTI IN PILLOLE                                                                             slide_19
 pillola1  n. 19 – IL VALORE DEL BENESSERE

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3.a.6 – Si deve perseguire la ricchezza?

6 Giugno 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

ricchezzaSi deve perseguire la ricchezza?

Bisogna essere chiari su cosa si intende per ricchezza: secondo la comune definizione delle scienze economiche, la ricchezza è un insieme di beni, cioè un insieme di cose in qualche modo utili alla vita, cose che soddisfano delle necessità umane. In base a questo concetto la ricchezza è per definizione uno strumento per realizzare il nostro benessere, per vivere bene la nostra vita.
In effetti, qualunque attività che ci procuri soddisfazione, come mangiare, curare la propria salute, divertirsi o viaggiare, richiede l’impiego di risorse materiali, cioè dei beni sopra citati; in realtà anche i beni immateriali come la cultura, un dignitoso ruolo sociale o gli affetti familiari, tutti preziosissimi per vivere bene la nostra vita, spesso vengono pesantemente supportati dalle risorse materiali di cui si dispone. È opportuno inoltre ricordare che anche per aiutare gli altri in genere è necessario l’impiego di risorse economiche, tanto che un antico saggio sosteneva che per aiutare i poveri la miglior cosa è essere ricchi; la ricchezza quindi è per sua natura al servizio della vita sia individuale che collettiva, è giusto dunque parlare di ricchezza di una comunità o di una nazione.
Incrementare le proprie ricchezze significa aumentare la propria capacità di vivere bene la propria vita e aiutare gli altri a fare altrettanto; la produzione di ricchezza per sé e per gli altri dovrebbe dunque essere considerata una virtù, alcuni sostengono perfino che sia un dovere morale, ma perché allora numerose religioni e diverse ideologie politiche condannano la prosperità economica e la sua ricerca? Il fatto è che la ricchezza è una parola con vari significati ed è facile fare confusione: prendiamo ad esempio una collana di diamanti, sappiamo che ha un grande valore in denaro, quindi è un bene prezioso, ma a cosa serve? In che modo aiuta la vita? Si tratta di un banale ornamento, ma è un oggetto simbolo di benessere economico, quindi di prestigio sociale, quindi di potere; dobbiamo ricordare che noi siamo animali sociali, come tali esibiamo istintivamente al resto della comunità la nostra posizione nella gerarchia sociale e lo facciamo in mille modi e in continuazione: si parte dalla scelta dei vestiti, dall’avere la scrivania più grande degli altri sul posto di lavoro, i posti migliori allo stadio o al teatro fino a esibizioni costosissime come le auto di lusso, i gioielli, le barche a vela e gli aerei personali.
Siamo di fronte a un altro tipo di ricchezza il cui fine non è vivere bene, ma competere e prevalere sugli altri, una ricchezza che può essere definita come insieme di beni utili per ottenere il massimo potere e prestigio sociale. Consideriamo ora la figura classica del vecchio tanto ricco quanto avaro, che per tutta la vita ha lavorato come uno schiavo sacrificando ogni soddisfazione per accumulare un grande patrimonio; egli è sempre vissuto da povero per essere ricco, ma di una ricchezza che non userà mai per vivere bene, essendo concepita solo per diventare ancora più ricco, per avere un posto di riguardo nella classe sociale più potente e prestigiosa. Si tratta quindi di una ricchezza nemica della vita, l’esatto contrario di quella di cui si parlava all’inizio del paragrafo, tuttavia sappiamo bene quanto è facile fare confusione o passare dall’una all’altra. La differenza fondamentale fra queste due forme di ricchezza è data proprio dal valore che tutelano: la prima la vita, la seconda il potere; quando il potere diventa più importante della vita, la prosperità economica assume un ruolo negativo.
In una situazione di spietata concorrenza, come capita spesso di trovare nella società umana, per primeggiare è opportuno schiacciare gli altri e per accumulare beni non si esita a sottrarli agli altri; nei paesi poveri inoltre il benessere economico è appannaggio della sola odiata classe dominante e quindi associato ad essa. Non dobbiamo dunque stupirci se il concetto negativo di ricchezza è quello più comune, con il lusso padre di ogni vizio e l’opulenza causa di corruzione e di ogni malvagità umana; vi è inoltre un altro vantaggio nell’esaltare la povertà, quello di aiutare la massa di schiavi, di servi e di poveri ad accettare la propria condizione e sopportarla meglio. Nel ricco mondo occidentale l’esaltazione della povertà oggi non viene più predicata, anzi viene avversata come ostacolo del consumismo, cioè di quella cultura che viene propagandata come il motore del progresso dell’umanità, ma i pericoli legati al potere economico sono invece più grandi che mai, la concorrenza sempre più dura e la qualità della vita sempre più bassa. Ciò significa che di fatto il mondo occidentale è sempre meno ricco, nel senso che la ricchezza è costituita di cose sempre meno utili per la popolazione, ma si continua ad alimentare quell’inquinamento psicologico che tende a far credere il contrario, perché un povero consapevole consuma con parsimonia e tende a risparmiare piuttosto che a indebitarsi. Acquistiamo piccoli appartamenti con mutui per quaranta anni? Compriamo qualsiasi oggetto con onerosi finanziamenti da restituire a rate? Spendiamo buona parte del reddito per telefonare? Non importa, tanto siamo occidentali, facciamo parte del ricco mondo occidentale e quindi siamo ricchi, come testimoniano i televisori al plasma nei nostri salotti, i telefonini nelle nostre tasche, e gli i-pod nei nostri orecchi.
Per facilitare le cose in seguito continueremo a chiamare ricchezza il fenomeno positivo e potere economico il fenomeno negativo, perché si tratta di concetti che nella mente sono difficilmente separabili e che di conseguenza lo sono anche nella pratica quotidiana, per cui usare dei termini differenti è sicuramente opportuno. Possiamo dunque concludere che la ricchezza è uno strumento indispensabile per vivere bene la nostra vita ed aiutare i nostri cari a fare altrettanto ed è importante educare i nostri figli a distinguerla dal potere economico in modo da non perdere di vista il valore fondamentale che è la loro vita.
Un discorso perfettamente analogo può essere effettuato sull’attività che produce la ricchezza, cioè sul lavoro, che è un valore importantissimo proprio perché fonte di benessere per il singolo, per la famiglia e per la comunità, ma che assume un ruolo negativo se al servizio del potere economico.
È opportuno aggiungere che se perseguire la ricchezza è giusto, per farlo con efficacia non basta però esserne consapevoli, è necessario anche un ambiente che ne dia l’opportunità: il nostro ambiente è la nostra società e dalla sua economia dipende in modo significativo anche la nostra; siamo animali sociali, dalla nostra collaborazione dipende ogni attività produttiva, ne segue che da una buona organizzazione della collettività, cioè da un’efficiente simbiosi, coerente con la nostra natura, che dia opportunità di crescita e distribuisca in modo equo le risorse dipende la creazione di ricchezza e quindi la tutela della vita individuale, familiare e collettiva.

Sulla cresta dell'onda

IL CASO CELEBRE
    JOHN DAVISON ROCKEFELLER 
 

 CONCETTI IN PILLOLE                                                                           slide_20
 pillola1 
n. 20 – IL VALORE DELLA RICCHEZZA

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3.a.7 – Come si trasmettono i valori?

7 Giugno 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

valoriCome si trasmettono i valori?

Iniziamo ad esplorare il tratto successivo del nostro canale, quello che rappresenta la vita dei nostri figli; i nostri discendenti, sia genetici che culturali, sono tutto quello che rimarrà di noi quando non ci saremo più, senza di essi la nostra vita individuale ci appare come qualcosa di effimero, come un valore che siamo destinati a perdere e quindi può sembrare inutile darsi tanto da fare per tutelarlo, sarebbe in effetti una guerra senza speranza; chi sostiene dunque che i figli danno un senso alla nostra vita ha pienamente ragione e questo si può, almeno in parte, estendere alla discendenza culturale, costituita da tutti coloro che nella vita hanno imparato qualcosa da noi.
Quello che viene comunemente detto nucleo familiare è una semplice aggregazione sociale umana formata da una coppia di genitori con i loro bambini e la sua funzione principale è indubbiamente far crescere la prole; tale attività appare particolarmente impegnativa per gli esseri umani: per rendere autonomi i figli nei Paesi occidentali sono necessari circa 25 anni, impiegando tante e tali risorse economiche da dover limitare le nascite a due o tre in tutta la vita. Sappiamo che non è sempre stato così; come ancora oggi accade in altre parti del mondo, fino a pochi decenni fa anche in occidente erano comuni famiglie con sei figli che a venti anni erano considerati ormai maturi e spesso già indipendenti; rispetto ai nostri parenti più prossimi, le scimmie, venti anni sono comunque tantissimi per svezzare la prole e, considerando anche le energie impiegate, dobbiamo dar ragione a chi sostiene che i figli sono anche lo scopo della nostra vita.
Dobbiamo riconoscere che i bambini, così come il nucleo familiare, sono valori sempre attuali e nel mondo moderno sembrerebbero essere ancora più preziosi, visto il tempo dedicato a ciascun figlio, tuttavia si dice che la famiglia è in crisi e che non ci sono più valori in generale, come è possibile? Il mondo attuale dei Paesi industrializzati è molto diverso da quello dei nostri antenati ed anche rispetto a quello dei nostri nonni, e i vecchi metodi per prendersi cura dei figli non funzionano più: oggi per tirare avanti la famiglia servono due stipendi, spesso entrambi i genitori devono lavorare fuori casa, i bambini vengono affidati ai nonni quando possibile, ma spesso è necessario ricorrere agli asili nido, poi alla scuola a tempo pieno, ai campi estivi e a strutture comunque esterne; infine a casa ci sono sempre la televisione e i giochi elettronici.
A dispetto delle energie e dei soldi spesi, abbiamo sempre meno tempo da dedicare ai figli quando sono piccoli e quando sono più grandi è ormai troppo tardi. La centralità dei genitori come riferimento educativo è massima nei primi anni per poi essere integrata nel tempo da altre figure: prima i nonni, poi gli insegnanti, gli amici e la società; è dunque quando i bambini sono piccoli che l’assenza o la cattiva condotta dei genitori è più grave. Nei primi due anni le capacità di apprendimento sono simili a quelle degli altri cuccioli di mammiferi, si basano sull’esperienza diretta, sul gioco, sull’imitazione; le prime cose che apprendiamo non ci vengono spiegate, non saremmo in grado di capirle, ci vengono semplicemente mostrate attraverso delle esperienze guidate e supervisionate dagli adulti; in questo modo impariamo a camminare, a parlare, a distinguere i gesti affettuosi da quelli ostili e impariamo anche a riconoscere i primi valori.
Oggi nessuno nega l’importanza della famiglia, tutti la riconoscono come un valore e tuttavia, ricordando i tempi in cui tornava il papà dal lavoro e si mangiava rigorosamente tutti assieme, tale valore era più presente nella nostra vita; questo perché è attraverso questi comportamenti e ad altri simili che da piccoli abbiamo imparato a riconoscerlo come un valore, sono queste abitudini che ce lo ricordano e ce lo fanno sentire vicino, protetto e curato. Consumare i pasti uniti è un’usanza infatti diffusa in tutte le culture e invitare gli amici a mangiare con noi ha pertanto un grande valore simbolico, significa che li consideriamo come familiari; ecco che con lo stesso rituale abbiamo introdotto anche il valore dell’amicizia, un valore importantissimo per un animale sociale.
I valori vengono dunque conosciuti e mantenuti vivi attraverso dei comportamenti che da sempre vi sono associati; tali comportamenti nel mondo moderno non sono più praticati o lo sono molto meno e sono queste abitudini, questi modi di fare che stanno scomparendo, non ancora i valori, ma la scomparsa dei valori sarà inevitabilmente il prossimo passo se non corriamo ai ripari. Bisogna quindi sostituire le vecchie usanze non più praticabili con altre compatibili con la vita moderna, perché i valori sono qualcosa che va praticato, inserito nelle nostre abitudini quotidiane, non solo ricordato.

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3.a.8 – Lo Stato si fonda sulla famiglia?

8 Giugno 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

famigliaLo Stato si fonda sulla famiglia?

Esplorando i percorsi della vita non possiamo dimenticarci dei nostri genitori, anche se ora forse ricoprono il ruolo di nonni; una gran parte di quello che siamo oggi proviene da loro, anche se siamo grandi e indipendenti essi ci danno ancora tanto sia come consiglieri che come nonni dei nostri figli. Nelle società agricole i nonni in genere sono figure socialmente molto importanti attorno ai quali si riuniscono i nuclei familiari dei figli nelle ricorrenze sociali più importanti, come ad esempio le festività religiose. Nelle società tribali gli anziani hanno spesso anche un ruolo politico, ad esempio come membri di un consiglio degli anziani, una sorta di senato della tribù nel quale vengono prese decisioni importanti per la comunità realizzando una specie di governo su base familiare anziché popolare.
Si impone dunque un concetto di famiglia più esteso, non un semplice nucleo familiare, ma un insieme di più nuclei aventi i nonni o addirittura i bisnonni in comune, un insieme che, per evitare confusioni, si può definire casato o clan familiare. L’importanza sociale del casato è stata sempre molto rilevante e ciò si giustifica facilmente con la logica della vita tribale: la collaborazione e l’organizzazione all’interno della tribù e delle altre comunità umane sono risorse fondamentali per la sopravvivenza che vengono meglio garantite e praticate in presenza di vincoli di sangue. Aiutarsi fra parenti significa inoltre tutelare i geni in comune, ecco perchè dilatare la famiglia e con essa la sua gerarchia e la sua solidarietà è stata la strategia principale usata dalla natura per creare grandi gruppi di animali sociali. Gli antichi villaggi tribali, composti al massimo da un centinaio di individui, erano formati dall’unione di pochissimi clan familiari a loro volta imparentati fra loro; nelle società agricole molte attività produttive erano formate da piccole aziende a gestione familiare basate sulla tradizione lavorativa del casato.
Sappiamo che l’essere umano ha una dipendenza quasi totale dalla sua società, ha infatti grosse difficoltà a sopravvivere al di fuori di essa; se dunque la società umana si fonda sulla famiglia, sul clan familiare e poi sul villaggio è ovvio che questi siano dei valori molto importanti e in effetti è stato sempre così finché è durata la società tribale, ma quel mondo oggi è scomparso.
La struttura sociale del villaggio ha iniziato il suo declino con le antiche società agricole che, con il sensibile aumento dei membri, portarono alla creazione di diverse classi sociali; in tali nuove comunità venivano anche utilizzate grandi masse di schiavi ai quali, come abbiamo già detto, non poteva essere concesso di avere una propria organizzazione sociale perché avrebbero potuto usarla per ribellarsi; il casato mantenne una sua importanza economica nella popolazione libera e dedita all’artigianato e al commercio, ma perse il suo ruolo politico che rimase riservato alla classe dominante. Nel medioevo occidentale la mancanza della struttura sociale degli schiavi venne ereditata dai servi della gleba, i quali rimasero quindi in un ruolo sociale subordinato; allo stesso modo il casato mantenne la sua importanza economica nelle popolazioni dedite all’artigianato e al commercio, ma rimase privo di un ruolo politico nella società; solo nella classe nobiliare il clan mantenne tutto il suo valore, anzi venne rafforzato come elemento distintivo rispetto alle altre classi sociali. Ancora oggi i nobili vanno fieri della storia del proprio casato che viene da loro tramandata nei secoli e questa è la sola cosa che ancora li distingue dai plebei.
Nel mondo attuale la massa dei cittadini a sua volta ha ereditato la disorganizzazione sociale dei servi della gleba, mantenendo la mentalità ed il loro ruolo subordinato nei confronti dell’autorità dello Stato a dispetto di tutte le leggi democratiche; la grande industria ha ridotto ai minimi termini l’artigianato e il commercio a gestione familiare e con essi la loro tradizione culturale lavorativa basata sul piccolo casato; nelle repubbliche democratiche la ricca borghesia industriale ha spodestato la classe nobiliare togliendole il primato politico e quindi, anche per i nobili, il casato ha perso molta della sua importanza rimanendo una vuota tradizione.
Il clan familiare si presenta allora oggi come un valore in agonia, non ha più alcuna funzione politica ufficiale, quella economico-culturale è scomparsa o quasi e quella sociale, intesa come guida alle pubbliche relazioni fra parenti, non è più praticabile in quanto i figli molto spesso si trasferiscono in altre città in cerca di lavoro. La naturale struttura sociale dell’umanità non solo è andata persa, ma sembra che non possa nemmeno più ricostruirsi. Questo fenomeno ha danneggiato anche la famiglia in senso stretto, la quale ha mantenuto la sua funzione biologica e culturale, ma ha perso quella politica e sociale che aveva quando era inserita in un clan: un tempo, vivendo nello stesso villaggio, ognuno conosceva e frequentava tutti i propri parenti, la propria reputazione era legata a quella del casato e gli anziani ne erano i naturali rappresentanti, da cui il prestigio di cui godevano; la famiglia era un valore sacro ed era effettivamente alla base della società. Oggi, quando si sostiene che lo Stato si fonda sulla famiglia, si afferma semplicemente il falso: lo Stato non è più una federazione di famiglie come lo era l’antica classe nobiliare o il villaggio tribale e ciò è provato dal fatto che, quando si invocano provvedimenti a favore della famiglia, le autorità politiche possono puntualmente ignorare tali richieste senza danneggiare sé stesse.
È doveroso però far presente che la perdita della vecchia struttura sociale presenta anche notevoli aspetti positivi: si trattava di una struttura molto solida, ma anche molto autoritaria; la subordinazione dell’individuo alla famiglia era quasi assoluta, in particolare per le donne; tutti erano tenuti a mantenere un comportamento pubblicamente accettabile non solo perché ritenuto giusto, ma per tutelare l’onore del casato. La celebre storia di Giulietta e Romeo oppure la pratica dei matrimoni combinati in uso particolarmente fra i nobili ci danno un’idea di quanto potesse essere duro ed invasivo il controllo del clan familiare sui suoi membri. La figura del nonno severissimo, la cui parola era incontestabile e quella del padre padrone fanno parte di un passato molto recente e certo è che il mondo antico era lontanissimo dal concetto di democrazia. Con il tramonto del vecchio sistema sono venuti meno anche alcuni dei sui aspetti peggiori.
La perdita del ruolo politico del clan, iniziata con l’avvento delle società agricole basate sullo schiavismo, ha tuttavia aperto un baratro di separazione fra il singolo individuo e l’autorità statale; si tratta di una ferita che non si è mai rimarginata e anzi, con la formazione delle grandi città attuali, abbiamo perso anche il ruolo sociale del villaggio, cioè di una comunità unita da profondi legami di parentela, amicizia e conoscenza profonda dovuta alla convivenza; oggi viviamo in una società di estranei. Dobbiamo dunque concludere che il nucleo familiare è un valore politicamente mutilato e quindi vulnerabile, per questo va tutelato con particolare attenzione; il casato è invece un valore che è andato perduto e non può essere tutelato in quanto non esiste più, infine anche il concetto di comunità deve essere riesaminato, avendo subito profonde trasformazioni.

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UN CONCETTO DA APPROFONDIRE
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3.a.9 – Dove è finita la nostra comunità?

9 Giugno 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

comunitàDove è finita la nostra comunità?

Oggi sappiamo che l’umanità ha vissuto per almeno il 97% della sua esistenza in villaggi tribali, come presumibilmente hanno fatto anche molti dei nostri antenati ominidi; da sempre quindi siamo animali sociali che per natura formano delle comunità. In questo contesto per comunità si intende un gruppo di individui che non solo condividono lo stesso territorio, ma vivono vicini l’uno all’altro conducendo una vita in comune, interagendo continuamente fra loro.
Sappiamo anche che un grande villaggio, al crescere nel tempo della popolazione, poteva suddividersi in vari villaggi che, mantenendo fra loro contatti di buon vicinato, formavano delle alleanze a scopo sia militare che commerciale; si può allora osservare il passaggio da una popolazione riunita in un unico villaggio, ovvero da una piccola comunità con fortissimi legami di parentela e amicizia al suo interno, nonché con una ben precisa identità culturale (linguistica, religiosa, ecc.) ad una popolazione con la stessa identità culturale e facente parte di una stessa entità politica (la federazione di villaggi) che però risulta suddivisa in varie comunità.
I legami di parentela fra membri di villaggi diversi sono in genere meno stretti o possono non esistere affatto, gli incontri sono necessariamente occasionali e le amicizie assai più difficili da coltivare, alcuni membri possono essere fra loro estranei e quindi non vi è dubbio che si tratta di comunità separate, sebbene facenti parte della stessa società unita politicamente e culturalmente; manterremo quindi distinti i concetti di comunità e di società poiché la popolazione di una società umana, anche nel mondo tribale, non vive sempre in comune, ma in genere è suddivisa in comunità diverse.
Una caratteristica che ritroviamo sia nelle comunità tribali, sia in quelle agricole, è una complessa organizzazione interna con una rigida gerarchia, basata su clan familiari o altri sottogruppi (contadini, artigiani e mercanti; anziani, adulti, giovani e bambini; maschi e femmine, ecc.); una seconda proprietà che possiamo osservare nelle comunità è la loro autosufficienza, cioè la loro indipendenza le une dalle altre.
Nei piccoli centri urbani moderni, composti da poche migliaia di abitanti, ritroviamo alcuni aspetti tipici delle comunità umane: tutti i membri si conoscono personalmente; la reputazione del singolo viene spesso estesa alla sua famiglia ed è ben nota a tutti, in quanto le voci corrono in fretta; vivendo a stretto contatto si forma una sorta di opinione pubblica che osserva e giudica tutti, rivelandosi spesso fin troppo invadente e oppressiva; vi è una notevole uniformità culturale; in caso di necessità si manifesta una grande solidarietà collettiva.
I piccoli paesi però non sono più autosufficienti in quanto sono ormai strettamente legati da un punto di vista economico e politico al resto della società. Il concetto di società può ancora essere identificato con quello di nazione da un punto di vista politico, ma da quello economico è necessario estenderlo almeno a tutto il mondo occidentale se non a tutto il globo terrestre. Oggi si parla infatti di economia globale e nessuno si sorprende di trovare in un paesino sperduto una varietà di prodotti costruiti in Cina, Giappone e Stati Uniti, con materiali provenienti magari dall’Africa, dall’India o dal Sud America.
Nelle grandi città moderne troviamo cambiamenti ancora più profondi: data la grande concentrazione di persone, le risorse locali sono sempre insufficienti e la dipendenza economica dall’esterno diviene totale. Il grande numero dei cittadini rende impossibile che tutti si conoscano di persona, ma anche il vicino di casa può essere un perfetto sconosciuto, i contatti personali sono limitati al proprio nucleo familiare, ai colleghi di lavoro ed a un ristretto gruppo di amici provenienti dall’infanzia, dalla scuola, dalla palestra e di nuovo dal lavoro. In una società di estranei nessuno è interessato alla vita privata degli altri, nessuno perde tempo a giudicarti e quindi si è totalmente liberi dall’oppressiva invadenza dell’opinione della comunità; chi da un piccolo paese di provincia si trasferisce in una grande città, spesso viene preso da un esaltante senso di libertà. Chi si trasferisce dalla grande città al piccolo paese rimane invece colpito dalla sua tranquillità, dall’assenza di traffico e dal fatto di non sentirsi più soli; tutti ti conoscono e ti salutano; il cittadino ha finalmente trovato una comunità, perché evidentemente la città non lo è. Nelle grandi metropoli i contatti con i nostri amici sono frequenti, ma per vederli abbiamo bisogno di cercarli e di un pretesto per incontrarli: una serata al cinema, una pizza in compagnia, la discoteca, una partita a calcetto; queste attività esistono anche nelle comunità, ma non sono necessarie per vedersi, anzi il problema potrebbe essere quello di evitare di incontrarsi.
La differenza più sorprendente fra la vita metropolitana e quella di paese consiste nel vivere accanto ad una moltitudine di estranei che rimangono tali con il passare degli anni. Considerando che per nostra natura siamo animali profondamente sociali, è legittimo chiedersi come mai non stringiamo amicizia con i vicini di casa per formare una comunità; la risposta è che per vivere insieme è necessario svolgere delle attività in comune e non solo vivere in prossimità. In un villaggio tribale è inevitabile svolgere delle attività con i propri vicini così come in un piccolo paese forzatamente si frequenta lo stesso bar, la stessa parrocchia, la stessa piazza e gli stessi negozi; inoltre se lavoriamo in paese, anche colleghi e clienti apparterranno quasi sempre alla comunità.
In una metropoli il vicino del piano di sopra parla la nostra lingua, veste come noi e mostra la nostra stessa identità culturale, ma è un estraneo con il quale non svolgiamo nessuna attività e con cui non frequentiamo gli stessi luoghi, esattamente come se fosse un membro di un lontano villaggio alleato della nostra tribù; lo trattiamo pertanto esattamente come tale, salutandolo formalmente le rare volte che lo incontriamo per strada.
Con i nostri amici, anche se abitano lontano, il rapporto è molto diverso: rapporti informali, manifestazioni di affetto, collaborazione in attività divertenti e ludiche svolte nel tempo libero. Per certi aspetti tale rapporto è simile a quello che si avrebbe con i membri del nostro villaggio ideale, ma con alcune differenze significative:
• con i nostri amici siamo per definizione sempre in buoni rapporti, mentre nel villaggio troviamo anche profondi rancori e terribili rivalità;
• i nostri amici non si conoscono tutti reciprocamente, cosa impossibile in un villaggio.
Con i colleghi di lavoro, se facciamo parte di una grande azienda sviluppiamo un rapporto molto simile a quello del villaggio naturale, come in una tribù ci si ritrova in una condizione di necessaria ed inevitabile convivenza e ci si divide in piccoli gruppi di amici in perenne rivalità fra loro, spesso troviamo rancori e solidarietà nello stesso ambiente e tutti conoscono tutti proprio come nella vita tribale; tuttavia questo accade solo nelle aziende con decine di dipendenti e comunque i rapporti terminano alla fine dell’orario di lavoro. Di norma sul lavoro non ci si considera, giustamente, una comunità di colleghi.
La nostra natura ci porta quindi a ricostruire in qualche modo il nostro ambiente sociale naturale, ma questo è limitato all’ambiente di lavoro o frammentato in diversi circoli di amici; da questo possiamo dedurre che appartenere ad una comunità è una nostra profonda esigenza psicologica, è una necessità che costituisce quindi un valore ancora attuale, sebbene in evidente crisi.
Ancor più della famiglia il nostro villaggio sociale ha perso molte delle sue funzioni: non ha più alcun ruolo politico, non è più una unità economica autosufficiente, non è più in grado di avvolgerci ed influenzare la nostra vita, sia nel bene che nel male, spesso non è in grado di offrirci nemmeno una gerarchia da scalare, lasciandoci in un inevitabile stato di subordinazione sociale. La comunità è stata soppiantata in molte delle sue funzioni da quella che chiamiamo società e nelle città ha perso la sua identità e il suo ruolo sociale, si tratta di un valore quasi del tutto scomparso, estremamente vulnerabile, che va tutelato con particolare attenzione come le specie in via di estinzione.

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3.a.10 – La patria è un valore?

10 Giugno 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

patriaLa patria è un valore?

Spesso al posto della parola comunità si usano altri termini come società, collettività, nazione, patria, stato; ciò appare ragionevole in quanto, come abbiamo detto, molte delle antiche mansioni un tempo svolte dalle comunità tribali sono oggi svolte dalla società, identificabile con uno stato nazionale. La propria patria può dunque apparire come un’evoluzione ingigantita dell’antica tribù, tuttavia la storia ci insegna che le cose non sono andate così; le nazioni attuali sono principalmente l’evoluzione delle antiche società agricole basate sullo schiavismo, le quali non erano semplici estensioni delle antiche tribù, ma una combinazione di popolazioni dominate e dominanti. La nostra società nasce come aggregato di tribù diverse e nemiche e non come sviluppo di un unico omogeneo villaggio; questo spiega alcuni singolari fenomeni come la suddivisione in classi sociali, le guerre per interessi privati o di una ristretta minoranza, lo scarso peso politico della maggioranza della popolazione anche nei sedicenti paesi democratici e le rivolte popolari; negli antichi imperi, come quello persiano o romano, questi erano fenomeni già presenti ed evidentemente dovuti all’esistenza di una popolazione dominante che deteneva il potere politico ed economico; le guerre venivano dunque combattute per i suoi interessi anche a danno della restante popolazione, una popolazione di dominati, quindi senza peso politico, a volte suddivisa in liberi e schiavi che, avendone l’opportunità, organizzava rivolte ed insurrezioni per riconquistare il potere.
In un antico villaggio le rivalità interne potevano portare alla scissione in due villaggi distinti e non avrebbe avuto senso una guerra fratricida per imporre la riunificazione; in uno stato occidentale invece ogni scissione viene vista come un atto di insubordinazione nei confronti del potere centrale che va represso con la violenza, esattamente come poteva accadere nei confronti di una provincia romana ribelle. L’analogia di questi comportamenti non è certamente una coincidenza.
A questo punto è opportuno ricordare che le popolazioni umane dominanti tendono ad instaurare con le popolazioni dominate un rapporto del tipo uomo – bestiame; nella nostra società si è infatti ripetuto un fenomeno tipico dell’allevamento: le pecore, ad esempio, sono animali sociali i cui antenati vivevano in branchi dominati da un capo che ne costituiva la guida ed in qualche modo ne rappresentava l’unità e quindi l’identità; oggi il pastore si sostituisce al capo del branco, guida e se necessario protegge il gregge dai predatori e il branco lo segue come è nella sua natura. Questo di certo facilita molto il lavoro dei pastori, i quali ovviamente non esitano poi a macellare gli agnellini a Pasqua od anche tutto il branco se conveniente. Tale fenomeno risulta utile per ogni tipo di allevamento di animali sociali, compresi gli esseri umani stessi.
Seguendo il principio del rapporto uomo – bestiame i grandi imperi dell’antichità, come le monarchie successive, si sono sostituiti al ruolo del naturale villaggio tribale e noi, animali sociali, secondo la nostra natura abbiamo seguito e ci siamo affidati ad una società che non era la nostra, ma della popolazione dominante; l’imperatore o il re rappresenta l’unità e l’identità della nazione come ogni capo-branco o pastore che si rispetti; al villaggio e al suo territorio sono subentrati la nazione e la patria. In nome dei re, per i loro interessi o per quelli dell’aristocrazia che li sosteneva, sono stati accettati innumerevoli privilegi, discriminazioni, ingiustizie e guerre; come nell’allevamento la popolazione veniva alimentata e protetta per poi essere sfruttata con il lavoro o le tasse o fisicamente sacrificata in battaglia.
Queste nuove strutture politiche hanno portato anche notevoli vantaggi economici e politici; i grandi commerci, la grande industria e di conseguenza la moderna tecnologia probabilmente non si sarebbero sviluppati senza di esse e nemmeno le attuali libertà democratiche che sono una conseguenza dello sviluppo industriale. Non possiamo però nasconderci che alla base di tutto questo c’è un inganno: gli stati nazionali sorti in occidente dopo il medioevo sono l’evoluzione di un villaggio dominante e non del nostro; in essi i servi della gleba hanno infatti mantenuto sostanzialmente la condizione degli schiavi, animali allevati per soddisfare le esigenze dei dominanti, educati a servire la loro patria come se fosse la propria.
Una serie di tentativi per cambiare questo stato di cose vennero fatti in Europa dalla rivoluzione francese in poi, cercando di togliere il potere alla classe dei nobili a beneficio del popolo. Questi tentativi furono però di fatto guidati da una particolare classe emergente, la borghesia, che aveva particolari esigenze di cambiamento ed innovazione e che divenne infine la nuova classe dominante.
Questo cambio di regime, con l’introduzione dei diritti democratici, portò dei vantaggi anche alla popolazione dominata, sia di tipo economico che sociale come la libertà individuale, di associazione, di impresa e le protezioni legali per l’individuo nei confronti dello stato; questi sono vantaggi indiscutibili per la popolazione dominata, ma la struttura della società rimase simile alla precedente e con essa anche la mentalità e la condizione della popolazione dominata, assolutamente non in grado di autogestirsi dopo secoli di servitù; in questo modo venne favorita la formazione di nuove classi dominanti.
Nelle antiche monarchie il potere politico ed economico veniva mantenuto sia con un’adeguata propaganda ingannevole, basata su falsi valori quali l’unità nazionale (unità dei territori del monarca), la patria (terra dei padri ora posseduta da altri), false legittimazioni (il monarca governa per volontà di Dio, per diritto divino), false informazioni (la povera gente è destinata a rimanere tale, è sempre stato così, è una razza inferiore che non potrà mai competere per cultura e valore con i nobili), sia con la forza attraverso gli eserciti, le forze di polizia, la segregazione arbitraria, la tortura e la pena di morte.
Nelle moderne nazioni di tipo occidentale, grazie ai diritti democratici sopra citati, è stato ridotto od abbandonato l’uso della forza, ma ciò ha spinto la classe dominante ad incrementare l’uso dell’inganno per il mantenimento del potere. Questa attività è stata agevolata dallo sviluppo di nuovi strumenti come i giornali, la televisione e gli studi di alta psicologia sulla persuasione.
Una conferma che rispetto al passato poco è cambiato nella sostanza ci viene data dalla propaganda di stato a scopo bellico: un tempo se l’aristocrazia aveva mire espansionistiche verso una regione confinante si diffondevano affermazioni del tipo: “Sono una minaccia, dobbiamo attaccare per primi.”; “Dobbiamo portare la civiltà su territori selvaggi” oppure ” Si deve portare la vera fede fra i pagani”; oggi spesso su tutti i mass media si sente dire: “Sono una minaccia è opportuna una guerra preventiva” (le prove di tale minacce risultano poi alla storia false oppure le minacce erano dovute a provocazioni); ” Dobbiamo portare la nostra economia superiore in quelle povere regioni” (nelle quali sotto il dominio occidentale la povertà continua a crescere); “Dobbiamo portare la democrazia in questi paesi arretrati civilmente” ( dopo che la dittatura in quel paese è stata da noi sostenuta e finanziata per decenni).
Se gli attuali governi occidentali raggirano in modo così scandaloso, oltre che sfacciato, il proprio popolo è evidente che non possono essere governi democratici, cioè governi che rispettano il popolo e la sua volontà ed è altrettanto palese che il popolo è ancora guidato e sacrificato come bestiame. Ne segue che il processo di democratizzazione iniziato dai rivoluzionari del settecento non è concluso e che il loro compito deve essere ripreso dalle generazioni attuali; grazie all’impegno di questi eroi del passato, oggi rispetto ad allora abbiamo il grande vantaggio di non dover ricorrere alla violenza, con tutti i rischi che ciò comporterebbe, poiché la classe dominante governa principalmente con l’inganno e quindi il campo di battaglia si è spostato dalle barricate nelle piazze ai blog di controinformazione su internet.
Come sappiamo l’evoluzione può essere positiva o negativa, ma non torna mai indietro e dunque per tutelare la nostra vita e il nostro benessere dobbiamo andare avanti: non possiamo più rinunciare all’economia industriale e alla collaborazione di milioni di persone dell’attuale società; i piccoli villaggi non possono più svolgere il ruolo politico di un tempo e quindi oggi noi abbiamo bisogno di una vera patria nazionale.
Ora noi sappiamo che la patria e la nazione sono stati sempre dei valori fittizi, forme gravissime di inquinamento psicologico che hanno costituito un danno per la vita individuale, per la vita della famiglia e per la vita di tutta la popolazione; tale situazione perdurerà fino a quando non riusciremo a creare delle nazioni veramente democratiche che mettano in primo piano la tutela e gli interessi dei propri cittadini. La patria non è mai stata e attualmente ancora non è un autentico valore, ma deve essere considerata come un importante valore per il futuro, un obiettivo da realizzare senza ulteriori indugi.

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APPROFONDIMENTI
 libro1  IMPEROMONARCHIAPENA DI MORTEPROPAGANDATORTURA

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CONCETTI IN PILLOLE                                                                            
pillola   n. 21 –  IL RE ED IL PASTORE                                                                    Il Re e il Pastore

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3.a.11 – Esistono valori globali?

11 Giugno 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

globalizzazioneEsistono valori globali?

Avendo esaminato il valore della vita dell’uomo e le sue relazioni con il contesto sociale, risulta opportuno soffermarsi anche sul contesto ambientale. Si tratta di un valore assolutamente nuovo in quanto l’ambiente in passato non aveva mai avuto bisogno di particolari tutele e appariva come una cornice eterna e inattaccabile, al di fuori della nostra influenza; nessuno ha mai dubitato dell’importanza dell’ambiente, ma non poteva essere visto come un bene da gestire.
Oggi la situazione è ben diversa, sappiamo che la nostra vita ha avuto origine e dipende dall’ambiente naturale, che ogni danno all’ambiente si ripercuote inevitabilmente sul nostro benessere. Nell’ultimo secolo i danni arrecati ai vari ecosistemi del pianeta sono stati di tale portata da rendere urgente un cambiamento culturale che inserisca l’ambiente naturale fra i valori fondamentali da proteggere. Tale processo è già in atto, ma non si sta sviluppando con la necessaria velocità che la gravità della situazione imporrebbe.
Si tratta inoltre di un valore da proteggere necessariamente attraverso una collaborazione internazionale e ciò complica ulteriormente le cose perché una simile alleanza politica non è mai esistita; è altrettanto vero che una simile alleanza è sempre più necessaria per affrontare problemi globali quali la gestione dell’economia, la sovrappopolazione e tutti i problemi legati all’umanità nel suo insieme. Il recente avvento dei problemi globali, cioè quelli che ci interessano tutti, fa paradossalmente acquistare un nuovo valore all’umanità nel suo complesso in quanto risorsa indispensabile per la soluzione dei suddetti problemi.
Esaminando il ruolo dell’ambiente e dell’umanità nella nostra vita, abbiamo compreso come l’intero fiume della vita, anche nei suoi rivoli più distanti da noi, sia un valore da proteggere.

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APPROFONDIMENTI
 libro3   AMBIENTE

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    LESTER RUSSEL BROWN   stella3
                                     

CONCETTI IN PILLOLE                                                                            
pillola   n. 22 –  I VALORI GLOBALI
                                                            I Valori Globali                         

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