Capitolo 5.a

10 Settembre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

IL VILLAGGIO MODERNO

Abbiamo osservato che ogni adattamento può essere visto come la soluzione di un problema ed ogni problema come una necessità di un adattamento; l’essere umano è la specie che ha sviluppato molto più di ogni altra la capacità di adattamento culturale il quale è molto più veloce di quello genetico, si tratta di una delle nostre caratteristiche principali, la nostra strategia evolutiva vincente. Trovare delle soluzioni fa pertanto parte della nostra natura, è un’attività impegnativa, ma sicuramente alla nostra portata, siamo i migliori del pianeta in questo campo. I problemi radice sono degli ostacoli all’esercizio di questa nostra facoltà, ecco perché vanno affrontati per primi; la difficoltà principale consiste nel riconoscerli come problemi: siamo infatti tutti cresciuti con la convinzione di essere ben informati guardando il telegiornale, di non appartenere più al volgo ignorante perché abbiamo raggiunto un certo grado di istruzione, di vivere in grandi comunità per giunta democratiche.
Questa difficoltà per noi è ormai cosa superata, forse ora trovare delle soluzioni potrebbe essere più facile di quanto ci si possa aspettare poiché i problemi radice, una volta riconosciuti come tali, diventano problemi qualsiasi. Evitiamo dunque di farci scoraggiare da vecchi luoghi comuni su problemi insolubili o sogni irrealizzabili.

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5.a.1 – Bisogna perseguire le utopie?

11 Settembre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Bisogna perseguire le utopie?

L’utopia viene spesso definita, sebbene non sia il suo significato originale, come un progetto irrealizzabile basato su dei principi giudicati universalmente giusti; da questa definizione deriva quella di utopista, visto come una persona che decide di seguire un ideale che ritiene giusto pur sapendo che questo ideale resterà irrealizzato. Si tratta di un concetto applicato ai progetti che tendono a una società ideale e perfetta, a una società fraterna e senza ingiustizie, pur riconoscendo che si tratta di una condizione irreale e irrealizzabile.
C’è chi esalta gli utopisti come gli uomini in cui riporre la speranza di un mondo migliore, come coloro che per un giusto ideale sono disposti ad immolare la propria vita; altri li vedono come esempi da seguire, confidando in una diffusione talmente universale dell’ideale utopico che ne permetta la realizzazione concreta; in altri casi gli utopisti vengono considerati uomini puri e senza peccato, come tali degni del massimo rispetto; infine c’è chi, pur considerandoli degli inguaribili sognatori, ne rimane comunque affascinato.
Anche questa volta è opportuno soffermarsi a riflettere: quando un progetto, ancorché basato su dei principi ritenuti giusti da tutti, viene giudicato irrealizzabile, che senso ha portarlo avanti? Se un progetto non porta a risultati concreti, si possono studiare dei correttivi e ritentare, ma sempre nella convinzione di arrivare prima o poi agli obiettivi prefissati; intestardirsi invece in un progetto per definizione irrealizzabile è semplicemente assurdo. Inoltre, come può un ideale irrealizzabile essere ritenuto universalmente giusto? Se veramente fossimo tutti d’accordo, si tratterebbe di un ideale non solo realizzabile, ma già realizzato; se invece si tratta di un ideale veramente condiviso, come per esempio il mantenimento del fisico dei ventenni fino a novanta anni, piuttosto che la possibilità di respirare sott’acqua, la mancata realizzazione dipende dal fatto che non si tratta di un obiettivo giusto, ma semplicemente contro natura. Sono stati fatti degli esempi estremi per sottolineare il paradosso implicito nella suddetta definizione di utopia, ma è importante non confondere gli ideali giusti con quelli irrealizzabili; tale confusione porta infatti una gravissima conseguenza a livello di inquinamento psicologico, porta cioè a tacciare di utopismo, e quindi di irrealizzabilità, progetti innovativi e validi, colpevoli solo di rompere gli schemi attuali, schemi magari superati e quindi inadatti alle nuove esigenze ambientali e sociali. Abbiamo invece visto come, in piena emergenza adattativa, sia indispensabile adeguarsi velocemente alle mutate condizioni senza farsi frenare da preconcetti, né tantomeno da modi di dire dei quali non si conosce nemmeno l’esatto significato dei termini.
Possiamo pertanto concludere che:
• se l’utopia è un progetto irrealizzabile, allora è un progetto da abbandonare;
• gli utopisti non esistono: coloro che credono nella realizzazione di un progetto irrealizzabile sono persone che sbagliano; coloro che non credono nella realizzabilità di un progetto e tuttavia insistono nel perseguirlo, sono dei masochisti; coloro che si vantano di essere degli utopisti, avendo subito il fascino di una definizione paradossale, sono semplicemente degli stolti.
• un progetto innovativo di cui non si conoscono esperienze simili, non è detto che sia utopistico;
• un progetto largamente sperimentato per lungo tempo, ma che non abbia portato mai ai risultati sperati, è probabile che sia utopistico; esso quindi non va modificato all’infinito con inutili correttivi, ma va abbandonato completamente per lasciare tempo ed energie a nuovi progetti validi. Spesso dei progetti utopistici non vengono abbandonati, nonostante i fallimenti succedutisi nel tempo, solo perché non si trovano progetti alternativi e ciò induce a pensare che siano sufficienti dei correttivi; una volta convinti di perseguire un progetto realizzabile, ancorché bisognoso di miglioramenti, si tenderà a rifuggire da qualsiasi progetto veramente alternativo e magari a considerare questo come utopistico solo perché mai sperimentato.
Un progetto che interessi l’organizzazione della nostra società, che ambisca a un miglioramento della qualità della vita, ma che non sia utopistico, deve dunque necessariamente basarsi su una profonda conoscenza della natura umana, sia dal punto di vista biologico, sia da quello culturale e portare a dei risultati concreti rispetto ai problemi reali. Chi decide di intraprendere un tale complesso percorso, deve aspettarsi di incontrare diversi ostacoli sul proprio cammino, deve essere pronto a valutare di volta in volta i cambiamenti di rotta che si rendessero necessari fino a rivedere profondamente le proprie convinzioni, ma soprattutto non dovrà farsi scoraggiare dai molti che inevitabilmente lo additeranno come utopista.

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5.a.2 – Demagogia, populismo e qualunquismo sono sinonimi?

12 Settembre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Demagogia, populismo e qualunquismo sono sinonimi?

La demagogia può essere definita come l’abilità dei politici ad assicurarsi dei vantaggi raggirando il popolo con discorsi ingannevoli e quindi spingendolo ad agire contro i propri interessi. Ecco allora che di volta in volta si alimenta l’odio verso gli immigrati, si aumenta la paura verso uno Stato autoritario, si fanno promesse irrealizzabili, ci si dichiara contro la droga; si tratta di una tecnica molto antica conosciuta sin dai tempi dell’antica Grecia e già allora veniva vista come una degenerazione della democrazia. Riflettendo un attimo risulta però evidente che in un vero sistema democratico la demagogia non potrebbe esistere, sarebbe la stessa organizzazione sociale, con a disposizione un efficiente sistema di formazione e informazione dei cittadini, a renderla inattuabile. La demagogia si basa dunque sui problemi radice della disinformazione, dell’ignoranza e della frammentazione sociale, non può essere una degenerazione della democrazia e anzi rappresenta una prova lampante che una vera democrazia non si è mai realizzata.
Il populismo è un termine con diverse accezioni: a volte viene usato come sinonimo di demagogia, altre volte per identificare quei movimenti politici che, cavalcando l’onda del malcontento popolare verso la classe dominante, tentano di effettuare un ricambio politico a proprio favore usando un linguaggio aggressivo che risulti di facile presa sulla popolazione. I politici al potere usano tale termine in senso dispregiativo, lo considerano un comportamento scorretto da parte degli avversari, un atteggiamento “poco sportivo” fra competitori, ma in realtà si tratta dell’ennesimo inganno per la popolazione, una popolazione disinformata, ignorante e frammentata da manipolare comunque.
Il qualunquismo si basa anch’esso sulla sfiducia nelle istituzioni e nei partiti politici, visti come distanti dal popolo, non rappresentativi e quindi d’intralcio alla libertà, ma tende a identificare la suddetta situazione come fisiologica della democrazia, portando a pericolose derive anarchiche. Anche il termine qualunquismo viene usato come sinonimo di demagogia e populismo quando viene attribuito a dei soggetti politici che vogliono scalzare quelli al potere sobillando le folle.
E’ importante conoscere bene il significato di tali termini perché molto spesso vengono usati impropriamente, ma efficacemente, contro i propri avversari. Succede che i maestri della demagogia accusino di demagogia i propri antagonisti, che i politici più populisti additino come tali i politici emergenti, che coloro i quali hanno conquistato le proprie poltrone parlamentari ricorrendo massicciamente al qualunquismo ora ne parlino con sdegno rispetto ai nuovi avversari. Non conoscere il vero significato di tali termini significa permettere l’espansione proprio della demagogia, del populismo e del qualunquismo, può significare non riconoscere i portatori di sane riforme sociali, ecco perché abbiamo voluto fare un po’ di chiarezza prima di cominciare a parlare delle possibili soluzioni ai nostri problemi.

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Domenica 13 settembre 1309

13 Settembre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

medieval percussionist

RULLINO I TAMBURI!

Oggi è festa nel Villaggio di Ofelon!

A sette mesi dalla fondazione del Villaggio di Ofelon
oltre trentaseimila “viandanti telematici”
hanno visitato il Villaggio.
vi aspettiamo tutti con piena cittadinanza, muniti del vostro avatar,
per ampliare sempre di più la nostra tavola rotonda
in cui vogliamo confrontarci su temi importanti,
ma sempre divertendoci insieme
e fino a raggiungere risultati concreti
per un effettivo, diffuso e percepito miglioramento
della qualità della nostra vita.

Ofelon per tutti
e tutti per Ofelon!

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5.a.3 – Su cosa si fondano i piccoli gruppi?

14 Settembre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Su cosa si fondano i piccoli gruppi?

Abbiamo identificato quattro problemi radice ed essi risultano strettamente legati fra loro, tanto da non poter essere risolti separatamente. Esaminando gli obiettivi che ci siamo posti possiamo notare che quasi tutti possono essere raggiunti solo in modo collettivo; il primo ostacolo da rimuovere dunque è quello della frammentazione sociale.
Al fine di ricomporre la nostra struttura sociale abbiamo stabilito due obiettivi:
• organizzare dei piccoli gruppi che formino una struttura rispettosa della natura umana, selezionata per vivere in una società tribale, e che allo stesso tempo sia compatibile con la vita moderna;
• riuscire a rendere veramente democratica tale struttura.
Organizzare piccoli gruppi è cosa piuttosto comune, si pensi ad una squadra di calcetto oppure ad un gruppo di turisti, ma si noti come in ogni caso sia necessaria un’attività che richieda collaborazione; questa caratteristica, da considerare principale già nei villaggi tribali, ha mantenuto inalterata la sua importanza fino ai nostri giorni, ma oggi le comunità moderne si sono svincolate dall’antico stile di vita basato su insediamenti isolati, autosufficienza economica e dipendenza dal territorio. Strutture di questo tipo quindi già esistono e sono ben note, pertanto il metodo per raggiungere il primo obiettivo esiste certamente ed è alla nostra portata; tale metodo consiste nel riunirsi attorno ad un obiettivo preciso, facilmente raggiungibile, in cui ognuno possa avere un ruolo nel comune interesse.
Quando l’esigenza che ha originato il gruppo perdura nel tempo, come nel caso delle associazioni di volontariato, il gruppo assume caratteristiche di stabilità e tende a crescere di numero. È da notare inoltre che, superata una certa dimensione, il gruppo tende ad organizzarsi in sottogruppi locali fra loro federati, i quali tendono a ricostituire anche una certa prossimità fisica fra i membri; nonostante la varietà di mezzi di comunicazione messa a disposizione dalla tecnologia, è infatti indubbio che la nostra natura ci porta a preferire i contatti diretti.
Con riferimento al secondo obiettivo abbiamo come modello solo la democrazia diretta che però non si può estendere a gruppi numerosi, incontrando grosse difficoltà già in gruppi di venti persone.

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5.a.4 – Può esistere una democrazia mista?

15 Settembre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Può esistere una democrazia mista?

L’unico modello di democrazia valido finora noto è quello diretto che però è applicabile al nostro ipotetico gruppo fino a che questo non superi un numero di una decina circa di persone. Tale numero corrisponde a quello degli amici che frequentiamo abitualmente così come corrisponde a quello di una squadra di cacciatori o di un altro gruppo di lavoro della società tribale; pertanto è questo il numero che per natura possiamo utilizzare in modo da svolgere proficuamente un’attività collaborativa, oltre tale numero si tende ad organizzarsi in gruppi paralleli.
Dato che lo scopo di un’assemblea democratica è quello di raggiungere una decisione che soddisfi al meglio il comune interesse e visto che si tratta chiaramente di un’attività collaborativa, appare logico cercare di applicare lo stesso principio.
Se per esempio consideriamo un gruppo di settanta persone così organizzato, avremo sette assemblee da dieci persone in cui si applica senza problemi la democrazia diretta ed ognuna di queste selezionerà la decisione ritenuta migliore. A questo punto possiamo notare che settanta persone sono troppe per la democrazia diretta, ma sono pochissime per quella indiretta, quindi per confrontare le diverse idee si può utilizzare comodamente il principio della rappresentanza inviando un delegato ad un consiglio generale di sette persone, il quale a sua volta potrà applicare al suo interno le regole della democrazia diretta.
Si può notare che con questa procedura non si presentano i problemi tipici della democrazia parlamentare in quanto i delegati conoscono direttamente tutti quelli che rappresentano, e quindi non necessitano di alcuna propaganda che andrebbe finanziata da qualcuno con cui sdebitarsi; inoltre un manipolatore potrebbe al massimo riuscire a circuire il proprio gruppo, arrivando a competere nel consiglio generale con altri che hanno raggiunto lo stesso livello onestamente, senza ottenere dunque un sensibile vantaggio rispetto ad essi. Egli potrebbe certo cercare di circuire anche i membri del consiglio generale i quali però saranno persone con idee già consolidate, riconosciute come leader e probabilmente più preparate, quindi meno esposte alla manipolazione.
Ecco allora che in un gruppo di numero paragonabile al villaggio tribale, cioè conforme alla nostra natura, siamo riusciti a fondere i due sistemi di democrazia tradizionali cogliendone i vantaggi ed evitando i rispettivi problemi.

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5.a.5 – E’ possibile allora un villaggio democratico?

16 Settembre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

È possibile allora un villaggio democratico?

Affinché il nostro villaggio moderno sia effettivamente democratico deve rispettare i due requisiti minimi:
• l’insieme dei membri deve costituire effettivamente la massima autorità;
• la gestione deve essere una forma di autogestione, quindi deve seguire la volontà della collettività;
come sappiamo, nel sistema parlamentare vi sono vari motivi che rendono molto difficile per gli elettori controllare l’operato dei propri rappresentanti. Questo accade perché gli organi di informazione sono inaffidabili e corrotti, perché i cittadini non hanno la cultura e la mentalità per controllarli, né quella per eleggerli visto che in genere essi affermano di non sentirsi rappresentati e tuttavia continuano a votare le stesse persone o gli stessi partiti.
Nel villaggio moderno, con il sistema da noi proposto, ognuno può invece informarsi direttamente sull’operato dei delegati e può farlo anche con una certa cognizione di causa, trattandosi di argomenti già discussi personalmente nell’assemblea del proprio gruppo. Ancora più facile sarebbe esercitare su di essi la propria autorità, in quanto la nomina dei delegati avviene da parte di una decina di persone, non vi sono lunghi e costosi periodi elettorali e pertanto i rappresentanti possono essere cambiati in ogni momento e per qualsiasi motivo a costo zero: è infatti sufficiente accordarsi in solo sei persone. Per una maggiore competenza, sarebbe inoltre possibile cambiare delegato in base all’argomento da discutere nell’assemblea generale. Bisogna poi ricordare che su una popolazione così ristretta intervengono altri sistemi naturali di autocontrollo: i rappresentanti frequentano personalmente i propri deleganti e sono spesso ad essi legati da vincoli di amicizia o di parentela e quindi solo in casi rarissimi tradiranno la loro fiducia, sapendo di rischiare di perdere la faccia davanti a tutto il proprio gruppo.
Per quanto riguarda il secondo punto, dobbiamo vedere se un tale sistema permette una forma di autogestione; in effetti, poiché gli argomenti trattati nell’assemblea generale sono tutti o quasi già discussi nelle assemblee dei gruppi, i rappresentanti dovranno esprimere in maniera molto più dettagliata quella che è la volontà popolare e saranno molto più vincolati ad essa rispetto al sistema attuale.
Considerando inoltre che il villaggio moderno nasce dallo sviluppo di un piccolo gruppo di amici che si sono scelti vicendevolmente, che con lo stesso spirito accettano i nuovi aggregati e che dunque risulta formato da persone con affinità di carattere e di valori, è probabile che si generi una notevole uniformità di pensiero, tale da rendere minime le divergenze e frequenti le votazioni unanimi o quasi. In questo contesto le varie assemblee, compresa quella generale, non potranno che esprimere effettivamente la volontà popolare realizzando una forma di autogestione. Nelle antiche società tribali, alle quali si apparteneva dalla nascita senza possibilità di scelta, una simile uniformità di pensiero veniva invece realizzata attraverso una severa educazione di stampo dogmatico, la suggestione collettiva e la disinformazione naturale; nei nuovi villaggi in formazione, basati sulla selezione di individui già affini per mentalità ed interessi, questi fenomeni non sono più necessari e possono essere ridotti al minimo favorendo sia una maggiore libertà di pensiero, sia una maggiore ricchezza culturale e venendo quindi incontro alle esigenze del mondo moderno.
Tuttavia anche questo sistema si basa sul presupposto che i singoli abbiano un’adeguata cultura democratica, ovvero sappiano qual è lo scopo della democrazia, qual è il proprio ruolo e quello dei delegati, nonché conoscano quali siano gli strumenti che il sistema mette a loro disposizione e come usare correttamente gli stessi al fine di tutelare i propri interessi. Per realizzare la vera democrazia, anche in un piccolo villaggio, non possiamo dimenticare il problema di una valida gestione culturale che valorizzi la preparazione democratica dei singoli.

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5.a.6 – Come gestire un’assemblea?

17 Settembre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Come gestire un’assemblea?

L’assemblea è lo strumento democratico principale e tutti, quando occorre, devono essere in grado di usarlo. A tal fine è certo necessario sapersi esprimere con chiarezza, ma ancora più importante è saper ascoltare, non si può pretendere di avere sempre ragione. Di nuovo troviamo la necessità di un minimo di umiltà, quel tanto che basta per ammettere i propri errori.
In una riunione non ci si deve limitare a parlare per affermare le proprie idee, ma si deve anche giudicare con obiettività quello che dicono gli altri; per questo allora è necessario anche avere il tempo per riflettere, per capire, per domandare e magari per rivedere le proprie convinzioni. Il modello che spesso ci viene presentato dalla televisione di una democrazia basata sul dibattito, sulle discussioni o peggio sui litigi, è altamente diseducativo: con tale metodo prevarranno le idee di chi ha la risposta più pronta o di chi urla più forte, non certo le idee migliori e di interesse comune. La vera democrazia si basa sul dialogo, interrotto da lunghe pause per pensare, il cui scopo è cercare la soluzione migliore per tutti e non quello di imporre il proprio punto di vista; questo è anzi l’atteggiamento antidemocratico per eccellenza, nel quale si rivela uno scarso rispetto per la collettività.
Abbiamo dunque scoperto un altro concetto fondamentale: le decisioni da prendere devono essere valide per tutta la comunità, le proposte che vengono fatte non si devono limitare a tutelare gli interessi di una fazione, ma devono concretamente realizzare un progresso collettivo; scegliere un rappresentante che tuteli i nostri interessi personali o di fazione a discapito di quelli degli altri, non è una scelta democratica, ma l’esatto contrario, ci si sta ponendo al di fuori della comunità per poterla sfruttare. Affinché vi sia volontà popolare ci deve essere un popolo e un aggregato di fazioni in guerra fra loro evidentemente non lo è.
Affinché da una riunione si ottengano le decisioni migliori per la collettività, è dunque necessario che i partecipanti conoscano bene valori quali la tolleranza, il rispetto e la solidarietà. Se infatti applichiamo una regola da tutti conosciuta, quella della maggioranza, a due popolazioni che non si rispettano reciprocamente e che quindi si mantengono ben distinte, si ottiene che il gruppo più numeroso, essendo in maggioranza, opprimerà la minoranza come ogni classe dominante che si rispetti; tale paradosso, detto dittatura della maggioranza, ci mostra come un presupposto fondamentale per la democrazia sia un gruppo solidale che si riconosca come tale.
A questo punto è opportuno soffermarsi un attimo a parlare della differenza fra un gruppo pluralista e uno con divisioni interne: il primo è un gruppo al cui interno sono presenti opinioni diverse e dove queste vengono tollerate senza incrinare l’identità del gruppo, identità data appunto dalla solidarietà, dallo spirito di corpo e dalla collaborazione; il secondo è un gruppo in cui le differenti opinioni, anche se tollerate, spingono le diverse fazioni ad identificarsi come gruppi diversi, indebolendo il rispetto e la solidarietà reciproca e in breve tempo sarà difficile parlare ancora di un singolo gruppo. Pluralismo e divisione vanno ben distinti perché, come sappiamo, il primo è una ricchezza per la comunità in quanto, come la varietà genetica, aumenta le sue probabilità di sopravvivenza; la seconda è invece una rovina, in quanto mina alle fondamenta la comunità che è una delle principali risorse per la sopravvivenza dell’uomo. Per avere democrazia pertanto non è necessaria l’uniformità di pensiero, peraltro dannosa, ma solo rispetto e solidarietà.

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5.a.7 – Come tutelare le minoranze?

18 Settembre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Come tutelare le minoranze?

Se a questo mondo esistono le regole è perché non viene sempre naturale seguirle, analogamente, anche se tutti riconoscono il rispetto e la solidarietà come dei valori importanti, non sempre il nostro comportamento è coerente con essi; ecco perché bisogna porre delle regole e fare in modo che siano rispettate. Partendo allora dai nostri valori, dobbiamo porci delle regole che garantiscano il rispetto e la solidarietà all’interno del gruppo; lo scopo è evitare che si formi una dittatura della maggioranza.
Considerando un gruppo di tre persone è possibile che due si accordino sistematicamente a danno della terza; in precedenza abbiamo detto che in una comunità tutti devono avere un vantaggio nell’appartenervi, se invece vi è un danno non si è membri della comunità, ma vittime della stessa; affinché quindi vi sia una vantaggiosa convivenza e collaborazione è essenziale anche il diritto di dissociazione oltre che quello di associazione. Il gruppo non deve essere una prigione e quindi, riprendendo l’esempio delle tre persone, il terzo elemento sempre in minoranza deve avere il diritto di andarsene, se lo ritiene conveniente. Questa facoltà certo pone un limite alla prepotenza degli altri due, ma non è sufficiente ad eliminarla perché, contando sul bisogno che ha il terzo, come tutti gli altri, di appartenere al gruppo, essi possono continuare a vessarlo senza arrivare al punto di convincerlo che restare non è più conveniente.
In base al principio della solidarietà nel gruppo le decisioni devono essere a vantaggio di tutti o quantomeno non danneggiare nessuno, ma in certi casi questo non è possibile e quindi qualcuno dovrà sacrificarsi per il bene degli altri (non per il bene collettivo, essendo egli escluso dai benefici e anzi danneggiato). In una vera comunità verrebbe spontaneo che i beneficiati cerchino di ricompensare chi si è sacrificato per loro, limitando o annullando il danno che ha ricevuto. Se dunque questa volta consideriamo tre persone legate da sincera amicizia, e due di queste possono guadagnare diecimila euro causando un danno di duemila al terzo, immediatamente si accorderebbero spartendo in tre parti ottomila euro e usando i duemila rimanenti per coprire il danno arrecato al terzo, il quale avrebbe alla fine un vantaggio invece che un danno. Pertanto per un atteggiamento corretto, coerente con gli scopi della democrazia, è bene porre la seguente regola: quando la maggioranza ritiene opportuno prendere una decisione che danneggia una minoranza, la stessa è tenuta a risarcirla e condividere con essa parte del beneficio ottenuto.
Con una simile regola possiamo prevedere che molte decisioni verrebbero prese all’unanimità oppure, nel caso in cui il guadagno non superi il risarcimento, non verrebbero prese affatto. L’unanimità è la situazione di massimo accordo, non significa avere in partenza tutti la stessa idea, ma aver trovato un buon compromesso grazie al dialogo e al confronto, tuttavia anche con la regola del risarcimento sappiamo che non sempre sarà possibile realizzarla, per esempio nel caso in cui alcuni non siano d’accordo senza essere danneggiati in alcun modo. Se dunque è giusto cercare di raggiungere l’unanimità nel maggior numero di casi possibile, non è realistico pensare di riuscirci sempre, un sistema che non preveda soluzioni alternative non può funzionare.
Se non si raggiunge il totale accordo la posizione che lascia insoddisfatte il minor numero di persone è certo quella della maggioranza assoluta; alla minoranza non resta che accettare il risarcimento, se dovuto, o abbandonare il gruppo.

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5.a.8 – Come scegliere il rappresentante?

19 Settembre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Come scegliere il rappresentante?

Anche in un gruppo estremamente piccolo di quattro o cinque persone, può accadere che un membro non possa o non voglia partecipare alla riunione. In tal caso si possono adottare varie strategie:
• si può rimandare la riunione, se si tratta di un impedimento temporaneo e la decisione da prendere non è urgente;
• la riunione si svolge regolarmente e l’assemblea decide anche per chi è assente, come se questi, con la sua assenza avesse delegato automaticamente l’assemblea a decidere per lui;
• il membro mancante, invece di rimettersi all’assemblea, delega una singola persona che lo sostituirà.
Il delegato può rappresentare il suo delegante fondamentalmente in due modi: nel primo egli presenterà all’assemblea la volontà direttamente a lui riferita dal delegante; nel secondo egli deciderà come meglio crede a nome del delegante. Il secondo modo diviene una necessità quando il membro assente non conosce gli argomenti che saranno trattati nella riunione o se ritiene di non avere le conoscenze necessarie per prendere una decisione responsabile.
In gruppi più grandi i rappresentanti vengono utilizzati principalmente per evitare riunioni troppo numerose e quindi si formano dei sottogruppi ognuno dei quali manderà un rappresentante all’assemblea generale, tuttavia le caratteristiche del rappresentante rimangono le stesse: secondo i casi egli presenterà le decisioni già prese oppure deciderà autonomamente per gli altri.
Dato il ruolo fondamentale svolto dai rappresentanti nella democrazia indiretta e in particolare nella struttura del nostro moderno villaggio, risulta evidente che i criteri di scelta del rappresentante sono di enorme importanza, essi devono essere stabiliti liberamente dal delegante e non possono essergli imposti, poiché in caso contrario sarebbe compromessa la sua libertà di scelta e quindi la sua capacità di farsi rappresentare adeguatamente. Bisogna assolutamente ricordare che tali criteri, proprio per la loro importanza, devono essere scelti con molta cura in modo che possano svolgere bene la loro funzione, poiché altrimenti la partecipazione democratica del singolo verrebbe nuovamente compromessa; non basta dunque assicurare la libertà di scelta del rappresentante, ma bisogna realizzare un sistema che permetta una rappresentanza efficace, cioè una vera tutela degli interessi del delegante.
Il fatto che ognuno possa scegliere i criteri che vuole non significa che il criterio scelto sia sempre valido, anzi è facile constatare che i criteri normalmente usati, basati sulla simpatia, sul partito di appartenenza, sulle dichiarazioni fatte in campagna elettorale e sulla propaganda in generale, sono un clamoroso fallimento: i rappresentanti scelti con tali metodi pongono gli interessi dei loro elettori all’ultimo posto. Per mancanza di cultura democratica, il singolo cittadino non controlla l’efficacia dei propri metodi di scelta come non controlla l’operato dei propri politici.
Per lo stesso motivo, quasi nessuno di noi conosce dei criteri validi ed è quindi indispensabile porsi il problema di trovarli. Dei suggerimenti ci possono venire dal contesto: ovviamente la scelta del rappresentante è limitata alle persone disponibili per svolgere tale compito; tale scelta dovrà inoltre indirizzarsi verso coloro che possiedono una preparazione adeguata, cioè sufficiente a svolgere bene il proprio compito. Da quest’ultima banalità si evince un concetto molto importante: la persona da noi delegata deve essere scelta a seconda del compito che deve svolgere ed in genere non servono qualità eccezionali; un elettricista ad esempio deve essere in grado di riparare i guasti del sistema elettrico, parlando invece della preparazione di un atleta prima delle gare, non si può dire che la sua preparazione è adeguata quando è in grado di battere tutti gli altri perché non potrebbero esistere due atleti con tale preparazione. Nelle competizioni non ha dunque senso il concetto di preparazione adeguata, se lo scopo è vincere, si cercherà la preparazione migliore possibile. Se invece si è bruciato un interruttore, non si cercherà il migliore elettricista del mondo, poiché per un lavoro ordinario non potrà che comportarsi come un elettricista comune.
Partecipare ad una assemblea e riferire il nostro pensiero, oppure decidere in maniera responsabile al nostro posto, non è certo un’attività agonistica, la preparazione del nostro delegato deve essere dunque adeguata, non la migliore possibile; in tali casi non abbiamo bisogno di un genio perché si tratta di scegliere un rappresentante, non un capo. Trattandosi di un incarico dato sulla fiducia, è ovvio che il rappresentante deve essere prima di tutto affidabile e degno di stima, tuttavia nel sistema parlamentare attuale è prassi comune eleggere personaggi dediti ad ogni sorta di imbroglio, ipocriti e senza scrupoli e riusciamo a fare una cosa simile nella convinzione di tutelare i nostri interessi.
In un villaggio, dove tutti si conoscono personalmente e dove i gruppi si formano in base ai vincoli di amicizia e sull’affinità di carattere, di cultura e di interessi, scegliere un rappresentante affidabile è la cosa più naturale e semplice del mondo: nella nostra cerchia di amici sono praticamente tutti affidabili, ed in caso contrario ce ne accorgeremmo presto; salvo casi eccezionali, trattando argomenti di interesse comune che normalmente vengono discussi insieme, anche la preparazione adeguata sarà alla portata di tutti. Ne segue che, nella maggior parte dei casi, tutti o quasi saranno in grado di svolgere il ruolo di rappresentante del gruppo e la scelta alla fine si baserà prevalentemente sulla disponibilità di tempo che il candidato possiede. Nel caso in cui si presenti un argomento particolare che richieda conoscenze specifiche, la cerchia dei candidati si restringerà e la scelta risulterà ancora più facile.
Data la semplicità di un gruppo formato al massimo da dieci o dodici persone e data la facilità con cui ognuno può sostituire l’altro sugli argomenti più comuni, sarà piuttosto semplice inviare all’assemblea generale un rappresentante diverso secondo la necessità di competenze specifiche o la disponibilità di tempo. Inoltre nulla vieta di mandare anche due rappresentanti se nell’assemblea andranno affrontati due argomenti che richiedono competenze diverse, perché non sfruttare a pieno le conoscenze del gruppo? Ovviamente di volta in volta solo uno voterà per tutto il gruppo. Ciascun gruppo disporrà quindi di diversi rappresentanti secondo le necessità, i quali saranno quindi più stimolati ad una partecipazione attiva.
Tornando all’esempio del villaggio costituito da settanta persone suddivise in gruppi di dieci, se ogni gruppo inviasse all’assemblea generale due rappresentanti invece di uno, il numero dei membri di tale assemblea passa da sette a quattordici e ciò può sembrare un appesantimento che potrebbe incidere negativamente sulla snellezza decisionale. Si deve invece notare come l’assemblea in realtà non abbia raddoppiato i membri, poiché risulta costituita da sette coppie di rappresentanti; ogni coppia esprime un solo parere e un solo voto nell’interesse del gruppo che rappresenta, ma con evidenti vantaggi rispetto alla situazione precedente:
• con il doppio rappresentante il gruppo può farsi rappresentare da un delegato costante nelle varie assemblee, in modo da assicurare una continuità di presenza e di rapporti, e allo stesso tempo può affiancare a tale delegato una seconda persona che varierà invece di volta in volta a seconda degli argomenti trattati nelle diverse assemblee e che viene scelto proprio per le sue competenze specifiche;
• i due rappresentanti saranno confortati dal non essere soli, troveranno un vicendevole aiuto, un immediato consiglio e un reciproco controllo.
Il vantaggio più grande offerto da un continuo contatto con i propri rappresentanti è comunque il fatto di poter continuamente constatare la qualità della loro opera, permettendo così di applicare un altro importantissimo criterio oggi totalmente trascurato, quello del giudizio sulla base dei risultati oggettivi; solo in questo modo è infatti possibile sostituire con cognizione di causa un delegato che ci ha deluso.

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5.a.9 – Cosa unisce il gruppo?

20 Settembre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Cosa unisce il gruppo?

In linea di principio un gruppo si forma per svolgere una determinata attività, come una battuta di caccia o una gita in montagna, al termine della quale il gruppo si scioglie. Nei casi in cui l’attività svolta non ha carattere temporaneo, ma ricorrente o permanente, anche il gruppo assume ovviamente la medesima caratteristica, come ad esempio avviene quando cinque amici formano una squadra di calcetto per divertirsi e mantenersi in forma, oppure quando degli appassionati della storia dell’antico Egitto aprono un sito internet dedicato a tale tema.
Nel mondo moderno ognuno di noi frequenta più di un gruppo: c’è quello degli amici abituali, che si riunisce per varie attività ricreative, quello dei colleghi di lavoro e una serie di gruppi occasionali che si formano per i motivi più vari come la riunione fra genitori degli alunni e insegnanti o l’assemblea del condominio.
Un’importante differenza che possiamo subito notare fra i gruppi moderni e quelli tribali è che non sempre i rispettivi membri si conoscono fra loro; anche rimanendo nell’ambito delle amicizie, molti di noi frequentano due o tre gruppi di amici ben distinti e totalmente estranei fra loro. Questa è chiaramente una novità nella società umana, un fenomeno del tutto impossibile prima della formazione delle grandi città, tuttavia in tali gruppi ritroviamo anche caratteristiche comuni con le poche società tribali superstiti.
È piuttosto facile infatti osservare che, a fianco delle normali attività ricreative, nei gruppi di amici se ne sovrappongono altre, importantissime da un punto sociale ed affettivo: gli amici si scambiano confidenze in cerca di un consiglio o di sostegno morale, in caso di bisogno si aiutano con varie forme di assistenza, ma anche in assenza di ragioni particolari, gli amici parlano fra loro, per il semplice gusto di farlo.
Può sembrare un’attività fine a se stessa, un semplice divertimento, ma non è affatto così, essa svolge delle funzioni molto importanti da un punto di vista sociobiologico: parlando amichevolmente del più e del meno noi tutti ci scambiamo opinioni ed informazioni, modelli di ragionamento e tratti culturali, è così che si genera il famoso passaparola, cioè il canale di comunicazione ancora oggi più usato al mondo. Appare dunque del tutto logico che la selezione naturale ci abbia dotato di un senso di piacere nel parlare con gli amici, anche per discorsi a prima vista vuoti e privi di senso, questo accade nelle grandi città come nei villaggi tribali del Borneo o dell’Amazzonia.
Se dunque l’attività di partenza, ad esempio giocare a pallone, è stata la causa che ha determinato la formazione del gruppo, le attività sociali che vi si sovrappongono sono il collante che tengono unito, affiatato e quindi efficiente il gruppo stesso.

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5.a.10 – Come sfruttare il gruppo?

21 Settembre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Come sfruttare il gruppo?

Per quale motivo le piccole associazioni che formiamo non si estendono mai fino a formare l’equivalente di un antico villaggio? Così come il gruppo si scioglie quando cessa l’attività che esso svolge, allo stesso modo esso interrompe la sua crescita quando ha raggiunto le dimensioni sufficienti per svolgerla al meglio. I nostri gruppi svolgono attività che permettono una crescita limitata in quanto le altre sono svolte da grandi aziende private o dalle istituzioni dello Stato; inoltre le poche associazioni che riescono a diventare molto grandi, come per esempio i sindacati, non avendo altri modelli di riferimento, si organizzano con sistemi parlamentari simili a quello dello Stato, imitandone di conseguenza anche i difetti ed integrandosi così bene con esso da divenire simili ad istituzioni statali e perdendo così tutte le caratteristiche positive del piccolo gruppo originario. Non è quindi un caso che le organizzazioni sindacali, nate dalla base operaia per tutelare gli interessi della stessa, si trasformino in grandi strutture non democratiche e molto distanti dagli interessi per i quali sono state fondate, così come è naturale che i lavoratori della base prima o poi avvertano tale distanza e tentino di riorganizzarsi in nuovi sindacati. E’ inoltre il caso di notare come il fatto che i lavoratori siano costretti a fondare nuovi sindacati piuttosto che a riformare quelli esistenti, sia la prova lampante della mancanza di democrazia in seno ai sindacati.
Il problema della mancata rappresentanza dei lavoratori è quindi attenuato dalla libertà di poter fondare un nuovo sindacato, ma la storia ci dimostra che anche questo tende ad evolvere negativamente come il precedente, in una ciclicità che non risolve mai definitivamente il problema. Questo esempio ribadisce quanto precedentemente affermato, cioè che non basta la libertà di scelta del rappresentante, ma che è necessario un sistema di rappresentanza efficiente.
Affinché un insieme di amici diventi dunque la prima pietra per costruire un moderno villaggio democratico, è necessario che non si limiti a svolgere attività temporanee oppure a crescita troppo limitata; esaminiamo allora quali attività si prestano meglio a soddisfare le nostre aspettative.
Abbiamo già notato che problemi come la frammentazione sociale, la mancanza di democrazia, la disinformazione sociale e l’ignoranza, sono così strettamente legati da non poter essere risolti separatamente, essi infatti si sostengono a vicenda portando l’uno a rigenerare l’altro. Allo stesso tempo non si può sperare di trovare una soluzione unica per problemi così diversi fra loro e allora non rimane che studiare un insieme di soluzioni che, come i relativi problemi, si intreccino e si sostengano a vicenda. Tra le attività che i nostri gruppi dovranno svolgere vi dovranno pertanto essere la partecipazione democratica, la gestione dell’informazione e la gestione culturale. Si tratta di attività che, inconsciamente, gli amici tendono già a fare spontaneamente, ma senza la tecnica appropriata, cioè senza il giusto adattamento culturale. Si tratta inoltre senza dubbio di attività illimitate nel tempo e che non impongono particolari vincoli alla crescita del gruppo; del resto questo vale anche per la nostra squadra di calcetto, la quale, contando le riserve può superare di molto le cinque persone, ma arrivando a dieci potrà formare due squadre e riprendere il ciclo di crescita.
Affinché il gruppo rimanga tale, dovrà sempre svolgere le attività di coesione sociale che consentano di esprimere l’amicizia dei partecipanti e che li aiutino a mantenersi in ottimi rapporti, in particolare ricordiamo il partecipare insieme a ricchi banchetti nelle grandi occasioni e il prestare qualche forma di mutua assistenza, basata oggi come in passato sullo scambio di favori. Non ha importanza di che tipo di favori si tratti, la loro caratteristica fondamentale è quella di stimolare la gratitudine di chi li riceve e la soddisfazione di rendersi utili in chi li elargisce, rafforzando così il legame affettivo e predisponendo il ricevente a contraccambiare, alimentando un circolo virtuoso. Infatti anche le prestazioni professionali, quando sono fornite agli amici in genere sono gratuite, se di poco conto, verranno invece sensibilmente scontate negli altri casi, proprio per confermare la relazione amichevole, infatti ciò avviene anche se l’amico-cliente è ricco e non ha bisogno di sconti.
A riprova che anche l’altruismo, e non solo l’egoismo, fa parte della natura umana, molti al giorno d’oggi cercano di dare un contributo positivo alla società fornendo opere di volontariato nel tempo libero; in questo modo essi compensano un po’ le carenze dell’apparato statale, tali servizi però sono spesso erogati a persone estranee che rimarranno tali e quindi la loro gratitudine, per quanto dia comunque molta soddisfazione, non potrà contribuire al rafforzamento dei legami sociali.
Sappiamo anche che sono ancora più numerosi quelli che si pongono spontaneamente al servizio dei propri parenti e conoscenti, fornendo una sorta di servizio di volontariato individuale. In tal caso, oltre al piacere di aiutare un parente o un amico, si aggiunge anche quello di assumere un ruolo ed una reputazione all’interno del gruppo (o di una federazione di gruppi), acquistando prestigio ed importanza presso le persone che per essi contano. Il gruppo allora deve essere un luogo dove poter mettere a disposizione le proprie qualità, ottenendo in cambio una grande gratificazione psicologica ed un miglioramento delle pubbliche relazioni. In questa forma di volontariato interno (o di prossimità) possono essere inserite attività di qualunque tipo.
In generale possiamo così riassumere le caratteristiche delle attività del gruppo:
• vi deve essere un’attività di partenza (giocare a calcetto, gestire un sito sull’antico Egitto), che causa la formazione del gruppo, che sia di carattere permanente e che consenta una crescita non troppo limitata;
• si deve svolgere una o più attività ricreative per consolidare i legami affettivi all’interno del gruppo;
• lo scambio di favori non si deve limitare all’iniziativa individuale, ma tutto il gruppo deve collaborare, tutti devono conoscere le risorse interne disponibili;
• non può mancare una gestione della cultura e delle informazioni di comune interesse;
• alle decisioni collettive si giunge con vera partecipazione democratica.
Nel gruppo, come possiamo vedere, si sovrappongono diverse attività e la partecipazione democratica è solo una di esse. Nulla proibisce che una squadra così formata si specializzi anche in un’attività lavorativa, ma questa non dovrà mai essere l’unica attività o contrastare con le altre, altrimenti si perderebbe la funzione di aggregazione sociale divenendo una semplice azienda privata. Quando il gruppo crescendo diventerà troppo numeroso, si dovrà suddividere in gruppi più piccoli che però rimarranno legati dalla comune attività che ha consentito la crescita. In questo modo si può formare un piccolo villaggio moderno, in modo spontaneo, seguendo la natura umana e sfruttando le risorse che essa ci ha messo a disposizione.

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5.a.11 – Quali sono le funzioni del villaggio?

22 Settembre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Quali sono le funzioni del villaggio?

Per come è stato presentato, il villaggio può essere visto come un serbatoio di risorse disponibili con facilità, esse sono date da persone che si conoscono direttamente fra loro e che sono legate da vincoli di amicizia. Esso è anche un punto di riferimento per il coordinamento dei singoli sottogruppi nelle attività che svolgono in comune e quindi consente anche una maggiore specializzazione delle attività stesse, potendo contare sul contributo di vari gruppi interni.
In caso di bisogno, in un piccolo gruppo è possibile che nessuno sia momentaneamente disponibile o che abbia conoscenze adeguate od altro, ma in un villaggio composto da oltre 50 persone tale eventualità diviene altamente improbabile. In questo caso il singolo ha dunque giustamente la sensazione di non essere mai solo, c’è sempre qualcuno su cui contare e a cui rivolgersi. I benefici psicologici in termini di serenità e sicurezza sono di immediata evidenza. In particolare nella gestione della cultura e delle informazioni si possono ottenere prestazioni molto maggiori, infatti su una popolazione di molte decine di individui si può raccogliere un patrimonio culturale enorme e lo stesso vale per le informazioni utili o potenzialmente utili. Ecco allora definito un altro concetto di fondamentale importanza: la crescita del gruppo è importante per moltiplicare le specializzazioni e le sinergie e quindi la crescita ha un senso solo se permette un miglioramento dell’efficacia del gruppo o una riduzione della fatica del singoli, in caso contrario si tratta di una crescita inutile se non addirittura dannosa. Quando le dimensioni di un gruppo possono incrinare i legami sui quali il gruppo stesso si fonda, è bene non procedere ad un ulteriore crescita o addirittura può essere consigliabile un ridimensionamento, ma questo non deve far rinunciare definitivamente alla crescita, deve anzi essere visto come il necessario passo per mettere a punto una diversa struttura che consenta una crescita vantaggiosa.
Oggi le associazioni formate da poche decine di persone sono innumerevoli, svolgono mille attività diverse e potrebbero tutte assumere la forma di un villaggio, assumendo una maggiore funzione di aggregazione ed organizzazione sociale. Infatti le attività che si aggiungerebbero (informazione, cultura, assistenza psicologica e materiale) renderebbero la nuova organizzazione simile ad una vera e propria comunità dotata di una certa autonomia dal punto di vista sociale; si tratterebbe proprio di quella comunità che è andata persa da tempo nelle grandi città lasciando il piccolo cittadino sempre più solo.
Tempo fa delle giovani madri, dovendo lavorare e non avendo degli asili nido nelle vicinanze, si sono organizzate prendendo il giorno di riposo settimanale in giorni diversi in modo che ciascuna, a turno, si prendesse cura dei bambini di tutte le altre. Davanti al problema dei continui incidenti stradali che puntualmente si verificano il sabato sera facendo strage dei ragazzi che ritornano dai locali notturni, un padre che in tal modo aveva perso il figlio, riuscì ad organizzare delle famiglie in modo da affittare un pullman che come uno scuolabus facesse il giro delle discoteche vicine, riducendo enormemente il rischio di incidenti. Tali sistemi sembrano funzionare bene, mentre sono anni che lo Stato non sa cosa fare, o peggio spende soldi per iniziative inutili.
Se chi ha avuto queste due brillanti idee avesse fatto parte di un villaggio, quanta fatica in meno avrebbe fatto per realizzarle? Quanta fatica in meno faremmo noi per imitarli? Infatti, sebbene tali iniziative abbiano funzionato, sono rimaste dei casi isolati, perché costruire un’organizzazione da zero non è facile, tuttavia con un villaggio di qualsiasi tipo tale problema non ci sarebbe, qualunque sia l’attività svolta, la sua struttura potrebbe essere riutilizzata per sperimentare le nuove soluzioni.
In precedenza avevamo detto che un singolo individuo, per affrontare un problema, si deve limitare a soluzioni individuali o per piccoli gruppi, avendo la possibilità di coinvolgere tre o quattro amici. I problemi che non hanno soluzioni di questo genere sono fuori della sua portata, ma aggregandosi a un villaggio egli può realizzare soluzioni molto più impegnative, da realizzare in venti o quaranta persone e forse più, in questo modo il numero dei problemi risolvibili sarà assai più esteso. Il villaggio dunque è anche uno strumento per amplificare la nostra capacità di risolvere i problemi.

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5.a.12 – Quali sono i vantaggi che possiamo ottenere?

23 Settembre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Quali sono i vantaggi che possiamo ottenere?

Considerando che in un villaggio convivono e collaborano diversi gruppi, equivalenti agli antichi clan familiari, i quali possono avere diverse specializzazioni o addirittura diverse attività, possiamo vedere tale villaggio come una struttura multiuso a cui rivolgersi secondo il bisogno. Ricordiamo che in natura gli animali sociali non formano un branco diverso secondo le varie necessità, ma è sempre lo stesso branco che si adatta e sostiene le esigenze dei singoli secondo i casi.
Il villaggio segue lo stesso principio e questo porta alcuni vantaggi rispetto alle altre forme di associazione che forniscono servizi. Il moderno cittadino per soddisfare una qualche necessità si deve rivolgere ad un ente statale, ad una azienda privata, ad una cooperativa ovvero a tante organizzazioni diverse. Ovviamente egli non può partecipare attivamente a tutte, spesso a nessuna, e quindi ha grande difficoltà a poter esercitare un controllo su di esse, poiché è costretto ad osservarle dall’esterno. Con il villaggio invece ci troviamo di fronte un’unica struttura da tenere sotto osservazione ed alla quale partecipiamo dall’interno, pertanto è facilissima per tutti da sorvegliare. Inoltre se essa è dotata di un sistema democratico efficiente, ognuno può anche influire direttamente sulla sua politica interna.
Si tratta di un nuovo modello di organizzazione basato sulle antiche leggi della natura umana, un modello democratico e a misura d’uomo: la semplicità della sua struttura richiede pochissime regole che tutti, partecipando liberamente, impareranno presto a memoria senza averle mai studiate, tutti infatti, quando seguono una partita di calcio, conoscono le regole del gioco, ma nessuno le ha mai studiate sui libri, hanno solo giocato qualche volta a pallone e seguito con passione le partite giocate da altri.
Indubbiamente molte attività sono più economiche se svolte in grande scala con enti assai più grandi di un villaggio, tuttavia spesso ci troviamo davanti al problema opposto: attività che risultano più semplici da svolgere in piccoli gruppi locali vengono affidate a grandi strutture dalla pesantissima burocrazia con risultati assai scadenti. Si potrebbero quindi liberare molti servizi di pubblica utilità dagli impedimenti della burocrazia, sulla quale peraltro non abbiamo nessuna autorità, e renderli più efficienti e sotto controllo democratico.
Per quanto riguarda la democrazia, essa è un valore che, come tutti gli altri, deve essere praticato e non solo ricordato o esaltato a parole; vivere in una democrazia apparente porta a seguire un’apparente cultura democratica, che ci insegna a votare chi non ci rappresenta, a non considerare cosa grave un politico o un partito che mente ai propri elettori, a non domandarsi chi ha scelto i candidati che si presentano alle elezioni, a non chiedersi come ha votato il partito che abbiamo scelto su una legge per noi importante. Se invece abbiamo trovato il modo di realizzare una vera democrazia in un singolo villaggio, partecipando ad esso possiamo imparare una vera cultura democratica. La diffusione di tale cultura è certamente uno dei vantaggi più importanti che possiamo ottenere, perché essa è l’indispensabile premessa anche per una democrazia a livello nazionale.
Il villaggio ha però anche un limite, sopra i cento membri sorgono grandi problemi di organizzazione, in quanto per sua natura l’essere umano è in grado di mantenere un numero limitato di contatti, giusto il necessario per condurre una vita tribale. Sopra tale limite ci si deve suddividere in due o più villaggi. Per gestire grandi associazioni con centinaia o migliaia di soci, oppure per affrontare i problemi di una grande città, è necessario ricorrere a qualcosa di diverso come una federazione di villaggi, nella quale però dovremo mantenere le caratteristiche fondamentali della democrazia, un problema questo che non abbiamo ancora affrontato su grandi popolazioni.
In attesa di risolvere anche tale questione possiamo però anche ricordare che le attività che richiedono un numero di persone inferiore a cento sono moltissime e che le stesse oggi sono del tutto fuori del nostro controllo; in questi casi dobbiamo allora riconoscere che usare una struttura come il villaggio porterebbe molti vantaggi in termini di praticità, efficienza, benessere psicologico e qualità della vita in generale.

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5.a.13 – Possiamo ricostruire una vera comunità?

24 Settembre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Possiamo ricostruire una vera comunità?

Se riprendiamo l’esempio degli egittologi che si riuniscono per gestire un sito su internet dedicato alla loro materia, possiamo immaginare che all’inizio essi siano solo tre o quattro, e che essi lentamente trasferiscano sul loro sito conoscenze, documenti e fotografie raccolti dalle fonti più varie. Se il sito è di buona qualità è probabile che ottenga un certo seguito e che anche altri appassionati vogliano partecipare. Se i fondatori del gruppo si organizzano secondo i nostri criteri di aggregazione, al crescere del numero si suddivideranno in gruppi di lavoro, ognuno dei quali si occuperà di un periodo diverso della lunga storia egizia, oppure di aspetti diversi della loro cultura come architettura, religione, arte, economia, ecc…
Nel villaggio sviluppatosi intorno al sito sarà poi naturale far circolare informazioni riguardo a delle visite guidate nei musei o direttamente nei siti archeologici in Egitto. Non sarà difficile trovare occasioni per incontrarsi, dovendo gestire il sito ed organizzare delle visite in gruppo, sarà poi opportuno associare a queste riunioni attività divertenti per aiutare la socializzazione dei partecipanti. Se il numero continua a crescere alla fine sarà necessario suddividersi in villaggi diversi, ognuno con una sua specializzazione di livello sempre più alto. In questo processo però si può verificare anche un altro fenomeno: se fra i nuovi arrivi ve ne sono alcuni interessati anche ad altre civiltà antiche che ebbero contatti con quella egiziana, questi potrebbero introdurre nuove sezioni sui Sumeri, i Babilonesi ed altri; inizialmente per delineare meglio il contesto nel quale si è sviluppata la storia egiziana, poi per sviluppare uno studio specifico indipendente, estendendo quindi la trattazione del sito dall’antico Egitto a tutte le principali civiltà antiche.
Possiamo notare quindi come al progressivo crescere del numero segua non solo una crescita della specializzazione internamente ma a volte anche un calo della specializzazione complessiva vista dall’esterno.
Un processo analogo lo possiamo riscontrare anche con l’esempio della squadra di calcetto: aumentando i giocatori questi si divideranno in squadre diverse e potranno organizzare dei veri e propri tornei interni. Sarà necessario un sistema di comunicazione per tenere tutti informati sulla disponibilità dei campi di gioco, sugli orari, sulla possibilità di contattare dei tecnici per gli allenamenti ecc… anche in questo caso avremo un moltiplicarsi delle attività, dei ruoli e quindi delle specializzazioni. Se poi alcuni volessero praticare anche altri sport, cercheranno sicuramente di coinvolgere i loro amici del gruppo, inserendoli come attività sportive secondarie. Da una semplice squadra di calcetto si potrà allora passare ad una associazione sportiva multidisciplinare.
In entrambi i casi essere sempre più numerosi porterà altri vantaggi, come disporre di maggiori risorse economiche e culturali ma anche maggiori soddisfazioni psicologiche, dovute alla partecipazione ad attività più importanti e dall’ampliamento e consolidamento della propria rete di amicizie.
Cosa accadrebbe poi se alcuni egittologi per divertirsi e tenersi in forma decidessero di giocare a calcetto? Senza difficoltà potrebbero riutilizzare la stessa struttura del loro villaggio culturale per organizzare la loro attività sportiva, anche se non tutti vorranno parteciparvi, non sarà necessario formare un nuovo villaggio a carattere sportivo. I gruppi di lavoro che vorranno giocare formeranno la loro squadra come oggi nel campionato di calcio fanno le varie città.
Possiamo osservare come al crescere del gruppo questo in genere tenda a differenziarsi internamente moltiplicando i ruoli e le specializzazioni ma può anche aumentare le attività rendendosi polivalente e somigliando sempre più ad una comunità. Questo come sappiamo rispecchia la nostra natura umana, poiché in quanto animali sociali ci rivolgiamo istintivamente ad un’unica organizzazione sociale (la comunità) per ogni necessità. Non è pensabile tuttavia cercare di soddisfare tutte le necessità della vita moderna con organizzazioni piccole come i villaggi o gruppi di villaggi, questo però non è un vero problema, lo scopo del villaggio non è sostituirsi allo Stato, ma quello di restituire al cittadino una delle sue risorse evolutive più importanti, un gruppo organizzato che gli permetta di fare agevolmente cose altrimenti impossibili, aumentando la sua libertà di azione ed anche la sua capacità di contribuire alla società come già fanno oggi le attività di volontariato. Se una federazione di villaggi può svolgere molte attività diverse, ne segue che in caso di necessità può rendersi più indipendente dal resto della società ma di norma sarà più integrata nella stessa offrendo un maggior numero di servizi anche a cittadini esterni e quindi alla fine più legata alla società nel suo complesso.
Il villaggio è uno strumento per il cittadino contemporaneo, si ispira a quello tribale come l’agricoltura biologica si ispira all’agricoltura pre-industriale, non si tratta di un ritorno al passato ma di un modo di affrontare il futuro rispettando la natura, in particolare quella umana. Ricordiamo pertanto che il villaggio moderno non ha riferimenti geografici, non ha un suo territorio come quello tribale, non è legato a degli insediamenti dove abitare, è principalmente una rete di rapporti, un modo di organizzarsi valido sia in città, sia in provincia o perfino su internet, ma non è mai una realtà virtuale, è una struttura funzionante che lega esseri umani reali. Ricordiamo inoltre che i benefici del piccolo gruppo sono immediati, esso nasce per svolgere un piccolo lavoro con pochissime persone; chi forma un gruppo sa bene cosa otterrà in cambio e sa che non dovrà attendere molto. La stessa cosa non vale per il villaggio o per strutture più grandi, ecco perché nessuno organizza un villaggio partendo da zero; il villaggio semplicemente si forma partendo da un gruppo in crescita, che può essere visto come un villaggio embrionale. A una grande struttura pertanto si arriva per gradi, seguendo obiettivi alla nostra portata e a breve termine, poiché solo questi garantiscono il successo e la soddisfazione del gruppo, ponendo le basi per la sua crescita fino ad arrivare ad una grande comunità.

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5.a.14 – Pubblico o privato?

25 Settembre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Pubblico o privato?

Le varie forme di associazione degli esseri umani dipendono dalle attività per le quali esse sono state create. Un fattore quindi di fondamentale importanza, che non può essere trascurato, è l’aspetto economico.
In precedenza abbiamo definito la ricchezza come l’insieme dei beni, ovvero tutto ciò che utilizziamo per vivere al meglio; ne sono un esempio i nostri vestiti, gli elettrodomestici, la nostra casa, ma rientrano in questa definizione anche beni pubblici come le strade, la rete idrica e le scuole. Possiamo notare come alcuni beni siano per loro natura personali ed altri di tipo collettivo: quale senso avrebbe considerare come bene collettivo le mie scarpe o il mio spazzolino da denti se sono ovviamente il solo ad usarli? Un bene è per definizione qualcosa che aiuta la vita, ma se svolge questa funzione solo per un singolo individuo non può essere considerato un bene collettivo. Questo tipo di considerazioni possono certo essere utilizzate per giustificare il concetto di proprietà privata, ma con la stessa logica si può fare lo stesso anche con il concetto di proprietà collettiva e poi di quella pubblica: se infatti prendiamo come esempio una sorgente d’acqua potabile, questa sarà un bene prezioso per tutta la popolazione locale ed è quindi ragionevole considerarla un bene di tutta la comunità del territorio circostante. Con un ragionamento simile un qualunque bene di interesse nazionale andrebbe considerato pubblico, ovvero di proprietà di tutti i cittadini, ma si può andare anche oltre: se pensiamo all’inquinamento dell’aria, questo non rispetta i confini nazionali, ma si diffonde ovunque, sotto questo aspetto l’aria si comporta come un bene unico per tutta l’umanità.
Ne segue che i concetti di pubblico e privato non sono in contrasto, ma entrambi necessari alla natura umana; sono tradizionalmente presentati come contrastanti a causa dello storico conflitto fra le due principali ideologie economiche e politiche del passato, quella liberale e quella socialista, rivelatesi entrambe fallimentari. Esaminando tali concetti con obiettività, tale contrapposizione appare oggi del tutto priva di fondamento e questo anche se non è sempre facile stabilire a quale categoria assegnare un dato bene; un ospedale ad esempio può essere sia pubblico che privato, dipende da chi ne ha finanziato la costruzione o l’acquisto. Inoltre lo stesso bene può svolgere funzioni diverse: una foresta può essere vista come una risorsa dalla quale ricavare del legname per la popolazione che vive nei suoi pressi, ma è anche una fonte di ossigeno per tutto il pianeta; un ghiacciaio può essere una attrazione turistica per praticare degli sport invernali, ma anche una riserva d’acqua che alimenta per tutto l’anno i fiumi a valle. Non è dunque sempre facile distinguere il pubblico dal privato, ma non è neppure un’impresa difficilissima quando si hanno le idee chiare.
Su ragionamenti simili oggi si basano le tasse ecologiche, le quali mirano a scaricare sui consumatori di un prodotto i costi indiretti dovuti ai danni ambientali provocati dalla produzione di tale bene, come le spese ospedaliere per malattie dovute all’inquinamento, quelle per le ricostruzioni a seguito di inondazioni dovute ai mutamenti climatici o al disboscamento e simili. Questi costi di norma pesano su tutta la collettività che viene in questo modo danneggiata due volte, prima subendo il danno e poi ripagandolo; la suddetta forma di prelievo fiscale tende allora a colpire le industrie, i cui cicli produttivi sono ben noti sia nelle risorse che impiegano, sia nelle scorie che creano, in proporzione ai rispettivi impatti ambientali; tali oneri fiscali, che verranno inevitabilmente riversati nel prezzo dei prodotti, hanno il pregio di rendere evidente direttamente sul prodotto il costo che esso comporta per la comunità in termini monetari e svolge almeno tre funzioni positive:
• rende meno convenienti le attività che danneggiano l’ambiente scoraggiando l’acquisto del prodotto finale;
• induce a spostare i consumi su prodotti ecocompatibili, incoraggiando un’economia rispettosa dell’ambiente e la ricerca tecnologica in tal senso;
• consente di risarcire almeno in parte la collettività dei danni subiti.
Sebbene tale sistema non possa compensare i danni difficilmente calcolabili in termini monetari come quelli morali, esso è un importante passo nella giusta direzione; inoltre è il caso di ricordare che i sistemi tradizionali per controllare la compatibilità ambientale dei cicli di produzione, oltre a portare risultati assai scarsi, sono anche molto più costosi, basandosi su una complicata burocrazia collegata a ispettori per i controlli, processi in tribunale, spese carcerarie per i condannati e simili. Tutte queste spese invece vengono ridotte al minimo con tale sistema, il quale è oggi universalmente conosciuto fra i politici e gli economisti, ma applicato solo in casi sporadici; questo rivela una mancanza di volontà politica in aperto contrasto con gli interessi della popolazione ed a favore delle grandi lobby economiche che non mancano mai di finanziare i politici corrotti. Di nuovo dobbiamo constatare la necessità di un sistema realmente democratico che possa applicare simili strategie su larga scala.
All’interno di un villaggio moderno, si dovrà pertanto stabilire di volta in volta come valutare una data risorsa e come gestirla, scegliendo fra un approccio di tipo pubblico, collettivo o privato.

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5.a.15 – Come si è evoluta la figura del capo del villaggio?

26 Settembre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Come si è evoluta la figura del capo del villaggio?

Abbiamo parlato a lungo della specializzazione e della varietà di ruoli o attività all’interno del villaggio, sia in quello tribale che in quello moderno. Fra i vari ruoli vi è sempre stato quello dell’esperto, colui che ne sa più degli altri, che diviene un punto di riferimento per tutti, i quali si affidano a lui con fiducia. Il capo dell’antico villaggio tribale era un’evoluzione di questa figura, rafforzata dalla tradizione culturale e la cui investitura era disciplinata da precisi rituali. Il ruolo, il criterio di scelta e l’autorità del capo cambiavano notevolmente da cultura a cultura; per esempio, a volte la sua figura coincideva con quella dello sciamano, in altri casi esse erano ben distinte. Nelle società agricole al capo villaggio si è sostituito il Re, che a sua volta si presenta in modo un po’ diverso secondo la cultura o le epoche; ad esempio un tempo in Europa veniva eletto fra una rosa di nobili di grado più elevato, poi tale carica divenne ereditaria, fino ai nostri giorni in cui il Re condivide il potere con un parlamento, arrivando anche a pagare le tasse come un semplice cittadino.
Abbiamo però già fatto notare che le nazioni non sono una semplice evoluzione degli antichi villaggi tribali e lo stesso possiamo dire dei re, i quali non discendono dal capo villaggio, ma più propriamente si sono sostituiti ad esso, esaltando al massimo le caratteristiche del leader: autorità, severità, magnanimità, ostentazione di potere e di ricchezza. Storicamente quindi la figura del capo è scomparsa con il villaggio, ma non il suo ruolo: nel mondo moderno infatti sappiamo che istintivamente l’uomo cerca di ricostruire attorno a sé delle strutture sociali che sotto vari aspetti ricordano il villaggio tribale, specialmente nel mondo del lavoro, dove troviamo dirigenti e capi reparto.
Il ruolo di incarnare un’autorità gerarchica, insieme a un’autorevolezza derivata dalla competenza, oggi è ricoperto dai presidenti delle società, dai dirigenti, dai responsabili di settore, sono loro la vera evoluzione del capo villaggio.
Nel villaggio moderno troviamo diversi gruppi di lavoro che contribuiscono all’attività principale del villaggio, in ogni gruppo vi sarà un responsabile oppure un referente il cui ruolo corrisponde all’esperto o all’anziano del mondo tribale. Anche se sotto molte forme diverse, sarà in genere necessaria una figura che si occupi del coordinamento dei vari gruppi, la sua importanza dipenderà da quella del coordinamento, che a sua volta dipenderà dal tipo di attività svolta. Tale personaggio potrà essere secondo il caso una guida autorevole oppure un semplice amministratore delle comunicazioni interne, la sua influenza in ogni caso non è limitata ad un gruppo in particolare, ma comprende tutto il villaggio. Abbiamo dunque trovato un ottimo candidato al ruolo di capo moderno, si tratta di una carica strettamente legata all’attività svolta, una sorta di direttore dei lavori, non un capo politico nel senso comune del termine. Le linee guida della politica del villaggio e le decisioni che coinvolgono tutta la collettività sono prese dall’assemblea generale, essa svolge il ruolo di organo pensante della comunità, la guida autorevole invece si occuperà di compiti gestionali, operativi, prenderà decisioni su argomenti particolari legati all’esecuzione dell’attività. Si tratta di compiti specializzati legati alla particolare attività, tale lavoro non può essere affidato all’assemblea poiché questa immediatamente si affiderebbe ad un esperto oppure a un supervisore avente il tempo disponibile per svolgere tale ruolo e quindi servirebbe solo ad appesantire la fluidità delle operazioni gestionali.
Tale distinzione, dettata da necessità pratiche, rispecchia quella presente in alcune culture tribali fra consiglio degli anziani e capo del villaggio; tale figura non è in linea di principio in contrasto con la democrazia, purché la sua autorità dipenda dalla volontà popolare. Tale condizione può essere rispettata in un villaggio con estrema facilità, infatti in un piccolo insieme di persone, dove tutti si conoscono bene e dove, per quanto affini, nessuno è uguale all’altro, la figura più autorevole viene in genere individuata con facilità direttamente dai singoli per acclamazione popolare oppure, nei casi più controversi, si può procedere a votazione con la regola della maggioranza. Il moderno capo, ovvero il responsabile della gestione, può quindi ricevere l’incarico in modo democratico con estrema semplicità e con lo stesso metodo può essere facilmente rimosso e sostituito.
Nel villaggio dunque la gerarchia e l’autorità non vengono imposte dall’alto, ma costruite dal basso, in caso di insanabile disaccordo interno poi nulla proibisce di suddividersi in due gruppi o villaggi diversi. In un’associazione non troppo grande è dunque la conoscenza diretta che permette di sfruttare le diverse qualità individuali in modo democratico. Nelle grandi associazioni la conoscenza diretta viene meno e il processo non si può svolgere in modo così naturale; ne sono una conferma i grandi partiti politici, le cui dirigenze hanno assunto spontaneamente una struttura tribale in parlamento, ma assolutamente non democratica.

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5.a.16 – Dove trovare il tempo?

27 Settembre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Dove trovare il tempo?

Nel mondo occidentale il tempo diventa un bene sempre più prezioso; si deve infatti svolgere un numero sempre maggiore di attività e quindi è necessario più tempo oppure più velocità, una velocità che cerchiamo di ottenere con strumenti sempre più sofisticati, al ritmo dei quali però spesso ci dobbiamo adeguare. Viviamo una vita sempre più frenetica, sempre più convulsa che fatichiamo a sopportare e in tale contesto dilagano fenomeni di stress, ansia, depressione e aggressività che abbattono drasticamente la qualità della nostra vita. Alcuni cercano di riprendersi dallo stress frequentando centri benessere o svolgendo attività rilassanti, altri si rivolgono al consiglio degli psicologi, altri ancora, magari considerando che le precedenti attività necessitano comunque di tempo prezioso, preferiscono ricorrere ai farmaci antidepressivi. C’è poi un numero sempre maggiore di persone che, invece di provare a compensare lo stress subìto, tentano di sostenerlo con farmaci stimolanti fino a ricorrere a sostanze stupefacenti. E’ in grande aumento anche il numero di coloro che tendono a fuggire da questo mondo oppressivo isolandosi il più possibile e limitando al massimo i contatti umani, peraltro già danneggiati dalla mancanza di tempo, con risultati ancor più negativi.
Si può notare come nei suddetti comportamenti non si cerca mai di rimuovere la causa dello stress e ciò avviene semplicemente perché è opinione diffusa che la frenesia del mondo moderno sia una disgrazia, non un problema da risolvere. Sappiamo invece che la velocità dei cambiamenti è dovuta a uno stato di emergenza evolutiva e abbiamo già discusso come questa possa essere governata.
Alcuni potrebbero pensare che per partecipare alla vita del villaggio sia necessario trovare del tempo, che questa alla fine sia un impegno in più; nulla di più errato, il villaggio deve essere uno strumento per risolvere i problemi, non per crearne altri. Il villaggio è una forma di organizzazione per fare con maggiore efficacia ciò che già facciamo, come tenersi informati, divertirsi con gli amici, condividere un hobby il tutto quindi con un impiego di tempo uguale o minore.
Tale strumento può inoltre essere usato per fare cose che ora vorremmo fare, ma non possiamo, ad esempio aprire un asilo nido o una scuola secondo i nostri criteri di qualità; in genere tali attività comportano un risparmio di tempo, per questo ne sentiamo l’esigenza, quanto tempo perdiamo per accompagnare i nostri figli in strutture troppo lontane o troppo costose? Vale sempre la regola del vantaggio, se un individuo partecipa ad una attività del villaggio è perché vi trova la sua convenienza.
L’essere umano è geneticamente predisposto a vivere in un villaggio, pertanto farne parte non deve sottrarre tempo libero, anzi il tempo impiegato è tempo libero; è infatti tempo speso insieme ai nostri amici, per fare o progettare cose che ci piace fare e che di norma facciamo fuori dal lavoro.

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5.a.17 – Il villaggio si basa sulla famiglia?

28 Settembre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Il villaggio si basa sulla famiglia?

Parlando del valore della famiglia avevamo scoperto che lo Stato attuale non si fonda affatto sulla famiglia, come invece dovrebbe, e che storicamente è contro la sua natura farlo; la sua forma di governo infatti si basa su una netta separazione fra le istituzioni da una parte e la popolazione dispersa in famiglie totalmente disorganizzate e prive di ruolo politico dall’altra. Le grandi nazioni quindi, sebbene riconoscano di avere il dovere di tutelare la famiglia come mattone fondamentale della società, possono permettersi di ignorare tale dovere.
Possiamo notare che per il villaggio moderno vale esattamente l’opposto, in quanto si ispira alla comunità tribale formata proprio da un aggregato di famiglie, la cui unione si basava sulla collaborazione e sulla reciproca assistenza; si trattava dunque di una struttura nata per rinforzare e proteggere le famiglie dei suoi abitanti.
Un simile modello può facilmente essere riprodotto anche nel villaggio moderno, il quale potrà allora dare un valido contributo anche per costruire una società veramente basata sulla famiglia. Ecco un nuovo esempio di come anche le soluzioni, come i problemi, possono sostenersi a vicenda; tuttavia dobbiamo ricordarci che la soluzione da noi proposta per il problema della disorganizzazione sociale non è mai stata sperimentata a fondo, pertanto prima di essere considerata una soluzione valida deve superare la prova dei fatti. In particolare dovrà rivelarsi veramente rispettosa dei nostri valori ed un valido sostegno anche alla soluzione degli altri problemi radice.

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5.a.18 – Come iniziare la sperimentazione?

29 Settembre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Come iniziare la sperimentazione?

Il concetto di villaggio moderno deve essere sperimentato nella realtà; per farlo non c’è bisogno di cavie, ma di persone che intendono risolvere uno o più problemi in comune. Si deve partire da un piccolo gruppo di amici collaudati, che magari svolgono già delle attività in comune e che, facendo interagire i rispettivi amici (in partenza fra loro sconosciuti) arrivino a costituire un supergruppo di un centinaio di persone.
La sperimentazione deve inoltre avere un approccio giocoso: nessuno di noi ha bisogno di nuovi impegni o di cimentarsi in cose faticose, ma abbiamo tutti bisogno di rilassarci e divertirci un po’; ben venga allora la costituzione di un gruppo di amici con interessi in comune che si diverta nello svolgere insieme una data attività. Per divertirsi insieme non c’è bisogno di costituire un’associazione ufficiale con statuto e codice fiscale, non servono né regolamenti particolari, né organi ufficiali (con tutta questa burocrazia il divertimento finirebbe prima ancora di iniziare), ma una volta consolidatosi il gruppo svolgerà naturalmente altre funzioni e si organizzerà sia verso l’interno, sia verso l’esterno.
La sperimentazione deve inoltre avvantaggiarsi degli strumenti di cui oggi si dispone: computer sofisticati e connessioni mobili veloci, chat e forum, motori di ricerca e social network; se dobbiamo incontrarci per una pizza, perché non farlo con un giro di e-mail ravvivate da simpatiche emoticon? Se dobbiamo collaborare allo sviluppo di un progetto, perché non impostare un apposito wiki? Divertirsi a raggiungere risultati concreti è forse una perdita di tempo? Una buona partenza per il nostro villaggio può dunque sicuramente avvenire con l’aiuto di strumenti informatici che accelerino il conseguimento dei primi obiettivi e quindi delle prime gratificazioni; tali strumenti permettono inoltre il confronto fra le idee, le attività e i risultati di più gruppi estranei che abbiano iniziato separatamente, o meglio parallelamente, la sperimentazione del proprio villaggio.
L’unione dell’aspetto ludico a quello informatico porta all’idea di sperimentare il villaggio con un social network inserito in un gioco di ruolo on line. Con esso ci si potrà divertire a confrontare le proprie idee per un villaggio moderno, a vederle selezionate e valorizzate fino alla loro realizzazione, si potranno conoscere persone affini con cui condividere progetti, si potrà competere alla pari, rispettare le migliori idee degli altri e sfidare gli stessi in una nuova partita. Si tratterà di un gioco in cui chi partecipa risulterà comunque vincitore perché il vero fine è quello di migliorare la qualità della vita dei giocatori.
Durante la sperimentazione si dovranno poi innestare nuovi metodi di scambio e controllo delle informazioni, nuove attività di formazione reciproca, nuove forme di solidarietà, insomma si potrà innescare un processo di riconversione culturale che porti ad affrontare concretamente anche gli altri problemi radice, quali la disinformazione e la gestione culturale.

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   n. 47 – CHE COSA POSSIAMO FARE?

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