Capitolo 5.b

30 Settembre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

IL CORALLO UMANO

Tuffiamoci insieme ad ammirare i coralli. I coralli sono costruzioni calcaree marine di riconosciuta bellezza, opera di piccoli animaletti lontanamente imparentati con le meduse. Tali animali vivono in grandi colonie dentro il corallo dal quale non si staccano mai, esponendo all’esterno solo i loro tentacoli che sembrano dei piccoli fiori. La cosa che ci interessa è che lo scheletro calcareo della colonia, il corallo, è una struttura che ci appare di una certa complessità, date le sue numerose ramificazioni, ma il criterio con cui viene costruita è semplicissimo: ogni piccolo “colono” costruisce la sua casa, un pezzetto di corallo nel quale vive, e genera altri coloni che fanno altrettanto, ripetendo sempre lo stesso schema. I bellissimi coralli che ammiriamo sono dunque il risultato dell’attività di centinaia di animaletti che rivestono lo stesso ruolo. Abbiamo una costruzione che segue il caratteristico disegno della propria specie, dovuta a un grande numero di individui uguali fra loro, i quali senza specializzazione eseguono tutti lo stesso tipo di lavoro. Si tratta in effetti di un piccolo miracolo della natura che ci insegna come a volte sia possibile eseguire opere complesse semplicemente sommando attività più semplici, senza particolare specializzazione.
Si tratta di una possibilità che anche noi esseri umani possiamo prendere in considerazione davanti a problemi come la disinformazione o la gestione culturale. Come sappiamo infatti chi controlla le nostre informazioni e la nostra cultura controlla anche le nostre scelte, quindi per essere liberi, ovvero intellettualmente indipendenti, è necessario gestire il più possibile in modo autonomo le informazioni e la cultura, proprio come facciamo con il nostro conto corrente in banca per essere indipendenti economicamente. Una gestione individuale è il sistema più decentrato che riusciamo a concepire, ma ci appare anche contro la nostra natura di animali sociali, non possiamo essere totalmente indipendenti l’uno dall’altro.
I coralli appunto ci suggeriscono che è possibile una soluzione che contemperi entrambe le esigenze, cioè una gestione estremamente decentrata che realizzi un sistema collettivo efficiente e più complesso di quello realizzabile dal singolo individuo. Vediamo dunque come costruire dei sistemi simili ai coralli, ma formati da uomini.

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5.b.1 – Quali sono i nostri obiettivi finali?

1 Ottobre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Quali sono i nostri obiettivi finali?

Abbiamo più volte posto in evidenza l’importanza della cultura per la sopravvivenza dell’essere umano e non deve quindi sorprendere che l’incapacità di gestire la propria cultura e la sua evoluzione sia uno dei nostri problemi radice. Per affrontare tale problema ci siamo posti due obiettivi fondamentali:
• sviluppare un adattamento culturale che permetta una gestione della cultura da parte del singolo individuo;
• affidare a un’organizzazione veramente democratica la gestione della cultura su larga scala per la collettività.
La gestione affidata al singolo individuo dovrà corrispondere alla produzione di una piccola cella di corallo; sommando le varie unità si dovrà poi formare una struttura democratica per la gestione collettiva della cultura, ovvero il secondo obiettivo che ci siamo posti.

 

 

 

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5.b.2 – A cosa serve la cultura?

2 Ottobre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

A cosa serve la cultura?

Da un punto di vista biologico la cultura è un’integrazione del patrimonio genetico che, con il tempo, nell’essere umano ha assunto una sua propria autonomia. Ogni adattamento culturale è la soluzione di un problema, la funzione principale della cultura è dunque quella di aiutare la nostra vita, si tratta di un patrimonio di enorme valore pratico. È bene ricordare che esistono anche altre finalità, come quella di tramandare caratteri di identità collettiva: ogni regione ha il suo dialetto, ogni generazione ha un suo particolare vocabolario, ma tutti i linguaggi sono fra loro equivalenti, tali differenze non sono soluzioni a problemi diversi, sono come le innocue varianti genetiche individuali, non danneggiano né favoriscono nell’immediato la sopravvivenza, ma hanno lo stesso un ruolo fondamentale nell’evoluzione.
Quando parliamo di gestione culturale tuttavia, intendiamo prima di tutto valutare proprio di quale cultura abbiamo effettivamente bisogno nella vita, da un punto di vista essenzialmente pratico, perché l’ambiente dove viviamo, e quindi i nostri problemi, sono profondamente cambiati e molte delle nostre tradizioni culturali, a cominciare da molti luoghi comuni, non sono più valide.

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5.b.3 – Da dove inizia la gestione della propria cultura?

3 Ottobre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Da dove inizia la gestione della propria cultura?

Un bambino impara seguendo la sua curiosità personale, giocando da solo o con altri, sia bambini che adulti. Il ruolo dell’adulto è importante anche nel gioco, durante il quale partecipa all’educazione del piccolo. Un ulteriore contributo è dato dall’incoraggiamento che viene dato ai bambini a svolgere determinati giochi piuttosto che altri, si tratta di un’elaborata forma di insegnamento del tipo “esperienza guidata”.
I bambini si fidano dei loro genitori, e la motivazione dei primi è strettamente legata all’approvazione dei secondi. Per quanto un padre e una madre si sforzino di spiegare al loro figlio in tenera età dei vantaggi che avrà nella vita adulta dall’essere ubbidiente o dal prendere buoni voti a scuola, il motivo principale per cui il piccolo ubbidirà o studierà sarà sempre quello di fare contenti i genitori e non curare i suoi lontani interessi futuri. Nell’educazione dei bambini sono pertanto gli adulti che stabiliscono cosa deve sapere il piccolo.
Anche gli adulti sono curiosi, anche a loro piace giocare, ma se devono imparare qualcosa in genere non lo fanno per accontentare i genitori, ma per soddisfare delle proprie esigenze ovvero risolvere dei problemi; questo è un modo per gestire la propria vita, un’attività che tipicamente distingue l’adulto dal bambino. Nella vita adulta è quindi l’individuo stesso che stabilisce cosa ha bisogno di sapere. È allora perfettamente naturale che un adulto, nello scegliere i suoi interessi culturali, segua il criterio dell’utilità pratica, oltre quello di assecondare i propri gusti personali e la tradizione collettiva. I possibili criteri per valutare l’importanza dei vari ambiti culturali sono già stati discussi in precedenza, ma è opportuno richiamarli brevemente: una nozione risulta più utile di un’altra se:
• viene usata in un’attività più importante
• le sue applicazioni sono più numerose
• viene utilizzata da un maggior numero di persone
• viene usata più spesso.
In base a questi criteri generali possiamo facilmente individuare come categorie culturali particolarmente importanti le seguenti:
• la cultura della collaborazione, che include il linguaggio verbale, quello scritto ed ogni altra forma di comunicazione, nonché l’educazione a valori quali l’amicizia, il rispetto, il lavoro, la famiglia, lo spirito di gruppo, la democrazia e le regole di un corretto comportamento sociale (le buone maniere), l’onestà; la sua importanza è legata al ruolo fondamentale che essa svolge per la sopravvivenza dell’individuo e della comunità, ma allo stesso risultato si giunge anche con gli altri criteri;
• la cultura della cura del proprio corpo, che diffonde le norme igieniche, lo sport, una dieta sana ed equilibrata, nonché le norme di sicurezza nelle varie situazioni: lavoro, spostamenti, tempo libero e l’educazione a valori come la vita e la salute; anche in questo caso l’importanza per la sopravvivenza dell’individuo è di tutta evidenza;
• la cultura di base, su cui si fonda quella specialistica e che comprende molte discipline scolastiche come matematica, storia, geografia e filosofia, nonché valori come la conoscenza, l’oggettività, la coerenza e l’umiltà; la sua importanza è legata al numero di applicazioni che ne derivano e dal numero di persone che ne fanno uso;
• la cultura specialistica, tipica del mondo del lavoro il cui ruolo per la sopravvivenza dell’individuo e della comunità è indiscutibile;
• la cultura comune, che include tutto ciò che riguarda attività frequenti e molto diffuse, come l’uso dell’automobile o del televisore, la cui importanza è dovuta proprio al largo uso che ne viene fatto.
Queste cinque categorie rientrano sicuramente tutte nella cultura di cui abbiamo un bisogno reale ed oggettivo nella vita, quella appunto che dobbiamo gestire con il nostro personale giudizio. Possiamo facilmente notare però che la maggior parte di noi si sente ben preparata solo nelle ultime due o tre; nelle prime due, che sono così strettamente legate alla sopravvivenza ed al benessere sia fisico che psicologico, presentiamo tutti gravi lacune; di fatto siamo stati educati a delegare la loro gestione alla tradizione o alle istituzioni. Quanti infatti si pongono il problema di stabilire a quale gruppo appartengono o sarebbe bene appartenere? Non aderiamo forse al gruppo dei tifosi di una squadra di calcio solo perché va di moda? Vi è forse un qualche vantaggio pratico?
Tutti invece troviamo difficoltà a identificarci con il gruppo dei cittadini insoddisfatti, dei truffati, di quelli che pagano le tasse, semplicemente perché la tradizione non ci ha fornito dei simboli distintivi per identificarci come tali; truffatori e politici disonesti, fonte delle nostre principali disgrazie ed insoddisfazioni, sono gruppi nascosti, parlano e vestono come noi e tanto basta per accoglierli nel nostro gruppo generico ed anonimo, mentre siamo pronti alla competizione se non alla guerra con i tifosi della squadra avversaria, facilmente identificabili dai loro colori. Quanti di noi oggi, pur avendo un buon lavoro, lo considerano un valore piuttosto che un peso da evitare?
Della cattiva educazione riguardo alla democrazia, a cui tutti noi siamo stati sottoposti, abbiamo già parlato a lungo, ci limitiamo qui a ricordare che essa è alla base di quasi tutti i nostri problemi. Ancora più evidente è la nostra cattiva educazione per quanto riguarda la cura della nostra salute: quanti di noi trascurano le norme di sicurezza alla guida, sul lavoro o praticando dello sport? Quanti di noi praticano delle diete senza criterio copiate da inattendibili riviste al solo fine di fare bella figura sulla spiaggia? Quanti di noi fumano od usano altre sostanze tossiche? Non vi sono dubbi allora che vi sono tradizioni culturali molto importanti che siamo abituati a trascurare per semplice imitazione o consuetudine. Una buona gestione culturale inizia dunque dallo stabilire di cosa abbiamo veramente bisogno di imparare e di cosa magari ci dovremmo dimenticare.

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5.b.4 – Di chi ci dobbiamo fidare?

4 Ottobre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Di chi ci dobbiamo fidare?

Gestire la propria cultura esige anche altre attività oltre a stabilire cosa è opportuno sapere; una di queste è valutare se quanto apprendiamo è valido, se è vero o falso oppure giusto o sbagliato. Con quali criteri possiamo raggiungere questo scopo? Parlando del mondo immaginario avevamo detto che la mente umana aspira alla verità, ma di fatto cerca qualunque cosa possa soddisfare le proprie esigenze, psicologiche o pratiche, ed abbia un minimo di coerenza con l’evidenza dei fatti. Sappiamo che rafforzando un po’ tale coerenza con la verifica sperimentale e con misure di precisione adeguate si ottiene la scienza attuale; i criteri fondamentali sono dunque la coerenza e l’utilità.
La difficoltà di queste valutazioni è che spesso vengono fatte a livello inconscio, in modo acritico, senza controllare se il risultato sia soddisfacente da un punto di vista razionale oltre che da quello psicologico; altre volte tali valutazioni non vengono proprio fatte perché ci si affida istintivamente al pensiero dominante, alle dicerie o all’autorevolezza di qualche noto personaggio.
Iniziamo dal caso più semplice, valutiamo una nostra scoperta personale: sappiamo di non essere infallibili, che per nostra natura a volte rifiutiamo o alteriamo la verità dei fatti per quanto evidente essa sia, ma sappiamo anche che questo meccanismo è alla base del processo che ci permette di conoscere il mondo, non possiamo farne a meno, ma solo cercare di gestirlo al meglio. L’esperienza storica ci ha insegnato come fare:
• le nostre idee vanno accuratamente confrontate con l’evidenza dei fatti con la quale devono essere coerenti, per poi rispondere con delle verifiche ad ogni dubbio sollevato;
• rifiutare il concetto di idea indiscutibile, essere pronti a mettere in discussione qualsiasi cosa, coltivare l’umiltà necessaria per accettare le critiche;
• non cercare la perfezione nell’immediato, ma migliorare nel tempo il proprio sistema di credenze.
Accettiamo dunque la nostra natura, la nostra cultura non può essere sempre giusta, ciò che crediamo non può essere sempre vero, ma si può migliorare eliminando ciò che è inutile, dannoso ed incoerente con l’esperienza, poiché evidentemente non può essere né utile, né vero.
Con un po’ di pratica possiamo applicare tali principi a ciò che conosciamo bene e che è frutto della nostra esperienza, ma cosa possiamo fare con ciò che invece apprendiamo dagli altri? Si tratta ovviamente di qualcosa che è stato concepito da altri, quindi sempre frutto dell’intelletto umano e pertanto non potrà mai essere sempre vero o sempre giusto; pretendere un amico, un esperto o un insegnante infallibile significa vivere fuori della realtà. Gli amici in particolare svolgono un ruolo fondamentale nella formazione culturale dell’essere umano adulto: sappiamo che è chiacchierando piacevolmente con i conoscenti che si diffondono le opinioni, i modi di pensare e di vedere il mondo, come pure i consigli su come affrontare nuove situazioni e nuovi problemi. Fra gli adulti la cultura si diffonde principalmente fra pari ed i moderni studi sull’apprendimento confermano che impariamo con maggiore efficacia attraverso questo canale. Nel mondo moderno vi sono però anche altri canali molto importanti, ad esempio la televisione, i giornali e le riviste, che non fanno solo informazione, ma anche cultura, vi sono poi i corsi post-universitari o i corsi di formazione professionale.
Quando qualcuno ci parla di argomenti che non padroneggiamo bene, spesso non è possibile controllarne la coerenza o l’efficacia e tantomeno valutare eventuali critiche; siamo dunque costretti a fidarci ciecamente? Ciò si può evitare valutando il modo in cui l’argomento ci viene presentato, da esso infatti si può capire se chi ci parla, l’esperto, ha eseguito uno studio serio sull’argomento ed ha a sua volta applicato le regole anzidette. Se nell’esposizione non si fa cenno ai fatti su cui si basa il discorso, se questo poggia solo sulla consuetudine e simili, allora è chiaro che non ci si può fidare, può anche darsi che sia tutto vero, ma non vi è motivo di crederlo, meglio essere prudenti.
Da una valutazione della cultura siamo dunque passati ad una valutazione delle persone che ci donano la loro cultura, dalla loro affidabilità discende quella dei loro insegnamenti. Il vantaggio è che per giudicare le persone non è necessario essere degli esperti della loro materia, è una attività alla portata di tutti. Tale valutazione può essere tanto più precisa quanto meglio si conoscono, a livello personale, tali esperti; è bene dunque rivolgersi per quanto possibile a persone ben note, entro la propria cerchia di amici o magari dentro il proprio villaggio, per le quali nutriamo una consolidata stima sotto questo aspetto.
Lo scopo finale è quello di rendere massima la probabilità che quanto ci viene detto sia vero od equivalente al vero, perlomeno rispetto alle nostre esigenze; non è un comportamento che garantisce la verità assoluta, ma almeno è conforme alla natura ed alle possibilità umane.

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5.b.5 – Come si diffonde la cultura?

5 Ottobre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Come si diffonde la cultura?

Affinché le nuove idee possano essere utilizzate, spesso è necessario che si diffondano, che siano condivise con la comunità. Una terza attività fondamentale nella gestione della cultura è la sua diffusione, sia fra adulti che verso le nuove generazioni; questo in genere comporta la partecipazione di molti individui, anche migliaia, e quindi si deve affrontare il problema dell’organizzazione.
Il primo canale che consideriamo è quello naturale del passaparola fra amici e conoscenti, attraverso di esso ciascuno può presentare agli altri i risultati della propria gestione, ovvero la sua personale selezione degli argomenti e le sue valutazioni. A questo punto gli altri devono solo ripetere l’operazione, ovvero valutare l’importanza del tema trattato, nonché la credibilità dell’interlocutore e delle sue fonti, e diffondere il messaggio ad altri, ecco un primo esempio di corallo umano. Si tratta in effetti di fare quello che già ora tutti fanno, ma con un pizzico di tecnica in più al fine di filtrare solo le opinioni, le conoscenze e le informazioni più attendibili. Questa tecnica non può essere applicata durante il colloquio, perché questo è un momento di svago e divertimento e non un impegno di lavoro che richiede calma e concentrazione. La scelta degli argomenti e le relative valutazioni vanno fatte da soli, con calma e lucidità ed in un secondo momento si coglierà l’occasione, tra una chiacchiera e l’altra, di esprimere la propria opinione con competenza. Tale canale risulta agevole da utilizzare solo per trattazioni estremamente brevi di qualsiasi argomento, non risulta efficiente per discorsi che richiedono più tempo di una breve chiacchierata.
Un sistema per certi aspetti simile al precedente è l’insegnamento che i genitori impartiscono ai figli parlando o giocando con loro, si tratta anche in questo caso di una trasmissione diretta e personalizzata della cultura in cui ogni genitore trasmette l’educazione che reputa opportuna ai propri figli così come ciascuno racconta quello che vuole ai propri amici. In questo caso però non si tratta di una diffusione fra pari, i ruoli sono nettamente diversi: i genitori insegnano ed i figli imparano. Inoltre i bambini non ripeteranno l’operazione fino a che non saranno grandi ed avranno a loro volta dei figli; il ciclo è estremamente più lento e la diffusione è limitata alla famiglia e non alla comunità.
Tuttavia in questo caso è ancora più facile applicare i nostri principi della gestione culturale in quanto noi tutti in genere sentiamo sulle nostre spalle una grande responsabilità quando cerchiamo di educare i bambini e vi prestiamo molta attenzione. A differenza di quando con leggerezza parliamo con gli amici, in questo caso ci verrà naturale utilizzare le migliori tecniche di gestione che conosciamo facendo attenzione a cosa dire e come dirlo. Anche in questo caso tuttavia è necessario un lavoro di preparazione anticipato poiché altrimenti istintivamente imiteremo in modo acritico il comportamento dei nostri genitori, copiando anche i loro errori o delle tradizioni superate.

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5.b.6 – E’ importante gestire la televisione?

6 Ottobre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

È importante gestire la televisione?

La televisione è uno strumento di comunicazione e di intrattenimento estremamente potente e versatile; come tutti gli strumenti però può essere utilizzato bene o male. I filmati televisivi sono un miracolo della tecnologia: grazie ad essi possiamo vedere ed ascoltare persone e cose lontane nel tempo e nello spazio come se fossero in casa nostra. Tale strumento può essere usato per fare spettacolo oppure per materializzare storie e fantasie come al cinema. Nel momento in cui si racconta una storia però, volenti o nolenti si fa cultura; è infatti questa la principale funzione delle storie e, per qualunque motivo le si racconti, il nostro cervello le percepisce come degli esempi, come possibili modelli di comportamento da imitare quando necessario. Altro modo di fare cultura con la televisione è trasmettere i discorsi di qualcuno che esprime le proprie opinioni, sappiamo infatti che è attraverso simili discorsi che la cultura si diffonde fra conoscenti al bar, durante una pausa di lavoro e simili; la televisione si inserisce dunque nel circuito naturale della diffusione culturale e lo fa nell’intimità della nostra casa.
Se dunque dobbiamo stare attenti alla cultura che riceviamo da amici, parenti e conoscenti vari, appare logico fare lo stesso anche con la televisione, tuttavia in questo caso sono necessari alcuni accorgimenti particolari dovuti al fatto che chi ci parla attraverso la televisione non è affatto un nostro amico, è sempre dentro casa nostra, ma non è un familiare, è un perfetto estraneo che sta lavorando, ma non per noi e talvolta contro di noi, come nel caso della pubblicità, della propaganda politica, ecc..
Chi di noi affiderebbe i propri figli ad un estraneo di passaggio? Nessuno risponderà affermativamente a questa domanda, ma la verità è invece che lo facciamo tutti, perché quando li lasciamo davanti alla tv stiamo facendo esattamente questo, anche se solo da un punto di vista educativo. Un uso incauto della televisione non è un pericolo solo per i bambini, ma anche per gli adulti: seguire infatti una telenovela, degli spettacoli di varietà, dei film o dei telefilm, comporta un considerevole impiego di tempo che viene sottratto alle pubbliche relazioni, al coniuge e di nuovo all’educazione dei figli. Nelle famiglie si parla sempre meno, il tempo è sempre più scarso ed il poco che rimane lo dedichiamo alla tv; questo fenomeno porta all’isolamento sociale anche all’interno delle nostre famiglie, peraltro già in crisi.
La televisione ha indubbiamente un grande fascino e questo ci porta a dedicarle un tempo eccessivo, oltre che ad essere molto sensibili e suggestionabili ai suoi messaggi: avete mai notato che chi parla per televisione appare automaticamente autorevole e più affidabile della media? Questo anche se ha parlato come un perfetto idiota; tutto ciò vuol dire che siamo molto più vulnerabili ai condizionamenti negativi davanti alla televisione piuttosto che insieme agli amici.
Le considerazioni precedenti ci invitano ad un uso più moderato della televisione, il cui uso responsabile deve essere stabilito dagli adulti, ma come? Cosa vuol dire uso responsabile? Abbiamo detto che ogni strumento può essere usato bene o male, quale è dunque un uso positivo della televisione? Di certo se la guardiamo non è per farci del male, deve pur esserci una buona ragione per farlo. Una volta in effetti c’era, la tv era una finestra sul mondo in grado di ampliare gli orizzonti del singolo come mai nessun altro mezzo aveva fatto prima, le sue potenzialità ed i suoi benefici sembravano illimitati. Oggi le cose sono cambiate, essa è diventata il principale veicolo di disinformazione e di cattiva educazione, ha perso del tutto o quasi le sue funzioni positive. Allora per quale motivo la guardiamo ancora? Abitudine, tradizione, ignoranza e paura di regredire ai tempi in cui essa non c’era.
Bisogna però anche osservare che non è logico rinunciare ai benefici che la televisione potrebbe portare alla comunità e questo vuol dire che oltre a gestire i tempi dovremmo controllare la qualità dei suoi programmi, ma oggi non siamo assolutamente in grado di farlo. Ciascuno di noi può scegliere di guardare meno televisione, è un problema individuale, ma controllare la sua qualità è un problema collettivo come lo è la gestione di qualunque strumento di diffusione culturale: giornali, riviste, scuole, università; di nuovo si presenta la necessità di una qualche forma di organizzazione. I moderni strumenti sono molto diversi dal colloquio diretto con amici o parenti stretti e per gestirli in modo democratico dobbiamo cambiare un po’ le nostre strategie.

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5.b.7 – Chi gestisce oggi la cultura e l’informazione?

7 Ottobre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Chi gestisce oggi la cultura e l’informazione?

Gestire il passaparola fra amici come in un corallo umano è una cosa semplice perché da sempre si tratta di un’attività per sua natura decentrata; esattamente il contrario vale per la gestione di scuole, giornali e televisioni. Le scuole nella nostra tradizione da sempre sono gestite dallo Stato, il quale sceglie i professori e stabilisce i programmi di ogni materia, utilizzando gli stessi criteri in tutta la nazione; in tal modo viene garantita una certa uniformità su tutto il territorio, assai utile affinché i titoli di studio possano avere lo stesso valore dovunque vengano rilasciati. Tale sistema, se ben applicato, può garantire una vantaggiosa uniformità, ma in uno stato non democratico non garantisce in alcun modo la qualità delle scuole. In un simile contesto, se il servizio è scadente, i cittadini non hanno infatti modo di imporre che venga migliorato, né di suggerire come debba esserlo.
Attualmente la gente può solo organizzarsi, con la grande fatica che tale operazione comporta, per condurre delle manifestazioni di protesta, per chiedere, come fosse una massa di sudditi, che le sue proposte vengano ascoltate (non c’è bisogno di sottolineare che un popolo sovrano non protesta, ma dispone ed esige; avete mai visto un sovrano raccomandarsi ad un’altra autorità? Oppure sfilare con striscioni di protesta?). Puntualmente quindi le richieste vengono ascoltate, ma quasi mai esaudite. In alternativa il cittadino dovrebbe ricordarsi a quale partito appartiene il ministro dell’istruzione per non votarlo alle elezioni successive e sperare che il messaggio venga capito, cosa assai improbabile poiché tale partito avrà partecipato a tante iniziative politiche, molte non condivise, altre magari ottime, per quale di esse sarà dunque stato punito? Lo stesso accadrebbe attribuendo la responsabilità a tutta la coalizione di governo. Con un solo voto non si può esprimere con chiarezza la propria opinione sull’operato del governo riguardo alla scuola, sanità, lavoro, sicurezza e tutto il resto; se dunque un governo avesse anche ben governato in molti settori, in modo nettamente migliore del governo rivale precedente, il popolo non potrebbe esprimere il proprio dissenso riguardo la politica scolastica senza danneggiare altri settori della comunità.
I cittadini dunque non sono in grado di intervenire per ottenere un miglioramento delle scuole, ma per quanto riguarda le università le cose vanno anche peggio. Le università infatti godono di maggiore autonomia rispetto alle scuole statali, ne segue che in molti casi esse non devono rendere conto né allo Stato, né al cittadino, il quale allora risulta completamente escluso anche da un punto di vista formale. Le università risultano alla fine gestite dai cosiddetti baroni, professori inamovibili che devono rendere conto del loro comportamento solo alle lobby politiche o economiche che hanno appoggiato la loro nomina.
I professori universitari vengono nominati titolari della cattedra dopo moltissimi anni, durante i quali sono tenuti in condizioni di semischiavitù, sottopagati ed al servizio degli anziani, poiché da questi dipenderà la loro ammissione nell’eletta schiera dei professori titolari, solo chi dimostra fedeltà al sistema può sperare di fare carriera; per ottenere la cattedra infatti è necessario sostenere degli esami tenuti ovviamente dai professori più anziani. Non si deve dimenticare inoltre l’influenza occulta della politica sui finanziamenti per l’università con i quali i partiti ufficiosamente condizionano tutta la vita dell’accademia comprese le carriere dei professori.
Il risultato è un mondo universitario governato da una casta di tipo nobiliare ( i baroni appunto) tutta concentrata sul mantenimento del suo potere; in un simile contesto si può ben immaginare quanto possano essere invise ed avversate le innovazioni di qualunque tipo e le nuove idee in generale. Con il passare del tempo le università rischiano dunque di trasformarsi da centro di produzione della cultura e dell’innovazione ad istituzioni simbolo dell’arretratezza e della chiusura mentale, oltre che della prepotenza, visto l’atteggiamento tenuto da alcuni professori nei confronti degli studenti e dei propri assistenti, i quali non hanno difese legali adeguate contro le loro angherie.
Una situazione assai simile la troviamo nei giornali, i quali per sopravvivere dipendono oggi dai finanziamenti statali e di conseguenza risultano asserviti ai politici più disonesti e corrotti, i quali controllano così sia la cultura che l’informazione. Per quanto riguarda la televisione di Stato la situazione è scontata, per quelle private invece le lobby partitiche possono influire su di esse in almeno due modi: influendo sulle licenze per occupare i canali (che sono in numero limitato) oppure favorendo l’acquisto o la maggioranza azionaria delle aziende televisive ad imprenditori amici e fidati.
Pertanto possiamo dire che il controllo del cittadino sulla gestione della cultura e dell’informazione è nullo, mentre quello dei politici con pochi scrupoli è quasi assoluto.

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5.b.8 – E’ possibile una gestione collettiva della cultura?

8 Ottobre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

È possibile una gestione collettiva della cultura?

In precedenza abbiamo detto che le soluzioni dei problemi radice si devono sostenere a vicenda e appare pertanto logico cercare di sfruttare la struttura del villaggio per realizzare una gestione democratica della cultura.
Alla base del villaggio ci sono i gruppi interni, caratterizzati dall’essere formati al massimo da una decina di persone, i quali svolgono il ruolo che un tempo apparteneva al casato familiare. In gruppi così piccoli una singola idea si può diffondere con il passaparola in tempi brevissimi e può anche essere discussa in una riunione collettiva; è certo possibile che una buona idea venga rifiutata anche con tale sistema, ma non si tratterà di un errore imposto dall’alto e quindi, qualora l’errore venisse scoperto, sarà possibile correggerlo in futuro intervenendo direttamente.
Lo scopo di una gestione democratica della cultura pertanto non è quello di evitare degli errori, ma di impedire che questi vengano imposti da un’autorità superiore sorda ed ottusa; come evitare e correggere eventuali sviste è un problema diverso che abbiamo già affrontato, ma ogni soluzione trovata sarà sempre inutile se poi il sistema non ci consente di applicarla perché non spetta a noi decidere.
Se riprendiamo l’esempio della gestione di un sito internet dedicato all’antico Egitto, su ogni argomento le normali attività di gestione culturale (selezionare di cosa parlare, valutarne la validità e diffonderne la conoscenza) possono essere svolte in modo collettivo all’interno di un piccolo gruppo tramite il passaparola, mediante opportune riunioni anche virtuali sul sito, oppure direttamente da un singolo membro riconosciuto come particolarmente preparato.
Se passiamo ad un intero villaggio dedito a tale attività, avremo analogamente delle decisioni che saranno prese collettivamente prima nei singoli gruppi e poi tramite i rappresentanti degli stessi grazie alla solita procedura. Se poi il villaggio è formato da gruppi specializzati in settori diversi, allora alcune scelte saranno affidate a un singolo gruppo per competenza, così come prima lo erano a un singolo individuo. Con lo stesso principio all’interno di ogni gruppo vi può essere un’ulteriore specializzazione con personaggi particolarmente autorevoli in quanto considerati tali dalla maggioranza.
Lo stesso schema si può ripetere con un gruppo di villaggi e un insieme di questi:
• se consideriamo un gruppo di dieci villaggi, questo potrà includere fino a mille persone, se per ogni villaggio poniamo come limite massimo cento individui
• se immaginiamo ora che questi mille si riuniscano in un cerchio per formare un’assemblea comune, sappiamo che tale riunione sarebbe ingestibile da un punto di vista democratico
• abbiamo già risolto tale problema riunendo i partecipanti a gruppi di dieci, i quali svolgeranno delle assemblee separate e poi invieranno dei rappresentanti per esporre i risultati raggiunti
• avremo allora cento rappresentanti che possiamo riunire con la fantasia in un secondo cerchio all’interno del precedente, come se le mille persone di partenza cercassero di avvicinarsi per discutere meglio attraverso i loro rappresentanti
• cento persone però sono ancora troppe e giustamente si riuniranno di nuovo a gruppi di dieci formando un’assemblea per ogni villaggio; da tali assemblee verranno eletti in tutto dieci rappresentanti, uno per ogni villaggio, che formeranno una riunione, questa volta facilmente gestibile, in un immaginario terzo cerchio centrale.
In questa struttura formata da cerchi concentrici le idee scorrono verso il centro insieme ai rappresentanti, come l’acqua in un imbuto, e ad ogni cerchio alcune vengono scartate, altre modificate e perfezionate; lungo il percorso quindi le idee ritenute più soddisfacenti vengono selezionate in una sorta di filtro a più strati.
Questo sistema si distingue da quello classico, cioè quello piramidale a più livelli, in quanto i vari cerchi semplicemente raccolgono e selezionano le idee provenienti dall’esterno, non ne producono di proprie per imporle ai livelli sottostanti. Ogni cerchio interno piuttosto andrebbe visto come subordinato a quelli esterni, perché è obbligato a ricevere e trattare le idee imposte dal cerchio precedente ed è quindi soggetto alla sua autorità. Un altro vantaggio è dato dal fatto che ogni rappresentante viene eletto da chi ha modo di conoscerlo personalmente, di frequentarlo, giudicarlo e controllarlo; è giusto quindi rappresentare il cerchio dei rappresentanti circondato da quello dei loro elettori perché in effetti questi sono in grado di controllarli a vista come se li avessero circondati.
Il cerchio esterno può anche essere visto come un grande abbraccio a quello interno, le persone che inviano un proprio parente o amico a rappresentarle saranno infatti naturalmente disposte a fornire ogni ausilio, fino ad affiancare o sostituire il rappresentante a seconda dell’impegno da affrontare.
Con tale sistema concentrico, le idee migliori, e quando necessario gli uomini migliori, vengono selezionate verso il centro e da questo poi irradiate verso l’esterno, dove produrranno i loro effetti e stimoleranno un’onda di ritorno in una virtuosa ciclicità.
Se consideriamo un insieme di dieci gruppi di villaggi, che con poca fantasia chiameremo tribù, si può mantenere lo schema semplicemente aggiungendo un ulteriore cerchio al centro e la stessa cosa accadrà con gruppi ancora più grandi.

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5.b.9 – E’ possibile partecipare a gruppi o villaggi diversi?

9 Ottobre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

È possibile partecipare a gruppi o villaggi diversi?

Fino ad ora abbiamo considerato dei gruppi di adulti tutti impegnati nello stesso ambito culturale, abbiamo descritto quindi un villaggio specializzato culturalmente. Consideriamo ora una grande associazione sportiva di canottaggio organizzata come un gruppo di villaggi, fra i suoi numerosi membri troveremo professionisti di ogni genere, dal medico all’avvocato, persone con una formazione culturale molto diversa. Gli appartenenti a questi villaggi hanno in comune la passione per lo sport e di conseguenza si riuniranno per gestire in modo collettivo le attività dell’associazione, tuttavia avendo bisogno di un consiglio legale, ciascuno cercherà un avvocato prima nell’ambito delle proprie amicizie e quindi anche all’interno del circolo di canottaggio, lo stesso accadrebbe per un consiglio medico o di altro genere. Analogamente, se qualcuno dovesse imparare una seconda lingua per motivi di lavoro, ad esempio l’inglese o il francese, potrebbe trovare un insegnante nel proprio villaggio.
Ecco che un gruppo di villaggi nato per una attività qualsiasi può diventare la base per scambi culturali di qualunque genere, dalla consulenza professionale all’insegnamento. In ogni villaggio si troverà uno o più esperti di una data disciplina, i quali potranno eventualmente formare un gruppo specializzato culturalmente per coltivare meglio la loro disciplina e fornire servizi agli altri membri. Un esempio può essere costituito da un gruppo formato da un avvocato, un notaio, un commercialista e un consulente del lavoro, un altro potrebbe essere dato da un elettricista, un idraulico, un pittore e un muratore. E’ chiaro che costoro svolgono tali attività professionalmente e quindi in cambio di un compenso, ma in un villaggio, chi ha bisogno di ristrutturare l’appartamento avrà affidato il lavoro a persone fidate e chi svolge una professione disporrà di una clientela stabile e altrettanto affidabile nei pagamenti.
Un altro esempio notevole è dato da tre medici che, appartenendo allo stesso villaggio, sono legati da vincoli di amicizia e quindi si consigliano e si aiutano su problemi professionali comuni compreso l’aggiornamento. Si forma così un gruppo culturalmente specializzato, come quello degli egittologi già presi come esempio, che unendosi ad altri analoghi gruppi di altri villaggi formerà una struttura sua propria inserita nel gruppo di villaggi iniziale.
Sappiamo che all’interno di un villaggio tribale è normale che si formino in modo ricorrente dei gruppi di lavoro secondo le necessità ( per cacciare, per costruire delle capanne, per preparare una festa); tali gruppi sono composti spesso dalle stesse persone anche se combinate in modo diverso. Risulta allora perfettamente normale che un singolo individuo appartenga a diversi gruppi di lavoro, fra questi è bene che ve ne sia almeno uno che si occupi di gestione culturale, poiché la cultura è una delle risorse principali dell’uomo, sia come individuo, sia come comunità.
Se dunque un piccolo gruppo è per sua natura legato a una determinata attività, il villaggio o un gruppo di villaggi devono tendere a perdere questa caratteristica, in modo da soddisfare tutte le necessità fondamentali dei loro membri: attività, socializzazione, cultura, informazione, in questo modo si forma per essi una comunità. Tale discorso non è più valido per villaggi o gruppi di villaggi specializzati che nascono all’interno di comunità ancora più grandi, perché gli animali sociali come noi vivono stabilmente in un unico branco, pertanto i suddetti villaggi non sono nuove comunità, ma parti specializzate di quella di partenza, come i gruppi di lavoro da cui derivano.
Nelle comunità umane molto numerose, con molte migliaia di individui, paragonabili ai villaggi agricoli dell’antichità, si dovrebbero quindi formare dei villaggi per gestire la comunità stessa e molti altri che si intersecano con i primi per svolgere delle attività di gestione culturale, oppure anche di gestione lavorativa come cooperative agricole o società commerciali. Questo sovrapporsi di villaggi può sembrare a prima vista complicato, ma in realtà è solo un ripetersi di uno stesso schema di organizzazione piuttosto semplice. La ripetizione di una strategia di successo è cosa piuttosto comune in natura, ricordiamo che le cellule del nostro corpo sono in simbiosi con colonie di esseri più semplici ed hanno al loro interno degli organi specializzati per determinati compiti; a loro volta le cellule formano colonie specializzate in diversi tessuti che formano organi ancor più specializzati; i vari organi formano il nostro corpo e noi di nuovo formiamo delle colonie dette comunità e così via… se un sistema funziona bene è comodo riutilizzarlo il più possibile.

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5.b.10 – E’ difficile realizzare un reciproco arricchimento culturale?

10 Ottobre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

È difficile realizzare un reciproco arricchimento culturale?

In una comunità ciascuno può mettere a disposizione la propria cultura e la propria capacità di gestione della stessa, partecipando a un processo di arricchimento culturale reciproco. Anche all’interno di un gruppo specializzato si può realizzare lo stesso processo mettendo in comune le rispettive esperienze; condividere la cultura è in genere un comportamento molto vantaggioso perché donando un oggetto ci si priva dello stesso, mentre donando conoscenza o solo una buona idea non si perde nulla. Se infatti due amici con dieci euro a testa si scambiano le rispettive banconote, alla fine rimarranno ognuno con dieci euro; se invece hanno una buona idea a testa, dopo lo scambio avranno entrambi due idee. Ripetendo il gioco con quattro amici, dopo lo scambio avranno quattro idee a testa, il patrimonio culturale cresce in proporzione al numero, quello monetario rimane sempre inalterato. Scambiare conoscenza dunque è come acquistare senza pagare nulla, è uno scambio sempre e solo vantaggioso.
In un villaggio dotato di un buon sistema di comunicazione interna, il singolo dispone di un valido strumento per trovare le risposte di cui ha bisogno se queste appartengono al patrimonio culturale collettivo; inoltre egli è anche in grado di valutarne la validità grazie alla conoscenza diretta che ha delle sue fonti. Un tale sistema è oggi assai facile da realizzare con una rete informatica e sono già disponibili vari programmi con cui realizzare una struttura concentrica come quella da noi ideata, la quale si può estendere facilmente ad associazioni anche molto più grandi di un singolo villaggio, riuscendo così a rendere disponibile un insieme di conoscenze sempre più vasto.
Aggregare diversi villaggi in formazioni sempre più numerose presenta dei vantaggi anche dal punto di vista della produzione di nuove idee, se infatti solo un membro su cento producesse una buona idea all’anno, in una federazione di dieci villaggi tutti avrebbero a disposizione dieci nuove idee ogni anno, purché vi sia un buon sistema di gestione che le raccolga, le valuti e le diffonda. Oggi sappiamo che un simile sistema è piuttosto facile da realizzare.

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5.b.11 – Chi deve insegnare ai giovani?

11 Ottobre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Chi deve insegnare ai giovani?

Fino ad ora tutto quello che abbiamo detto sulla gestione culturale è valido solo ed esclusivamente per la popolazione adulta. Infatti siamo partiti dalla premessa che i bambini sono spinti principalmente dal desiderio di accontentare i genitori, mentre i grandi da quello di risolvere dei problemi pratici per gestire la propria vita, come appunto compete ad un adulto. Il problema di diffondere la cultura alle nuove generazioni è dunque diverso da quello di diffonderla all’interno della comunità.
Anche in questo caso tuttavia tale operazione deve essere gestita dagli adulti in quanto sono questi che detengono il patrimonio da trasmettere, che ne conoscono il valore e l’utilità, o che almeno dovrebbero; i ragazzi invece non hanno la possibilità di farlo se non su indicazione dei grandi. Tuttavia il passaggio dal bambino all’adulto è molto lento e graduale e questo comporta che di fatto nei ragazzi troviamo sia delle caratteristiche tipiche del bambino, sia alcune proprie dell’adulto. È pertanto ragionevole pensare che anche le varie forme di insegnamento debbano con gradualità passare da quelle tipiche per i bambini piccoli a quelle per l’uomo maturo. I giovani allora devono essere guidati dagli adulti, i quali dovranno anche accertarsi che lungo il percorso i giovani diventino completamente autonomi.
Istruire le nuove generazioni è diventato nel tempo sempre più impegnativo a causa della crescente mole di informazioni da trasmettere; questo da un punto di vista biologico ha comportato un prolungarsi dell’immaturità, permettendo ai giovani di avere più tempo per imparare, da un punto di vista culturale invece è sorta una categoria specializzata, gli insegnanti, che sollevano i genitori da una parte notevole del loro lavoro come precettori. Tutto questo non vuole assolutamente dire che i genitori abbiano perso il loro ruolo, infatti nei primi anni di vita sono, con la collaborazione dei nonni, la sola guida per i piccoli e dopo, raggiunta l’età scolare, rimangono il principale punto di riferimento educativo anche se non da un punto di vista nozionistico.
Gli insegnanti non devono sostituire i genitori così come i libri non devono sostituire gli insegnanti: i libri scolastici nascono come aiuto e supporto per gli insegnanti, hanno un ruolo preciso e subordinato nell’insegnamento ed allo stesso modo i professori sono un aiuto ed un supporto per i genitori che in genere non hanno il tempo né le conoscenze adeguate per dare un’istruzione completa ai figli. Appare dunque ovvio che i purtroppo frequenti contrasti fra genitori ed insegnanti sono quanto di meglio si possa concepire per confondere le idee ai ragazzi e danneggiarli culturalmente. È necessario cercare il completo accordo e la massima collaborazione fra le due categorie in quanto entrambe devono lavorare per lo stesso fine. In linea di principio le scuole vengono pagate dai genitori per avere in cambio un servizio che è la preparazione dei figli, ma oggi molti non sono in grado di giudicare tale servizio, né i propri figli. Per le ragioni storiche che sappiamo, spesso gli adulti sono molto più ignoranti ed arretrati dei propri figli ed a maggior ragione dei loro insegnanti, i quali si ritrovano ostacolati nella loro opera proprio dai loro datori di lavoro.
Dei genitori ben preparati dovrebbero essere in grado di stabilire quale sia il tipo di scuola più adatto ai loro ragazzi, e di collaborare con i professori nella formazione dei figli secondo dei programmi di studio definiti di comune accordo. Per migliorare le cose è dunque necessario prima formare i genitori, in modo tale che siano almeno in grado di non intralciare il lavoro degli insegnanti ed in seguito arrivino a collaborare con loro ed infine riescano a sfruttare a pieno le loro potenzialità educative. Ricordando inoltre che i genitori sono i clienti, ovvero quelli che pagano per avere qualcosa in cambio, essi devono essere in grado di giudicare il servizio di cui godono e avere possibilità di intervenire se insoddisfatti.

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5.b.12 – E’ possibile una scuola gestita dal basso?

12 Ottobre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

È possibile una scuola gestita dal basso?

Se gli adulti non si possono permettere di lasciare ad altri la gestione della propria cultura, per lo stesso motivo non si possono permettere che altri gestiscano quella dei loro figli. In modo analogo a come il ministero della sanità gestisce e coordina ospedali che operano secondo le malattie e le richieste di cura della popolazione, anche quello dell’istruzione deve coordinare delle scuole che offrano dei servizi conformi alle richieste dei genitori.
In quale modo i genitori possono accordarsi fra loro e con le scuole per gestire la formazione dei figli? Con il sistema concentrico per la raccolta e la selezione delle idee, usato per la scelta degli argomenti per gli adulti, si possono anche scegliere gli argomenti per i programmi della scuola. In tal modo sarebbe anche facile conciliare le esigenze di uniformità dei programmi con le più varie esigenze locali: gli argomenti più apprezzati costituiranno i programmi comuni a tutte le scuole, ai quali si aggiungeranno gli argomenti più apprezzati localmente come patrimonio complementare che renderà più ricca la cultura dei ragazzi nel loro complesso.
È verosimile che i genitori abbiano la capacità di valutare la qualità dei programmi scolastici? La gestione democratica risolve agilmente questo problema: la capacità fondamentale che deve essere comune a tutti è quella di saper valutare i propri limiti e di saper riconoscere chi è un esperto affidabile. È ovvio che un genitore qualsiasi non è in grado di valutare la necessità di inserire o meno quella parte del programma di matematica o di chimica, ma certamente nel suo villaggio (o gruppo di villaggi) ci sarà qualcuno in grado di farlo e ognuno darà suggerimenti su ciò che conosce; per fortuna anche i professori di matematica hanno dei figli e fanno parte della società, quindi non vi saranno problemi per trovare le idee giuste.

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5.b.13 – Educazione o istruzione?

13 Ottobre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Educazione o istruzione?

Parlando del servizio che deve essere offerto dalle scuole, è bene domandarsi che cosa vogliamo per i nostri figli e di cosa essi hanno effettivamente bisogno. Il patrimonio culturale umano come sappiamo si presenta e si tramanda in diverse forme: vi è tutta una gamma di comportamenti e rituali che si tramandano per imitazione; vi è un’enorme quantità di concetti astratti, che si tramandano attraverso racconti, storie e l’insegnamento scolastico; vi sono poi anche dei casi misti come il linguaggio, il cui apprendimento combina imitazione e spiegazione orale.
La scuola ha sicuramente la funzione di tramandare il patrimonio fatto di concetti astratti e nozioni di vario tipo che si trasmettono attraverso la parola, per questo esistono insegnanti specialisti nelle varie materie, tale processo in genere viene definito istruzione. Per quanto riguarda attività meno astratte, trasmesse per imitazione, il loro insegnamento viene detto in certi casi addestramento ed in altri educazione. Si parla di addestramento se si insegna un particolare comportamento, un esercizio pratico, legato al mondo del lavoro o a quello sportivo; si parla invece di educazione negli altri casi, ad esempio come ci si comporta quando si ricevono degli ospiti, oppure quale atteggiamento si deve tenere davanti ad una persona anziana. I valori in genere vengono tramandati attraverso rituali ed abitudini sociali, sono dunque inseriti nel processo educativo della persona, ma sono esaltati anche dalla tradizione orale quindi sono un caso misto. Educazione e addestramento hanno in comune la ripetizione continua di certi comportamenti che alla fine diverranno automatici, si tratta dunque di un apprendimento che coinvolge la parte inconscia della mente. Anche i giochi dei bambini ed i rituali religiosi utilizzano questa tecnica e si tratta infatti di processi fortemente educativi la cui importanza deve essere rivalutata anche per gli adulti.
Si può pensare che la scuola sia nata per dare un’istruzione ai bambini mentre l’educazione spetti alla famiglia; tale modo di pensare può essere messo facilmente in discussione dalle seguenti considerazioni: la prima è che teoria e pratica per essere ben comprese si devono integrare, non esiste una lunga e complessa preparazione solo teorica o solo pratica. Tutti ricordiamo che a scuola eravamo perseguitati da innumerevoli compiti, ovvero esercizi pratici il cui scopo era renderci padroni della teoria. Ne segue che l’istruzione non può essere separata dall’addestramento, e lo stesso vale per l’educazione, poiché i ragazzi passano moltissimo tempo a scuola, durante il quale si esercitano a convivere con i loro coetanei e con persone più grandi estranee alla famiglia. L’educazione può avere una sua parte teorica fatta di raccomandazioni o racconti educativi, ma richiede indubbiamente molta pratica per sviluppare i giusti comportamenti ed imitare le giuste abitudini; molta pratica vuol dire molto tempo e i ragazzi, passando almeno mezza giornata a scuola e spesso molto di più, hanno bisogno di quel tempo per la loro educazione.
Dobbiamo dunque concludere che la scuola non può essere esclusa dal processo educativo, anche da questo punto di vista deve essere di supporto ai genitori, con i quali la collaborazione deve essere strettissima dovendo inviare ai ragazzi dei messaggi coerenti. Tuttavia oggi siamo molto lontani da questo obiettivo, nella nostra mente l’educazione viene trasmessa semplicemente seguendo le vecchie tradizioni senza pensarci troppo sopra, non è in genere un atto cosciente come l’istruzione. Le vecchie tradizioni nella vita moderna spesso non possono essere più praticate oppure risultano antiquate e dannose, vi è allora una forte necessità di un adattamento culturale negli adulti che permetta di trasmettere di nuovo una buona educazione ai loro figli.
Molte delle nozioni di matematica, storia e geografia andranno poi dimenticate nel tempo, ma l’educazione invece sarà sempre necessaria nella vita dei nostri ragazzi, il servizio di supporto educativo è forse quello più importante. Quando pensiamo a che tipo di scuola sia opportuna per i nostri figli dovremmo chiederci prima di tutto che tipo di educazione vogliamo per loro, o meglio ancora, di quale essi abbiano bisogno. Parallelamente ai programmi scolastici dobbiamo dunque iniziare a discutere anche di programmi educativi, che comprendano il giusto atteggiamento verso lo studio e la sua gestione una volta diventati adulti.

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5.b.14 – Cosa intendiamo per informazione?

14 Ottobre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Cosa intendiamo per informazione?

Come abbiamo già visto parlando del valore della conoscenza, la cultura si trasmette sotto forma di informazioni o si forma a partire da queste. Ciò vuol dire che per una buona gestione della cultura è indispensabile anche una buona gestione delle informazioni.
È bene chiarire subito cosa intendiamo quando usiamo la parola informazione perché questa ha vari significati sottilmente diversi e pertanto è piuttosto facile confondersi. In generale noi tendiamo ad attribuire un significato alle nostre percezioni, cioè ad interpretarle; tale significato è detto anche informazione ricevuta. Quando le informazioni vengono trasmesse intenzionalmente sono chiamate anche messaggi.
Vi sono delle informazioni la cui utilità è subito evidente, come per esempio gli orari dei treni, mentre in altri casi invece non lo è affatto, tuttavia nel tempo si rivelano preziosissime; sono le informazioni descrittive, quelle cioè che ci descrivono il mondo in cui viviamo, esse sono alla base della nostra cultura e come la conoscenza stessa possono rivelarsi utili anche molto tempo dopo il momento in cui ne siamo venuti in possesso.
Altro concetto importantissimo è quello di informazione di pubblico interesse, che è data dall’insieme delle informazioni che sono utili o potenzialmente utili per tutta la collettività; questa non va confusa con l’informazione che suscita l’interesse del pubblico ovvero la sua curiosità.

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5.b.15 – Dove eravamo rimasti?

15 Ottobre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Dove eravamo rimasti?

Per risolvere il problema della disinformazione ci eravamo posti i seguenti obiettivi:
• sviluppare un adattamento culturale che ci renda meno vulnerabili alla disinformazione naturale;
• operare un controllo democratico degli organi di informazione pubblica.
Per quanto riguarda il primo obiettivo sappiamo che la nostra natura presenta molti punti deboli nell’ambiente moderno in quanto le nostre inclinazioni e le nostre curiosità sono state plasmate dalla natura per vivere in un mondo, quello tribale, che non esiste più; le conseguenze di questo dato di fatto sono catastrofiche, diamo importanza ad informazioni inutili, ma curiose, come il gossip televisivo, e trascuriamo o ignoriamo quelle veramente importanti; siamo decisamente dei pessimi utenti dell’informazione; la nostra natura ci impone inoltre di riferire agli amici le notizie che ci colpiscono ed in tal modo diventiamo anche delle pessime fonti di informazione; i metodi per valutare consapevolmente l’attendibilità delle informazioni sono del tutto assenti nel patrimonio culturale comune e ancor di più lo è l’abitudine ad usarli. In genere ignoriamo completamente il nostro ruolo e la sua importanza nell’informazione di pubblico interesse.
Per nostra fortuna fa parte della natura umana anche integrare l’istinto con nuovi adattamenti culturali ed è oggi possibile avere dei criteri per distinguere le informazioni valide da quelle che non lo sono; di tali criteri abbiamo già parlato a lungo a proposito del valore della conoscenza, ma è bene richiamarli qui brevemente:
• la coerenza con l’evidenza oggettiva dei fatti
• distinguere i fatti dalle opinioni
• fare attenzione alla completezza o meno delle informazioni
• usare prudenza con le informazioni basate solo sul sentito dire
• dubitare delle informazioni basate solo su opinioni autorevoli.
Come abbiamo già detto non si tratta di metodi che garantiscono la validità o la veridicità delle informazioni, ma permettono di valutare a grandi linee la probabilità che lo siano; sono nati per contrastare la disinformazione naturale ed è contro di essa che risultano più efficaci, ma lo sono solo se riusciamo ad inserirli fra le nostre abitudini.

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JOSEPH CARL ROBNETT LICKLIDER  stella4stella4stella4

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5.b.16 – Curiosità o pubblico interesse?

16 Ottobre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Curiosità o pubblico interesse?

Un problema di fondamentale importanza è imparare a distinguere le informazioni di pubblico interesse da quelle interessanti per il pubblico. Le prime sono quelle che effettivamente riguardano la vita della collettività e quindi sono almeno potenzialmente utili a tutti (o a molti), le seconde sono quelle che stimolano la curiosità della gente a causa delle inclinazioni naturali ed istintive di cui abbiamo già parlato. Nulla vieta poi che una notizia possa appartenere ad entrambe le categorie: un incidente aereo con tanto di ripresa televisiva spettacolare è certamente una notizia che desta molta attenzione da parte del pubblico, anche per chi non è coinvolto in alcun modo nell’incidente; la stessa notizia però è anche potenzialmente utile alla collettività perché tutti hanno interesse a sapere che la sicurezza dei voli non è assoluta, a conoscere i nomi delle vittime per controllare che non vi sia un loro parente e molte altre cose ancora.
Come stabilire allora quali sono le notizie di pubblico interesse? E chi deve farlo? Alla seconda domanda, sia la cultura diffusa che le nostre considerazioni rispondono che deve essere il singolo individuo, la gente comune, si tratta infatti di un atto fondamentale della gestione delle informazioni. Ottimo ma…., chi di noi sa come si fa? Chi di noi è in grado di farlo? Quanti di noi hanno l’abitudine di porsi anche solo il problema di distinguere fra curiosità e informazione seria? Si tratta chiaramente di una macroscopica lacuna culturale ed in particolare educativa che richiede un adattamento culturale quanto mai necessario. Se non sappiamo come riparare il nostro frigorifero istintivamente cerchiamo subito qualcuno nelle vicinanze che sappia farlo, analogamente se non sappiamo distinguere le informazioni utili dalle semplici curiosità cercheremo qualcuno che lo faccia per noi. In questo modo diventiamo facile preda di quei giornalisti, opinionisti e simili la cui carriera dipende dalla loro abilità nell’imbrogliarci, favorendo quel politico o quel prodotto. Non possiamo dunque permetterci di ignorare la prima domanda: come riconoscere le notizie di pubblico interesse?
Le semplici curiosità sono, in base alla definizione che ne abbiamo dato, caratterizzate dal risultare istintivamente interessanti anche quando del tutto estranee alla nostra vita e prive di ogni utilità. La loro funzione è quella di soddisfare la nostra curiosità istintiva, ma non solo: molte notizie, soprattutto quelle classificate come pettegolezzi, sono argomenti di cui parlare, un pretesto per esprimere e diffondere le opinioni. Nel mondo tribale questa era una funzione sociale e culturale importantissima, ma oggi, con i pettegolezzi televisivi che riguardano dei perfetti estranei, tale funzione ha perso gran parte dei suoi aspetti positivi e ha mantenuto pienamente solo quelli negativi.
La differenza fra i due tipi di informazione non è solo nella notizia in sé, ma nell’uso che la nostra mente intende farne: ad esempio molte notizie di cronaca nera (incidenti stradali, omicidi, rapine) potrebbero essere informazioni molto utili se raccolte in statistiche anche molto approssimate ed artigianali, ma sappiamo bene che non è questo l’uso che ne facciamo. Noi non leggiamo la cronaca nera perché pensiamo che essa ci riguardi in qualche modo o che si possa trarne un qualche vantaggio, lo facciamo per istinto e ne parliamo con gli amici tanto per dire qualcosa, ignorando la loro utilità anche quando presente.
La vera natura delle curiosità è quella di sostenere le pubbliche relazioni, fornire argomenti di cui parlare, non servono ad essere informati, alcuni infatti le chiamano informazioni da intrattenimento ovvero notizie per passare il tempo, come quando si guarda uno spettacolo televisivo.
Ora che il fenomeno dell’interesse per le curiosità è stato chiarito non è poi così difficile separarle dall’informazione seria, cioè quella che ci rende informati sul mondo che ci circonda, quelle che possono realmente influire sulla nostra vita grazie al loro contenuto. Il primo passo è abituarsi a riconoscere il proprio atteggiamento: leggiamo un giornale per passare il tempo o per sapere qualcosa che ci tornerà utile? Nel primo caso dovremo dire di esserci divertiti e non di esserci informati, nel secondo caso cercheremo invano le notizie utili e diremo di aver buttato i soldi visto che i giornali hanno perso da tempo la loro funzione originaria.

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   DIANA SPENCER

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5.b.17 – Fatti od opinioni?

17 Ottobre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Fatti od opinioni?

Immaginate un giornale o telegiornale nel quale vengano presentati i fatti nudi e crudi senza alcun commento aggiuntivo; quanto apparirebbero freddi e noiosi? La verità è che spesso per la nostra mente le opinioni sono più importanti dei fatti, ricordiamo la vecchia legge della vita tribale: è più importante credere tutti la stessa cosa piuttosto che credere in ciò che è vero; entrambe le credenze sono utili alla sopravvivenza, ma la seconda è troppo difficile e a volte impossibile, quindi non vale la pena sacrificare la coesione culturale per la verità. La nostra natura di animali sociali ci porta istintivamente a parlare e a confrontare le nostre opinioni con quelle degli altri, in modo da partecipare alla formazione dell’opinione pubblica. Ne segue che spesso ciò che veramente cerchiamo sono le opinioni degli altri indipendentemente dalla natura dei fatti a cui si riferiscono.
Anche questo atteggiamento ci può essere utile per distinguere se stiamo cercando una informazione seria o se vogliamo solo passare il tempo in modo piacevole, tuttavia è importante anche notare che molte volte un commento alla notizia è indispensabile per comprenderne il significato o l’importanza. Ancora una volta il problema non è nel commento in sé, ma nell’uso che istintivamente ne facciamo; per soddisfare entrambe le esigenze è bene presentare la notizia, ovvero il fatto oggettivo, in modo nettamente separato dal nostro commento, in tal modo sarà facile per il nostro ipotetico lettore o ascoltatore, dare maggior peso alla notizia o alla nostra opinione secondo le sue esigenze.
In base al tipo di commento poi sarà più facile anche per chi diffonde la notizia capire cosa vuole fare veramente, se informazione od opinionismo. Nel primo caso infatti il commento si limiterà a illustrare come interpretare il fatto, a spiegarne l’importanza e a indicare a quale pubblico ci si rivolge; nel secondo invece il commento utilizzerà il fatto per sostenere la propria tesi, per affermare il nostro modo di pensare, per giustificare la nostra ideologia.

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   IDEOLOGIA

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Domenica 18 ottobre 1309

18 Ottobre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

estandarte medieval 2

SI ESPONGANO LE INSEGNE!

Oggi è festa nel Villaggio di Ofelon!

A otto mesi dalla fondazione del Villaggio di Ofelon
oltre quarantunomila “viandanti telematici”
hanno visitato il Villaggio.
vi aspettiamo tutti con piena cittadinanza, muniti del vostro avatar,
per ampliare sempre di più la nostra tavola rotonda
in cui vogliamo confrontarci su temi importanti,
ma sempre divertendoci insieme
e fino a raggiungere risultati concreti
per un effettivo, diffuso e percepito miglioramento
della qualità della nostra vita.

Ofelon per tutti
e tutti per Ofelon!

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5.b.18 – A cosa serve la cronaca?

19 Ottobre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

A cosa serve la cronaca?

Abbiamo osservato che non facciamo un buon uso delle notizie di cronaca, quelle che ci parlano di ciò che accade giorno per giorno, dando luogo ad una sorta di informazione in tempo reale. È evidente che molte delle informazioni di cronaca devono la loro importanza ai collegamenti che permettono di fare: se un giorno avvenisse un incidente stradale su un tratto di autostrada potrebbe apparire un incidente come tanti, ma se notiamo che è avvenuto nello stesso tratto dove è capitato un altro incidente la settimana scorsa, ecco che la notizia acquista un nuovo significato: ci dice che quel tratto probabilmente è particolarmente pericoloso; se poi la settimana successiva avvenisse un nuovo incidente nella stessa zona il sospetto diverrebbe certezza.
La cronaca dunque è come un materiale allo stato grezzo che il singolo utente dell’informazione deve lavorare traendone delle informazioni aggiuntive che vanno oltre le singole notizie. Di nuovo ci dobbiamo porre la domanda, quanti di noi sono in grado di utilizzare la cronaca nel modo giusto? E quando vale la pena farlo? Con il sistema attuale sembra essere una cosa molto difficile poiché fra gli eventi da collegare spesso intercorre molto tempo ed i ricordi divengono ben presto confusi ed incerti, inoltre le notizie di cronaca a livello nazionale o mondiale, quelle più seguite, per forza di cose si riferiscono ad avvenimenti lontani dalla nostra vita, fatti accaduti in altre città o addirittura in altre nazioni, i cui particolari da collegare con notizie analoghe difficilmente vengono memorizzati. Per la cronaca locale invece è assai più facile ricordare le notizie poiché sono legate al posto dove viviamo e numerosi sono i riferimenti in grado di attivare la nostra memoria e fare i dovuti collegamenti. Inoltre nel caso mancassero alcuni dettagli per avere un quadro completo, a livello locale è più facile rendersene conto ed informarsi in modo mirato. Un discorso analogo si può fare con notizie di tipo specialistico che riguardano il nostro lavoro o simili.
È dunque plausibile che il comune utente dell’informazione, se ben preparato, possa elaborare direttamente o molto da vicino le notizie di cronaca che lo riguardano, anche se inizialmente le aveva lette per pura curiosità. Quanto più invece le notizie appaiono distanti da noi, tanto maggiore sarà la difficoltà di tale operazione e la cronaca si riduce ad un semplice insieme di notizie scollegate a cui nessuno può dare il giusto peso, buone solo come curiosità. Tale fenomeno è ampiamente sfruttato dalla disinformazione pilotata che quando non può censurare una notizia può presentarla spezzettata sotto forma di cronaca, in tal modo nessuno capirà ciò che non deve essere capito e nessuno potrà sporgere accuse di censura. Non è dunque credibile che il cittadino possa elaborare con profitto le notizie di cronaca il cui collegamento con la sua vita non sia immediato, è necessario l’intervento di specialisti che lo facciano per tutti e questo ci conduce al secondo obiettivo che ci eravamo posti: la gestione collettiva e democratica dell’informazione.
Riassumiamo allora brevemente i risultati relativi al primo obiettivo (sviluppare degli adattamenti culturali che ci rendano meno vulnerabili alla disinformazione naturale); abbiamo individuato i seguenti adattamenti culturali:
• distinguere le curiosità dall’informazione collettiva
• distinguere i fatti dalle opinioni
• dare peso alla cronaca solo se si è in grado di farne una sintesi
• applicare dei criteri per valutare la validità delle informazioni.
Sappiamo tutti che cambiare le abitudini è molto difficile e che invece impararne di nuove in un nuovo contesto è piuttosto facile; per assorbire dunque senza sforzo le suddette innovazioni culturali è bene inserirle in una nuova attività. Da alcuni anni grazie alla diffusione di internet tutti noi stiamo imparando a sfruttare nuovi servizi e nuovi canali di informazione, si tratta di un’occasione da non perdere per inserire le nuove abitudini nella nostra vita. Istintivamente continueremo ad essere autolesionisti leggendo i giornali o guardando la televisione, ma nulla ci impedisce di essere anche utenti responsabili usando internet e nel tempo, gradualmente, avremo un sicuro miglioramento generale anche fuori dalla rete.

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5.b.19 – E’ possibile un villaggio dell’informazione?

20 Ottobre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

È possibile un villaggio dell’informazione?

Volendo realizzare una gestione collettiva, democratica e decentrata dell’informazione, è immediato chiedersi se si possa riutilizzare il modello del corallo umano e del villaggio già utilizzati per la gestione della cultura. Dato che la cultura si trasmette tramite le informazioni si tratta in realtà di un problema già affrontato e risolto.
L’attività elementare del singolo individuo nella gestione delle informazioni di pubblico interesse consiste nei seguenti passi:
• raccogliere l’informazione
• valutarne l’attendibilità in base a dei criteri ben precisi
• valutarne l’importanza e l’urgenza, verificare che non sia una semplice curiosità
• trasmetterla a sua volta avendo cura di separare il fatto dal proprio commento,
mentre per l’opinionismo e le curiosità vale la procedura già vista per la gestione culturale:
• selezionare gli argomenti di cui parlare
• valutare l’attendibilità di quanto si vuole dire in base a criteri ben precisi
• riferire liberamente quanto stabilito.
Trattare le informazioni di pubblico interesse quindi richiede solo due accorgimenti in più, eliminare le curiosità e separare il fatto dalla propria opinione.
Come del resto era ovvio, il passaparola funziona con ogni tipo di informazione ed è il metodo migliore se applicato su un piccolo gruppo di persone. Al crescere del numero sappiamo bene con quale facilità le notizie si possano alterare; vediamo se anche in questo caso la struttura concentrica basata sul villaggio ci può venire in aiuto.
Ricordando come in una federazione di villaggi le idee scivolavano verso il centro di un imbuto formato da cerchi concentrici, ad ogni cerchio esse venivano filtrate, scartate, approvate o perfezionate, possiamo notare che per una notizia di interesse pubblico tali operazioni sono del tutto inutili, la parte essenziale della notizia è un fatto che può essere vero o falso, può essere creduto o meno, ma certo non perfezionato, sperimentato e meno che mai scartato, cioè nascosto, perché in questo caso le assemblee diverrebbero organi di censura. La struttura del villaggio può essere utile per commentare un fatto di rilievo, ma non per diffonderne la conoscenza, a tal fine è sufficiente pubblicare le notizie su un apposito sito internet.
La pubblicazione di una notizia consente di evitare la naturale deformazione della notizia che si ha con il passaparola, certo un testo scritto può essere anche male interpretato, ma si tratta di casi assai più rari. Sorge invece un altro problema, come valutare l’attendibilità dell’informazione se pubblicata da un perfetto sconosciuto sul web?
In questo caso il villaggio moderno si rivela invece un aiuto prezioso, in esso infatti non esistono sconosciuti e ciascuno può essere facilmente giudicato dagli altri. Se pensiamo ad un villaggio la cui attività è gestire in modo democratico l’informazione, si formeranno dei gruppi e delle assemblee per commentare le notizie importanti, non dipende certamente dai gruppi se la notizia è vera o falsa, ma ognuno può dare il suo contributo per interpretarla e per valutare la validità della fonte.
Possiamo immaginare che vi sia un sito dove ogni membro possa pubblicare una notizia che ritiene importante per la collettività, tale sito svolge il ruolo di una bacheca o di quotidiano per tutto il villaggio, ognuno può dare il suo contributo, quando possibile, per verificare se la notizia è vera, se è stata ben interpretata, fare ricerche di approfondimento; ovviamente non tutti potranno farlo, ma uno su dieci è più che sufficiente.
Nella gestione delle informazioni un’attività particolarmente importante è valutare l’attendibilità della fonte, nel nostro caso significa giudicare la serietà e l’obiettività di chi ha pubblicato la notizia. Oggi ogni programma di gestione della posta elettronica permette di rifiutare la posta indesiderata proveniente da indirizzi specifici, nonché di memorizzare i contatti preferiti in un’apposita rubrica. Un programma analogo permetterebbe di memorizzare tutti i membri del villaggio o di strutture più grandi con il nostro personale giudizio su ognuno di essi, scartando automaticamente quelli da noi giudicati inattendibili. Volendo, tali giudizi potrebbero anche essere espressi in modo collettivo attribuendo ai singoli un punteggio di partenza come oggi si usa per le patenti di guida, chi commette troppi errori o viene giudicato non idoneo per manifesta scorrettezza viene escluso dalla bacheca del villaggio.
Con lo stesso sistema potremmo fare una selezione automatica delle notizie in base ai campi di interesse, mettendo in evidenza ad esempio le notizie di economia o di medicina risparmiando così un’enorme quantità di tempo e con una affidabilità molto maggiore. Un esempio ben noto di come un’organizzazione decentrata, ma efficiente permetta di risparmiare tempo è Wikipedia, quanto tempo richiederebbero le nostre ricerche senza di essa? La rete informatica presenta anche delle possibilità che una bacheca o un giornale non hanno, in essa l’utente può anche porre delle domande rendendola un’evoluzione tecnologica anche del passaparola, non solo dei giornali. Parlando dell’importanza culturale delle chiacchierate con gli amici si era detto che era contro natura applicare sul momento le regole della gestione culturale, esse andavano applicate prima, in solitudine, in un momento di riflessione personale. Come sappiamo si tratta di un cambiamento di abitudini che può essere anche molto difficile, ma se applicato in internet risulta molto più facile, esistono già molti siti nei quali i visitatori pongono domande e chiedono consigli agli altri utenti, i quali, non essendo coinvolti in un dialogo verbale, hanno tutto il tempo per riflettere bene e persino di documentarsi meglio prima di rispondere. Ecco un esempio di come, in un nuovo contesto, applicare i nuovi criteri è facile, tanto che in buona parte è già avvenuto spontaneamente. Altre importanti utilità offerte da internet consistono nella possibilità di accedere a un archivio infinito di informazioni, di fruire di una quantità enorme di statistiche, di avere risultati immediati e il tutto a costi minimi se non addirittura nulli, ma la vera novità rispetto ai giornali e alla televisione consiste nella possibilità di non limitarsi ad essere utenti passivi, ma di potersi trasformare in produttori attivi.

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5.b.20 – E nel frattempo?

21 Ottobre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

E nel frattempo?

Bisogna chiedersi se oggi, in assenza di un sistema di villaggi sufficientemente esteso, un giornalista potrebbe vendere direttamente alla gente il proprio lavoro e quindi svincolarsi dagli attuali datori di lavoro che ne influenzano (o addirittura commissionano) le opinioni. Tecnicamente, grazie ad internet, alle connessioni criptate ed alle altre tecnologie moderne, sarebbe già fattibile con un sistema di microtransazioni che però attualmente non è consentito dalla legge; le microtransazioni sono degli spostamenti di piccole somme di denaro (anche pochi centesimi) a fronte del ricevimento di un servizio, il tutto via internet, con la tecnologia, la semplicità e il costo tendente a zero di una e-mail. Applicando il sistema delle microtransazioni alla pubblicazione di notizie e opinioni, ecco che un giornalista completamente autonomo avrebbe bisogno di circa 3.500 lettori al giorno che paghino un centesimo a testa quanto pubblicato quotidianamente e, considerando che la rete permette di cercare e ottenere comodamente dall’archivio anche opinioni pubblicate in passato, si tratta di un numero di utenti tutt’altro che irraggiungibile. Se con tale sistema il giornalista potrebbe guadagnare almeno il doppio di quanto attualmente percepisce e i cittadini potrebbero fruire di informazioni utili, sempre disponibili e a costo irrisorio, come mai un simile sistema non è ancora stato legalizzato? E’ evidente che comanda qualcun altro, qualcuno che non vuole perdere il controllo e la gestione delle informazioni.

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5.b.21 – Si può andare oltre il villaggio?

22 Ottobre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Si può andare oltre il villaggio?

Possiamo notare come le potenzialità della gestione dell’informazione, esattamente come per la gestione della cultura crescano con il numero dei partecipanti all’organizzazione: se pensiamo ad una federazione di dieci villaggi con varie centinaia di membri, avremo una maggiore quantità di notizie provenienti dai campi più disparati e si avrà una maggiore possibilità che vi sia qualcuno in grado di correggere eventuali errori; raggiunto un numero sufficiente sarà possibile anche assumere dei professionisti per redigere accurate statistiche e per interpretare al meglio le notizie di cronaca o per verificare delle notizie dubbie. Data l’importanza e la delicatezza dell’informazione per la società, dovrebbe essere ovvio che i giornalisti debbano essere pagati direttamente dai cittadini poiché da questi devono dipendere e un sistema del genere consentirebbe di farlo.
Affrontare la gestione dell’informazione e della cultura su popolazioni composte da migliaia o milioni di persone, significa dover fare i conti con il problema di come realizzare un sistema democratico su larga scala, si tratta quindi di completare la soluzione del quarto problema radice che fino ad ora è stato esaminato solo a livello di villaggio.

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