Capitolo 4.c

24 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

I PROBLEMI RADICE

Rimbocchiamoci le maniche; è giunto il momento di cercare di mettere in pratica quanto abbiamo imparato fino a questo momento. Abbiamo individuato quattro problemi radice: la disinformazione, l’ignoranza, la disorganizzazione sociale e la mancanza di democrazia; ora dobbiamo analizzarli con cura al fine di inquadrarli nel modo corretto: sappiamo infatti che solo così potremo definire degli obiettivi concreti mentre ora abbiamo solo vaghi desideri di un mondo migliore. In un contesto confuso si procede disordinatamente, i risultati saranno casuali e probabilmente insoddisfacenti, nel migliore dei casi si continuerà a girare a vuoto e nel peggiore verremo sopraffatti dallo sconforto, fino a rinunciare a risolvere i problemi ormai avvertiti come ineludibili disgrazie. Avere degli obiettivi concreti è dunque di fondamentale importanza, significa non dover brancolare nel buio mentre si cerca una soluzione, significa cioè fare in modo che la soluzione diventi un procedimento per raggiungere tali obiettivi. Senza una meta da raggiungere non possiamo stabilire quale percorso seguire, né stimare i costi e le difficoltà che incontreremo lungo il cammino. Iniziamo dunque insieme i preparativi per questo viaggio verso il vero progresso.

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 CONCETTI IN MUSICA
   JOVANNOTTI – SALVAMI

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4.c.1 – Dove vogliamo andare?

25 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Dove vogliamo andare?

Il nostro scopo è quello di migliorare la nostra vita liberandoci dei problemi che ci affliggono senza crearne altri; genericamente parlando, è questa la nostra aspirazione. Per individuare nella nostra mappa mentale una meta precisa dobbiamo orientarci con i nostri valori, che sono l’equivalente dei punti cardinali, nonché con i nostri problemi, che svolgono il ruolo di catene montuose che ostacolano il nostro cammino o quello di calamità naturali che ci spingono a cercare nuove regioni più ospitali.
Conoscere quali sono le regioni meno ospitali, la loro estensione ed eventuali sentieri per attraversarle vuol dire conoscere la corretta impostazione del problema, sapere da cosa fuggire e le possibili vie per farlo; i valori poi ci diranno se stiamo prendendo la direzione giusta, cioè quella che non ci condurrà verso nuovi e magari più gravi problemi.
Se infatti non ci preoccupiamo di rispettare i nostri valori fondamentali mentre scegliamo una soluzione, questa immancabilmente sarà causa di nuovi problemi anche se avrà eliminato quello vecchio. In precedenza abbiamo definito la vita, la libertà e la conoscenza come valori principali e ne abbiamo esaminato vari aspetti sotto cui si manifestano, ora dobbiamo aggiungere alla nostra mappa i problemi radice e la loro corretta impostazione e poi saremo in grado di stabilire delle mete più precise.

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APPROFONDIMENTI
   PUNTI CARDINALI

PALCO D’ONORE
    FERNÃO DE MAGALHÃES   stellastellastella

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4.c.2 – Che cosa è la disinformazione?

26 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Che cosa è la disinformazione?

La disinformazione è la diffusione di notizie errate e dannose, ovvero il diffondersi di un pericoloso inquinamento psicologico; in genere si ritiene che essa sia interamente dovuta all’opera di abili manipolatori, ma in realtà, come abbiamo già visto, quella è solo una parte di un fenomeno ben più vasto. Gli esseri umani infatti per loro natura hanno una forte tendenza a credere a ciò che dicono i personaggi autorevoli e a credere ai luoghi comuni, cioè a quel che dicono un po’ tutti; queste inclinazioni ai tempi della società tribale avevano l’importante funzione di mantenere l’accordo e la coesione nel villaggio, per questo ancora oggi riteniamo istintivamente vere le informazioni che sentiamo dire in giro, anche solo da due o tre persone, oppure quelle ricevute dal nostro professore di storia anche se parla di medicina.
Il nostro passato tribale ci rende inoltre inclini al pettegolezzo giornalistico, comunemente detto gossip o giornalismo scandalistico, nonché fortemente curiosi di eventi di cronaca nera, di incidenti spettacolari e di ogni sorta di informazioni emotivamente forti; come abbiamo già detto, tali curiosità trovavano delle applicazioni utili nel nostro lontano (ma non troppo) passato, ma oggi, nel mondo moderno, hanno perso queste funzioni e ci spingono a trascurare le notizie veramente importanti senza rendercene conto, a sentirci bene informati anche quando non lo siamo affatto.
In genere la credibilità degli esseri umani è sempre piuttosto limitata, ma essendo la nostra vita basata sulla collaborazione, dobbiamo essere propensi a fidarci l’uno dell’altro e ad accettare in modo poco critico la mappa mentale della comunità; quest’ultima, in tutto o in parte, è quasi sempre sbagliata, ma un tempo funzionava come se fosse vera poiché era il prodotto di una lunga selezione naturale, almeno fino all’avvento dell’agricoltura. Da allora le cose sono cambiate molto, ma la nostra natura è rimasta la stessa, siamo istintivamente creduloni e superficiali come nell’età della pietra.
Dobbiamo inoltre aggiungere che tutti noi abbiamo l’irresistibile impulso a diffondere ulteriormente le notizie errate che abbiamo ricevuto, ne parliamo con i nostri amici, rendendo loro un pessimo servizio; noi tutti non siamo solo vittime, ma anche fonti di questa disinformazione spontanea.
Alla base della disinformazione dunque troviamo la nostra stessa natura di animali sociali che, in un contesto sociale ed ambientale profondamente mutato, porta a degli effetti disastrosi anche in assenza di abili manipolatori delle folle. Nel nuovo ambiente noi accettiamo credenze che forse andavano bene in un’altra epoca, ma che oggi sono deleterie e diamo credito a personaggi sconosciuti e inaffidabili in quanto abituali frequentatori delle nostre case tramite lo schermo televisivo.
È bene ricordare che le scelte che facciamo nella vita dipendono dalle informazioni in nostro possesso: scegliamo un corso di studi perché ci hanno detto che poi sarà facile trovare lavoro, compriamo una seconda casa perché tutti dicono che è un buon investimento, ecc.. Più in generale, sulla base delle informazioni di cui disponiamo, costruiamo sia la nostra mappa mentale, sia la nostra cultura ed è quindi facile intuire quali effetti disastrosi possano seguire ad informazioni sbagliate. È anche doveroso ricordare che in un sistema democratico i cittadini devono giudicare i propri governanti e questo ovviamente sulla base delle informazioni che ricevono sul loro operato; da sola, la disinformazione politica è pertanto in grado di rendere inutilizzabile un sistema politico democratico.
Volendo esaminare i legami fra politica e disinformazione non possiamo fare a meno di notare che quest’ultima non è più dovuta solo a dei fenomeni naturali, ma che invece tali fenomeni sono ampiamente sfruttati dai politici, con l’ausilio dei migliori specialisti in tecniche di persuasione, per condizionare e dirigere le scelte delle masse. Le tecniche usate sono quasi sempre molto semplici per non dire banali, ma funzionano benissimo, visto che noi siamo per natura superficiali e quasi del tutto privi di senso critico.
Riassumendo abbiamo individuato tre cause fondamentali per la disinformazione:
• La natura sociale dell’uomo
• I cambiamenti ambientali
• I manipolatori
Le prime due sono fenomeni naturali e quindi chiameremo il loro effetto disinformazione naturale; la terza è invece dovuta a un atto consapevole di qualcuno e allora parleremo di disinformazione pilotata, in quanto si tratta dell’uso di un fenomeno naturale per un proprio interesse riuscendo a indirizzare tale fenomeno nella direzione voluta.

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APPROFONDIMENTI
   GOSSIPLUOGO COMUNE

PALCO D’ONORE
 de1   ELISABETH NOELLE-NEUMANN

CONCETTI IN PILLOLE                                                                            
pillola
   n. 43 – LA DISINFORMAZIONE

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4.c.3 – Quali sono i rapporti con gli altri problemi?

27 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Quali sono i rapporti con gli altri problemi?

Possiamo facilmente notare che il rapporto fra la disinformazione naturale e quella pilotata è strettissimo ed in particolare che la seconda si basa sulla prima: la notizia volutamente artefatta viene inizialmente diffusa tramite un qualunque canale mediatico, in questo modo viene recepita da un notevole numero di persone che spontaneamente la faranno propria secondo la loro natura, la notizia sarà a questo punto inserita nel normale circuito della diffusione naturale e quindi continuerà a diffondersi da sola, anche solo tramite passaparola, dalle prime ignare vittime. È poi probabile che anche giornalisti e personaggi famosi inconsapevoli cadano in questa rete, tornando a diffondere la notizia nuovamente sui mass-media e iniziando un nuovo ciclo di un circolo vizioso che si autoalimenterà.
Tutte le forme di disinformazione si basano dunque sulle stesse tendenze naturali dell’essere umano. In più occasioni abbiamo detto che gli istinti naturali non si possono e non si devono eliminare, ma di norma si possono integrare e gestire con un’opportuna educazione in modo da adattarli alle diverse situazioni; sappiamo già che questo si può fare anche nei confronti della nostra predisposizione a generare ed alimentare la disinformazione, in questo modo elimineremo o ridurremo sia quella naturale, sia quella pilotata che si basa sulla prima.
Siamo riusciti dunque a definire un primo obiettivo concreto: sviluppare un adattamento culturale che ci renda meno vulnerabili alla disinformazione naturale. Tuttavia è chiaro che anche i manipolatori reagiranno a questo adattamento cercando di sviluppare nuove tecniche più raffinate; è quindi assai probabile che trovando una buona soluzione per la disinformazione naturale manderemmo in crisi anche quella pilotata, ma solo per un periodo limitato di tempo, fino a che i nostri avversari non troveranno anch’essi un adattamento culturale alla nuova situazione.
Attualmente i manipolatori curano gli interessi dei grandi poteri economici e dei grandi partiti politici dagli stessi finanziati, essi svolgono la loro opera principalmente attraverso giornali e televisione e cercano di ottenere sempre maggiore visibilità su internet; se dunque vogliamo ridurre al minimo la loro capacità di adattamento ed estirparli in modo definitivo, è necessario togliere loro il controllo di tali mezzi di informazione. Ecco un secondo obiettivo concreto: un controllo veramente democratico degli organi di informazione pubblica, poiché se le nostre scelte dipendono dalle informazioni, chi controlla le informazioni avrà sempre il potere di decidere per noi. Pertanto la gestione dell’informazione non può essere delegata a nessuno se vogliamo essere veramente liberi, dobbiamo necessariamente trovare una forma di autogestione.
Risulta evidente allora che il problema della disinformazione è legato a filo doppio agli altri problemi radice: all’ignoranza, poiché abbiamo bisogno di un adattamento culturale; alla mancanza di democrazia, perché abbiamo bisogno di autogestirci; alla disorganizzazione sociale perché per realizzare la democrazia è necessaria una forma di organizzazione collettiva molto efficiente.

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IL CASO CELEBRE
au RUPERT MURDOCH

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4.c.4 – Cosa intendiamo per ignoranza?

28 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Cosa intendiamo per ignoranza?

Per ignoranza normalmente si intende una mancanza di conoscenza, il non sapere qualcosa, mentre altre volte si intende la mancanza di una corretta educazione; si tratta di due concetti ben distinti, ma entrambi sono indubbiamente carenze culturali, pertanto in questa sede chiameremo ignoranza ogni forma di tali carenze.
Essere ignoranti è una cosa normale in quanto nessuno sa tutto di tutto, né la cosa appare in genere necessaria, è più che sufficiente avere una buona cultura di base ed alcune conoscenze specialistiche relative al proprio lavoro. Talvolta però ci si accorge di essere ignoranti su cose importanti per la nostra vita, cose che dovremmo sapere, è questo tipo di ignoranza il vero problema che dobbiamo affrontare.
Può certo apparire paradossale che proprio nel periodo di grandi conquiste come la scuola pubblica, del declino dell’analfabetismo e delle più alte percentuali di laureati rispetto alla popolazione totale, si debba parlare di carenze culturali; tuttavia abbiamo constatato che questa è la realtà dei fatti: la nostra mentalità, la nostra educazione e persino la nostra istruzione scolastica spesso risultano inadeguate. Questo preoccupante fenomeno è dovuto a diversi fattori; il primo, di cui abbiamo più volte parlato, è l’emergenza evolutiva: i rapidi cambiamenti della nostra epoca ci presentano continuamente situazioni nuove che inizialmente non sappiamo affrontare; questo vuol dire che ci ritroviamo continuamente in uno stato di ignoranza che giustamente sentiamo come un peso, come una lacuna da colmare con innovazioni sempre più frequenti. Tutto ciò comporta il notevole sforzo di produrre nuova conoscenza.
Un secondo fattore è la nostra tradizione culturale che risale ai servi della gleba; un servo, esattamente come uno schiavo, deve sapere quel tanto che basta per svolgere il suo lavoro, ma deve essere il più ignorante possibile su ogni altro aspetto; in questo modo rimarrà sempre in uno stato di dipendenza nei confronti della classe dominante, come un bambino lo è dei genitori. Al contrario, una maggiore conoscenza comporta una maggiore capacità di fare e di prendere autonomamente delle decisioni, formando dei servi più difficili da controllare. Ecco perché negli Stati Uniti era proibito agli schiavi di imparare a leggere e a scrivere, ecco perché nel medioevo i servi della gleba erano tutti analfabeti; la loro istruzione non era solo inutile, ma socialmente pericolosa, quindi disdicevole e da condannare. Ai servi veniva insegnato che dovevano essere governati dai nobili per volontà di Dio, allo stesso modo veniva loro insegnato che dovevano imparare il lavoro dei loro padri e disinteressarsi di tutto il resto, una sorta di educazione all’ignoranza. Ancora oggi si raccomanda ai ragazzi di andare a scuola per poter un giorno entrare nel mondo del lavoro, trascurando tutti gli altri aspetti della cultura importanti nella vita, incoraggiando così la formazione di specialisti ignoranti e quindi facilmente manipolabili. Come abbiamo già detto in precedenza, la scuola deve effettivamente preparare dei futuri lavoratori, ma anche dei futuri cittadini, responsabili ed intellettualmente autonomi, altrimenti non sapranno esercitare i loro diritti democratici e rimarranno di fatto dei sudditi, benché laureati e specializzati. Ancora oggi dunque non siamo educati a valutare di quale cultura abbiamo effettivamente bisogno, la cultura dell’ignoranza è ancora viva fra noi. Tale fenomeno, assolutamente da contrastare per perseguire un concreto progresso, è stato da noi definito “sindrome della gleba” sia per richiamare lo stato di sudditanza psicologica proprio del medio evo, sia per sottolinearne la natura patologica.
Un terzo fattore è ovviamente la disinformazione che, diffondendo informazioni errate, ci lascia nell’ignoranza con l’illusione però di sapere; la falsa conoscenza è forse la forma più pericolosa di ignoranza in quanto è difficilissimo difendersi da essa proprio perché nascosta da un sapere ingannevole.
Un quarto fattore è dato da un sistema scolastico scadente o antiquato, dovuto a una politica scolastica fondata sulla trascuratezza, permessa da una scarsa sensibilità dei cittadini e da un sistema politico inadempiente.
Abbiamo dunque individuato quattro cause di base:
• L’emergenza evolutiva
• La cultura dell’ignoranza
• La disinformazione
• Una cattiva gestione politica delle scuole
Per una corretta impostazione del problema non dobbiamo però fermarci qui, vi sono anche altri problemi legati a questa radice e altri legami anche con quelli già esaminati.

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APPROFONDIMENTI
ANALFABETISMO

PALCO D’ONORE
at1 IVAN ILLICH stella

CONCETTI IN PILLOLE                                                                            
pillola
   n. 44 – L’IGNORANZA

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4.c.5 – L’ignoranza è causa o conseguenza degli altri problemi?

29 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

L’ignoranza è causa o conseguenza degli altri problemi?

Parlando della disinformazione come causa dell’ignoranza è bene ricordarsi che conosciamo due forme di disinformazione: quella naturale e quella pilotata; la mente umana può concepire delle notizie errate semplicemente perché ha interpretato male i fatti, e questo può accadere per i motivi più vari, tuttavia un caso di particolare interesse si ha quando ciò avviene per difendere il proprio sistema di credenze. In precedenza abbiamo definito questo fenomeno come una forma di oscurantismo individuale finalizzato a un risparmio di energia mentale; rivedere l’insieme delle proprie convinzioni è infatti molto rischioso e impegnativo. Si tratta ancora una volta di una tendenza naturale dell’essere umano che in passato è stata sicuramente utile alla specie, ma che oggi porta problemi crescenti all’individuo, trascinandolo verso una gretta ignoranza.
Tale fenomeno è così radicato nella nostra natura da non risparmiare nemmeno gli scienziati, tanto che le nuove teorie dei giovani studiosi talvolta si affermano non perché i vecchi professori si sottomettono all’evidenza dei fatti, ma perché prima o poi muoiono, lasciando il loro posto alla generazione successiva la quale, non essendo morbosamente attaccata ai vecchi schemi, aveva generato quelle stesse teorie e le accetta senza problemi. Questo vuol dire che il metodo scientifico funziona, ma con una generazione di ritardo e sempre che non intervengano altri fattori come interessi economici o ideologici che perdurino per più di una generazione.
La ricerca scientifica, il nostro strumento più potente per realizzare il progresso, è un sistema delicato che si può inceppare facilmente a causa delle umane debolezze degli scienziati; devono dunque essere sviluppate delle misure di protezione che lo proteggano dall’influenza di interessi diversi dalla conoscenza, come la difesa di ideologie o la protezione di sistemi di potere baronali o politici all’interno delle università.
A questo punto il passaggio alla disinformazione pilotata è immediato, poiché quando entrano in gioco forti interessi, la disinformazione diventa ben presto intenzionale e questo ci riporta al problema di un cattivo e non democratico sistema politico, un sistema che non è in grado di tutelarci dalla corruzione quando addirittura non la sostenga apertamente. Possiamo anche notare un interessante parallelismo fra informazione e cultura: sappiamo che le nostre scelte dipendono dalle informazioni in nostro possesso, ma anche dalla cultura che ci permette di interpretarle, quindi anche le istituzioni preposte alla nostra cultura, ovvero le scuole e le università, sono in grado di condizionare le nostre scelte minando alla base la nostra libertà. Si presenta allora la necessità di un controllo effettivamente democratico anche delle istituzioni deputate alla gestione culturale, ovvero all’educazione, all’istruzione scolastica, alla produzione di nuova cultura.
Possiamo infine notare che esiste anche il legame inverso fra i problemi già esaminati: alla base della mancanza di democrazia e della disinformazione vi è certamente una carenza di educazione alla vera democrazia e alla corretta informazione; lo stesso si può dire dell’emergenza evolutiva, il cui persistere si può imputare ad una mancanza di educazione ai valori, alla storia, al miglioramento continuo e quindi al progresso. Dato che risulta piuttosto facile presentare gli stessi problemi ora come causa dell’ignoranza, ora come conseguenze della stessa, si può dedurre che questi non possano essere affrontati separatamente, ma solo con una strategia comune.
Le riflessioni precedenti suggeriscono che la moderna ignoranza si fonda su un problema generale di gestione culturale, a partire dallo stabilire quali siano gli argomenti importanti che debbano far parte della cultura di base del cittadino moderno, quali siano le fonti di informazione e consultazione, come valutare se le conoscenze disponibili sono adeguate e come gestire la ricerca di nuova conoscenza. Possiamo dunque porci come obiettivi quello di sviluppare un’educazione alla gestione della cultura per il singolo individuo e quello di costruire un’organizzazione democratica in grado di farlo su larga scala per la collettività.

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PALCO D’ONORE
 be1   OVIDE DECROLY

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4.c.6 – Qual è l’origine della nostra disorganizzazione sociale?

30 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Qual è l’origine della nostra disorganizzazione sociale?

Nel mondo industrializzato, specialmente nelle grandi città, la società è formata da un insieme di nuclei familiari fra loro isolati e disorganizzati; con il termine nuclei isolati intendiamo che fra loro non vi sono legami né gerarchici, né affettivi, né di collaborazione e in genere nemmeno di conoscenza diretta. In tale situazione, nel caso sia necessario intraprendere una qualunque attività in comune, sembra ovvio che manchi l’organizzazione necessaria, tuttavia in precedenza avevamo notato che nelle città anche il vicino di casa viene trattato come un estraneo, come se appartenesse ad un altro villaggio, proprio perché non svolgiamo con esso alcuna attività e quindi i nostri rapporti si limitano a un saluto formale quando ci capita di incontrarlo per strada. Ne segue che non è solo l’isolamento sociale a portare alla disorganizzazione, ma avviene anche l’inverso, con la mancanza di collaborazione e quindi di organizzazione che porta all’isolamento.
Lo studio della storia ci ha rivelato che questa non è una situazione normale per l’essere umano, il quale è sempre vissuto in piccoli villaggi autosufficienti, molto bene organizzati e con una rigida gerarchia interna; così è stato per il 97% dell’esistenza dell’umanità, le cose hanno cominciato a cambiare solo con l’avvento dell’agricoltura e delle grandi città, in particolare un contributo fondamentale è stato dato dalla diffusione dello schiavismo, che ha portato alla formazione di intere popolazioni prive della vecchia struttura sociale di tipo tribale o familiare basata sul casato.
Le conseguenze negative di questo stato di cose sono notevoli: il mantenimento della disorganizzazione sociale tipica degli schiavi e dei servi della gleba ha permesso di tramandare anche una buona parte della loro educazione alla sottomissione; sappiamo da sempre che abbiamo bisogno di essere governati dall’alto e ci sembra assolutamente normale. Essendo privi di una comunità organizzata dobbiamo rivolgerci ad un ente superiore che ricopra il suo ruolo, altrimenti sarebbe il caos, dovremmo ricostruire una struttura sociale partendo da zero e nel frattempo saremmo incapaci di svolgere ogni attività collettiva.
A noi tutti qualche volta è capitato di lamentarci perché la gente non ha spirito di iniziativa, perché in caso di bisogno appare incapace di affrontare i propri problemi in modo collettivo o perché non si organizza per il bene comune. Come è possibile tutto ciò, se siamo animali sociali programmati dalla natura per formare società anche molto grandi e dotate di un’organizzazione anche molto complessa? Osservando la natura degli animali sociali possiamo notare che essi non formano delle comunità, ma nascono e vivono in comunità già formate, ecco perché è così difficile per noi organizzarci, i nostri istinti ci inducono a partecipare ad un’organizzazione già esistente e non a formarne una nuova. Considerando che in un villaggio vengono svolte numerose e diverse attività da parte di un numero limitato di persone, può accadere che, secondo le esigenze del momento, sia necessario organizzare dal nulla dei piccoli gruppi di lavoro, ad esempio per riparare il tetto di una capanna o per costruire un nuovo recinto; tali gruppi poi si scioglieranno finito il lavoro. Possiamo tutti constatare che non è infatti difficile accordarsi con quattro o cinque persone per svolgere un’attività, che sia una partita a calcetto oppure aprire un bar, purché richieda poche persone; organizzare invece anche solo una cena con 10 o 20 persone diventa difficoltoso.

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APPROFONDIMENTI
   COMUNITA’

PALCO D’ONORE
    JACOB LEVI MORENO

CONCETTI IN PILLOLE                                                                            
pillola
   n. 45 – LA FRAMMENTAZIONE SOCIALE

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4.c.7 – A cosa porta l’isolamento sociale?

31 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

A cosa porta l’isolamento sociale?

Non avere una comunità organizzata alla quale fare riferimento comporta molte conseguenze negative: come abbiamo già detto, una massa di estranei disorganizzati ha bisogno di essere governata dall’alto, quindi tende naturalmente a uno stato di sudditanza verso un’autorità esterna, la quale è l’unico punto di riferimento che organizza e tiene unita la società e che per questo viene rispettata anche quando viene odiata; si vive con la consapevolezza di essere impotenti, di non poter fare nulla per cambiare le cose, di non poter partecipare alla gestione del proprio mondo e di riflesso anche alla gestione della propria vita.
Tale situazione dunque incoraggia sviluppi politici antidemocratici, con conseguenti limitazioni alla libertà personale, economica oltre che politica. La mancanza di un autorevole controllo da parte dei cittadini porta inevitabilmente ad un progressivo degrado dei servizi di pubblica utilità; il cittadino si ritroverà sempre più emarginato nella propria società, questo causerà anche notevoli problemi psicologici come la depressione e l’aggressività repressa che alla fine verrà sfogata in famiglia, oppure sul lavoro, oppure contro altri personaggi che si prestano a rappresentare il ruolo di oppressori o invasori: i tifosi della squadra avversaria, gli immigrati, i ricchi ed i diversi in genere, oppure coloro che compiono gravissime provocazioni, come il vicino di casa che tiene troppo alto il volume del televisore o l’automobilista davanti a noi che non si sbriga a decollare allo scattare del semaforo verde.
L’emarginazione e il malessere favoriscono comportamenti antisociali e divisioni interne ed ecco che schiere di criminali, non riconoscendosi nella comunità ufficiale e nelle sue regole, formano delle piccole comunità dedite ad attività illegali e, non considerando gli altri come membri della propria comunità, non hanno inibizioni a trattarli come prede. 

Sulla cresta dell'onda 

PALCO D’ONORE
  
MARK GRANOVETTER
 

 
 
 
 
 
 
 
 

  

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4.c.8 – E’ possibile ricomporre la frammentazione sociale?

1 Settembre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

È possibile ricomporre la frammentazione sociale?

L’isolamento e la frammentazione sociale hanno chiare radici storiche che affondano nello schiavismo e nello sviluppo delle grandi città legato all’avvento dell’agricoltura. Nel presente tali fenomeni sono sostenuti da un’educazione del cittadino che lo porta alla sudditanza invece che alla partecipazione, nonché da false forme di partecipazione, come il voto non libero, sostenute da altrettanto false democrazie.
Tuttavia l’affermazione di alcuni principi democratici, come la libertà di associazione, ha favorito la popolazione nel rispondere alla generale insoddisfazione, legata a servizi sempre più scadenti, con la formazione di associazioni di volontariato per compensare le carenze dello Stato; sono comparsi persino dei comitati per la difesa dei diritti del cittadino o dei consumatori e tali forme di aggregazione hanno avuto un notevole successo sia come risultati ottenuti che come popolarità.
Anche riconoscendo che queste associazioni non sono delle comunità, ma delle organizzazioni con un fine specifico, esse sono comunque un notevole tentativo di riorganizzare le attività dei cittadini partendo dal basso e non dall’alto, cioè senza attendere le direttive della classe dirigente. Alcune di esse con il tempo sono inoltre diventate molto numerose, superando il limite dei piccoli gruppi di lavoro e ottenendo dei risultati irrealizzabili da gruppi di poche persone.
Dobbiamo anche osservare che i gruppi più emarginati della società, quelli che si pongono al di fuori delle sue regole, cioè le associazioni criminali, sono quelli che per forza di cose si sono spinti oltre nell’organizzare delle vere e proprie comunità; queste ultime hanno anche molti aspetti in comune con gli antichi villaggi tribali: la suddivisione in bande e in clan familiari, la rigida gerarchia, la tendenza a farsi la guerra fra loro. Questo ci conferma l’ipotesi che il villaggio tribale è la forma naturale della comunità umana, che può essere modificata dall’evoluzione culturale, ma che tende a ripresentarsi come base ogni volta che si forma una nuova comunità. L’indiscusso successo economico delle varie mafie a livello mondiale ci fornisce infine una prova dell’efficacia della loro organizzazione.
Altre conferme ci vengono dalle comunità religiose, i cui membri condividono anch’essi un generico rifiuto della società, più o meno marcato, e pertanto ricostruiscono piccoli gruppi ben distinti da tale società da un punto di vista culturale, con propri rituali, tradizioni e gerarchie. Tali comunità tendono a formare proprie istituzioni scolastiche al fine di tramandare la propria identità culturale e ad organizzarsi in federazioni di gruppi locali caratterizzate da una forte solidarietà interna, come da sempre avviene nel mondo tribale. Un caso estremo è dato dagli anabattisti americani, i quali arrivano a formare anche dei veri e propri insediamenti ben distinti dal resto della società statunitense, ottenendo anche una notevole autonomia economica e conducendo uno stile di vita assai distante da quello comune nei paesi occidentali.
Un altro esempio tipico di comunità formatesi a causa di fenomeni di emarginazione sociale è dato dalle comunità etniche, costituite da persone con comuni origini geografiche trasferitesi per vari motivi in altri luoghi. In questi casi le difficoltà di inserimento nel nuovo ambiente portano a cercare aiuto e sicurezza presso coloro che presentano gli stessi caratteri culturali, in particolare la lingua e la religione, e ovviamente anche quelle genetiche tipiche della propria etnia. Il risultato è il formarsi di comunità che si mantengono distinte e talvolta in contrasto con la società locale, fino a generare, nel peggiore dei casi, i suddetti fenomeni di criminalità organizzata.
Tutte le grandi associazioni, sia quelle a scopo benefico che quelle criminali, ci mostrano la necessità che ha l’essere umano di formare dei grandi gruppi organizzati e che questi spesso si dimostrano molto efficienti; esse sono la dimostrazione che la struttura sociale che abbiamo perso può rigenerarsi, a condizione che si parta da piccoli gruppi con obiettivi ben precisi, che poi possano crescere aggregando individui esterni; è inoltre evidente la necessità che si mantengano dei legami di collaborazione e una struttura simili a quelli tribali, rispettando così la natura sociale umana che ci induce a unirci a gruppi già esistenti e a formare legami stabili, stimolati dalla collaborazione, nonché a formare dei clan di familiari o amici.
Appare ragionevole a questo punto porsi l’obiettivo di formare una comunità organizzata con una struttura tribale, tuttavia sorgono due problemi:
• come inserire in chiave moderna una simile arcaica struttura nelle grandi città;
• come applicare la democrazia, cioè l’indispensabile requisito per preservare la nostra libertà, alla struttura del villaggio tribale che democratica non è mai stata.
Il nostro scopo dunque sarà creare un villaggio per moderni cittadini che sia anche democratico; a tal fine si deve necessariamente affrontare il problema di come realizzare un’autentica democrazia.

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APPROFONDIMENTI
   AMISH
 

PALCO D’ONORE
    ROBERT BADEN-POWELL   stella

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4.c.9 – La migliore forma di democrazia è quella diretta?

2 Settembre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

La migliore forma di democrazia è quella diretta?

Il concetto di democrazia nasce essenzialmente al fine di eliminare l’autorità di una minoranza dominante, che nell’antica Grecia era costituita dagli aristocratici, proponendo un modello alternativo. Se si rifiuta la supremazia di una classe dominante è ovvio che la popolazione debba trovare una forma di autogoverno, perché se il potere politico venisse affidato solo a una parte della comunità si creerebbe una nuova classe dominante. E’ dunque importante rendersi conto che la democrazia ha un preciso scopo pratico, rappresenta uno strumento da costruire per ottenere risultati concreti e non un astratto valore morale fine a sé stesso. I modelli democratici si possono definire tali solo se realizzano un vero autogoverno della popolazione.
Il modello più semplice di democrazia, che si ispira a quello dell’antica Grecia, è quello della democrazia diretta, nella quale tutti i membri della comunità partecipano ad un’assemblea in cui vengono prese le decisioni che riguardano la collettività. Si tratta di un modello che oggi trova applicazione per esempio nei circoli culturali, in cui ogni membro ha pari importanza rispetto agli altri, oppure nei condomini, in cui ogni membro ha diritto a partecipare all’assemblea, ma con un voto il cui peso è proporzionale al valore dell’appartamento o ad altri criteri. Se infatti è necessaria una spesa per l’ascensore, i proprietari degli appartamenti all’ultimo piano saranno chiamati a contribuire in misura maggiore rispetto a quelli del piano terra e di conseguenza, dovendo decidere la spesa, è normale che i primi abbiano un voto con peso maggiore rispetto ai secondi. Tale banale esempio ci dimostra come un interesse comune non debba necessariamente corrispondere a un uguale interesse.
E’ importante inoltre notare come la democrazia diretta sia applicata con successo solo in comunità costituite da un numero limitato di membri; ciò per evidenti ragioni pratiche: un’assemblea con migliaia di partecipanti avrebbe difficoltà a trovare gli spazi necessari, ma anche con solo poche decine di membri, vi sono enormi difficoltà di comunicazione e di gestione del dibattito. Quanto maggiore è il numero dei membri, tanto maggiore è la necessità di limitare i propri interventi nel dibattito, fino ad arrivare presto a un numero tale che impedisce a molti dei presenti di esprimersi e quindi di partecipare attivamente alla discussione. In quest’ultimo caso, pur mantenendo il diritto di voto, la partecipazione risulta menomata e con essa il proprio contributo all’autogoverno che, come abbiamo visto, è l’obiettivo della democrazia.
I membri che non riescono a partecipare al dibattito formano un gruppo anonimo che dovrà necessariamente votare le opinioni espresse da altri; essi, seguendo la natura umana, si sentiranno istintivamente dipendenti dal gruppo degli opinionisti che assumeranno la funzione del capobranco; si ricordi che la scelta del leader avviene secondo meccanismi inconsci e non razionali, spesso ci affidiamo a personaggi che ostentano sicurezza e abilità oratoria, che riescono cioè a coinvolgerci emotivamente, anche se non stanno tutelando i nostri interessi. In un gruppo molto numeroso aumenta inoltre la probabilità di differenze di preparazione e di informazione sui singoli argomenti da discutere e si tenderà a dare credito a chi si presenta come esperto della materia. Questa situazione costituisce evidentemente l’ambiente ideale per i manipolatori, i quali vedranno aumentare il proprio successo al crescere del gruppo degli anonimi.
A questo punto ci saranno dei membri che partecipano fisicamente all’assemblea, ma di fatto vengono raggirati dai manipolatori e votano contro i propri interessi, quegli stessi interessi per tutelare i quali è stata concepita la democrazia. Tale fenomeno era già noto ai tempi dell’antica Grecia, quando fu rilevato che tale sistema privilegiava gli oratori senza scrupoli, abili nel circuire il popolo, i quali, forti del proprio seguito soffocavano la voce degli uomini con le idee migliori.
Lo stesso principio è stato in seguito largamente sfruttato da personaggi come Giulio Cesare, Napoleone, Mussolini, Hitler, Lenin, Stalin e Fidel Castro, i quali hanno tutti raggiunto e mantenuto il potere con ampio seguito popolare. Seguendo un percorso inverso, tanto minore è il numero del gruppo, tanto minore sarà la forza dei manipolatori.
Possiamo allora riassumere i quattro fondamentali concetti del modello di democrazia diretta:
• La democrazia diretta non implica la completa uguaglianza dei partecipanti all’assemblea, ma il diritto di partecipare alla stessa;
• La partecipazione diretta di tutti i membri perde progressivamente di efficacia al crescere del numero dei partecipanti fino a compromettere la stessa democrazia;
• La varietà degli argomenti trattati, nonché la conseguente quanto inevitabile ignoranza sugli stessi, compromette la capacità di partecipare con cognizione di causa invalidando completamente la democrazia;
• La democrazia diretta, applicata alle grandi masse, si può facilmente trasformare in dittatura.

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4.c.10 – La democrazia indiretta attuale è una valida alternativa?

3 Settembre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

La democrazia indiretta attuale è una valida alternativa?

Alla nascita delle moderne democrazie occidentali, risalenti a poco più di due secoli fa, davanti alle difficoltà di riunire tutta la popolazione in un’unica assemblea, venne introdotto il modello della democrazia indiretta o rappresentativa. Con tale modello il popolo elegge infatti dei rappresentanti che partecipano per suo conto all’assemblea in cui si prendono le decisioni collettive.
A questo punto si presenta il problema di come evitare che i rappresentanti eletti formino una classe dominante dispotica nei confronti della popolazione. La soluzione proposta è quella delle elezioni periodiche: gli eletti mantengono la carica solo per alcuni anni, poi sarà necessaria una nuova elezione con la quale gli elettori decideranno se mantenerli al loro posto o sostituirli. Le democrazie occidentali sono concepite in modo da deporre i governanti che abbiano deluso il proprio popolo, operando quello che viene detto un ricambio politico (e non un’alternanza politica oppure un rimpasto di governo).
Tale soluzione si fonda sull’ipotesi che:
• Il popolo abbia libertà di voto;
• Il popolo sia in grado di scegliere dei rappresentanti in grado di tutelare i suoi interessi;
• Il popolo sia in grado di giudicare il comportamento dei propri rappresentanti;
• Il popolo non rielegga i cattivi rappresentanti.
Purtroppo la storia ci dimostra che le suddette ipotesi non si sono mai verificate contemporaneamente, quando invece sono tutte indispensabili: libertà di voto significa poter scegliere liberamente i propri rappresentanti e a tal fine è necessario poter votare un qualunque cittadino; in particolare la scelta non può essere limitata ad una lista prestabilita da un ente diverso dal popolo, poiché in tal caso la scelta sarebbe obbligata. In molti stati che si definiscono democratici questa premessa manca completamente, in quanto i candidati vengono scelti arbitrariamente dalle segreterie di partito.
Per scegliere dei rappresentanti validi è inoltre necessario aver ben capito qual è la loro funzione, in modo da esercitare attraverso di essi il potere politico; nella popolazione è dunque necessaria una cultura democratica che invece manca: in Italia per esempio, la maggioranza assoluta della popolazione ammette di votare ripetutamente persone che non la rappresentano minimamente; altri invece votano in base al credo ideologico pubblicizzato e non praticato dai candidati, altri ancora in base a logiche clientelari, ecc.. Nel 1700 si pensò che, una volta ottenuti i diritti democratici, la gente avrebbe spontaneamente imparato ad usarli, ma questo non è successo.
Inoltre, affinché il popolo sia in grado di giudicare il comportamento dei propri rappresentanti, è necessario un sistema di informazione efficace ed indipendente dalla politica, ma anche questa premessa spesso non si realizza.
Appare ovvio che il popolo non rielegga i cattivi rappresentanti, tuttavia questo non accade quasi mai, i politici di cui più ci si lamenta sono anche i più votati.
La democrazia rappresentativa attuale dunque presenta tre punti deboli:
• la mancanza della libertà di voto;
• mancanza di cultura democratica;
• mancanza di un sistema di informazione adeguato che permetta di giudicare con cognizione di causa il comportamento dei propri rappresentanti.
Uno di questi punti da solo è sufficiente ad invalidare la democrazia di una organizzazione sociale e spesso mancano tutti e tre.
Già in passato sono stati fatti dei tentativi per riparare questa situazione, come l’istruzione pubblica obbligatoria e la libertà di stampa, ma il risultato è stato molto deludente: la cultura democratica è ancora assai carente anche fra i laureati; la stampa, sebbene libera da vincoli legali, è soggetta all’influenza del potere politico attraverso le clientele ed i finanziamenti pubblici, ed è diventata semplice strumento di propaganda politica o commerciale, nonché strumento di distrazione per la gente comune. In queste condizioni la democrazia è impraticabile.
Che il sistema parlamentare occidentale non sia un sistema democratico appare cosa nonostante tutto inverosimile, perché contraria a tutto quanto ci è stato insegnato a scuola e confermato da amici, parenti e televisione: è mai possibile che si siano sbagliati tutti?
La risposta è sicuramente sì, in quanto è già successo varie volte nella storia:
• nel 1600 si insegnava a scuola che Dio aveva posto i re sulla Terra per governare i popoli, la loro autorità infatti si basava sul diritto divino, e tutta la società confermava questo che appariva un dato di fatto incontestabile, ma oggi anche i bambini si mettono a ridere davanti a simili affermazioni;
• analogamente nel 1700 e nel 1800 si insegnava a scuola che l’uomo dalla pelle nera era per natura schiavo dell’uomo bianco e nemmeno la comunità scientifica metteva in dubbio tale convinzione;
• infine fino agli inizi del 1900 la scuola confermava che le donne non potevano competere con gli uomini e meno che mai avere diritto di voto.
Questo dimostra che fino a quando la scuola tratta di grammatica, matematica, geometria o geografia va tutto bene, ma quando affronta argomenti sociali diventa inaffidabile e si limita a sostenere e giustificare in ogni occasione il sistema politico vigente; non dobbiamo stupirci allora se noi tutti siamo stati educati a considerare democratico l’attuale sistema politico sebbene sia facile dimostrare il contrario ed invece di scandalizzarci ci dovremmo augurare che i nostri nipoti un giorno possano ridere anche loro di questa assurda credenza.
Oggi è opinione diffusa che la democrazia non funzioni, anche se nessuno fino ad ora è riuscito a concepire qualcosa di meglio, oppure che la democrazia sia un concetto non ben definito. In effetti nella mente del cittadino tale concetto molto spesso non è definito con chiarezza; eppure anche con le nozioni elementari che ci hanno insegnato in modo superficiale alla scuola media e superiore, definire il concetto di democrazia è facilissimo, solo che noi siamo stati involontariamente educati a non farlo, poiché ci hanno dato la seguente definizione: la democrazia è l’attuale forma di governo dei paesi occidentali, è stata raggiunta tanto faticosamente e dobbiamo tenercela stretta; tale definizione è sbagliata, ci è stata data in buona fede, ma facendoci comunque un danno enorme.

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4.c.11 – Chi ci rappresenta in parlamento?

4 Settembre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Chi ci rappresenta in parlamento?

I modelli politici attualmente in vigore nei paesi occidentali sono anche detti sistemi parlamentari, in quanto l’assemblea dei rappresentanti del popolo è detta parlamento. Tale denominazione appare del tutto appropriata in quanto in essa i rappresentanti devono esporre e discutere le loro proposte, quindi l’attività principale è parlare, tuttavia i parlamenti, ispirandosi sempre al modello greco, sono composti da centinaia di membri e noi sappiamo bene che in tali condizioni è impossibile che tutti possano partecipare in modo equo ad una discussione, né è possibile che tutti abbiano la stessa competenza su tutti i temi che vanno affrontati per gestire una grande nazione come quelle attuali; tale sistema già non funzionava con una piccola città come era Atene nell’antichità e quindi oggi sembrerebbe del tutto improponibile nei moderni stati occidentali.
In che modo i parlamentari riescono a svolgere oggi la loro attività? Il metodo seguito è quello che già conosciamo: si limitano a votare le proposte dei pochi che effettivamente parlano, a loro volta eletti come rappresentanti dei vari gruppi parlamentari che si formano all’interno dell’assemblea. È come se su ogni argomento si formasse un parlamento più piccolo, formato da pochi individui che discutono, mentre gli altri si limitano ad ascoltare ed a votare. Abbiamo già parlato dei problemi che questo metodo comporta nel caso di una democrazia diretta, ma in quella indiretta le cose vanno diversamente, in realtà, a parità di numero, vanno molto peggio.
Il parlamento moderno è assai diverso da quello antico, i partecipanti sono dei professionisti e come tali dovrebbero essere molto più preparati sui temi da affrontare per gestire la vita di uno stato. Se i parlamentari hanno delle idee già consolidate è assai più difficile che vengano condizionati da abili oratori, hanno inoltre modo di consultare degli esperti in caso di necessità, organizzandosi in sottogruppi possono esprimere la loro opinione in modo indiretto attraverso i loro capigruppo, che assumono il ruolo di rappresentanti dei rappresentanti. Abbiamo dunque motivo di aspettarci che nelle attuali assemblee i problemi tipici delle grandi riunioni siano assai ridotti o assenti; purtroppo però intervengono nuovi problemi, così gravi da far dimenticare quelli già citati.
La popolazione di uno stato moderno conta spesso decine di milioni di abitanti ed i rispettivi parlamenti alcune centinaia di membri; ciò significa che ogni parlamentare, in un sistema proporzionale puro, rappresenta diverse decine di migliaia di cittadini, i quali allora devono farsi necessariamente rappresentare da un estraneo; non è possibile infatti che decine di migliaia di persone frequentino personalmente lo stesso candidato.
Dovendo far eleggere uno sconosciuto, come scegliere il proprio rappresentante? L’unico criterio utilizzato è quello di scegliere chi ci presenta un’immagine migliore attraverso la propria pubblicità, questo dovrebbe valere solo per la prima volta che un candidato si presenta, poi il parlamentare dovrebbe essere giudicato in base al proprio lavoro, ma questo non avviene, sia perché gli organi di informazione non sono assolutamente affidabili, sia perché è il cittadino stesso che non si cura di seguire l’operato dei propri rappresentanti. Per essere eletti una buona pubblicità è determinante ed indispensabile e non è certo un caso che nelle campagne elettorali per un singolo candidato vengano spesi milioni di euro; tali somme possono essere procurate solo mediante i finanziamenti di ricchi imprenditori, in cambio ovviamente di favori di vario tipo. Se dunque in una democrazia diretta abili oratori con pochi scrupoli hanno un notevole vantaggio sugli altri, in quella indiretta ottengono rapidamente il monopolio parlamentare poiché per essere eletti è necessario vendersi a qualche lobby economica e puntare tutto sulla pubblicità. Quanto detto è valido in un sistema proporzionale puro dove ogni parlamentare conduca una propria campagna in modo del tutto indipendente dagli altri, ma questo non accade praticamente mai, salvo casi eccezionali il candidato deve anche appoggiarsi ad un partito politico con il quale dovrà mantenere un rapporto di dipendenza per poter essere rieletto in futuro. Per essere eletti allora è necessario rappresentare gli interessi del proprio partito e dei propri finanziatori, non i cittadini i quali sono tecnicamente impossibilitati a scegliere dei veri rappresentanti che tutelino i propri interessi e portino avanti le proprie idee.
È importante notare che tali problemi, a parità di numero di parlamentari, si ingigantiscono al crescere della popolazione; se questa fosse di poche migliaia di abitanti non vi sarebbe necessità di costose campagne pubblicitarie perché ognuno potrebbe eleggere un candidato che conosce personalmente e la situazione sarebbe simile a quella di una democrazia diretta. Applicando tale modello su una popolazione di decine di milioni di abitanti si hanno invece conseguenze catastrofiche, i cittadini perdono la capacità di eleggere dei veri rappresentanti, rimangono di fatto esclusi dalla gestione della politica e per definizione questo segna la fine della democrazia. Se dunque nel mondo attuale come in quello antico il parlamento appare troppo grande per poter discutere collettivamente su un argomento, non vi sono dubbi che oggi è anche troppo piccolo rispetto alla popolazione per poter svolgere la sua funzione di rappresentanza della volontà popolare, risultando completamente inutilizzabile per la democrazia.
A cosa si può paragonare allora l’attuale sistema parlamentare? I parlamentari rappresentano i loro partiti ed i loro finanziatori, ovvero i finanziatori dei loro partiti che risultano alla fine delle associazioni politiche private sempre più indipendenti dal volere e dalle necessità dei cittadini. I parlamentari formano dunque una categoria di professionisti della politica e della demagogia al servizio di una classe dominante che è in grado di finanziare il loro costosissimo apparato.
È di fondamentale importanza notare che questa degenerazione del sistema politico non è dovuta alla corruzione dei singoli politici travolti dall’ebbrezza del potere, ma è il sistema stesso che promuove l’affermazione di politici già corrotti; in altre parole se anche partissimo da una situazione ideale con un parlamento formato da persone preparatissime e dotate di un’onestà cristallina, nel giro di pochi anni sarebbero i cittadini stessi a sostituirli con elementi sempre più corrotti ed ipocriti. Il sistema parlamentare nella situazione attuale non solo non funziona, ma tende ad una degenerazione progressiva.

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4.c.12 – Votare o non votare è un falso problema?

5 Settembre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Votare o non votare è un falso problema?

L’importanza di esercitare il proprio diritto di voto è dovuta al fatto che esso consente la partecipazione democratica dei cittadini, se però come abbiamo appena scoperto, esso perde tale funzione, non solo diviene totalmente inutile, ma illude il cittadino di vivere in uno stato di democrazia inducendolo a legittimare una classe dominante. Quando allora pensiamo che votare equivalga a sostenere la democrazia perché in tal modo si legittima il sistema, in realtà stiamo facendo l’esatto contrario.
A volte si teme che non votare significhi rinunciare a curare i nostri interessi, ma se siamo indotti a votare chi non ci rappresenta andiamo addirittura contro i nostri interessi. Così facendo, dimostriamo inoltre ai politici che non è necessario rappresentarci per essere votati e questi si preoccuperanno sempre meno di svolgere la loro funzione di rappresentanza del cittadino.
Non è detto quindi che chi non vota lo faccia per disinteresse o perché si arrende rinunciando ai suoi diritti fondamentali, ma può farlo perché riconosce che tali diritti gli sono già negati. Del resto anche votare illudendosi di aver fatto la propria parte, in modo da scaricare la propria coscienza, è un modo di arrendersi, in quanto si rinuncia a trovare soluzioni alternative.
Spesso il cittadino è consapevole di votare dei politici che non lo rappresentano, ma ritenendo gli altri ancora peggiori, si illude di limitare i danni. Ma per limitare quale danno vale la pena di rinunciare alla democrazia? Come faremo dopo, senza di essa, a limitare qualsiasi danno da parte dei nostri politici, autorizzati a non rappresentarci? La logica del “meno peggio” è certamente uno dei fattori culturali più pericolosi per la democrazia, perché alimenta una selezione dei peggiori, abbassando progressivamente il livello dei nostri politici.
Possiamo concludere che l’astensione dal voto non è certo una soluzione, ma può essere un primo passo per cercarne una. Partecipare invece ad un voto non democratico contribuisce sicuramente alla degenerazione progressiva del sistema politico preparando così il terreno all’avvento di regimi dittatoriali. Questo è quanto è avvenuto in tempi recenti in Germania con l’ascesa del nazismo.
Pertanto discutere se sia necessario votare o non votare per dare il proprio contributo è un falso problema, in quanto nessuna delle due scelte consente di realizzare la vera democrazia nel sistema attuale.

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4.c.13 – L’alternanza è la negazione della democrazia?

6 Settembre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

L’alternanza è la negazione della democrazia?

Abbiamo dimostrato che il sistema parlamentare tende naturalmente a degenerare verso sistemi di potere non democratici senza che la popolazione se ne accorga. Mentre nelle dittature viene esaltato il potere che si incarna in un’unica persona, nelle false democrazie si esalta la distribuzione del potere nella classe politica; in questo modo si ottengono due vantaggi: il primo è che si crea l’illusione della democrazia; il secondo è che ogni singolo politico viene rassicurato che manterrà la sua fetta di potere. Sebbene i politici appartengano a partiti differenti, fra i quali non mancano forti rivalità sia esterne che interne, essi formano un gruppo ben definito, compatto e distinto dal resto della popolazione, in quanto hanno molti interessi in comune:
. il mantenimento e la legittimazione del sistema politico origine del loro potere,
. la copertura del sistema di corruzione alla base dei loro finanziamenti, leciti o meno che siano,
. la difesa da eventuali nuovi rivali, ovvero la necessità di scongiurare un ricambio politico.
Il combinarsi di questi interessi porta ad una comune condanna dell’astensionismo che viene presentato come un pericolo per la nazione e per la governabilità, sebbene ciò sia palesemente falso: non esiste infatti alcuna soglia numerica da superare per rendere valide le elezioni, anche solo il 10% dei cittadini potrebbe formare un parlamento completo e tutte le restanti attività dello Stato potrebbero proseguire senza il minimo turbamento. Sarebbe invece assai ridotta la legittimazione popolare del sistema e qualunque nuovo partito ottenesse il sostegno del 6% della popolazione avrebbe la maggioranza e realizzerebbe un notevole ricambio politico. La necessaria complicità crea uno spirito di corpo e un clima di omertà che unisce governo e opposizione; su temi quali il controllo dei mezzi di informazione, i finanziamenti dei partiti o le soglie di sbarramento per estromettere i piccoli partiti, le maggiori forze politiche trovano un facile accordo agendo come un unico partito. La forte rivalità incoraggia il formarsi prima di coalizioni per sopravvivere e per avere la possibilità di partecipare al governo, poi di vere e proprie fusioni fino a raggiungere un equilibrio stabile con due soli partiti rimanenti che si alternano al governo. Si badi bene che la rivalità è solo elettorale e non politica, perché la politica viene stabilita secondo gli interessi dei loro potenti sostenitori o finanziatori, a volte comuni ad entrambi gli schieramenti, i quali rimangono quindi sempre al potere qualunque sia l’esito delle elezioni.
Il bipartitismo e l’alternanza rappresentano la massima sicurezza per la classe politica: due partiti giganteschi fanno apparire proibitiva l’ipotesi che un piccolo partito possa spodestarli; è assai più facile accordasi e spartire la torta in due piuttosto che in quattro o cinque; infine l’alternanza esclude la possibilità di un reale ricambio politico che è il primo requisito di una democrazia indiretta. Un sistema che prevede l’alternanza politica non può in nessun modo definirsi democratico, inoltre è fin troppo facile per due soli partiti trovare un accordo politico e governare come un’unica entità, mantenendo una divisione formale per fingersi rivali e simulare una possibilità di scelta per il cittadino ignaro.
I partiti del resto sono associazioni private la cui organizzazione interna in genere non è democratica, essi sono l’equivalente dei clan familiari della vecchia classe nobiliare, la cui vita, come quella dei partiti, era scandita da accese rivalità e continue alleanze. La struttura dei partiti tradizionale è di tipo baronale, in cui il successo delle idee e le carriere interne vengono decise dall’alto; in effetti viene fatto largo uso della demagogia, ovvero l’arte di ingannare il cittadino comune, anche nei confronti degli iscritti dei partiti. Come si può sperare di realizzare la democrazia tramite dei partiti che non la utilizzano nemmeno al loro interno? I fatti confermano che essi trasmettono anche alle istituzioni la loro mentalità non democratica.

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4.c.14 – Destra o sinistra?

7 Settembre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Destra o sinistra?

La tendenza a formare il bipartitismo viene agevolata dal tradizionale dualismo fra destra e sinistra, cioè fra conservatori e progressisti. Anche in questo caso non fa male approfondire l’origine delle suddette terminologie: “destra” e “sinistra” indicano due fazioni opposte facendo riferimento alla posizione tenuta in Francia, oltre duecento anni fa, dai membri dell’assemblea generale rispetto al presidente della stessa; a destra si posizionarono coloro che tendevano a mantenere i poteri monarchici e religiosi, detti appunto “tradizionalisti” o “conservatori”, mentre a sinistra si stabilirono coloro che intendevano limitare o addirittura abolire tali poteri, detti pertanto “rivoluzionari” o “progressisti”. Tale terminologia è stata adottata prima in tutta Europa e poi in tutti gli stati occidentali e noi italiani, che formiamo notoriamente una popolazione di creativi, per stemperare la connotazione estremista nel tempo accumulata dalle due parole, ne abbiamo coniate due nuove: centrodestra e centrosinistra, in modo da indicare la parte della destra più aperta al cambiamento e la parte della sinistra meno incline a una totale rivoluzione, cioè due insiemi che tendono a convergere verso un ideale “centro” di equilibrio.
Negli ultimi duecento anni nei paesi occidentali molte cose sono cambiate, in particolare le monarchie assolute sono scomparse e lo hanno fatto in tempi probabilmente più brevi di quanto i più accesi rivoluzionari del 1789 osassero sperare, persino il Papa, che è l’unico ad aver mantenuto il titolo di monarca assoluto, ha visto in compenso scomparire tutto il suo regno ed oggi la sua monarchia è limitata alla Città del Vaticano, uno stato indipendente, ma di soli 0,44 Km² di estensione. La sinistra, intesa nella suddetta originale accezione, ha dunque vinto completamente e non dovrebbe avere più ragione di esistere, di conseguenza la destra, definitivamente sconfitta, avrebbe dovuto estinguersi da tempo. Nei fatti però, una vera democrazia non è mai stata realizzata, alla classe dominante dei nobili e dei religiosi si è sostituita una nuova classe dominante dei poteri economici, meno individuabile e quindi più subdola della precedente, la quale ha tutto l’interesse a mantenere acceso il fuoco della contrapposizione fra destra e sinistra, che democraticamente si alternano al governo, per nascondere il vero problema.
Riteniamo che sia di fondamentale importanza scrollarci di dosso le etichette di destra e di sinistra, senza inventarne di nuove come “centristi” o “moderati”, perché non esistono più i problemi di destra o di sinistra e nemmeno i problemi di centro; i nostri ragazzi hanno gravi difficoltà a rendersi economicamente indipendenti a prescindere se vestono in giacca e cravatta, oppure indossano jeans e maglioni; siamo tutti in fila nel traffico, sia ascoltando musica classica, sia ascoltando musica rap; le nostre donne vengono aggredite senza tener conto dei loro piercing o tatuaggi, né delle loro borse griffate o unghie curate. Cosa succede quando, tutti sulla stessa barca, alcuni remano avanti e altri indietro? Esattamente quello che succede a noi tutti i giorni, si sprecano enormi energie per girare in tondo in mezzo alla nebbia del nostro inquinamento psicologico.

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4.c.15 – Quale tipo di democrazia possiamo scegliere?

8 Settembre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Quale tipo di democrazia possiamo scegliere?

Abbiamo esaminato essenzialmente due modelli di democrazia: quella diretta che si ispira al sistema applicato nell’antica Grecia ad Atene, dove tutti i cittadini aventi diritto di voto si riunivano in un parlamento con centinaia di membri, dove ognuno rappresentava direttamente se stesso; quella indiretta parlamentare dove ancora centinaia di persone si riuniscono dopo essere stati eletti da una popolazione molto più grande. Entrambi i sistemi pertanto si ispirano al modello ateniese nel quale erano peraltro esclusi dal voto gli schiavi, le donne, gli artigiani, i mercanti e chiunque non fosse proprietario terriero; il popolo allora non era l’insieme di tutti gli abitanti, ma una fetta minoritaria di popolazione di origine non solo nobile. Secondo un punto di vista moderno si trattava dunque di un’estensione della classe dominante, molto coraggiosa ed innovativa, ma non una vera democrazia. Oltre questo abbiamo visto che il loro parlamento era troppo grande per funzionare in modo efficace, dunque possiamo dire che il modello greco non ha mai funzionato da un punto di vista democratico, anche se gli va riconosciuto il merito di averci provato e di aver affermato il concetto di democrazia come un principio giusto e realizzabile. Per quanto riguarda la democrazia indiretta, essa ha cercato di risolvere il problema del numero eccessivo con l’elezione dei rappresentanti e con l’inserimento degli stessi in un parlamento sempre di tipo ateniese, ma ottenendo risultati ancor più deludenti. Si è trattato di nuovo di un tentativo molto coraggioso e per questo ammirevole, tuttavia non ci dobbiamo nascondere il suo fallimento; cercare di applicare un sistema assai difettoso, nato per gestire una singola città di molte migliaia di abitanti, a delle nazioni con molte decine di migliaia di abitanti era un piano temerario; certo all’inizio il voto era riservato solo ad alcune categorie di cittadini (maschi, bianchi e con un certo grado di ricchezza) e questo riduceva sensibilmente i problemi, ma allo stesso tempo escludeva una vera democrazia.
Con l’introduzione del suffragio universale nella seconda metà del novecento, si è cercato di fare l’ultimo passo verso la vera democrazia concedendo il diritto di voto a tutta la popolazione adulta, ma di fatto questo ha solo fatto emergere i punti deboli del sistema parlamentare, ingigantendo i problemi legati alla manipolazione della gente comune e avvantaggiando come mai prima d’allora i politici senza scrupoli. Paradossalmente con l’introduzione del suffragio universale si è avuta un’ondata di corruzione che ha reso il sistema inefficiente anche da un punto di vista amministrativo. Tale sistema non può funzionare con decine o peggio con centinaia di milioni di elettori; una vera democrazia dunque in una grande nazione non è mai esistita.
Quando è nato l’attuale sistema parlamentare, alla fine del XVIII secolo, i trasporti si basavano sui cavalli e sui carri a trazione animale, come le diligenze o le carovane del far west, e l’illuminazione si basava sulle candele e sulle lampade a petrolio. Oggi questi sistemi sono stati superati dai tempi e sostituiti con nuove tecnologie più efficaci, a chiunque apparirebbe assurdo o quantomeno bizzarro utilizzarli ancora, sebbene indubbiamente tali sistemi abbiano sempre funzionato. Come mai a tutti sembra invece normale utilizzare un sistema politico risalente alla stessa epoca, ma che non ha mai funzionato? Tale sistema inoltre si ispirava fortemente a quello greco, molto più antico e legato a un mondo lontanissimo, perché dunque nessuno cerca qualcosa di nuovo? Oltre che all’educazione scolastica, questo stato di cose si può attribuire alla natura umana che, come abbiamo detto in precedenza, percepisce come argomento religioso tutto ciò che riguarda l’ordinamento della società e i relativi valori guida. L’attuale sistema politico è stato dunque accettato dalla popolazione in modo assai poco critico, come una verità religiosa che come tale viene difesa; ecco perché si è mantenuto inalterato nei secoli ed ecco perché le proposte di cambiamento sono in genere bollate come eresie.
Tuttavia dobbiamo anche ricordare che pure le religioni, sia pur lentamente, evolvono; questo avviene tanto più velocemente quanto più l’insoddisfazione della popolazione è alta e quindi la sua mentalità è pronta a cambiare. Sappiamo che il dilagare della corruzione ha portato ad una grave inefficienza anche amministrativa oltre che democratica; oggi l’insoddisfazione del cittadino è pertanto mediamente molto alta e vi sono dunque buoni motivi per credere che i tempi siano ormai maturi affinché dei riformatori siano visti come dei salvatori piuttosto che come pericolosi eretici sovversivi da emarginare, possiamo dunque sperare in un nuovo salto evolutivo culturale.
L’unico modello che risulta valido attualmente è quello diretto, ma si rivela già inefficace se applicato ad un gruppo di poche decine di persone. Se dunque vogliamo introdurre un sistema democratico nel nostro mondo, dobbiamo creare un modello nuovo, un modello che soddisfi le seguenti caratteristiche:
• l’insieme dei cittadini deve costituire effettivamente la massima autorità;
• il governo deve essere una forma di autogoverno, quindi deve seguire la volontà popolare;
• gli oratori abili, ma disonesti, non devono avere vantaggi rispetto ad oratori scadenti, ma con buone idee;
• se necessario, si devono eleggere veri rappresentanti;
• vi deve essere un efficace controllo dei rappresentanti;
• vi deve essere una selezione delle idee migliori;

avendo definito degli obiettivi chiari, abbiamo stabilito delle mete precise verso le quali dirigerci nel nostro viaggio alla ricerca di un progresso stabile; possiamo quindi decidere il percorso da seguire iniziando finalmente a parlare delle possibili soluzioni ai problemi radice.

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