Capitolo 4.a

15 Luglio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

INQUADRARE IL PROBLEMA

Guardiamoci allo specchio; dopo aver esaminato la natura dell’uomo sia dal punto di vista biologico, sia da quello culturale e dopo aver riflettuto sul ruolo dei nostri valori personali nella vita e nel mondo attuale, possiamo affrontare i problemi che ci tormentano nella vita quotidiana con maggiore consapevolezza delle nostre necessità e quindi con maggiori probabilità di trovare delle soluzioni valide; anche i problemi costituiscono dei punti di riferimento di fondamentale importanza nella nostra esistenza poiché tutte le nostre attività sono legate direttamente o indirettamente alla soluzione di un qualche problema. I problemi condizionano ogni momento della nostra giornata, ma uno stesso ostacolo può essere percepito diversamente dai vari individui, pur potendo interessare tutta la popolazione; è bene dunque scegliere con cura dei criteri personali per far fronte ai vari problemi, ma è anche necessario che se ne discuta con gli altri per giungere prima a delle soluzioni o per trovarne di migliori; dobbiamo inoltre ricordare che trovare e realizzare delle soluzioni è un lavoro che spesso richiede la collaborazione di molte persone e quindi parlare dei nostri problemi è un’attività fondamentale ed inevitabile.
Ogni adattamento, sia genetico che culturale, è in effetti la soluzione a un problema legato alla sopravvivenza e tutte le nostre necessità, di qualsiasi tipo, sono in pratica dei problemi da risolvere; possiamo allora dire che essi sono veramente il sale della vita, la spinta fondamentale che ci porta ad agire sia come individui che come attori inconsapevoli dell’evoluzione.

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CONCETTI IN MUSICA
   MARCO FERRADINI – TEOREMA
 

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4.a.1 – Che cos’è un problema?

16 Luglio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Che cos’è un problema?

In questo contesto intendiamo per problema tutto ciò che può avere una soluzione: un guasto della nostra automobile ad esempio è un problema, perché certamente si può riparare, anche se non sappiamo come; una malattia incurabile non è tanto un problema quanto una disgrazia poiché per definizione non ha soluzione; come fare per divenire immortali non è un problema, ma un sogno, perché è impossibile.
Si parla spesso di problemi quando abbiamo un’esigenza da soddisfare o un obiettivo da raggiungere poiché in genere si tratta di cose possibili, situazioni in cui diamo per scontato che una soluzione vi sia e quindi che possa essere trovata.
Non è sempre facile trovare le soluzioni che ci servono, né in genere abbiamo la certezza che esistano, tuttavia per trovarle è necessario crederci e quindi una buona dose di ottimismo è una qualità molto importante.
Viceversa lamentarsi di qualcosa senza aver fatto niente di concreto per cercare di risolvere la situazione, significa solo compiangersi per il fato avverso, non affrontare un vero problema. Le lamentele si diffondono rapidamente e vengono condivise dalle masse perché lamentarsi non costa nessuna fatica, permette di uniformarsi a un comportamento di gruppo e crea un alibi alla propria inerzia nel cercare una soluzione. Ecco che i disagi tendono a essere considerati delle disgrazie senza soluzione o dei problemi che qualcun altro deve risolvere per noi, ma in ogni caso si finirà per affondare lentamente nelle sabbie mobili delle lamentele sterili.
Tale comportamento è tipico delle popolazioni sottomesse e disorganizzate che, data la loro condizione, attendono che sia un’autorità superiore a risolvere i problemi per loro come i bambini confidano nell’intervento dei genitori.
Un problema invece può essere visto come un invito al cambiamento, come uno stimolo che richiede una reazione; in effetti ci accorgiamo di un problema quando questo ci procura una qualche difficoltà, ovvero uno stato di disagio dal quale bisogna uscire.
Dunque un problema può anche essere definito come causa di un disagio, ma ancora una volta bisogna soffermarsi sui termini perché “problema” e “disagio” spesso vengono usati come sinonimi, tuttavia, volendo trovare una soluzione, è bene tenere distinti i due concetti; un disagio è qualcosa di negativo che viene da noi percepito, una sensazione come un dolore alla pancia, ma il dolore non è il vero problema, è un segnale di allarme, forse abbiamo mangiato qualcosa di avariato, forse siamo stati avvelenati, forse abbiamo un’infezione intestinale; per ciascuno di questi casi un medico proporrà cure differenti, cioè soluzioni diverse, perché si tratta di problemi diversi anche se il malessere è lo stesso.
Riconoscere il vero problema ha un grande vantaggio pratico: mentre prima il nostro scopo era semplicemente eliminare il dolore, senza sapere da dove cominciare, dopo la visita il medico potrebbe prescriverci una lavanda gastrica per espellere il cibo avariato, oppure cercherà un antidoto in caso di avvelenamento o un farmaco opportuno per uccidere i batteri se è presente un’infezione. Avere ben inquadrato il problema ci permette di definire degli obiettivi meno generici, più chiari e concreti e quindi più facilmente raggiungibili per uscire dal nostro stato di disagio; una soluzione dunque appare come un percorso da seguire per raggiungere tali obiettivi e, considerando che non si può stabilire un tragitto senza sapere quale è la meta finale, risulta evidente come una corretta impostazione del problema sia essenziale e possa, nei casi più semplici, suggerire la soluzione stessa.

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LEONARDO FIBONACCI stella4stella4stella4

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4.a.2 – Qual è il problema?

17 Luglio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Qual è il problema?

Per quanto un atteggiamento fiducioso ed ottimista sia importante, non è possibile trovare una soluzione se prima non si è ben capito qual è il problema da risolvere; riprendendo l’esempio precedente del medico, cosa accadrebbe se sbagliasse la diagnosi e curasse con un farmaco per le infezioni un caso di avvelenamento o di indigestione?
Per fare un altro esempio, in Italia, davanti alle crescenti difficoltà degli studenti nel seguire le lezioni a causa del sovraffollamento delle università, si è ritenuto che vi fossero troppi studenti e non poche università; di conseguenza si è introdotto l’accesso a numero chiuso, in contrasto sia con la funzione delle università pubbliche, sia con le esigenze degli studenti esclusi, nonché con i valori fondamentali della conoscenza e del libero accesso all’istruzione. La soluzione proposta (e purtroppo attuata) ha creato nuovi problemi (riduzione degli studenti, corruzione nelle prove di accesso e selezione che prescinde dai meriti) e non ne ha eliminato nessuno poiché gli studenti che avrebbero avuto difficoltà a seguire ora sono addirittura esclusi.
Per anni in Giappone degli ingegneri hanno cercato di risolvere l’annoso problema di costruire delle tubature in grado di resistere ai frequenti terremoti, cercarono di progettare giunture e snodi più resistenti e sperimentarono nuovi materiali, ma con scarsi risultati, fino a che qualcuno progettò delle giunzioni flessibili che risultarono quasi indistruttibili; il problema non era trovare nuovi materiali o giunzioni più resistenti e quindi più rigide, ma il contrario, trovare giunzioni meno rigide.
È chiaro dunque che per ottenere i risultati voluti è opportuno prima esaminare con cura gli ostacoli che abbiamo di fronte e la situazione che li ha creati; se cerchiamo di risolvere il problema sbagliato, troveremo al massimo la soluzione errata. Il primo passo per cercare una soluzione è dunque individuare bene quale sia il problema.

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GEORGE BOOLE stella4stella4stella4

CONCETTI IN PILLOLE
pillola n. 33 –  I NOSTRI PROBLEMI pillole_slide_33

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4.a.3 – Chi è che deve risolvere i problemi?

18 Luglio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Chi è che deve risolvere i problemi?

Consideriamo un problema di ordinaria quotidianità: il nostro appartamento è rimasto senza corrente elettrica; senza essere elettricisti andremo a controllare il quadro generale e, trovando l’interruttore disinserito, proveremo a riportarlo nella normale posizione; se l’operazione non riesce, significa che persiste una causa che provoca la messa in sicurezza dell’impianto, ma quale? Dopo un consulto fra familiari, o magari con qualche amico più esperto, si deciderà di staccare tutti gli elettrodomestici e di riattaccarli ad uno ad uno provando ogni volta a riattivare l’interruttore generale; quando l’interruttore salterà di nuovo avremo individuato la causa del problema. Che cosa sarebbe successo senza conoscere quelle informazioni di base sugli impianti elettrici necessarie per individuare la causa del problema? Avremmo dovuto ricorrere all’intervento di un elettricista, saremmo rimasti senza corrente elettrica per un po’ di tempo in più e avremmo speso del denaro per l’intervento tecnico, ma avremmo comunque risolto il problema.
Tutto ciò ci dimostra come la prima risorsa necessaria per risolvere un problema sia la volontà di risolverlo, ma tale volontà a sua volta dipende dalla consapevolezza di essere il soggetto deputato alla soluzione. Se il problema è domestico non esiteremo ad attivarci per trovare una soluzione, se manca la luce nell’androne del palazzo è già tanto se telefoneremo all’amministratore del condominio, se si è verificato un black out a tutto il quartiere attenderemo con pazienza l’evolversi degli eventi. Si noti come in tutti i casi subiamo lo stesso disagio, ma nel terzo caso non ci attiveremo affatto per risolvere il nostro problema, convinti di non poter fare nulla di concretamente utile. In una società complessa è normale una specializzazione delle competenze sempre maggiore, è logico aspettarsi che il proprio problema venga risolto da chi è preposto a farlo, ma a questo punto sorge un ulteriore problema: la verifica dell’operato dei soggetti preposti alla soluzione dei nostri problemi (e da noi pagati per farlo).
Torniamo all’esempio del problema domestico: se abbiamo chiamato un elettricista (che siamo tenuti a pagare), sarà nostra cura seguirlo durante l’intervento tecnico e se questo si protrarrà oltre quanto preventivato, pretenderemo delle spiegazioni plausibili; si tratta di comportamenti che vengono tenuti naturalmente, consapevoli di essere gli unici preposti a farlo. Nel caso del black out di quartiere è altrettanto normale non attivarsi per risolvere direttamente il problema, ma probabilmente non ci preoccuperemo neanche di verificare l’operato della compagnia erogatrice (da noi pagata come l’elettricista) perché ci sono delle competenti autorità che devono farlo (sempre pagate da noi), ma chi controlla i controllori? La soluzione del problema interessa a noi, per questo siamo noi a pagare, appare dunque logico che alla fine della catena dei controlli debba esserci chi è direttamente interessato; in caso contrario perderemmo la capacità di intervenire sui nostri problemi e quindi verrebbe meno la libertà di amministrare la nostra vita.
Questa è la situazione nella quale si trova spesso il cittadino moderno, il quale, davanti ad una complessa organizzazione di enti privati e pubblici preposti all’intervento diretto ed ai relativi controlli, finisce per essere completamente escluso. L’esperienza insegna che se il cittadino viene escluso come controllore finale, tutta la catena di controlli diviene ben presto inutile, poiché disservizi e corruzione dilagano indisturbati. Ecco allora che il cittadino sovrano torna ad essere un suddito costretto passivamente a subire ed in tal caso il problema diventa una disgrazia; ne segue che una questione che dobbiamo assolutamente risolvere in prima persona è quella di creare una nuova organizzazione sociale che ci liberi dall’attuale ruolo di sudditanza; in caso contrario dovremo riconoscere di essere i primi artefici delle nostre disgrazie.

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KURT GÖDEL  stella4stella4

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Domenica 19 luglio 1309

19 Luglio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

guardie svizzere

SI SCHIERI LA GUARDIA!

Oggi è festa nel Villaggio di Ofelon!

A cinque mesi dalla fondazione del Villaggio di Ofelon
oltre ventottomila “viandanti telematici”
hanno visitato il Villaggio.
vi aspettiamo tutti con piena cittadinanza, muniti del vostro avatar,
per ampliare sempre di più la nostra tavola rotonda
in cui vogliamo confrontarci su temi importanti,
ma sempre divertendoci insieme
e fino a raggiungere risultati concreti
per un effettivo, diffuso e percepito miglioramento
della qualità della nostra vita.

Ofelon per tutti
e tutti per Ofelon!

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4.a.4 – A cosa serve la regola dei 5 perché?

20 Luglio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

A cosa serve la regola dei 5 perché?

Un detto giapponese dice che per conoscere a fondo un problema bisogna risalire indietro di almeno cinque perché, ovvero non ci si deve fermare alla prima causa che si trova; ad esempio il traffico cittadino viene ovviamente associato ad un eccessivo numero di automezzi, ma questo eccesso da cosa è causato? Dal fatto che le strade nelle città sono state costruite quando la popolazione era minore e non usava automezzi. Come mai la popolazione nelle città è aumentata? Per immigrazione di popolazioni rurali in cerca di lavoro, a sua volta causata da una cattiva politica economica dovuta ad un governo insensibile ai problemi dei cittadini. Dunque è stato facile trovare una serie di cinque cause a monte del problema del traffico, e se ne potrebbero trovare altre come l’inefficienza dei mezzi pubblici, la mancanza di parcheggi, la distanza dal posto di lavoro, la necessità che anche le donne lavorino e gli interessi economici dei produttori di automezzi. Ora, se ci si ferma alla prima causa, cioè l’eccessivo numero di automezzi, l’unica soluzione appare ridurre tale numero con zone a traffico limitato, con parcheggi a pagamento, con aumenti al bollo auto o con altre strategie che si riveleranno fallimentari, perché tutti sono comunque costretti a prendere l’automobile per recarsi al lavoro o per fare la spesa e quindi saranno provvedimenti che nei casi migliori saranno degli impopolari palliativi.
Se invece consideriamo le altre quattro cause possiamo concepire altri quattro punti su cui intervenire e su questi poter individuare almeno una soluzione efficace e praticabile. Quanto più riusciamo a ricostruire il problema fino alla causa primaria, tanto più aumentano le probabilità che si trovi una buona soluzione; inoltre si riduce il pericolo che il problema si ripresenti, anche sotto altra forma, in quanto non era stato eliminato alla radice: riprendendo il precedente esempio, una volta ridotto il numero delle automobili senza controllare l’aumento della popolazione, il traffico riprenderebbe subito ad aumentare con l’incremento demografico.
Nel ripercorrere a ritroso la sequenza delle cause, cercando di intervenire più a monte possibile, vi sono inoltre anche altri vantaggi: molto spesso accade che una delle cause individuate risulta alla base anche di altri problemi e quindi eliminando quella si potranno risolvere tutti i problemi sottostanti; l’esame di più cause per lo stesso problema in ogni caso comporterà una maggiore conoscenza dello stesso e ne favorirà il corretto inquadramento, evitando di sprecare tempo ed energie nell’affrontare un falso problema.

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  WILLIAM EDWARDS DEMING   stella4stella4

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4.a.5 – Proibire o liberalizzare?

21 Luglio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Proibire o liberalizzare?

Si è già detto che affrontando un problema mal posto si troveranno solo soluzioni errate; i falsi problemi nascondono quindi quelli autentici e impediscono di trovare vere soluzioni. Ad esempio, spesso i mass media contrappongono il proibizionismo e la liberalizzazione delle sostanze stupefacenti come se fossero due soluzioni alternative; lo stesso approccio viene usato anche per altri gravi problemi come la prostituzione o l’aborto. Si tratta di un modo assai ingannevole di impostare il problema, in quanto in realtà si tratta di soluzioni di due problemi diversi: il proibizionismo cerca di contrastare, peraltro senza successo, il fenomeno dell’uso delle sostanze stupefacenti, mentre la liberalizzazione vuole eliminarne il commercio clandestino.
Si può facilmente notare che non si tratta di due necessità opposte od inconciliabili, ma anzi complementari e di conseguenza dovrebbero esserlo anche le rispettive soluzioni. Eliminando di fatto (e non legalmente) l’uso delle droghe si eliminerebbe anche il commercio clandestino; eliminando invece prima tale commercio tramite la liberalizzazione, cosa impedirebbe poi di abbandonare anche l’uso come si cerca di fare con le sigarette o l’alcol? Gli ostacoli sono principalmente due ed entrambi si trovano nella nostra mente, il primo è la tradizione culturale: come quella di fare uso di sostanze chimiche per divertirsi e stare meglio in generale, una sorta di medicina fai da te del buon umore, oppure quella di inserire tali pratiche in rituali sociali o di iniziazione; il secondo è dato proprio dalla confusione generalizzata fra i due problemi, per cui la legalizzazione del commercio verrebbe percepita come una approvazione sociale anche dell’uso delle suddette sostanze. Si tratta dunque di problemi culturali in linea di principio indipendenti dalla legislazione. Il fallimento del proibizionismo ci impone di cercare altre soluzioni alla piaga dell’uso delle droghe, sia che se ne liberalizzi il commercio o meno; trovato il giusto adattamento culturale contro questa usanza deleteria, il commercio clandestino rimarrà una questione irrilevante. La liberalizzazione può dunque essere effettuata prima o dopo aver risolto il problema principale, la vera contrapposizione non è fra questa ed il proibizionismo, ma fra due filosofie politiche (autoritarismo e permissivismo), cioè fra due diversi modi di governare che cercano entrambi di affermare il proprio modo di pensare perdendo però di vista lo scopo da raggiungere e causando una situazione di stallo che impedisce di risolvere tutti e due i problemi di partenza.
E’ da notare che liberalizzare non significa necessariamente rinunciare a combattere l’uso delle droghe, ma potrebbe essere l’occasione per cercare una vera soluzione alla diffusione delle stesse; allo stesso tempo non è detto che la liberalizzazione riesca ad estirpare il commercio clandestino, basta osservare quanto avviene con le sigarette: il commercio è legale, anzi in Italia viene riservato ai Monopoli di Stato, ma in quanto sottoposto a pesanti gravami fiscali, non ha eliminato il contrabbando; attualmente tendiamo a limitarne l’uso con rigurgiti proibizionisti, ma il consumo di sigarette non è diminuito per questo, anzi è fortemente aumentato nella fascia d’età adolescenziale a riprova che il vero problema non è stato mai correttamente inquadrato e quindi nessuna vera soluzione è stata mai trovata.
Analogamente il proibizionismo nei confronti della prostituzione tende a combattere, sempre senza successo, il fenomeno del sesso a pagamento, mentre la liberalizzazione tende ad eliminare il racket criminale che a volte arriva a rapire e schiavizzare delle giovani. Anche in questo caso valgono le considerazioni fatte con riferimento sia alla necessità di una vera alternativa che risulti concretamente efficace, sia ad un’adeguata educazione sociale.
Grande confusione si ha anche sul tema dell’aborto: il proibizionismo vuole eliminarne la pratica, senza esservi mai riuscito, mentre la liberalizzazione intende eliminare il fenomeno degli aborti clandestini; in questo caso è però più evidente che la legalità dell’aborto non vuole avvalorare tale pratica come comportamento da diffondere, poiché una donna che decide di abortire non lo fa mai con leggerezza.
E’ chiaro allora che proibizionismo e liberalizzazione non sono soluzioni alternative e quindi ogni dibattito o discussione che le contrapponga, anche se effettuato da parte di autorevolissimi personaggi che ci parlano dallo schermo televisivo, è assolutamente privo di significato reale e risulta altresì dannoso, in quanto fa perdere tempo e distoglie dal vero problema, nonché dalla relativa soluzione. Ancora una volta dobbiamo educarci a difenderci dall’inquinamento psicologico che, a volte inconsapevolmente, ma non senza colpa, viene alimentato dai mezzi di informazione di massa.

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libro1  APPROFONDIMENTI
CONTRABBANDO, LIBERALIZZAZIONE, PROIBIZIONISMO, STUPEFACENTE,

PALCO D’ONORE
   JEREMY BENTHAM   stella4

CONCETTI IN PILLOLE                                                                            
pillola   n. 34 –  PROIBIRE O LIBERALIZZARE?                                                 pillole_slide_34

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4.a.6 – Il calo della popolazione è un problema?

22 Luglio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Il calo della popolazione è un problema?

Dopo aver tanto parlato di inquinamento, di esaurimento delle risorse, di emergenza evolutiva, di guerre, di traffico insopportabile, di emigrazioni forzate e di altri drammi riconducibili alla sovrappopolazione, un calo demografico dovrebbe apparire più come una soluzione piuttosto che come un problema. Si dice che un calo della popolazione incoraggia l’immigrazione dai paesi poveri, perché non dire allora che il vero problema è la sovrappopolazione dei paesi poveri? Si dice che la popolazione in occidente sta invecchiando, che la percentuale degli anziani rispetto ai giovani è in aumento, chi si prenderà cura di tutti questi anziani? Esaminiamo meglio la situazione: è evidente che la popolazione non può aumentare in eterno e allora dovrà perlomeno fermarsi ad un livello stabile; questo comporterà comunque un certo incremento degli anziani rispetto alla situazione di crescita demografica fino a raggiungere il rapporto di un anziano per un giovane, che non desta particolari preoccupazioni.
Appare ovvio che se tale rapporto aumenta di un centesimo non sarebbe certo un dramma, sarebbe impercettibile, ma comporterebbe un calo molto lento della popolazione risolvendo a lungo termine molti problemi del mondo moderno. Le cose vanno diversamente se esaminiamo invece un rapido calo demografico, in tal caso la percentuale degli anziani salirà di molto raggiungendo livelli veramente preoccupanti.
Ne segue che il vero problema non è il calo della popolazione, ma il controllo della sua velocità, il quale non è però effettuabile in assenza di un controllo collettivo delle nascite; in alcuni paesi occidentali la popolazione è in calo senza che nessuno lo abbia pianificato, è un fenomeno dovuto a cause impreviste, ad una serie di gravi disagi che affliggono le famiglie occidentali, per cui diventa sempre più difficile crescere dei figli.
Il calo demografico è in realtà l’unica conseguenza positiva di una serie di gravi problemi, riconducibili ad una cattiva gestione politica, che viene invece usato come argomento pretestuoso per giustificare i disservizi nell’assistenza agli anziani, nel pagamento delle pensioni e nel controllo dell’immigrazione, altri esempi di cattiva gestione politica imputabili tutti agli stessi governanti.

Sulla cresta dell'onda

libro1 APPROFONDIMENTI
DEMOGRAFIA

PALCO D’ONORE
  THOMAS ROBERT MALTHUS

CONCETTI IN PILLOLE                                                                            
pillola   n. 35 – LA SOVRAPPOPOLAZIONE E’ UN PROBLEMA?          pillole_slide_35                                      

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4.a.7 – Prevenire è meglio che curare?

23 Luglio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Prevenire è meglio che curare?

Da molti anni si parla dell’importanza della ricerca scientifica riguardo alla cura dei tumori e il messaggio di fondo è sicuramente vero: finanziando la ricerca medica aumentano le probabilità di trovare delle cure efficaci; tuttavia il messaggio che viene percepito dall’uomo comune è ben diverso: contro i tumori non c’è rimedio, si tratta di una disgrazia e possiamo solo sperare che in futuro la medicina trovi una cura. Anche in questo caso per una carenza di informazioni abbiamo impostato male il problema: vi sono molti tipi di tumore, alcuni già vengono curati con successo crescente, ma, cosa ancora più importante, si sono scoperte delle cause per una parte notevole di essi (purtroppo non tutti). Le cause principali sono tre: una cattiva alimentazione, il fumo e un grande uso di bevande alcoliche.
Per molti tumori dunque la cura esiste già ed è a portata di mano: non fumare, non bere e mangiare sano; senza attendere ulteriori scoperte dalla ricerca medica e senza costosi medicinali, perché non ne facciamo uso? Per quale motivo riteniamo doveroso finanziare la ricerca, ma non abbandonare le cattive abitudini? Non fumare e non bere non solo non costa nulla, ma comporta anche un notevole risparmio economico. Oltre a debellare una notevole parte di tumori in breve tempo e salvare molte vite, puntare sulla prevenzione consentirebbe di concentrare le risorse della ricerca sui tumori rimanenti aumentandone l’efficacia.
Un discorso analogo si può fare per lo smaltimento delle scorie radioattive e dei rifiuti in generale, per l’esaurimento delle risorse energetiche e per l’inquinamento delle acque: non è contraddittorio studiare nuovi sistemi per depurare le acque e non fare nulla per non inquinarle? È come donare con la mano destra per poi rubare con la sinistra.
Parlando del crescente tasso di sterilità delle coppie si è proposto uno sviluppo delle tecniche di procreazione assistita, cosa certo utile per affrontare l’emergenza immediata, ma perché nessuno parla delle cause di questo strano fenomeno? Quale strana malattia si sta diffondendo rendendoci sterili? Dovrebbe essere l’argomento del giorno. In realtà il fenomeno esiste, ma non è dovuto ad alcuna malattia, la causa principale è che in occidente facciamo figli in età sempre più avanzata, cioè quando siamo meno fertili; la causa è un cambiamento socio-culturale al quale il nostro corpo non ha avuto il tempo (migliaia di anni) di adattarsi; rispondere con una cura medica a un problema culturale è una cosa che si commenta da sola e lo stesso vale per altre possibili cause come l’inquinamento.
Sapendo che il prossimo anno ci ridurranno lo stipendio, cercheremmo di ridurre da subito le spese o progetteremmo di rinnovare il guardaroba e di fare lunghi viaggi all’estero? Perché dunque sapendo di disporre solo di fonti energetiche in esaurimento ci appare normale appoggiare attività economiche che richiedono un fabbisogno crescente di energia? Non è come correre incontro alla catastrofe?
Cercare dei rimedi non ancora disponibili quando sono certamente possibili delle misure preventive è certamente contraddittorio e dimostra una pessima impostazione del problema oppure la probabile presenza di vantaggi economici di alcuni contrastanti con gli interessi di tutti.

Sulla cresta dell'onda

PALCO D’ONORE
IGNÀC FÜLÖP SEMMELWEIS stella4stella4stella4

CONCETTI IN PILLOLE                                                                            
pillola   n. 36 – PREVENIRE E’ MEGLIO CHE CURARE?                    

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4.a.8 – Si può parlare di eccesso di garantismo?

24 Luglio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Si può parlare di eccesso di garantismo?

Le leggi garantiste vengono così chiamate perché devono garantire i diritti dei cittadini, in particolare quelli sospettati ingiustamente di qualche reato, tuttavia è noto che sono spesso usate a vantaggio dei colpevoli in aperto contrasto con il loro scopo originario. In questi casi spesso si dice che le leggi sono troppo garantiste, ma siamo sicuri di aver inquadrato bene il problema? Se un rubinetto perdeva qualche goccia d’acqua e dopo l’intervento dell’idraulico non versa una goccia nemmeno quando è completamente aperto, risultando completamente inutilizzabile, diciamo che l’idraulico ha lavorato male oppure che è stato troppo bravo? Il risultato cercato è stato raggiunto, il rubinetto non perde più, ma è stato creato un altro problema altrettanto grave. Per quale motivo si parla allora di troppo garantismo invece che di un garantismo fatto male? Forse i governanti cercano di proteggere se stessi e le lobby che li sostengono dalle conseguenze legali causate dal proprio operato mediante un falso garantismo? Un sistema che protegge più i criminali degli innocenti non è particolarmente garantista, ma è semplicemente fatto male.
Parlare di eccesso di garantismo è quindi un assurdo, ma basta indicarlo come problema in qualche talk show televisivo affinché la gente si divida fra sostenitori del garantismo ad ogni costo e abolizionisti del garantismo in nome della sicurezza, perdendo tutti di vista il vero problema di un sistema giudiziario inefficiente, sopraffatti dall’ennesimo falso problema che infittisce il nostro inquinamento psicologico.

Sulla cresta dell'onda

 libro1 APPROFONDIMENTI
 LOBBY, TALK SHOW

PALCO D’ONORE
   ROBERT BADINTER   stella4 

CONCETTI IN PILLOLE                                                                            
pillola   n. 37 – ESISTE L’ECCESSO DI GARANTISMO?              pillole_slide_37                                  

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4.a.9 – Crescita contro decrescita?

25 Luglio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Crescita contro decrescita?

Da molti decenni l’indicatore economico più usato per esprimere la ricchezza prodotta in una nazione è quello del prodotto interno lordo (PIL). Esso indica il valore dei beni e dei servizi destinati al consumo finale e i mass media lo enfatizzano come un indicatore di benessere collettivo, come un vanto nazionale. Partendo da queste premesse è ovvio dedurre che bisogna perseguire la maggiore crescita possibile del pil e che, se il pil della nostra nazione è maggiore di quello delle altre, facciamo parte di un paese forte; viceversa, se il pil cresce poco è un problema, se addirittura cala, cioè decresce, si avrà un allarme nazionale di recessione. Si tratta di emotività diffuse fra la popolazione, la quale si lascerà deprimere dall’ennesimo falso problema senza peraltro essere consapevole della vera natura del pil.
Cerchiamo di approfondire un poco l’argomento:
• l’aggettivo lordo si riferisce ai beni ammortizzabili; il pil di un dato anno infatti comprende pure quei beni che daranno al consumatore un’utilità anche per gli anni successivi (automobili, elettrodomestici, arredi, ecc.); lordo in questo caso quindi vuol dire sovrastimato e ciò significa che se in un anno di sensibile crescita del pil sono stati prodotti grandi quantità di beni ammortizzabili, negli anni successivi è logico attendersi una decrescita del pil del tutto fisiologica;
• l’aggettivo interno indica che il pil comprende il valore dei beni e dei servizi prodotti internamente a un paese, indipendentemente dalla nazionalità di chi li produce; è quindi evidente che a parità di pil da un anno a un altro (situazione ritenuta assolutamente negativa), ma con sostituzione di un gran numero di produttori stranieri con produttori nazionali, la ricchezza sarà invece aumentata;
• il sostantivo prodotto in realtà si riferisce alle merci, poiché non considera quanto prodotto e consumato dal produttore, né quanto prodotto e offerto dagli enti non profit;
• il pil considera ogni transazione in denaro come positiva; consumare benzina in un ingorgo di traffico bloccato, consumare medicinali per malattie gravi, consumare servizi per rimediare ai danni di un terremoto, sono tutti comportamenti validi ai fini della crescita del pil, ma evidentemente in contrasto con il benessere della popolazione.
Dalle suddette considerazioni si evince che la decrescita del pil può anche non essere un problema, ma c’è anche chi si spinge oltre: osservando che la crescita del pil corrisponde alla crescita di fenomeni molto negativi (inquinamento, suicidi, consumo di psicofarmaci, incidenti stradali, ecc.), alcuni studiosi individuano come problema il fenomeno opposto, cioè la crescita del pil, in quanto indice di deleterio consumismo. E’ però fin troppo facile dimostrare che anche questa posizione è errata in quanto il pil può decrescere a causa di un aumento della disoccupazione, di un aumento generalizzato dei prezzi, di un crollo nei mercati finanziari, insomma da tutta una serie di fattori ancora una volta in contrasto con il benessere della popolazione.
La verità è che sia i fautori dell’incremento del pil come presupposto del benessere, sia i sostenitori della decrescita del pil come presupposto della felicità, rimangono ingannati da dei falsi problemi e si contrappongono su posizioni non necessariamente antitetiche nel perseguimento del medesimo obiettivo, che rimane il progresso dell’umanità.
Se da una parte il consumismo sfrenato non va incoraggiato (per esempio quando induce il bisogno di possedere l’ultimo modello di telefonino, di computer portatile o di navigatore satellitare, pur disponendo dei medesimi beni nella versione di uno o due anni prima), dall’altra il mercato in sé non va demonizzato, perché porta a comportamenti altrettanto assurdi (rinuncia a comprare beni dalla grande distribuzione, enfasi del risparmio ad ogni costo, faticosa autoproduzione di beni, ecc.).
Se il mondo corre sempre più velocemente siamo obbligati a tenerne il passo; se tale corsa risulta affannosa, la soluzione non sta nel rallentare o nel fermarsi, perché ciò potrebbe comportare svantaggi ancora maggiori; il rallentamento della corsa deve essere invece visto come un obiettivo da raggiungere mediante una vera soluzione al vero problema, dato dall’emergenza evolutiva di cui abbiamo parlato nei capitoli precedenti, la quale può essere contrastata solo dopo averne preso piena conoscenza.

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PIL

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4.a.10 – Bisogna difendere o avversare la globalizzazione?

26 Luglio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Bisogna difendere o avversare la globalizzazione?

Con il termine globalizzazione si intende il fenomeno di progressiva crescita delle relazioni e degli scambi internazionali che porta a una sempre maggiore dipendenza dei paesi gli uni dagli altri. La globalizzazione viene spesso additata come un problema, tanto da essersi creati dei movimenti per avversarla, dei gruppi “no global” organizzati a livello internazionale (e quindi globalizzati anch’essi), che intendono contrastare soprattutto lo sviluppo delle grandi imprese multinazionali nello scenario dell’economia mondiale, impedendo loro di condizionare le scelte dei singoli governi verso politiche non sostenibili da un punto di vista ambientale ed energetico, nonché verso politiche non rispettose delle tradizioni e delle peculiarità locali. Tali movimenti, per perorare la suddetta causa, tendono però a manifestare contro ogni globalizzazione, anche quando sono del tutto evidenti i grandi benefici che essa comporta: intensificazione dei commerci, degli scambi culturali, della diffusione delle conoscenze, dei diritti umani, ecc.. Ciò porta a tacciare tali movimenti di utopia, di essere gruppi eversivi o terroristici e a schierarsi contro di essi mediante una difesa aprioristica della globalizzazione anche nelle sue manifestazioni più nefaste.
Il vero problema consiste nella cattiva gestione della globalizzazione data da governi inefficienti, che non realizzano il benessere delle rispettive collettività, le quali devono allora dotarsi di sistemi politici più rappresentativi delle proprie esigenze ed in grado di esprimere istituzioni efficienti nel pubblico interesse. Non basta cambiare le persone, né i partiti politici, bisogna individuare un nuovo sistema che assecondi la nostra natura, sia genetica, sia culturale, e per farlo bisogna impegnarsi insieme, perché a problemi sempre più globalizzati bisogna trovare soluzioni globali.

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GLOBALIZZAZIONE

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4.a.11 – Come può un problema rimanere senza soluzione?

27 Luglio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Come può un problema rimanere senza soluzione?

Abbiamo visto come i falsi problemi, se non riconosciuti come tali, creino confusione e distolgano dall’individuazione del vero problema; spesso però i falsi problemi manifestano la loro vera natura semplicemente ragionandoci sopra, magari confrontandosi con qualche amico, ma allora perché continuiamo a girare a vuoto appresso a tanti falsi problemi? La risposta va cercata nella nostra naturale attitudine a rispettare le autorità e a riconoscere come tali le persone che appaiono in televisione; a causa di questi comportamenti inconsci, tendiamo ad assorbire i ragionamenti dei personaggi televisivi in modo acritico, ma questi spesso non danno alcuna reale garanzia di saper affrontare il problema discusso e tantomeno di risolverlo; in altri casi i grandi sacerdoti della televisione sono perfettamente a conoscenza delle conseguenze dei falsi problemi, ma avendo un interesse alla mancata individuazione dei veri problemi, sono essi stessi a crearne in quantità, nonché a fomentare accese discussioni che ne amplifichino gli effetti.
Quando ci impegniamo a risolvere un problema direttamente, possiamo anche venir sviati da un falso problema, ma ben presto ci accorgeremo dell’errore perché la soluzione applicata non risulterà efficace; dovremo ricominciare da capo, ma l’esperienza acquisita ci aiuterà a circoscrivere meglio il contesto in cui ci si trova. Se non riusciamo a trovare una soluzione efficace, indipendentemente dalla presenza di falsi problemi, ci rivolgeremo ad altre persone che, avendo affrontato problemi analoghi o disponendo di professionalità specifiche, ci potranno aiutare.
Quando invece un problema è collettivo, ci aspettiamo che venga risolto da un’autorità competente e, qualora questa non vi riuscisse, dovrebbe essere evidente che la stessa è incapace o quantomeno inerte; l’autorità in questione ha però interesse a non risultare incapace, né inerte e tenderà a creare e ad amplificare dei falsi problemi che ne giustifichino gli insuccessi. Con il perdurare del disagio collettivo, sembra difficile che questa tecnica possa funzionare per molto tempo, invece è dimostrato da situazioni veramente abnormi: da quanti decenni in Italia si parla del problema del mezzogiorno? Ormai l’arretratezza sociale ed economica del meridione non viene più considerata un problema, ma una disgrazia irreversibile, nonostante che negli ultimi anni interi paesi europei, partiti da condizioni peggiori, abbiano migliorato sensibilmente il proprio livello. Analoghe considerazioni si possono fare con riferimento al problema degli incidenti stradali, al problema degli stupefacenti e riguardo a molti altri problemi collettivi che ci rovinano la vita.
Imparare a riconoscere i falsi problemi e la loro utilizzazione mirata è dunque una priorità per tutti noi.

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4.a.12 – E’ vero che c’è troppa democrazia?

28 Luglio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

È vero che c’è troppa democrazia?

Le inefficienze dello Stato nella normale amministrazione spesso si attribuiscono alla reciproca opposizione che le varie fazioni politiche costantemente esercitano l’una contro l’altra causando confusione, incertezze, ritardi e talvolta la paralisi delle istituzioni. Tale fenomeno è considerato parte della natura del sistema democratico e quindi inevitabile, a meno che non si voglia intaccare la democrazia.
Nell’immaginario collettivo si è dunque diffusa la convinzione che la democrazia comporti delle libertà importanti, ma che per ottenerle sia necessario pagare un prezzo: la perdita di efficienza nella gestione politica e quindi l’insicurezza sociale; ne segue che, se si intende limitare tale inefficienza, si deve limitare il tasso di democrazia delle istituzioni. Considerando dunque la crescita di insicurezza come direttamente proporzionale alla crescita di democrazia, risulta automatico ritenere che un’elevata insicurezza sociale sia dovuta a un eccesso di democrazia.
Abbiamo però già notato che per avere una società realmente democratica si devono verificare almeno le seguenti condizioni:
• il popolo è la massima autorità;
• il governo esprime la volontà popolare;
anche nei paesi che si ritengono più democratici avviene invece l’esatto contrario; infatti è il governo, la classe politica, le lobby economiche, insomma la classe dominante che, con opportuna propaganda, condiziona la volontà popolare; di fatto il popolo non risulta mai essere la massima autorità, anzi si può notare come la popolazione permanga in un chiaro stato di sudditanza, accettando uno scarso peso politico, la presenza di una classe dominante piena di privilegi, un potere centrale nemico delle autonomie locali, guerre a vantaggio di pochi e un’iniqua spartizione della ricchezza.
Si parla dunque di un eccesso di democrazia dove invece essa manca del tutto; le inefficienze del sistema politico possono certo essere imputate alle diverse fazioni politiche, ma non certo alla democrazia poiché essa semplicemente ancora non esiste, anche se può volutamente essere usata come scudo dalle suddette fazioni per coprire le proprie responsabilità.
Siamo di fronte a un caso di falso problema che viene propagandato per l’interesse di pochi contro quello di molti; ma lo scopo della democrazia non era proprio quello di evitare situazioni di questo genere? Evitare cioè la formazione di caste dominanti e privilegiate? Partendo dalle giuste premesse risulta presto evidente che il vero problema è la mancanza e non l’eccesso di democrazia.
Si dice inoltre che i presunti governi democratici sono deboli, ovvero che non sanno reagire alle difficoltà, che non riescono ad affrontare i problemi; l’esperienza storica ci può aiutare a comprendere questo fenomeno: quante volte uno Stato monarchico è andato in crisi perché il Re non era in grado di governare? Non è forse vero che anche gli antichi imperi hanno attraversato periodi di crisi o di splendore anche in base alla debolezza o alla forza dei rispettivi imperatori? Se dunque un re debole rende tale la monarchia e se un imperatore senza autorità rende instabile l’impero, appare scontato che un popolo suddito, incapace di ricoprire il giusto ruolo politico, renda debole una democrazia o impedisca di realizzarla. Re ed imperatori si possono sostituire, non possiamo fare lo stesso con tutta la popolazione, ma sappiamo che la si può cambiare culturalmente; essa tende a cambiare spontaneamente secondo le leggi dell’evoluzione culturale, ma indirizzando il cambiamento verso una cultura veramente democratica, anche le democrazie potranno avere un governo forte e deciso che al contempo non riduca ovviamente le libertà dei cittadini.
Risulta quindi evidente che quando si parla della necessità di un ritorno al passato verso dittature o monarchie, si sta in realtà affrontando un falso problema, perché il vero problema è la mancanza di cultura democratica.
Non si deve tornare al passato, ma il passato è bene che sia conosciuto per capire meglio il presente: cosa è successo nella storia quando un re si è dimostrato debole e non riusciva ad esercitare le proprie funzioni? E’ successo che il suo posto, di fatto vacante, è stato ricoperto da un altro nobile, da un sovrano straniero, da una nuova classe emergente, insomma da qualcun altro che sia riuscito ad approfittare di tale debolezza. Cosa succede oggi in una democrazia in cui il sovrano, cioè il popolo, è confuso, disinformato, disorganizzato e quindi è debole e non riesce ad esercitare le proprie funzioni? Succede che il suo posto, di fatto vacante, viene ricoperto dai partiti politici, dalle lobby economiche, dalle organizzazioni criminali, insomma da qualcun altro che riesca ad approfittare di tale debolezza.

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CONCETTI IN PILLOLE
pillola n. 38 – E’ VERO CHE C’E’ TROPPA DEMOCRAZIA? pillole_slide_38

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4.a.13 – E’ necessaria la governabilità?

29 Luglio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

È necessaria la governabilità?

Partendo dalla consapevolezza che le attuali istituzioni democratiche sono solo dei coraggiosi tentativi di realizzare una democrazia reale, rimasti purtroppo senza successo, possiamo vedere sotto un’altra luce tutta una serie di problemi che spesso ci vengono presentati dai mass media, in particolare quelli italiani.
Spesso si parla del problema della governabilità del Paese, si evidenziano le difficoltà a governare ed è ovvio che la Nazione deve invece essere ben governata. Il Paese deve dunque essere governabile, ma non si dice mai da parte di chi dovrebbe esserlo, non certo da parte dei cittadini o dei loro veri rappresentanti (poiché in tal caso saremmo in vera democrazia). È chiaro che la Nazione risulta poco governabile da parte degli attuali governanti, in difficoltà a gestire le rivalità delle fazioni interne al parlamento ed anche dentro i singoli partiti. Dire che il Paese ha bisogno di governabilità è cosa banale e sicuramente giusta in linea di principio, ma in un contesto non democratico è anche un modo sottile di dire che chi comanda vuole rafforzare il proprio potere.
La debolezza dei governi viene attribuita all’ostruzionismo dei piccoli partiti, sempre in cerca di visibilità e sempre pronti a ricattare i più grandi in cambio della possibilità di raggiungere la maggioranza. Si devono dunque porre delle soglie di sbarramento (percentuale di voti al di sotto della quale non spetta alcun seggio) e premi di maggioranza (che moltiplicano i seggi del partito che ottiene la maggior percentuale di voti) per eliminare o ridurre la loro presenza, eliminare chi, crescendo nel tempo, potrebbe un domani spodestarli. È bene ricordare che un elemento indispensabile per una vera democrazia è la possibilità di un ricambio politico e non è un caso che tutti i provvedimenti per aumentare la governabilità tendano ad ostacolare il verificarsi di questo tragico (per gli attuali governanti) evento. I ricorrenti scandali che interessano il mondo politico rivelano peraltro che misteriosamente, negli affari illeciti, con i piccoli partiti si trova sempre un accordo perfetto; non è lecito dunque il dubbio che i piccoli partiti e la loro falsa opposizione siano solo un alibi per giustificare il cattivo governo dei grandi partiti? Ma se in realtà sono tutti d’accordo, a cosa servono le soglie di sbarramento? Servono ovviamente a scoraggiare la comparsa di nuovi partiti, nuovi rivali con cui spartire la torta.
Cosa è dunque preferibile, un sistema elettorale proporzionale o maggioritario? L’esperienza italiana mostra che per il cittadino cambia veramente poco, è essenzialmente un problema dei governanti per garantire la loro governabilità, che significa il mantenimento del loro potere, è un falso problema che copre quello vero: la mancanza di democrazia.
Un discorso assai simile si può fare per la scarsa affluenza alle urne: in Italia per decenni si sono avute le percentuali di votanti fra le più alte in Europa, perché dunque da sempre si parla del pericolo di un calo di partecipazione elettorale? Che sia l’ennesimo falso problema? Percentuali di votanti superiori all’80% rivelano che il problema prima che falso è addirittura inesistente, ma un eventuale brusco calo nel futuro, cosa comporterebbe? Per la governabilità assolutamente nulla, le elezioni sarebbero comunque valide dato che non vi è alcun quorum da superare, però sarebbe più facile per dei nuovi partiti presentarsi e competere con i vecchi, essendo necessari meno voti per farlo, insomma sarebbe più facile il ricambio politico.
Nei paesi a democrazia apparente la legittimità del governo si basa sulla legittimazione popolare, spacciata per democrazia, che ha sostituito quella divina; una minore affluenza alle urne implica allora una minore legittimazione del potere dei governanti, si crea una situazione analoga a quando il Re non incontra più il favore del suo popolo, il suo regno è in pericolo; ricordando che nelle false democrazie il governo viene esercitato con la disinformazione (o meglio con l’inganno, con la menzogna) e non più con la violenza, l’affluenza alle urne dunque rappresenta una misura del successo della propaganda politica, esprime il numero dei cittadini che si è riusciti a raggirare, a circuire contro i loro interessi.

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IL CASO CELEBRE
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4.a.14 – E’ giusto giudicare i politici in base alla loro condotta morale?

30 Luglio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

È giusto giudicare i politici in base alla loro condotta morale?

I mass media in genere tendono a dare grande risalto a notizie scabrose riguardanti la vita privata dei politici: infedeltà coniugali, festini con prostitute e droga, ecc.; è noto che i lettori sono avidi di queste notizie anche quando non riguardano personaggi politici, ma chiunque goda di una certa visibilità.
Può sorgere il sospetto che questa curiosità abbia ben poco a che fare con la politica, tuttavia tale genere di argomenti sembra avere sempre un peso notevole sulla presentabilità dei politici, specialmente nei paesi anglosassoni, magari di cultura puritana. Al di là delle differenze culturali che ne spiegano la diversa incisività, tale fenomeno sembra essere universalmente diffuso e sempre usato dai rivali a loro vantaggio quando se ne presenta l’occasione.
Sappiamo che questo tipo di curiosità aveva una sua funzione naturale, cioè conoscere i dettagli della vita dei membri del nostro villaggio, poiché questa si intrecciava continuamente con la nostra; inoltre, quanto più il personaggio era importante nella scala gerarchica, tanto più la sua storia poteva influire sulla nostra vita quotidiana e quindi ogni tipo di notizia poteva essere importante. Questo atteggiamento da parte dei cittadini sembrerebbe allora pienamente giustificato, ma nel momento in cui i politici si fanno volutamente riprendere con moglie e figli in interviste di propaganda elettorale, immersi in un’atmosfera di sano calore familiare, accarezzando affettuosamente il proprio cane, magari comperato proprio a questo scopo, si capisce presto che qualcosa non torna. I vecchi strumenti che la natura ci ha dato per giudicare il prossimo non funzionano altrettanto bene con i personaggi televisivi, sia nel bene che nel male, perché questi sono e rimangono dei perfetti sconosciuti. Si noti poi come venga dato maggior rilievo alle notizie scandalose della loro vita privata piuttosto che a quelle professionalmente più scandalose della loro vita politica; che sia l’ennesimo depistaggio?
I politici moderni non devono essere solo dei personaggi importanti nella società, per il semplice fatto che sono pagati per fornire un servizio, per svolgere un lavoro, ed è principalmente in base a questo che devono essere giudicati. È fondamentale sapere se il nostro medico è stato infedele alla moglie o se frequenta prostitute di alto bordo? Certo, sono cose che ci aiutano a capire chi abbiamo di fronte, il rapporto con il medico è sempre basato anche sulla fiducia, ma non sono queste le cose che vogliamo sapere quando cerchiamo un buon medico e lo stesso vale per salumieri ed elettricisti.
Come mai nel caso dei politici tali questioni assumono maggiore importanza rispetto a quelle professionali? Si tratta, a quanto sembra, di un retaggio della nostra mentalità tipica dei sudditi, del tutto incapaci di dare giudizi in campo politico; non è cosa da sudditi vedere l’opera dei governanti come un servizio loro offerto, né tanto meno giudicarla; al massimo si tratta di qualcosa di imposto, qualcosa da subire e a cui ci si può opporre solo malignando riguardo la vita privata dei potenti. Un avvocato o un idraulico viene giudicato dai risultati del suo lavoro, quello per cui lo paghiamo, cambieremmo idraulico perché è stato infedele alla moglie? Chi di noi è in grado di elencare i risultati ottenuti dal politico che ha votato? Forse ricordiamo, peraltro in termini vaghi, quello che ha detto, ma mai quello che ha fatto, ad esempio quali leggi ha approvato. E’ curioso invece notare come ricordiamo perfettamente le dichiarazioni dei rappresentanti dello schieramento opposto al nostro; proviamo grande soddisfazione a criticarle e godiamo a vederli coinvolti in qualche scandalo, tuttavia questo ha il solo effetto di nasconderci la triste verità, ovvero che noi non siamo in grado di giudicare i nostri politici, non siamo cioè in grado di svolgere quella che è la nostra funzione principale in una democrazia indiretta di tipo occidentale; in altre parole non siamo in grado di esercitare la democrazia, è questo il vero problema; la vita privata dei politici, per quanto scandalosa, è solo una distrazione che ci illude di poterli controllare.

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POLITICA

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BILL CLINTON

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4.a.15 – I pregiudicati in Parlamento sono un problema?

31 Luglio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

I pregiudicati in parlamento sono un problema?

La gente comune è rimasta giustamente scandalizzata nell’apprendere che come loro rappresentanti erano stati eletti nel Parlamento Italiano numerosi personaggi con condanne penali in via definitiva, non solo per finanziamento illecito ai partiti, ma anche per reati come banda armata, concorso in omicidio e incendio aggravato.
Grande scandalo dunque, e sull’onda dell’indignazione generale in molti hanno proposto come soluzione di proibire per legge la candidatura dei pregiudicati alle elezioni. Intuitivamente a tutti appare una soluzione ovvia, ma di quale problema? Se abbiamo paura di essere derisi dalla stampa internazionale, allora si tratta di una buona soluzione. Se vogliamo nascondere il livello di corruzione che ha raggiunto la nostra classe politica, se vogliamo chiudere gli occhi davanti ad una verità che non ci piace, allora è un’ottima soluzione. Se invece per noi il problema è la corruzione dilagante che ha assunto il controllo dello Stato, allora una tale legge significa nascondere il problema, non risolverlo.
Come è possibile che questi signori siano stati eletti? Chi li ha votati? E perché? Le risposte a queste domande sono ben note a tutti: sono stati eletti perché una parte non trascurabile del popolo italiano li ha votati, e lo ha fatto semplicemente perché:
• non sapeva il loro nome, dato che, non potendo più esprimere le preferenze sui candidati, era inutile leggerlo;
• non sapeva dei loro precedenti penali;
• non sapeva che i partiti a cui stava dando fiducia erano così corrotti, così sfacciati e avevano legami così stretti con la criminalità, da candidare tali illustri personaggi.
Oggi molti sanno tutto ciò, ma, volendo continuare a votare, non possono evitare di eleggerli di nuovo, non avendo la possibilità di scegliere i candidati. La gente comune dunque di norma non ha idea di chi o che cosa sta votando, e quando lo scopre non sa come porvi rimedio. Non è forse questo il vero problema? I pregiudicati sono solo la classica punta dell’iceberg, sono i rappresentanti dei partiti che li hanno candidati, essi devono necessariamente far parte di una grande famiglia per ottenere quella poltrona, per ogni condannato quanti ce ne saranno della stessa risma, ma più furbi o più fortunati che non si sono mai fatti beccare? Per il cittadino comune è meglio che in Parlamento ci sia un delinquente certificato da un tribunale oppure uno senza riconoscimenti ufficiali? Questo è il falso problema che si può risolvere con la predetta legge.
Paradossalmente la presenza di pregiudicati in Parlamento ha reso un grande servizio al Paese, ha posto in evidenza che la corruzione e l’arroganza dei partiti ha superato ogni aspettativa, questo è il vero problema, a chi spetta risolverlo? Ovviamente spetta ai cittadini, la Costituzione venne scritta con tante buone intenzioni e tanti buoni principi, i parlamentari non sono assunti dallo Stato, ma eletti dal popolo, proprio per renderli dipendenti da esso. Chi assume un impiegato in genere lo sceglie e può eventualmente licenziarlo, sono sue prerogative, in caso contrario la sua autorità verrebbe compromessa; ecco perché la Costituzione prevede che lo Stato non scelga e non licenzi i parlamentari, questo è un compito che spetta ai cittadini, quindi, per quanto possa sembrare paradossale, una legge che stabilisca chi può o non può essere eletto ridurrebbe l’autorità del popolo.
Tale autorità democratica tuttavia non esiste e proprio i nostri onorevoli pregiudicati ce lo hanno dimostrato: la gente non li vuole, ma ha bisogno di una legge apposita per mandarli via; questo è ovviamente inconcepibile in una vera democrazia.
I cittadini italiani, per ignoranza o per altri motivi, non sono in grado di scegliere i propri rappresentanti, non è forse questo il primo problema che dovremmo risolvere? Invece si propone che i cittadini italiani (che dovrebbero essere sovrani) chiedano ai propri parlamentari (che dovrebbero essere loro subordinati) una legge per impedire loro di eleggere dei rappresentanti che non vogliono (cioè che impedisca loro di comportarsi contro la propria volontà, da perfetti incapaci di intendere e di volere); si tratta certamente di un paradosso ed è altrettanto sicuro che una simile legge non ridurrebbe la corruzione, anzi la renderebbe meno visibile e con essa coprirebbe anche la mancanza di democrazia.

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IL CASO CELEBRE
BEPPE GRILLO

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4.a.16 – A cosa servono le quote rosa?

1 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

A cosa servono le quote rosa?

Le quote rosa sono una parte di candidature riservate alle donne, per far sì che abbiano un livello minimo di rappresentanza anche loro. Sembrerebbe una norma a tutela dei diritti democratici delle donne, le quali altrimenti, per motivi misteriosi, sembrerebbero preferire farsi rappresentare da degli uomini, esattamente come fanno tutti i maschi. Se le cose stessero effettivamente in questo modo, le quote rosa sarebbero un tentativo di far abituare le donne a votare sé stesse, nobile intento, ma in contrasto con il riconoscimento della loro capacità di intendere e di volere; è come dire: ” siccome non sai votare, ti aiuto e ti dico io per chi farlo”; paradossalmente tale misura sembrerebbe un limite alla loro libertà di voto. In realtà è vero che le donne non hanno piena libertà di voto, ma per un altro motivo: nessuno, né uomo, né donna, è in grado di scegliere i candidati da presentare alle elezioni, questi sono scelti dalle segreterie dei partiti i quali, essendo da sempre in mano a degli uomini, manifestano chiare tendenze maschiliste.
La mancanza di candidati femmine rischia di porre in evidenza l’esistenza delle candidature non democratiche e quindi la mancanza della libertà di voto sia per gli uomini che per le donne; ecco dunque il vero scopo delle quote rosa: proteggere l’illusione di un voto democratico pagando con una piccola percentuale di seggi da cedere a delle donne, le quali in questo modo ritengono di avere ottenuto paradossalmente una maggiore rappresentatività. Una maggiore partecipazione di alcune donne al mondo politico, in un mondo non democratico, sarà di qualche vantaggio per tutte le donne? Un falso rappresentante donna sarà migliore di un falso rappresentante uomo? Certo, per le donne potrà apparire più credibile, ovvero sarà più difficile accorgersi dell’inganno; il vero problema dunque non è la presenza delle donne in parlamento, ma la mancanza di libertà di voto.

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4.a.17 – Bisogna ridurre il numero dei parlamentari?

2 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Bisogna ridurre il numero dei parlamentari?

Il Parlamento è un organo istituzionale i cui membri devono rappresentare la popolazione. E’ l’istituzione che, composta da membri liberamente eletti dal popolo, contraddistingue gli Stati democratici; nonostante ciò, i membri del Parlamento vengono spesso visti dal popolo come dignitari nobiliari, anche perché insigniti con titoli come Senatore, Onorevole, Eccellenza, ecc., gratificati da ogni sorta di privilegio (palazzi sfarzosi, servitori in livrea, milizie personali, immunità legale, ecc.), nonché inarrivabili da parte dei cittadini che dovrebbero rappresentare, se non dopo una serie di mediazioni di vassalli di vario livello e comunque per estrema concessione.
Quando la popolazione non si sente ben rappresentata dal proprio Parlamento, quando addirittura se ne sente oppressa, si tende a limitare i danni richiedendo una diminuzione del numero dei Parlamentari, una riduzione delle loro retribuzioni, una limitazione dei loro costosissimi appannaggi. Tale aspirazione della popolazione viene normalmente placata dalle affermazioni di sdegno da parte degli stessi parlamentari sui loro privilegi da loro stessi stabiliti, nonché dalle promesse di una riforma che diminuisca sia il numero dei membri che quello dei privilegi, salvo poi non concretizzare nulla a causa di altre priorità legislative, a causa del mancato accordo sulla riforma costituzionale da effettuare, a causa delle lungaggini dell’apposita commissione di studio per la riforma, fino alla prossima crisi di governo che porterà a nuove elezioni in cui reiterare le stesse promesse. Tali promesse si riferiscono a riduzioni ora del venti, ora del trenta, ora del cinquanta percento, ma in base a quale criterio? La democrazia indiretta si basa sul concetto di rappresentanza ed in passato si era scelto un alto numero di parlamentari per poter rappresentare in modo accurato le varie linee di pensiero presenti nella popolazione, pertanto un parlamento numeroso dovrebbe garantire una migliore democrazia. In base a quale criterio si stabilisce ora che, in nome di una maggiore snellezza istituzionale, si può migliorare il sistema e quindi la democrazia? Non è un controsenso? Viene il dubbio che non ci sia nessun criterio, se non quello appunto di placare gli animi, aumentando la percentuale di riduzione promessa al crescere del malcontento.
Cerchiamo di stabilire insieme un criterio di riduzione del numero dei parlamentari partendo dalle seguenti considerazioni:
• se la popolazione è costituita da 50 milioni di persone e si stabilisce che ogni parlamentare debba rappresentare 50.000 cittadini, si ottiene un parlamento costituito da 1.000 membri;
• i parlamentari devono svolgere il loro compito istituzionale coerentemente al loro programma elettorale e, in caso di materie non previste dal programma, soprattutto se particolarmente delicate come una riforma costituzionale o la partecipazione a una guerra, devono comunque votare secondo coscienza nel rispetto del popolo che rappresentano;
• in alcuni Paesi, come l’Italia, l’esperienza ci dimostra che ciò non avviene; i parlamentari votano a blocchi compatti secondo le indicazioni del partito di appartenenza (cosa del tutto normale visto che in sede di voto i cittadini non possono formulare alcuna preferenza e in pratica eleggono l’unico candidato proposto da un tale partito nella circoscrizione elettorale di competenza; con tale sistema i parlamentari sono nominati dai partiti e non eletti dai cittadini e quindi rispondono ai primi e non ai secondi); è storia recente il caso di due parlamentari che, avendo osato votare secondo coscienza e coerentemente ai rispettivi programmi elettorali, ma in contrasto con l’indicazione del partito, sono stati espulsi del partito e tacciati di alto tradimento;
• se i parlamentari rappresentano i partiti e non i cittadini, non ha più senso collegarne il numero alla popolazione;
A questo punto il criterio è semplice: il numero dei parlamentari deve corrispondere al numero dei partiti e ognuno voterà con un peso corrispondente a quello attribuito al partito di appartenenza, con drastica riduzione delle spese e raggiungimento della massima snellezza operativa; tale soluzione non diminuisce la democrazia, semplifica e rende più economico con molto realismo e senso pratico un sistema in cui la democrazia è già assente.
Volendo prodigarsi nella diminuzione dei parlamentari, si tratta di una brillante soluzione, ma è facile rendersi conto che si tratterebbe della risposta all’ennesimo falso problema, che ci svia nell’inquadrare quello vero e ci impedisce di perseguire la soluzione veramente necessaria; le ingenti spese sostenute per i parlamentari sono infatti un’inezia rispetto alle somme sperperate per finanziare i partiti e i mezzi di comunicazione, per pagare opere pubbliche faraoniche e inutili, per partecipare a missioni militari all’estero, insomma per sostenere una macchina politica inefficiente. Il vero problema è allora l’inefficienza delle istituzioni a sua volta causata dalla mancanza di una vera rappresentatività dei cittadini. In un tale sistema, non serve cambiare le persone, perché queste sono dei non rappresentanti; che senso ha sostituire un non rappresentante con un altro non rappresentante? Inquadrato il vero problema, bisogna impegnarsi a una rifondazione del sistema che assicuri una vera democrazia.

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4.a.18 – Capitalismo o comunismo?

3 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Capitalismo o comunismo?

Capitalismo e comunismo sono due diversi sistemi economici concepiti durante l’evoluzione della nostra storia come risposta alle nuove esigenze del mutato ambiente sociale.
Per cercare di capire la struttura di tali sistemi, giustamente definiti economici, bisogna preliminarmente fare chiarezza sul significato del temine economia. L’economia, o meglio l’economia politica, è una scienza sociale, così come ci conferma la sua stessa etimologia, cioè le parole greche da cui deriva: oicos (casa, patrimonio), nomos (legge) e politicos (della società); si tratta di una disciplina che nasce dall’estensione delle regole dell’amministrazione familiare al più vasto campo della società. Essa riguarda pertanto la produzione della ricchezza e la sua distribuzione fra i componenti della comunità in un dato periodo storico. Dopo le società basate sullo schiavismo e dopo quelle feudali fondate sulla servitù della gleba si è giunti alle società mercantili, cioè a dei sistemi economici basati sullo scambio di merci e servizi contro denaro, dei sistemi in cui il capitale ha assunto una primaria importanza fra i mezzi di produzione, tanto da caratterizzare la definizione del sistema stesso: capitalismo.
Un sistema capitalista che opera in un libero mercato tende a una sempre maggiore concentrazione dei capitali dovuta alla concorrenza: i produttori più efficienti aumentano il proprio capitale, cioè il principale mezzo di produzione, con cui produrre merci migliori o a costi più bassi; i produttori agricoli, artigianali e mercantili che perdono di competitività sono costretti a passare a un lavoro dipendente; si crea così una separazione fra lavoro e mezzi di produzione, questi diventano proprietà esclusiva di alcuni mentre altri dispongono solo della propria capacità lavorativa; nasce allora un nuovo mercato, quello del lavoro, in cui si compra e si vende la capacità lavorativa, in cui anche la forza lavoro diventa una merce. A lungo andare la concentrazione di capitali porta a situazioni di monopolio o di oligopolio, cioè a sistemi in cui il capitale rimane nelle mani di uno o pochi imprenditori che possono imporre i propri prezzi, a scapito non solo dei consumatori, ma anche degli altri imprenditori che sono costretti a cessare l’attività e degli aspiranti imprenditori che non hanno alcuna possibilità di entrare sul mercato; il capitalismo non garantisce quindi né la libertà d’impresa, né il libero mercato e l’ideale di un mercato che si possa equilibrare spontaneamente in base a delle leggi naturali è un’utopia.
Il capitalismo, con i suoi fenomeni di disoccupazione di massa, di inflazione fuori controllo, di cannibalismo fra imprese e di consumismo che alimenta con la pubblicità nuovi bisogni, è un sistema contrario alla natura umana, la quale tende invece a realizzarsi mediante la soddisfazione dei propri bisogni sia materiali, sia psichici in un clima di produttiva cooperazione solidale.
In contrapposizione al capitalismo è stato allora teorizzato un altro sistema: il comunismo. Il comunismo prevede l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e l’assenza dello Stato in una società capace di regolamentarsi spontaneamente in modo che ognuno possa ricevere una parte della ricchezza comune proporzionata alle proprie necessità. I tentativi di procedere verso una società comunista hanno portato invece a organizzazioni fortemente stataliste, con piena occupazione forzata (cioè con spreco di risorse) e prezzi imposti d’autorità (in condizioni di inflazione repressa, dove la produzione, non potendo adeguare i prezzi, rimane molto limitata e causa lunghe file di consumatori fuori dai pochi negozi per accaparrarsi i pochi beni venduti prima che si esauriscano). Questi due fenomeni sono entrambi riconducibili all’inefficienza della pianificazione statale, la quale porta a un eccesso di burocrazia che a sua volta crea una corruzione generalizzata e un mercato nero parallelo a quello ufficiale. Il comunismo non garantisce dunque una equa distribuzione delle risorse, né una società basata sulla solidarietà e l’ideale di una comunità libera da qualsiasi imposizione statale è un’utopia.
Il comunismo, con i suoi fenomeni di povertà diffusa, di inflazione repressa, di corruzione dilagante e di statalismo pernicioso che mortifica ogni iniziativa privata, è un sistema contrario alla natura umana, la quale tende invece a realizzarsi mediante la soddisfazione dei propri bisogni sia materiali, sia psichici in un clima di produttiva cooperazione solidale.
Ecco allora che gli estremi opposti finiscono per ricongiungersi: sotto il capitalismo l’uomo sfrutta l’uomo, sotto il comunismo avviene invece il contrario, è l’uomo che viene sfruttato dall’uomo. Stabilire se il capitalismo è preferibile al comunismo o viceversa è dunque un altro falso problema, le moderne economie sono sempre più di tipo misto, sono sistemi in cui si cerca di garantire la libera impresa senza rinunciare a interventi statali di correzione al libero mercato; il vero problema è allora quello di contemperare tali esigenze nell’interesse generale, è quello di dotarsi di un sistema veramente rappresentativo dei cittadini che assicuri loro la soddisfazione dei relativi bisogni.

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4.a.19 – La pressione fiscale va alleviata?

4 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

La pressione fiscale va alleviata?

Le imposte sono necessarie per finanziare le opere e i servizi di pubblico interesse come le strade, le reti energetiche, la difesa del territorio, ecc., ma ancora una volta dobbiamo sottolineare l’importanza delle parole: se definiamo il prelievo tributario come pressione fiscale, è il termine stesso ad evocare una negatività e a far apparire tale fenomeno come un problema.
Se la pressione fiscale è un problema, la relativa soluzione consiste nella riduzione della stessa e, dato che tale riduzione può essere effettuata solo dai governanti in carica, ci attendiamo che siano questi ultimi a farlo; i politici, per assecondare tale aspettativa della popolazione, potranno tenere i seguenti comportamenti:
• promettere grandi riduzioni della pressione fiscale, in particolare i partiti all’opposizione evidenziano come questa sia aumentata durante la gestione del governo in carica, mentre quelli di governo sottolineano come ciò sia stato necessario per il risanamento del paese da essi realizzato e che la naturale conseguenza sia una riduzione delle imposte nella legislatura successiva;
• effettuare delle manovre diversive (abbassare l’aliquota di tassazione modificando però il calcolo della base imponibile che risulterà più elevata; ripartire il carico fiscale su un numero maggiore di imposte in modo che risulti meno percettibile; ridurre le imposte dirette aumentando contemporaneamente quelle indirette, ecc.);
• giustificare comunque la mancata soluzione del problema con un altro grave problema: l’evasione fiscale.

Alla fine apparirà che non sono i governanti a non saper amministrare le risorse, ma i cittadini ad essere ladri.
La verità è che il prelievo tributario in sé non è per niente un problema; in una società complessa è necessario che si deleghino allo Stato determinati servizi e quanto più la comunità è sana ed efficiente, tanto più si tenderà a gestire i servizi in forma collettiva con un finanziamento altrettanto collettivo. Il vero problema da inquadrare bene consiste nella mancata corrispondenza fra quanto versato a titolo di imposte e quanto ricevuto sotto forma di servizi pubblici; è meglio una pressione fiscale del 60% con ospedali attrezzati, scuole qualificate e autobus puntuali o una del 40% con criminalità organizzata, traffico impazzito e acqua razionata?
Una pressione fiscale troppo elevata induce all’evasione fiscale che viene allora ritenuta dal cittadino come una legittima difesa; dall’altra parte i governanti invece accusano gli evasori fiscali di sottrarre risorse, impedendo così di poter ridurre le imposte o migliorare i servizi; vi sono poi delle fasce di popolazione che, essendo sottoposte a ritenute alla fonte, non evadono, ma sopportano mal volentieri questa discriminazione verso gli evasori, se non altro perché consapevoli di pagare anche per loro. Se per i cittadini che pagano le imposte l’evasione fiscale è un problema, la lotta all’evasione e il conseguente recupero di imposte sottratte dovrebbe essere la soluzione; spesso i governi infatti si vantano di essersi fortemente impegnati in questo senso e di aver recuperato a tassazione miliardi di euro di materia imponibile e la popolazione onesta plaude a queste notizie; la stessa popolazione dovrebbe però poi preoccuparsi di valutare il miglioramento nei servizi ricevuti: in caso di assenza di miglioramenti, che fine hanno fatto le somme recuperate? Quale concreto vantaggio traggono i cittadini onesti dal veder pagare gli evasori?
In mancanza di un governo efficiente che non sprechi le risorse, anche l’evasione fiscale è un falso problema, il vero problema è l’uso che i governanti fanno dei soldi delle tasse e la riduzione della pressione fiscale è una falsa soluzione, oltretutto mai realizzata nella pratica se non in misura irrisoria.

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4.a.20 – Il reddito va redistribuito?

5 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Il reddito va redistribuito?

Il reddito può essere definito come l’incremento, espresso in termini monetari, della ricchezza in un determinato periodo di tempo. Se si considera una nazione come un’unità produttiva, si può parlare di reddito nazionale per quantificare la ricchezza da essa prodotta, cioè la torta da spartire, ma chi ha diritto a una fetta? E di quali dimensioni? Una nazione è un insieme di persone associate in molti sottoinsiemi: famiglie, imprese, città, sindacati, confessioni religiose, partiti politici, ecc., che in vario modo contribuiscono alla formazione della torta e che quindi hanno diritto a una fetta della stessa.
In presenza di forti sperequazioni nella divisione della torta fra i cittadini, si tende a porre in essere delle manovre di politica economica che portino a un riequilibrio della situazione; ciò avviene mediante una redistribuzione del reddito a favore delle classi meno abbienti agendo su delle opportune leve fiscali: imposte dirette con aliquote crescenti, imposte indirette più elevate sui beni di lusso, imposte di successione, ecc.. A questo punto la popolazione si divide fra:
• Chi appoggia la redistribuzione del reddito perché ritiene che le classi beneficiarie delle fette maggiori sfruttino quelle meno abbienti e quindi deduce che queste ultime debbano essere aiutate a recuperare quanto indebitamente loro sottratto;
• Chi avversa la redistribuzione del reddito perché sostiene che le classi beneficiarie delle fette maggiori le ottengono grazie al loro maggiore impegno, maggiore rischio, maggiore capacità e quindi non devono veder mortificato tutto ciò a favore di persone meno produttive e meno meritevoli.
A ben guardare, tutte e due le posizioni basano le proprie argomentazioni sul merito: la torta deve essere divisa secondo i rispettivi apporti produttivi, ma non c’è accordo su come tale apporto debba essere valutato; in un mercato perfetto, dove la domanda e l’offerta possano incontrarsi senza subire l’influenza di fattori devianti, sarebbe il mercato stesso a remunerare equamente i fattori della produzione, ma purtroppo la situazione è ben diversa: esistono infatti giovani aspiranti imprenditori che, non disponendo di capitali propri, non vengono finanziati dalle banche per mancanza di garanzie; imprenditori che non riescono a stare sul mercato schiacciati da monopoli legalizzati o dalle pretese di organizzazioni criminali; lavoratori dipendenti che in caso di perdita del posto sono destinati alla disoccupazione; aspiranti studenti che non riescono ad accedere alle università perché a numero chiuso, ecc.; la redistribuzione o meno del reddito (cioè la divisione del reddito dopo la sua produzione) è allora un falso problema, quello vero è costituito dai criteri di attribuzione iniziale del reddito, cioè dalla mancanza di un sistema che assicuri delle pari opportunità e che non scoraggi la buona volontà della maggioranza della popolazione.
E’ evidente che anche un sistema che assicuri pari opportunità ha bisogno di manovre correttive di redistribuzione, ad esempio per solidarietà verso gli svantaggiati (orfani, disabili, ecc.), ma si tratterà di casi eccezionali, non della normalità. Chi trae vantaggio da una redistribuzione perenne? Accettare un’eterna redistribuzione significa implicitamente ritenere che sia inevitabile una cattiva distribuzione del reddito alla fonte e ciò porta a tollerala e a confidare in una successiva redistribuzione (che però può essere molto inferiore a quanto perso in precedenza).
E’ infine da notare che il prelievo fiscale effettua una redistribuzione del reddito solo quando utilizza le risorse prelevate alle classi più agiate per servizi pubblici che supportino le classi meno abbienti: asili nido, case di riposo, trasporti pubblici, assistenza sanitaria, ecc., ma in caso di servizi pubblici inadeguati, ad un depauperamento delle prime non corrisponde un arricchimento delle seconde e quindi non si ha alcuna effettiva redistribuzione; la falsa redistribuzione costituirà però un ottimo affare per chi la avrà amministrata, sia come propaganda elettorale, sia come pretesto per aumentare le imposte (le quali, in caso di non totale utilizzo in servizi per i cittadini, rappresentano una fonte di finanziamento per la classe politica).

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4.a.21 – Come riconoscere i veri problemi?

6 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Come riconoscere i veri problemi?

Un primo criterio per riconoscere un falso problema lo abbiamo già visto, consiste nel notare che esso non porta mai a soluzioni soddisfacenti; se dunque abbiamo prodotto solo una serie di fallimenti, è bene rivedere tutto dall’inizio perché forse l’origine delle nostre difficoltà è proprio nella definizione del problema.
Questo criterio è certamente utile, ma è applicabile quando però si è già sbagliato ed è già stato sprecato tanto sudore e tanta fatica; è possibile prendere delle precauzioni per rendere meno probabile tale genere di errore? Vi sono dei punti di riferimento per orientarsi in questa selva di problemi veri e falsi? Proviamo a cercare la risposta esaminando i nostri punti di riferimento principali, quelli che usualmente chiamiamo valori.
Se prendiamo infatti i casi riconosciuti come veri problemi, possiamo osservare come essi rappresentino sempre un pericolo per i nostri valori più cari: ad esempio l’uso delle sostanze stupefacenti è una grave minaccia sia per la salute che per la libertà personale; un discorso analogo si può fare con tutti gli altri: la mancata prevenzione di molti tumori e di varie forme di inquinamento è una chiara minaccia per la salute; il crescente consumo energetico, il significato equivoco del pil, l’uso deviato del denaro pubblico e la cattiva ripartizione della ricchezza sono una minaccia al benessere; il falso garantismo, la mancanza di democrazia e la mancanza di libertà di voto, sono un pericolo per la libertà ed il benessere. Esaminare dunque in quale modo il nostro problema danneggia i nostri valori ci può aiutare a conoscerlo meglio e ad evitare il dubbio che sia un falso problema.
Riflettendo bene su questo punto, possiamo anche concludere che la funzione principale, svolta dai nostri valori come punti di riferimento, è proprio quella di permetterci di distinguere ciò che è bene da ciò che è male, e quindi anche ciò che è un problema da ciò che non lo è.

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4.a.22 – Qual è il rapporto fra esperienza, cultura e soluzioni?

7 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Qual è il rapporto fra esperienza, cultura e soluzioni?

Ricordando che il nostro patrimonio culturale si è formato con un susseguirsi di adattamenti e dato che ogni adattamento, consapevole o meno, può essere considerato come la soluzione di un problema, possiamo apprezzare sotto una diversa luce il valore dell’esperienza e della cultura come un capitale di possibili soluzioni a innumerevoli problemi.
Questo modo di vedere ci stimola però anche verso nuove considerazioni: sappiamo che trovare una soluzione ai nostri problemi spetta principalmente a noi stessi, almeno da adulti, e ciascuno di noi infatti cerca di affrontare i piccoli/grandi problemi di ogni giorno; ogni soluzione trovata è un nuovo gene culturale che arricchisce il nostro patrimonio culturale e, se condiviso, quello dell’umanità intera.
Ognuno di noi dunque produce nuove varianti culturali, dando il suo contributo all’evoluzione collettiva; ciò significa che non siamo mai solo semplici e passivi seguaci di tradizioni, perché è nella nostra intrinseca natura partecipare attivamente all’evoluzione culturale, quindi allo sviluppo della storia e della nostra società; la nostra tradizione culturale, essendo come già detto di origine servile, ci induce a sottovalutare questa nostra capacità, ma questa va invece valorizzata al massimo se vogliamo realizzare un mondo veramente democratico, ovvero sotto il nostro controllo.
A sua volta una vera democrazia è l’ambiente migliore per sfruttare questa capacità, poiché solo in essa la popolazione può dirsi libera e può far circolare le idee senza restrizioni. A tal proposito lo studio dell’evoluzione genetica ci mostra come questa proceda più velocemente e con maggiore varietà di specie, quindi di specializzazioni, quando vi è la possibilità di un continuo rimescolamento dei geni; lo stesso accade nell’evoluzione culturale, fin dai primi contatti commerciali che hanno portato alle grandi civiltà dell’antichità. Su queste basi possiamo dedurre che, con la moderna circolazione delle informazioni e con l’economia basata sulla condivisione delle conoscenze, ci stiamo muovendo nella giusta direzione.
La conoscenza dei meccanismi dell’evoluzione tuttavia ci dice anche che i vantaggi di un migliore utilizzo delle nostre capacità di innovazione saranno di breve durata; una più rapida innovazione porterà infatti a cambiamenti più veloci del nostro ambiente artificiale e ci porrà di fronte a nuovi problemi. Questo è il fenomeno già descritto della perenne emergenza evolutiva, la quale rappresenta, è proprio il caso di dirlo, la madre di tutti i nostri problemi. Se vogliamo evitare di sottoporci ad esigenze di cambiamento sempre più stressanti, dobbiamo interrompere questo circolo vizioso, dobbiamo fare in modo che le nostre soluzioni non siano causa di nuovi problemi; questo, come abbiamo scoperto, equivale a dire che esse devono essere compatibili con i nostri valori, dovranno cioè rispettare una sorta di codice morale per realizzare un progresso stabile che rallenti, invece di accelerare, la nostra frenetica evoluzione culturale.
Le nostre soluzioni dunque non si devono più limitare a risolvere i singoli problemi, ma devono evitare di crearne altri per la collettività, giungendo ad una sorta di ecocompatibilità sociale per una sana evoluzione, ossia per il vero progresso. 

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PALCO D’ONORE
    CARLO PETRINI

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