Capitolo 4.a

15 Luglio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

INQUADRARE IL PROBLEMA

Guardiamoci allo specchio; dopo aver esaminato la natura dell’uomo sia dal punto di vista biologico, sia da quello culturale e dopo aver riflettuto sul ruolo dei nostri valori personali nella vita e nel mondo attuale, possiamo affrontare i problemi che ci tormentano nella vita quotidiana con maggiore consapevolezza delle nostre necessità e quindi con maggiori probabilità di trovare delle soluzioni valide; anche i problemi costituiscono dei punti di riferimento di fondamentale importanza nella nostra esistenza poiché tutte le nostre attività sono legate direttamente o indirettamente alla soluzione di un qualche problema. I problemi condizionano ogni momento della nostra giornata, ma uno stesso ostacolo può essere percepito diversamente dai vari individui, pur potendo interessare tutta la popolazione; è bene dunque scegliere con cura dei criteri personali per far fronte ai vari problemi, ma è anche necessario che se ne discuta con gli altri per giungere prima a delle soluzioni o per trovarne di migliori; dobbiamo inoltre ricordare che trovare e realizzare delle soluzioni è un lavoro che spesso richiede la collaborazione di molte persone e quindi parlare dei nostri problemi è un’attività fondamentale ed inevitabile.
Ogni adattamento, sia genetico che culturale, è in effetti la soluzione a un problema legato alla sopravvivenza e tutte le nostre necessità, di qualsiasi tipo, sono in pratica dei problemi da risolvere; possiamo allora dire che essi sono veramente il sale della vita, la spinta fondamentale che ci porta ad agire sia come individui che come attori inconsapevoli dell’evoluzione.

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CONCETTI IN MUSICA
   MARCO FERRADINI – TEOREMA
 

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4.a.1 – Che cos’è un problema?

16 Luglio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Che cos’è un problema?

In questo contesto intendiamo per problema tutto ciò che può avere una soluzione: un guasto della nostra automobile ad esempio è un problema, perché certamente si può riparare, anche se non sappiamo come; una malattia incurabile non è tanto un problema quanto una disgrazia poiché per definizione non ha soluzione; come fare per divenire immortali non è un problema, ma un sogno, perché è impossibile.
Si parla spesso di problemi quando abbiamo un’esigenza da soddisfare o un obiettivo da raggiungere poiché in genere si tratta di cose possibili, situazioni in cui diamo per scontato che una soluzione vi sia e quindi che possa essere trovata.
Non è sempre facile trovare le soluzioni che ci servono, né in genere abbiamo la certezza che esistano, tuttavia per trovarle è necessario crederci e quindi una buona dose di ottimismo è una qualità molto importante.
Viceversa lamentarsi di qualcosa senza aver fatto niente di concreto per cercare di risolvere la situazione, significa solo compiangersi per il fato avverso, non affrontare un vero problema. Le lamentele si diffondono rapidamente e vengono condivise dalle masse perché lamentarsi non costa nessuna fatica, permette di uniformarsi a un comportamento di gruppo e crea un alibi alla propria inerzia nel cercare una soluzione. Ecco che i disagi tendono a essere considerati delle disgrazie senza soluzione o dei problemi che qualcun altro deve risolvere per noi, ma in ogni caso si finirà per affondare lentamente nelle sabbie mobili delle lamentele sterili.
Tale comportamento è tipico delle popolazioni sottomesse e disorganizzate che, data la loro condizione, attendono che sia un’autorità superiore a risolvere i problemi per loro come i bambini confidano nell’intervento dei genitori.
Un problema invece può essere visto come un invito al cambiamento, come uno stimolo che richiede una reazione; in effetti ci accorgiamo di un problema quando questo ci procura una qualche difficoltà, ovvero uno stato di disagio dal quale bisogna uscire.
Dunque un problema può anche essere definito come causa di un disagio, ma ancora una volta bisogna soffermarsi sui termini perché “problema” e “disagio” spesso vengono usati come sinonimi, tuttavia, volendo trovare una soluzione, è bene tenere distinti i due concetti; un disagio è qualcosa di negativo che viene da noi percepito, una sensazione come un dolore alla pancia, ma il dolore non è il vero problema, è un segnale di allarme, forse abbiamo mangiato qualcosa di avariato, forse siamo stati avvelenati, forse abbiamo un’infezione intestinale; per ciascuno di questi casi un medico proporrà cure differenti, cioè soluzioni diverse, perché si tratta di problemi diversi anche se il malessere è lo stesso.
Riconoscere il vero problema ha un grande vantaggio pratico: mentre prima il nostro scopo era semplicemente eliminare il dolore, senza sapere da dove cominciare, dopo la visita il medico potrebbe prescriverci una lavanda gastrica per espellere il cibo avariato, oppure cercherà un antidoto in caso di avvelenamento o un farmaco opportuno per uccidere i batteri se è presente un’infezione. Avere ben inquadrato il problema ci permette di definire degli obiettivi meno generici, più chiari e concreti e quindi più facilmente raggiungibili per uscire dal nostro stato di disagio; una soluzione dunque appare come un percorso da seguire per raggiungere tali obiettivi e, considerando che non si può stabilire un tragitto senza sapere quale è la meta finale, risulta evidente come una corretta impostazione del problema sia essenziale e possa, nei casi più semplici, suggerire la soluzione stessa.

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LEONARDO FIBONACCI stella4stella4stella4

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4.a.2 – Qual è il problema?

17 Luglio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Qual è il problema?

Per quanto un atteggiamento fiducioso ed ottimista sia importante, non è possibile trovare una soluzione se prima non si è ben capito qual è il problema da risolvere; riprendendo l’esempio precedente del medico, cosa accadrebbe se sbagliasse la diagnosi e curasse con un farmaco per le infezioni un caso di avvelenamento o di indigestione?
Per fare un altro esempio, in Italia, davanti alle crescenti difficoltà degli studenti nel seguire le lezioni a causa del sovraffollamento delle università, si è ritenuto che vi fossero troppi studenti e non poche università; di conseguenza si è introdotto l’accesso a numero chiuso, in contrasto sia con la funzione delle università pubbliche, sia con le esigenze degli studenti esclusi, nonché con i valori fondamentali della conoscenza e del libero accesso all’istruzione. La soluzione proposta (e purtroppo attuata) ha creato nuovi problemi (riduzione degli studenti, corruzione nelle prove di accesso e selezione che prescinde dai meriti) e non ne ha eliminato nessuno poiché gli studenti che avrebbero avuto difficoltà a seguire ora sono addirittura esclusi.
Per anni in Giappone degli ingegneri hanno cercato di risolvere l’annoso problema di costruire delle tubature in grado di resistere ai frequenti terremoti, cercarono di progettare giunture e snodi più resistenti e sperimentarono nuovi materiali, ma con scarsi risultati, fino a che qualcuno progettò delle giunzioni flessibili che risultarono quasi indistruttibili; il problema non era trovare nuovi materiali o giunzioni più resistenti e quindi più rigide, ma il contrario, trovare giunzioni meno rigide.
È chiaro dunque che per ottenere i risultati voluti è opportuno prima esaminare con cura gli ostacoli che abbiamo di fronte e la situazione che li ha creati; se cerchiamo di risolvere il problema sbagliato, troveremo al massimo la soluzione errata. Il primo passo per cercare una soluzione è dunque individuare bene quale sia il problema.

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GEORGE BOOLE stella4stella4stella4

CONCETTI IN PILLOLE
pillola n. 33 –  I NOSTRI PROBLEMI pillole_slide_33

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4.a.3 – Chi è che deve risolvere i problemi?

18 Luglio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Chi è che deve risolvere i problemi?

Consideriamo un problema di ordinaria quotidianità: il nostro appartamento è rimasto senza corrente elettrica; senza essere elettricisti andremo a controllare il quadro generale e, trovando l’interruttore disinserito, proveremo a riportarlo nella normale posizione; se l’operazione non riesce, significa che persiste una causa che provoca la messa in sicurezza dell’impianto, ma quale? Dopo un consulto fra familiari, o magari con qualche amico più esperto, si deciderà di staccare tutti gli elettrodomestici e di riattaccarli ad uno ad uno provando ogni volta a riattivare l’interruttore generale; quando l’interruttore salterà di nuovo avremo individuato la causa del problema. Che cosa sarebbe successo senza conoscere quelle informazioni di base sugli impianti elettrici necessarie per individuare la causa del problema? Avremmo dovuto ricorrere all’intervento di un elettricista, saremmo rimasti senza corrente elettrica per un po’ di tempo in più e avremmo speso del denaro per l’intervento tecnico, ma avremmo comunque risolto il problema.
Tutto ciò ci dimostra come la prima risorsa necessaria per risolvere un problema sia la volontà di risolverlo, ma tale volontà a sua volta dipende dalla consapevolezza di essere il soggetto deputato alla soluzione. Se il problema è domestico non esiteremo ad attivarci per trovare una soluzione, se manca la luce nell’androne del palazzo è già tanto se telefoneremo all’amministratore del condominio, se si è verificato un black out a tutto il quartiere attenderemo con pazienza l’evolversi degli eventi. Si noti come in tutti i casi subiamo lo stesso disagio, ma nel terzo caso non ci attiveremo affatto per risolvere il nostro problema, convinti di non poter fare nulla di concretamente utile. In una società complessa è normale una specializzazione delle competenze sempre maggiore, è logico aspettarsi che il proprio problema venga risolto da chi è preposto a farlo, ma a questo punto sorge un ulteriore problema: la verifica dell’operato dei soggetti preposti alla soluzione dei nostri problemi (e da noi pagati per farlo).
Torniamo all’esempio del problema domestico: se abbiamo chiamato un elettricista (che siamo tenuti a pagare), sarà nostra cura seguirlo durante l’intervento tecnico e se questo si protrarrà oltre quanto preventivato, pretenderemo delle spiegazioni plausibili; si tratta di comportamenti che vengono tenuti naturalmente, consapevoli di essere gli unici preposti a farlo. Nel caso del black out di quartiere è altrettanto normale non attivarsi per risolvere direttamente il problema, ma probabilmente non ci preoccuperemo neanche di verificare l’operato della compagnia erogatrice (da noi pagata come l’elettricista) perché ci sono delle competenti autorità che devono farlo (sempre pagate da noi), ma chi controlla i controllori? La soluzione del problema interessa a noi, per questo siamo noi a pagare, appare dunque logico che alla fine della catena dei controlli debba esserci chi è direttamente interessato; in caso contrario perderemmo la capacità di intervenire sui nostri problemi e quindi verrebbe meno la libertà di amministrare la nostra vita.
Questa è la situazione nella quale si trova spesso il cittadino moderno, il quale, davanti ad una complessa organizzazione di enti privati e pubblici preposti all’intervento diretto ed ai relativi controlli, finisce per essere completamente escluso. L’esperienza insegna che se il cittadino viene escluso come controllore finale, tutta la catena di controlli diviene ben presto inutile, poiché disservizi e corruzione dilagano indisturbati. Ecco allora che il cittadino sovrano torna ad essere un suddito costretto passivamente a subire ed in tal caso il problema diventa una disgrazia; ne segue che una questione che dobbiamo assolutamente risolvere in prima persona è quella di creare una nuova organizzazione sociale che ci liberi dall’attuale ruolo di sudditanza; in caso contrario dovremo riconoscere di essere i primi artefici delle nostre disgrazie.

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KURT GÖDEL  stella4stella4

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Domenica 19 luglio 1309

19 Luglio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

guardie svizzere

SI SCHIERI LA GUARDIA!

Oggi è festa nel Villaggio di Ofelon!

A cinque mesi dalla fondazione del Villaggio di Ofelon
oltre ventottomila “viandanti telematici”
hanno visitato il Villaggio.
vi aspettiamo tutti con piena cittadinanza, muniti del vostro avatar,
per ampliare sempre di più la nostra tavola rotonda
in cui vogliamo confrontarci su temi importanti,
ma sempre divertendoci insieme
e fino a raggiungere risultati concreti
per un effettivo, diffuso e percepito miglioramento
della qualità della nostra vita.

Ofelon per tutti
e tutti per Ofelon!

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4.a.4 – A cosa serve la regola dei 5 perché?

20 Luglio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

A cosa serve la regola dei 5 perché?

Un detto giapponese dice che per conoscere a fondo un problema bisogna risalire indietro di almeno cinque perché, ovvero non ci si deve fermare alla prima causa che si trova; ad esempio il traffico cittadino viene ovviamente associato ad un eccessivo numero di automezzi, ma questo eccesso da cosa è causato? Dal fatto che le strade nelle città sono state costruite quando la popolazione era minore e non usava automezzi. Come mai la popolazione nelle città è aumentata? Per immigrazione di popolazioni rurali in cerca di lavoro, a sua volta causata da una cattiva politica economica dovuta ad un governo insensibile ai problemi dei cittadini. Dunque è stato facile trovare una serie di cinque cause a monte del problema del traffico, e se ne potrebbero trovare altre come l’inefficienza dei mezzi pubblici, la mancanza di parcheggi, la distanza dal posto di lavoro, la necessità che anche le donne lavorino e gli interessi economici dei produttori di automezzi. Ora, se ci si ferma alla prima causa, cioè l’eccessivo numero di automezzi, l’unica soluzione appare ridurre tale numero con zone a traffico limitato, con parcheggi a pagamento, con aumenti al bollo auto o con altre strategie che si riveleranno fallimentari, perché tutti sono comunque costretti a prendere l’automobile per recarsi al lavoro o per fare la spesa e quindi saranno provvedimenti che nei casi migliori saranno degli impopolari palliativi.
Se invece consideriamo le altre quattro cause possiamo concepire altri quattro punti su cui intervenire e su questi poter individuare almeno una soluzione efficace e praticabile. Quanto più riusciamo a ricostruire il problema fino alla causa primaria, tanto più aumentano le probabilità che si trovi una buona soluzione; inoltre si riduce il pericolo che il problema si ripresenti, anche sotto altra forma, in quanto non era stato eliminato alla radice: riprendendo il precedente esempio, una volta ridotto il numero delle automobili senza controllare l’aumento della popolazione, il traffico riprenderebbe subito ad aumentare con l’incremento demografico.
Nel ripercorrere a ritroso la sequenza delle cause, cercando di intervenire più a monte possibile, vi sono inoltre anche altri vantaggi: molto spesso accade che una delle cause individuate risulta alla base anche di altri problemi e quindi eliminando quella si potranno risolvere tutti i problemi sottostanti; l’esame di più cause per lo stesso problema in ogni caso comporterà una maggiore conoscenza dello stesso e ne favorirà il corretto inquadramento, evitando di sprecare tempo ed energie nell’affrontare un falso problema.

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  WILLIAM EDWARDS DEMING   stella4stella4

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4.a.5 – Proibire o liberalizzare?

21 Luglio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Proibire o liberalizzare?

Si è già detto che affrontando un problema mal posto si troveranno solo soluzioni errate; i falsi problemi nascondono quindi quelli autentici e impediscono di trovare vere soluzioni. Ad esempio, spesso i mass media contrappongono il proibizionismo e la liberalizzazione delle sostanze stupefacenti come se fossero due soluzioni alternative; lo stesso approccio viene usato anche per altri gravi problemi come la prostituzione o l’aborto. Si tratta di un modo assai ingannevole di impostare il problema, in quanto in realtà si tratta di soluzioni di due problemi diversi: il proibizionismo cerca di contrastare, peraltro senza successo, il fenomeno dell’uso delle sostanze stupefacenti, mentre la liberalizzazione vuole eliminarne il commercio clandestino.
Si può facilmente notare che non si tratta di due necessità opposte od inconciliabili, ma anzi complementari e di conseguenza dovrebbero esserlo anche le rispettive soluzioni. Eliminando di fatto (e non legalmente) l’uso delle droghe si eliminerebbe anche il commercio clandestino; eliminando invece prima tale commercio tramite la liberalizzazione, cosa impedirebbe poi di abbandonare anche l’uso come si cerca di fare con le sigarette o l’alcol? Gli ostacoli sono principalmente due ed entrambi si trovano nella nostra mente, il primo è la tradizione culturale: come quella di fare uso di sostanze chimiche per divertirsi e stare meglio in generale, una sorta di medicina fai da te del buon umore, oppure quella di inserire tali pratiche in rituali sociali o di iniziazione; il secondo è dato proprio dalla confusione generalizzata fra i due problemi, per cui la legalizzazione del commercio verrebbe percepita come una approvazione sociale anche dell’uso delle suddette sostanze. Si tratta dunque di problemi culturali in linea di principio indipendenti dalla legislazione. Il fallimento del proibizionismo ci impone di cercare altre soluzioni alla piaga dell’uso delle droghe, sia che se ne liberalizzi il commercio o meno; trovato il giusto adattamento culturale contro questa usanza deleteria, il commercio clandestino rimarrà una questione irrilevante. La liberalizzazione può dunque essere effettuata prima o dopo aver risolto il problema principale, la vera contrapposizione non è fra questa ed il proibizionismo, ma fra due filosofie politiche (autoritarismo e permissivismo), cioè fra due diversi modi di governare che cercano entrambi di affermare il proprio modo di pensare perdendo però di vista lo scopo da raggiungere e causando una situazione di stallo che impedisce di risolvere tutti e due i problemi di partenza.
E’ da notare che liberalizzare non significa necessariamente rinunciare a combattere l’uso delle droghe, ma potrebbe essere l’occasione per cercare una vera soluzione alla diffusione delle stesse; allo stesso tempo non è detto che la liberalizzazione riesca ad estirpare il commercio clandestino, basta osservare quanto avviene con le sigarette: il commercio è legale, anzi in Italia viene riservato ai Monopoli di Stato, ma in quanto sottoposto a pesanti gravami fiscali, non ha eliminato il contrabbando; attualmente tendiamo a limitarne l’uso con rigurgiti proibizionisti, ma il consumo di sigarette non è diminuito per questo, anzi è fortemente aumentato nella fascia d’età adolescenziale a riprova che il vero problema non è stato mai correttamente inquadrato e quindi nessuna vera soluzione è stata mai trovata.
Analogamente il proibizionismo nei confronti della prostituzione tende a combattere, sempre senza successo, il fenomeno del sesso a pagamento, mentre la liberalizzazione tende ad eliminare il racket criminale che a volte arriva a rapire e schiavizzare delle giovani. Anche in questo caso valgono le considerazioni fatte con riferimento sia alla necessità di una vera alternativa che risulti concretamente efficace, sia ad un’adeguata educazione sociale.
Grande confusione si ha anche sul tema dell’aborto: il proibizionismo vuole eliminarne la pratica, senza esservi mai riuscito, mentre la liberalizzazione intende eliminare il fenomeno degli aborti clandestini; in questo caso è però più evidente che la legalità dell’aborto non vuole avvalorare tale pratica come comportamento da diffondere, poiché una donna che decide di abortire non lo fa mai con leggerezza.
E’ chiaro allora che proibizionismo e liberalizzazione non sono soluzioni alternative e quindi ogni dibattito o discussione che le contrapponga, anche se effettuato da parte di autorevolissimi personaggi che ci parlano dallo schermo televisivo, è assolutamente privo di significato reale e risulta altresì dannoso, in quanto fa perdere tempo e distoglie dal vero problema, nonché dalla relativa soluzione. Ancora una volta dobbiamo educarci a difenderci dall’inquinamento psicologico che, a volte inconsapevolmente, ma non senza colpa, viene alimentato dai mezzi di informazione di massa.

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libro1  APPROFONDIMENTI
CONTRABBANDO, LIBERALIZZAZIONE, PROIBIZIONISMO, STUPEFACENTE,

PALCO D’ONORE
   JEREMY BENTHAM   stella4

CONCETTI IN PILLOLE                                                                            
pillola   n. 34 –  PROIBIRE O LIBERALIZZARE?                                                 pillole_slide_34

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4.a.6 – Il calo della popolazione è un problema?

22 Luglio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Il calo della popolazione è un problema?

Dopo aver tanto parlato di inquinamento, di esaurimento delle risorse, di emergenza evolutiva, di guerre, di traffico insopportabile, di emigrazioni forzate e di altri drammi riconducibili alla sovrappopolazione, un calo demografico dovrebbe apparire più come una soluzione piuttosto che come un problema. Si dice che un calo della popolazione incoraggia l’immigrazione dai paesi poveri, perché non dire allora che il vero problema è la sovrappopolazione dei paesi poveri? Si dice che la popolazione in occidente sta invecchiando, che la percentuale degli anziani rispetto ai giovani è in aumento, chi si prenderà cura di tutti questi anziani? Esaminiamo meglio la situazione: è evidente che la popolazione non può aumentare in eterno e allora dovrà perlomeno fermarsi ad un livello stabile; questo comporterà comunque un certo incremento degli anziani rispetto alla situazione di crescita demografica fino a raggiungere il rapporto di un anziano per un giovane, che non desta particolari preoccupazioni.
Appare ovvio che se tale rapporto aumenta di un centesimo non sarebbe certo un dramma, sarebbe impercettibile, ma comporterebbe un calo molto lento della popolazione risolvendo a lungo termine molti problemi del mondo moderno. Le cose vanno diversamente se esaminiamo invece un rapido calo demografico, in tal caso la percentuale degli anziani salirà di molto raggiungendo livelli veramente preoccupanti.
Ne segue che il vero problema non è il calo della popolazione, ma il controllo della sua velocità, il quale non è però effettuabile in assenza di un controllo collettivo delle nascite; in alcuni paesi occidentali la popolazione è in calo senza che nessuno lo abbia pianificato, è un fenomeno dovuto a cause impreviste, ad una serie di gravi disagi che affliggono le famiglie occidentali, per cui diventa sempre più difficile crescere dei figli.
Il calo demografico è in realtà l’unica conseguenza positiva di una serie di gravi problemi, riconducibili ad una cattiva gestione politica, che viene invece usato come argomento pretestuoso per giustificare i disservizi nell’assistenza agli anziani, nel pagamento delle pensioni e nel controllo dell’immigrazione, altri esempi di cattiva gestione politica imputabili tutti agli stessi governanti.

Sulla cresta dell'onda

libro1 APPROFONDIMENTI
DEMOGRAFIA

PALCO D’ONORE
  THOMAS ROBERT MALTHUS

CONCETTI IN PILLOLE                                                                            
pillola   n. 35 – LA SOVRAPPOPOLAZIONE E’ UN PROBLEMA?          pillole_slide_35                                      

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4.a.7 – Prevenire è meglio che curare?

23 Luglio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Prevenire è meglio che curare?

Da molti anni si parla dell’importanza della ricerca scientifica riguardo alla cura dei tumori e il messaggio di fondo è sicuramente vero: finanziando la ricerca medica aumentano le probabilità di trovare delle cure efficaci; tuttavia il messaggio che viene percepito dall’uomo comune è ben diverso: contro i tumori non c’è rimedio, si tratta di una disgrazia e possiamo solo sperare che in futuro la medicina trovi una cura. Anche in questo caso per una carenza di informazioni abbiamo impostato male il problema: vi sono molti tipi di tumore, alcuni già vengono curati con successo crescente, ma, cosa ancora più importante, si sono scoperte delle cause per una parte notevole di essi (purtroppo non tutti). Le cause principali sono tre: una cattiva alimentazione, il fumo e un grande uso di bevande alcoliche.
Per molti tumori dunque la cura esiste già ed è a portata di mano: non fumare, non bere e mangiare sano; senza attendere ulteriori scoperte dalla ricerca medica e senza costosi medicinali, perché non ne facciamo uso? Per quale motivo riteniamo doveroso finanziare la ricerca, ma non abbandonare le cattive abitudini? Non fumare e non bere non solo non costa nulla, ma comporta anche un notevole risparmio economico. Oltre a debellare una notevole parte di tumori in breve tempo e salvare molte vite, puntare sulla prevenzione consentirebbe di concentrare le risorse della ricerca sui tumori rimanenti aumentandone l’efficacia.
Un discorso analogo si può fare per lo smaltimento delle scorie radioattive e dei rifiuti in generale, per l’esaurimento delle risorse energetiche e per l’inquinamento delle acque: non è contraddittorio studiare nuovi sistemi per depurare le acque e non fare nulla per non inquinarle? È come donare con la mano destra per poi rubare con la sinistra.
Parlando del crescente tasso di sterilità delle coppie si è proposto uno sviluppo delle tecniche di procreazione assistita, cosa certo utile per affrontare l’emergenza immediata, ma perché nessuno parla delle cause di questo strano fenomeno? Quale strana malattia si sta diffondendo rendendoci sterili? Dovrebbe essere l’argomento del giorno. In realtà il fenomeno esiste, ma non è dovuto ad alcuna malattia, la causa principale è che in occidente facciamo figli in età sempre più avanzata, cioè quando siamo meno fertili; la causa è un cambiamento socio-culturale al quale il nostro corpo non ha avuto il tempo (migliaia di anni) di adattarsi; rispondere con una cura medica a un problema culturale è una cosa che si commenta da sola e lo stesso vale per altre possibili cause come l’inquinamento.
Sapendo che il prossimo anno ci ridurranno lo stipendio, cercheremmo di ridurre da subito le spese o progetteremmo di rinnovare il guardaroba e di fare lunghi viaggi all’estero? Perché dunque sapendo di disporre solo di fonti energetiche in esaurimento ci appare normale appoggiare attività economiche che richiedono un fabbisogno crescente di energia? Non è come correre incontro alla catastrofe?
Cercare dei rimedi non ancora disponibili quando sono certamente possibili delle misure preventive è certamente contraddittorio e dimostra una pessima impostazione del problema oppure la probabile presenza di vantaggi economici di alcuni contrastanti con gli interessi di tutti.

Sulla cresta dell'onda

PALCO D’ONORE
IGNÀC FÜLÖP SEMMELWEIS stella4stella4stella4

CONCETTI IN PILLOLE                                                                            
pillola   n. 36 – PREVENIRE E’ MEGLIO CHE CURARE?                    

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4.a.8 – Si può parlare di eccesso di garantismo?

24 Luglio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Si può parlare di eccesso di garantismo?

Le leggi garantiste vengono così chiamate perché devono garantire i diritti dei cittadini, in particolare quelli sospettati ingiustamente di qualche reato, tuttavia è noto che sono spesso usate a vantaggio dei colpevoli in aperto contrasto con il loro scopo originario. In questi casi spesso si dice che le leggi sono troppo garantiste, ma siamo sicuri di aver inquadrato bene il problema? Se un rubinetto perdeva qualche goccia d’acqua e dopo l’intervento dell’idraulico non versa una goccia nemmeno quando è completamente aperto, risultando completamente inutilizzabile, diciamo che l’idraulico ha lavorato male oppure che è stato troppo bravo? Il risultato cercato è stato raggiunto, il rubinetto non perde più, ma è stato creato un altro problema altrettanto grave. Per quale motivo si parla allora di troppo garantismo invece che di un garantismo fatto male? Forse i governanti cercano di proteggere se stessi e le lobby che li sostengono dalle conseguenze legali causate dal proprio operato mediante un falso garantismo? Un sistema che protegge più i criminali degli innocenti non è particolarmente garantista, ma è semplicemente fatto male.
Parlare di eccesso di garantismo è quindi un assurdo, ma basta indicarlo come problema in qualche talk show televisivo affinché la gente si divida fra sostenitori del garantismo ad ogni costo e abolizionisti del garantismo in nome della sicurezza, perdendo tutti di vista il vero problema di un sistema giudiziario inefficiente, sopraffatti dall’ennesimo falso problema che infittisce il nostro inquinamento psicologico.

Sulla cresta dell'onda

 libro1 APPROFONDIMENTI
 LOBBY, TALK SHOW

PALCO D’ONORE
   ROBERT BADINTER   stella4 

CONCETTI IN PILLOLE                                                                            
pillola   n. 37 – ESISTE L’ECCESSO DI GARANTISMO?              pillole_slide_37                                  

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4.a.9 – Crescita contro decrescita?

25 Luglio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Crescita contro decrescita?

Da molti decenni l’indicatore economico più usato per esprimere la ricchezza prodotta in una nazione è quello del prodotto interno lordo (PIL). Esso indica il valore dei beni e dei servizi destinati al consumo finale e i mass media lo enfatizzano come un indicatore di benessere collettivo, come un vanto nazionale. Partendo da queste premesse è ovvio dedurre che bisogna perseguire la maggiore crescita possibile del pil e che, se il pil della nostra nazione è maggiore di quello delle altre, facciamo parte di un paese forte; viceversa, se il pil cresce poco è un problema, se addirittura cala, cioè decresce, si avrà un allarme nazionale di recessione. Si tratta di emotività diffuse fra la popolazione, la quale si lascerà deprimere dall’ennesimo falso problema senza peraltro essere consapevole della vera natura del pil.
Cerchiamo di approfondire un poco l’argomento:
• l’aggettivo lordo si riferisce ai beni ammortizzabili; il pil di un dato anno infatti comprende pure quei beni che daranno al consumatore un’utilità anche per gli anni successivi (automobili, elettrodomestici, arredi, ecc.); lordo in questo caso quindi vuol dire sovrastimato e ciò significa che se in un anno di sensibile crescita del pil sono stati prodotti grandi quantità di beni ammortizzabili, negli anni successivi è logico attendersi una decrescita del pil del tutto fisiologica;
• l’aggettivo interno indica che il pil comprende il valore dei beni e dei servizi prodotti internamente a un paese, indipendentemente dalla nazionalità di chi li produce; è quindi evidente che a parità di pil da un anno a un altro (situazione ritenuta assolutamente negativa), ma con sostituzione di un gran numero di produttori stranieri con produttori nazionali, la ricchezza sarà invece aumentata;
• il sostantivo prodotto in realtà si riferisce alle merci, poiché non considera quanto prodotto e consumato dal produttore, né quanto prodotto e offerto dagli enti non profit;
• il pil considera ogni transazione in denaro come positiva; consumare benzina in un ingorgo di traffico bloccato, consumare medicinali per malattie gravi, consumare servizi per rimediare ai danni di un terremoto, sono tutti comportamenti validi ai fini della crescita del pil, ma evidentemente in contrasto con il benessere della popolazione.
Dalle suddette considerazioni si evince che la decrescita del pil può anche non essere un problema, ma c’è anche chi si spinge oltre: osservando che la crescita del pil corrisponde alla crescita di fenomeni molto negativi (inquinamento, suicidi, consumo di psicofarmaci, incidenti stradali, ecc.), alcuni studiosi individuano come problema il fenomeno opposto, cioè la crescita del pil, in quanto indice di deleterio consumismo. E’ però fin troppo facile dimostrare che anche questa posizione è errata in quanto il pil può decrescere a causa di un aumento della disoccupazione, di un aumento generalizzato dei prezzi, di un crollo nei mercati finanziari, insomma da tutta una serie di fattori ancora una volta in contrasto con il benessere della popolazione.
La verità è che sia i fautori dell’incremento del pil come presupposto del benessere, sia i sostenitori della decrescita del pil come presupposto della felicità, rimangono ingannati da dei falsi problemi e si contrappongono su posizioni non necessariamente antitetiche nel perseguimento del medesimo obiettivo, che rimane il progresso dell’umanità.
Se da una parte il consumismo sfrenato non va incoraggiato (per esempio quando induce il bisogno di possedere l’ultimo modello di telefonino, di computer portatile o di navigatore satellitare, pur disponendo dei medesimi beni nella versione di uno o due anni prima), dall’altra il mercato in sé non va demonizzato, perché porta a comportamenti altrettanto assurdi (rinuncia a comprare beni dalla grande distribuzione, enfasi del risparmio ad ogni costo, faticosa autoproduzione di beni, ecc.).
Se il mondo corre sempre più velocemente siamo obbligati a tenerne il passo; se tale corsa risulta affannosa, la soluzione non sta nel rallentare o nel fermarsi, perché ciò potrebbe comportare svantaggi ancora maggiori; il rallentamento della corsa deve essere invece visto come un obiettivo da raggiungere mediante una vera soluzione al vero problema, dato dall’emergenza evolutiva di cui abbiamo parlato nei capitoli precedenti, la quale può essere contrastata solo dopo averne preso piena conoscenza.

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PIL

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4.a.10 – Bisogna difendere o avversare la globalizzazione?

26 Luglio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Bisogna difendere o avversare la globalizzazione?

Con il termine globalizzazione si intende il fenomeno di progressiva crescita delle relazioni e degli scambi internazionali che porta a una sempre maggiore dipendenza dei paesi gli uni dagli altri. La globalizzazione viene spesso additata come un problema, tanto da essersi creati dei movimenti per avversarla, dei gruppi “no global” organizzati a livello internazionale (e quindi globalizzati anch’essi), che intendono contrastare soprattutto lo sviluppo delle grandi imprese multinazionali nello scenario dell’economia mondiale, impedendo loro di condizionare le scelte dei singoli governi verso politiche non sostenibili da un punto di vista ambientale ed energetico, nonché verso politiche non rispettose delle tradizioni e delle peculiarità locali. Tali movimenti, per perorare la suddetta causa, tendono però a manifestare contro ogni globalizzazione, anche quando sono del tutto evidenti i grandi benefici che essa comporta: intensificazione dei commerci, degli scambi culturali, della diffusione delle conoscenze, dei diritti umani, ecc.. Ciò porta a tacciare tali movimenti di utopia, di essere gruppi eversivi o terroristici e a schierarsi contro di essi mediante una difesa aprioristica della globalizzazione anche nelle sue manifestazioni più nefaste.
Il vero problema consiste nella cattiva gestione della globalizzazione data da governi inefficienti, che non realizzano il benessere delle rispettive collettività, le quali devono allora dotarsi di sistemi politici più rappresentativi delle proprie esigenze ed in grado di esprimere istituzioni efficienti nel pubblico interesse. Non basta cambiare le persone, né i partiti politici, bisogna individuare un nuovo sistema che assecondi la nostra natura, sia genetica, sia culturale, e per farlo bisogna impegnarsi insieme, perché a problemi sempre più globalizzati bisogna trovare soluzioni globali.

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GLOBALIZZAZIONE

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4.a.11 – Come può un problema rimanere senza soluzione?

27 Luglio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Come può un problema rimanere senza soluzione?

Abbiamo visto come i falsi problemi, se non riconosciuti come tali, creino confusione e distolgano dall’individuazione del vero problema; spesso però i falsi problemi manifestano la loro vera natura semplicemente ragionandoci sopra, magari confrontandosi con qualche amico, ma allora perché continuiamo a girare a vuoto appresso a tanti falsi problemi? La risposta va cercata nella nostra naturale attitudine a rispettare le autorità e a riconoscere come tali le persone che appaiono in televisione; a causa di questi comportamenti inconsci, tendiamo ad assorbire i ragionamenti dei personaggi televisivi in modo acritico, ma questi spesso non danno alcuna reale garanzia di saper affrontare il problema discusso e tantomeno di risolverlo; in altri casi i grandi sacerdoti della televisione sono perfettamente a conoscenza delle conseguenze dei falsi problemi, ma avendo un interesse alla mancata individuazione dei veri problemi, sono essi stessi a crearne in quantità, nonché a fomentare accese discussioni che ne amplifichino gli effetti.
Quando ci impegniamo a risolvere un problema direttamente, possiamo anche venir sviati da un falso problema, ma ben presto ci accorgeremo dell’errore perché la soluzione applicata non risulterà efficace; dovremo ricominciare da capo, ma l’esperienza acquisita ci aiuterà a circoscrivere meglio il contesto in cui ci si trova. Se non riusciamo a trovare una soluzione efficace, indipendentemente dalla presenza di falsi problemi, ci rivolgeremo ad altre persone che, avendo affrontato problemi analoghi o disponendo di professionalità specifiche, ci potranno aiutare.
Quando invece un problema è collettivo, ci aspettiamo che venga risolto da un’autorità competente e, qualora questa non vi riuscisse, dovrebbe essere evidente che la stessa è incapace o quantomeno inerte; l’autorità in questione ha però interesse a non risultare incapace, né inerte e tenderà a creare e ad amplificare dei falsi problemi che ne giustifichino gli insuccessi. Con il perdurare del disagio collettivo, sembra difficile che questa tecnica possa funzionare per molto tempo, invece è dimostrato da situazioni veramente abnormi: da quanti decenni in Italia si parla del problema del mezzogiorno? Ormai l’arretratezza sociale ed economica del meridione non viene più considerata un problema, ma una disgrazia irreversibile, nonostante che negli ultimi anni interi paesi europei, partiti da condizioni peggiori, abbiano migliorato sensibilmente il proprio livello. Analoghe considerazioni si possono fare con riferimento al problema degli incidenti stradali, al problema degli stupefacenti e riguardo a molti altri problemi collettivi che ci rovinano la vita.
Imparare a riconoscere i falsi problemi e la loro utilizzazione mirata è dunque una priorità per tutti noi.

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4.a.12 – E’ vero che c’è troppa democrazia?

28 Luglio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

È vero che c’è troppa democrazia?

Le inefficienze dello Stato nella normale amministrazione spesso si attribuiscono alla reciproca opposizione che le varie fazioni politiche costantemente esercitano l’una contro l’altra causando confusione, incertezze, ritardi e talvolta la paralisi delle istituzioni. Tale fenomeno è considerato parte della natura del sistema democratico e quindi inevitabile, a meno che non si voglia intaccare la democrazia.
Nell’immaginario collettivo si è dunque diffusa la convinzione che la democrazia comporti delle libertà importanti, ma che per ottenerle sia necessario pagare un prezzo: la perdita di efficienza nella gestione politica e quindi l’insicurezza sociale; ne segue che, se si intende limitare tale inefficienza, si deve limitare il tasso di democrazia delle istituzioni. Considerando dunque la crescita di insicurezza come direttamente proporzionale alla crescita di democrazia, risulta automatico ritenere che un’elevata insicurezza sociale sia dovuta a un eccesso di democrazia.
Abbiamo però già notato che per avere una società realmente democratica si devono verificare almeno le seguenti condizioni:
• il popolo è la massima autorità;
• il governo esprime la volontà popolare;
anche nei paesi che si ritengono più democratici avviene invece l’esatto contrario; infatti è il governo, la classe politica, le lobby economiche, insomma la classe dominante che, con opportuna propaganda, condiziona la volontà popolare; di fatto il popolo non risulta mai essere la massima autorità, anzi si può notare come la popolazione permanga in un chiaro stato di sudditanza, accettando uno scarso peso politico, la presenza di una classe dominante piena di privilegi, un potere centrale nemico delle autonomie locali, guerre a vantaggio di pochi e un’iniqua spartizione della ricchezza.
Si parla dunque di un eccesso di democrazia dove invece essa manca del tutto; le inefficienze del sistema politico possono certo essere imputate alle diverse fazioni politiche, ma non certo alla democrazia poiché essa semplicemente ancora non esiste, anche se può volutamente essere usata come scudo dalle suddette fazioni per coprire le proprie responsabilità.
Siamo di fronte a un caso di falso problema che viene propagandato per l’interesse di pochi contro quello di molti; ma lo scopo della democrazia non era proprio quello di evitare situazioni di questo genere? Evitare cioè la formazione di caste dominanti e privilegiate? Partendo dalle giuste premesse risulta presto evidente che il vero problema è la mancanza e non l’eccesso di democrazia.
Si dice inoltre che i presunti governi democratici sono deboli, ovvero che non sanno reagire alle difficoltà, che non riescono ad affrontare i problemi; l’esperienza storica ci può aiutare a comprendere questo fenomeno: quante volte uno Stato monarchico è andato in crisi perché il Re non era in grado di governare? Non è forse vero che anche gli antichi imperi hanno attraversato periodi di crisi o di splendore anche in base alla debolezza o alla forza dei rispettivi imperatori? Se dunque un re debole rende tale la monarchia e se un imperatore senza autorità rende instabile l’impero, appare scontato che un popolo suddito, incapace di ricoprire il giusto ruolo politico, renda debole una democrazia o impedisca di realizzarla. Re ed imperatori si possono sostituire, non possiamo fare lo stesso con tutta la popolazione, ma sappiamo che la si può cambiare culturalmente; essa tende a cambiare spontaneamente secondo le leggi dell’evoluzione culturale, ma indirizzando il cambiamento verso una cultura veramente democratica, anche le democrazie potranno avere un governo forte e deciso che al contempo non riduca ovviamente le libertà dei cittadini.
Risulta quindi evidente che quando si parla della necessità di un ritorno al passato verso dittature o monarchie, si sta in realtà affrontando un falso problema, perché il vero problema è la mancanza di cultura democratica.
Non si deve tornare al passato, ma il passato è bene che sia conosciuto per capire meglio il presente: cosa è successo nella storia quando un re si è dimostrato debole e non riusciva ad esercitare le proprie funzioni? E’ successo che il suo posto, di fatto vacante, è stato ricoperto da un altro nobile, da un sovrano straniero, da una nuova classe emergente, insomma da qualcun altro che sia riuscito ad approfittare di tale debolezza. Cosa succede oggi in una democrazia in cui il sovrano, cioè il popolo, è confuso, disinformato, disorganizzato e quindi è debole e non riesce ad esercitare le proprie funzioni? Succede che il suo posto, di fatto vacante, viene ricoperto dai partiti politici, dalle lobby economiche, dalle organizzazioni criminali, insomma da qualcun altro che riesca ad approfittare di tale debolezza.

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CONCETTI IN PILLOLE
pillola n. 38 – E’ VERO CHE C’E’ TROPPA DEMOCRAZIA? pillole_slide_38

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4.a.13 – E’ necessaria la governabilità?

29 Luglio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

È necessaria la governabilità?

Partendo dalla consapevolezza che le attuali istituzioni democratiche sono solo dei coraggiosi tentativi di realizzare una democrazia reale, rimasti purtroppo senza successo, possiamo vedere sotto un’altra luce tutta una serie di problemi che spesso ci vengono presentati dai mass media, in particolare quelli italiani.
Spesso si parla del problema della governabilità del Paese, si evidenziano le difficoltà a governare ed è ovvio che la Nazione deve invece essere ben governata. Il Paese deve dunque essere governabile, ma non si dice mai da parte di chi dovrebbe esserlo, non certo da parte dei cittadini o dei loro veri rappresentanti (poiché in tal caso saremmo in vera democrazia). È chiaro che la Nazione risulta poco governabile da parte degli attuali governanti, in difficoltà a gestire le rivalità delle fazioni interne al parlamento ed anche dentro i singoli partiti. Dire che il Paese ha bisogno di governabilità è cosa banale e sicuramente giusta in linea di principio, ma in un contesto non democratico è anche un modo sottile di dire che chi comanda vuole rafforzare il proprio potere.
La debolezza dei governi viene attribuita all’ostruzionismo dei piccoli partiti, sempre in cerca di visibilità e sempre pronti a ricattare i più grandi in cambio della possibilità di raggiungere la maggioranza. Si devono dunque porre delle soglie di sbarramento (percentuale di voti al di sotto della quale non spetta alcun seggio) e premi di maggioranza (che moltiplicano i seggi del partito che ottiene la maggior percentuale di voti) per eliminare o ridurre la loro presenza, eliminare chi, crescendo nel tempo, potrebbe un domani spodestarli. È bene ricordare che un elemento indispensabile per una vera democrazia è la possibilità di un ricambio politico e non è un caso che tutti i provvedimenti per aumentare la governabilità tendano ad ostacolare il verificarsi di questo tragico (per gli attuali governanti) evento. I ricorrenti scandali che interessano il mondo politico rivelano peraltro che misteriosamente, negli affari illeciti, con i piccoli partiti si trova sempre un accordo perfetto; non è lecito dunque il dubbio che i piccoli partiti e la loro falsa opposizione siano solo un alibi per giustificare il cattivo governo dei grandi partiti? Ma se in realtà sono tutti d’accordo, a cosa servono le soglie di sbarramento? Servono ovviamente a scoraggiare la comparsa di nuovi partiti, nuovi rivali con cui spartire la torta.
Cosa è dunque preferibile, un sistema elettorale proporzionale o maggioritario? L’esperienza italiana mostra che per il cittadino cambia veramente poco, è essenzialmente un problema dei governanti per garantire la loro governabilità, che significa il mantenimento del loro potere, è un falso problema che copre quello vero: la mancanza di democrazia.
Un discorso assai simile si può fare per la scarsa affluenza alle urne: in Italia per decenni si sono avute le percentuali di votanti fra le più alte in Europa, perché dunque da sempre si parla del pericolo di un calo di partecipazione elettorale? Che sia l’ennesimo falso problema? Percentuali di votanti superiori all’80% rivelano che il problema prima che falso è addirittura inesistente, ma un eventuale brusco calo nel futuro, cosa comporterebbe? Per la governabilità assolutamente nulla, le elezioni sarebbero comunque valide dato che non vi è alcun quorum da superare, però sarebbe più facile per dei nuovi partiti presentarsi e competere con i vecchi, essendo necessari meno voti per farlo, insomma sarebbe più facile il ricambio politico.
Nei paesi a democrazia apparente la legittimità del governo si basa sulla legittimazione popolare, spacciata per democrazia, che ha sostituito quella divina; una minore affluenza alle urne implica allora una minore legittimazione del potere dei governanti, si crea una situazione analoga a quando il Re non incontra più il favore del suo popolo, il suo regno è in pericolo; ricordando che nelle false democrazie il governo viene esercitato con la disinformazione (o meglio con l’inganno, con la menzogna) e non più con la violenza, l’affluenza alle urne dunque rappresenta una misura del successo della propaganda politica, esprime il numero dei cittadini che si è riusciti a raggirare, a circuire contro i loro interessi.

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IL CASO CELEBRE
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4.a.14 – E’ giusto giudicare i politici in base alla loro condotta morale?

30 Luglio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

È giusto giudicare i politici in base alla loro condotta morale?

I mass media in genere tendono a dare grande risalto a notizie scabrose riguardanti la vita privata dei politici: infedeltà coniugali, festini con prostitute e droga, ecc.; è noto che i lettori sono avidi di queste notizie anche quando non riguardano personaggi politici, ma chiunque goda di una certa visibilità.
Può sorgere il sospetto che questa curiosità abbia ben poco a che fare con la politica, tuttavia tale genere di argomenti sembra avere sempre un peso notevole sulla presentabilità dei politici, specialmente nei paesi anglosassoni, magari di cultura puritana. Al di là delle differenze culturali che ne spiegano la diversa incisività, tale fenomeno sembra essere universalmente diffuso e sempre usato dai rivali a loro vantaggio quando se ne presenta l’occasione.
Sappiamo che questo tipo di curiosità aveva una sua funzione naturale, cioè conoscere i dettagli della vita dei membri del nostro villaggio, poiché questa si intrecciava continuamente con la nostra; inoltre, quanto più il personaggio era importante nella scala gerarchica, tanto più la sua storia poteva influire sulla nostra vita quotidiana e quindi ogni tipo di notizia poteva essere importante. Questo atteggiamento da parte dei cittadini sembrerebbe allora pienamente giustificato, ma nel momento in cui i politici si fanno volutamente riprendere con moglie e figli in interviste di propaganda elettorale, immersi in un’atmosfera di sano calore familiare, accarezzando affettuosamente il proprio cane, magari comperato proprio a questo scopo, si capisce presto che qualcosa non torna. I vecchi strumenti che la natura ci ha dato per giudicare il prossimo non funzionano altrettanto bene con i personaggi televisivi, sia nel bene che nel male, perché questi sono e rimangono dei perfetti sconosciuti. Si noti poi come venga dato maggior rilievo alle notizie scandalose della loro vita privata piuttosto che a quelle professionalmente più scandalose della loro vita politica; che sia l’ennesimo depistaggio?
I politici moderni non devono essere solo dei personaggi importanti nella società, per il semplice fatto che sono pagati per fornire un servizio, per svolgere un lavoro, ed è principalmente in base a questo che devono essere giudicati. È fondamentale sapere se il nostro medico è stato infedele alla moglie o se frequenta prostitute di alto bordo? Certo, sono cose che ci aiutano a capire chi abbiamo di fronte, il rapporto con il medico è sempre basato anche sulla fiducia, ma non sono queste le cose che vogliamo sapere quando cerchiamo un buon medico e lo stesso vale per salumieri ed elettricisti.
Come mai nel caso dei politici tali questioni assumono maggiore importanza rispetto a quelle professionali? Si tratta, a quanto sembra, di un retaggio della nostra mentalità tipica dei sudditi, del tutto incapaci di dare giudizi in campo politico; non è cosa da sudditi vedere l’opera dei governanti come un servizio loro offerto, né tanto meno giudicarla; al massimo si tratta di qualcosa di imposto, qualcosa da subire e a cui ci si può opporre solo malignando riguardo la vita privata dei potenti. Un avvocato o un idraulico viene giudicato dai risultati del suo lavoro, quello per cui lo paghiamo, cambieremmo idraulico perché è stato infedele alla moglie? Chi di noi è in grado di elencare i risultati ottenuti dal politico che ha votato? Forse ricordiamo, peraltro in termini vaghi, quello che ha detto, ma mai quello che ha fatto, ad esempio quali leggi ha approvato. E’ curioso invece notare come ricordiamo perfettamente le dichiarazioni dei rappresentanti dello schieramento opposto al nostro; proviamo grande soddisfazione a criticarle e godiamo a vederli coinvolti in qualche scandalo, tuttavia questo ha il solo effetto di nasconderci la triste verità, ovvero che noi non siamo in grado di giudicare i nostri politici, non siamo cioè in grado di svolgere quella che è la nostra funzione principale in una democrazia indiretta di tipo occidentale; in altre parole non siamo in grado di esercitare la democrazia, è questo il vero problema; la vita privata dei politici, per quanto scandalosa, è solo una distrazione che ci illude di poterli controllare.

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POLITICA

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BILL CLINTON

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4.a.15 – I pregiudicati in Parlamento sono un problema?

31 Luglio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

I pregiudicati in parlamento sono un problema?

La gente comune è rimasta giustamente scandalizzata nell’apprendere che come loro rappresentanti erano stati eletti nel Parlamento Italiano numerosi personaggi con condanne penali in via definitiva, non solo per finanziamento illecito ai partiti, ma anche per reati come banda armata, concorso in omicidio e incendio aggravato.
Grande scandalo dunque, e sull’onda dell’indignazione generale in molti hanno proposto come soluzione di proibire per legge la candidatura dei pregiudicati alle elezioni. Intuitivamente a tutti appare una soluzione ovvia, ma di quale problema? Se abbiamo paura di essere derisi dalla stampa internazionale, allora si tratta di una buona soluzione. Se vogliamo nascondere il livello di corruzione che ha raggiunto la nostra classe politica, se vogliamo chiudere gli occhi davanti ad una verità che non ci piace, allora è un’ottima soluzione. Se invece per noi il problema è la corruzione dilagante che ha assunto il controllo dello Stato, allora una tale legge significa nascondere il problema, non risolverlo.
Come è possibile che questi signori siano stati eletti? Chi li ha votati? E perché? Le risposte a queste domande sono ben note a tutti: sono stati eletti perché una parte non trascurabile del popolo italiano li ha votati, e lo ha fatto semplicemente perché:
• non sapeva il loro nome, dato che, non potendo più esprimere le preferenze sui candidati, era inutile leggerlo;
• non sapeva dei loro precedenti penali;
• non sapeva che i partiti a cui stava dando fiducia erano così corrotti, così sfacciati e avevano legami così stretti con la criminalità, da candidare tali illustri personaggi.
Oggi molti sanno tutto ciò, ma, volendo continuare a votare, non possono evitare di eleggerli di nuovo, non avendo la possibilità di scegliere i candidati. La gente comune dunque di norma non ha idea di chi o che cosa sta votando, e quando lo scopre non sa come porvi rimedio. Non è forse questo il vero problema? I pregiudicati sono solo la classica punta dell’iceberg, sono i rappresentanti dei partiti che li hanno candidati, essi devono necessariamente far parte di una grande famiglia per ottenere quella poltrona, per ogni condannato quanti ce ne saranno della stessa risma, ma più furbi o più fortunati che non si sono mai fatti beccare? Per il cittadino comune è meglio che in Parlamento ci sia un delinquente certificato da un tribunale oppure uno senza riconoscimenti ufficiali? Questo è il falso problema che si può risolvere con la predetta legge.
Paradossalmente la presenza di pregiudicati in Parlamento ha reso un grande servizio al Paese, ha posto in evidenza che la corruzione e l’arroganza dei partiti ha superato ogni aspettativa, questo è il vero problema, a chi spetta risolverlo? Ovviamente spetta ai cittadini, la Costituzione venne scritta con tante buone intenzioni e tanti buoni principi, i parlamentari non sono assunti dallo Stato, ma eletti dal popolo, proprio per renderli dipendenti da esso. Chi assume un impiegato in genere lo sceglie e può eventualmente licenziarlo, sono sue prerogative, in caso contrario la sua autorità verrebbe compromessa; ecco perché la Costituzione prevede che lo Stato non scelga e non licenzi i parlamentari, questo è un compito che spetta ai cittadini, quindi, per quanto possa sembrare paradossale, una legge che stabilisca chi può o non può essere eletto ridurrebbe l’autorità del popolo.
Tale autorità democratica tuttavia non esiste e proprio i nostri onorevoli pregiudicati ce lo hanno dimostrato: la gente non li vuole, ma ha bisogno di una legge apposita per mandarli via; questo è ovviamente inconcepibile in una vera democrazia.
I cittadini italiani, per ignoranza o per altri motivi, non sono in grado di scegliere i propri rappresentanti, non è forse questo il primo problema che dovremmo risolvere? Invece si propone che i cittadini italiani (che dovrebbero essere sovrani) chiedano ai propri parlamentari (che dovrebbero essere loro subordinati) una legge per impedire loro di eleggere dei rappresentanti che non vogliono (cioè che impedisca loro di comportarsi contro la propria volontà, da perfetti incapaci di intendere e di volere); si tratta certamente di un paradosso ed è altrettanto sicuro che una simile legge non ridurrebbe la corruzione, anzi la renderebbe meno visibile e con essa coprirebbe anche la mancanza di democrazia.

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IL CASO CELEBRE
BEPPE GRILLO

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4.a.16 – A cosa servono le quote rosa?

1 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

A cosa servono le quote rosa?

Le quote rosa sono una parte di candidature riservate alle donne, per far sì che abbiano un livello minimo di rappresentanza anche loro. Sembrerebbe una norma a tutela dei diritti democratici delle donne, le quali altrimenti, per motivi misteriosi, sembrerebbero preferire farsi rappresentare da degli uomini, esattamente come fanno tutti i maschi. Se le cose stessero effettivamente in questo modo, le quote rosa sarebbero un tentativo di far abituare le donne a votare sé stesse, nobile intento, ma in contrasto con il riconoscimento della loro capacità di intendere e di volere; è come dire: ” siccome non sai votare, ti aiuto e ti dico io per chi farlo”; paradossalmente tale misura sembrerebbe un limite alla loro libertà di voto. In realtà è vero che le donne non hanno piena libertà di voto, ma per un altro motivo: nessuno, né uomo, né donna, è in grado di scegliere i candidati da presentare alle elezioni, questi sono scelti dalle segreterie dei partiti i quali, essendo da sempre in mano a degli uomini, manifestano chiare tendenze maschiliste.
La mancanza di candidati femmine rischia di porre in evidenza l’esistenza delle candidature non democratiche e quindi la mancanza della libertà di voto sia per gli uomini che per le donne; ecco dunque il vero scopo delle quote rosa: proteggere l’illusione di un voto democratico pagando con una piccola percentuale di seggi da cedere a delle donne, le quali in questo modo ritengono di avere ottenuto paradossalmente una maggiore rappresentatività. Una maggiore partecipazione di alcune donne al mondo politico, in un mondo non democratico, sarà di qualche vantaggio per tutte le donne? Un falso rappresentante donna sarà migliore di un falso rappresentante uomo? Certo, per le donne potrà apparire più credibile, ovvero sarà più difficile accorgersi dell’inganno; il vero problema dunque non è la presenza delle donne in parlamento, ma la mancanza di libertà di voto.

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4.a.17 – Bisogna ridurre il numero dei parlamentari?

2 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Bisogna ridurre il numero dei parlamentari?

Il Parlamento è un organo istituzionale i cui membri devono rappresentare la popolazione. E’ l’istituzione che, composta da membri liberamente eletti dal popolo, contraddistingue gli Stati democratici; nonostante ciò, i membri del Parlamento vengono spesso visti dal popolo come dignitari nobiliari, anche perché insigniti con titoli come Senatore, Onorevole, Eccellenza, ecc., gratificati da ogni sorta di privilegio (palazzi sfarzosi, servitori in livrea, milizie personali, immunità legale, ecc.), nonché inarrivabili da parte dei cittadini che dovrebbero rappresentare, se non dopo una serie di mediazioni di vassalli di vario livello e comunque per estrema concessione.
Quando la popolazione non si sente ben rappresentata dal proprio Parlamento, quando addirittura se ne sente oppressa, si tende a limitare i danni richiedendo una diminuzione del numero dei Parlamentari, una riduzione delle loro retribuzioni, una limitazione dei loro costosissimi appannaggi. Tale aspirazione della popolazione viene normalmente placata dalle affermazioni di sdegno da parte degli stessi parlamentari sui loro privilegi da loro stessi stabiliti, nonché dalle promesse di una riforma che diminuisca sia il numero dei membri che quello dei privilegi, salvo poi non concretizzare nulla a causa di altre priorità legislative, a causa del mancato accordo sulla riforma costituzionale da effettuare, a causa delle lungaggini dell’apposita commissione di studio per la riforma, fino alla prossima crisi di governo che porterà a nuove elezioni in cui reiterare le stesse promesse. Tali promesse si riferiscono a riduzioni ora del venti, ora del trenta, ora del cinquanta percento, ma in base a quale criterio? La democrazia indiretta si basa sul concetto di rappresentanza ed in passato si era scelto un alto numero di parlamentari per poter rappresentare in modo accurato le varie linee di pensiero presenti nella popolazione, pertanto un parlamento numeroso dovrebbe garantire una migliore democrazia. In base a quale criterio si stabilisce ora che, in nome di una maggiore snellezza istituzionale, si può migliorare il sistema e quindi la democrazia? Non è un controsenso? Viene il dubbio che non ci sia nessun criterio, se non quello appunto di placare gli animi, aumentando la percentuale di riduzione promessa al crescere del malcontento.
Cerchiamo di stabilire insieme un criterio di riduzione del numero dei parlamentari partendo dalle seguenti considerazioni:
• se la popolazione è costituita da 50 milioni di persone e si stabilisce che ogni parlamentare debba rappresentare 50.000 cittadini, si ottiene un parlamento costituito da 1.000 membri;
• i parlamentari devono svolgere il loro compito istituzionale coerentemente al loro programma elettorale e, in caso di materie non previste dal programma, soprattutto se particolarmente delicate come una riforma costituzionale o la partecipazione a una guerra, devono comunque votare secondo coscienza nel rispetto del popolo che rappresentano;
• in alcuni Paesi, come l’Italia, l’esperienza ci dimostra che ciò non avviene; i parlamentari votano a blocchi compatti secondo le indicazioni del partito di appartenenza (cosa del tutto normale visto che in sede di voto i cittadini non possono formulare alcuna preferenza e in pratica eleggono l’unico candidato proposto da un tale partito nella circoscrizione elettorale di competenza; con tale sistema i parlamentari sono nominati dai partiti e non eletti dai cittadini e quindi rispondono ai primi e non ai secondi); è storia recente il caso di due parlamentari che, avendo osato votare secondo coscienza e coerentemente ai rispettivi programmi elettorali, ma in contrasto con l’indicazione del partito, sono stati espulsi del partito e tacciati di alto tradimento;
• se i parlamentari rappresentano i partiti e non i cittadini, non ha più senso collegarne il numero alla popolazione;
A questo punto il criterio è semplice: il numero dei parlamentari deve corrispondere al numero dei partiti e ognuno voterà con un peso corrispondente a quello attribuito al partito di appartenenza, con drastica riduzione delle spese e raggiungimento della massima snellezza operativa; tale soluzione non diminuisce la democrazia, semplifica e rende più economico con molto realismo e senso pratico un sistema in cui la democrazia è già assente.
Volendo prodigarsi nella diminuzione dei parlamentari, si tratta di una brillante soluzione, ma è facile rendersi conto che si tratterebbe della risposta all’ennesimo falso problema, che ci svia nell’inquadrare quello vero e ci impedisce di perseguire la soluzione veramente necessaria; le ingenti spese sostenute per i parlamentari sono infatti un’inezia rispetto alle somme sperperate per finanziare i partiti e i mezzi di comunicazione, per pagare opere pubbliche faraoniche e inutili, per partecipare a missioni militari all’estero, insomma per sostenere una macchina politica inefficiente. Il vero problema è allora l’inefficienza delle istituzioni a sua volta causata dalla mancanza di una vera rappresentatività dei cittadini. In un tale sistema, non serve cambiare le persone, perché queste sono dei non rappresentanti; che senso ha sostituire un non rappresentante con un altro non rappresentante? Inquadrato il vero problema, bisogna impegnarsi a una rifondazione del sistema che assicuri una vera democrazia.

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4.a.18 – Capitalismo o comunismo?

3 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Capitalismo o comunismo?

Capitalismo e comunismo sono due diversi sistemi economici concepiti durante l’evoluzione della nostra storia come risposta alle nuove esigenze del mutato ambiente sociale.
Per cercare di capire la struttura di tali sistemi, giustamente definiti economici, bisogna preliminarmente fare chiarezza sul significato del temine economia. L’economia, o meglio l’economia politica, è una scienza sociale, così come ci conferma la sua stessa etimologia, cioè le parole greche da cui deriva: oicos (casa, patrimonio), nomos (legge) e politicos (della società); si tratta di una disciplina che nasce dall’estensione delle regole dell’amministrazione familiare al più vasto campo della società. Essa riguarda pertanto la produzione della ricchezza e la sua distribuzione fra i componenti della comunità in un dato periodo storico. Dopo le società basate sullo schiavismo e dopo quelle feudali fondate sulla servitù della gleba si è giunti alle società mercantili, cioè a dei sistemi economici basati sullo scambio di merci e servizi contro denaro, dei sistemi in cui il capitale ha assunto una primaria importanza fra i mezzi di produzione, tanto da caratterizzare la definizione del sistema stesso: capitalismo.
Un sistema capitalista che opera in un libero mercato tende a una sempre maggiore concentrazione dei capitali dovuta alla concorrenza: i produttori più efficienti aumentano il proprio capitale, cioè il principale mezzo di produzione, con cui produrre merci migliori o a costi più bassi; i produttori agricoli, artigianali e mercantili che perdono di competitività sono costretti a passare a un lavoro dipendente; si crea così una separazione fra lavoro e mezzi di produzione, questi diventano proprietà esclusiva di alcuni mentre altri dispongono solo della propria capacità lavorativa; nasce allora un nuovo mercato, quello del lavoro, in cui si compra e si vende la capacità lavorativa, in cui anche la forza lavoro diventa una merce. A lungo andare la concentrazione di capitali porta a situazioni di monopolio o di oligopolio, cioè a sistemi in cui il capitale rimane nelle mani di uno o pochi imprenditori che possono imporre i propri prezzi, a scapito non solo dei consumatori, ma anche degli altri imprenditori che sono costretti a cessare l’attività e degli aspiranti imprenditori che non hanno alcuna possibilità di entrare sul mercato; il capitalismo non garantisce quindi né la libertà d’impresa, né il libero mercato e l’ideale di un mercato che si possa equilibrare spontaneamente in base a delle leggi naturali è un’utopia.
Il capitalismo, con i suoi fenomeni di disoccupazione di massa, di inflazione fuori controllo, di cannibalismo fra imprese e di consumismo che alimenta con la pubblicità nuovi bisogni, è un sistema contrario alla natura umana, la quale tende invece a realizzarsi mediante la soddisfazione dei propri bisogni sia materiali, sia psichici in un clima di produttiva cooperazione solidale.
In contrapposizione al capitalismo è stato allora teorizzato un altro sistema: il comunismo. Il comunismo prevede l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e l’assenza dello Stato in una società capace di regolamentarsi spontaneamente in modo che ognuno possa ricevere una parte della ricchezza comune proporzionata alle proprie necessità. I tentativi di procedere verso una società comunista hanno portato invece a organizzazioni fortemente stataliste, con piena occupazione forzata (cioè con spreco di risorse) e prezzi imposti d’autorità (in condizioni di inflazione repressa, dove la produzione, non potendo adeguare i prezzi, rimane molto limitata e causa lunghe file di consumatori fuori dai pochi negozi per accaparrarsi i pochi beni venduti prima che si esauriscano). Questi due fenomeni sono entrambi riconducibili all’inefficienza della pianificazione statale, la quale porta a un eccesso di burocrazia che a sua volta crea una corruzione generalizzata e un mercato nero parallelo a quello ufficiale. Il comunismo non garantisce dunque una equa distribuzione delle risorse, né una società basata sulla solidarietà e l’ideale di una comunità libera da qualsiasi imposizione statale è un’utopia.
Il comunismo, con i suoi fenomeni di povertà diffusa, di inflazione repressa, di corruzione dilagante e di statalismo pernicioso che mortifica ogni iniziativa privata, è un sistema contrario alla natura umana, la quale tende invece a realizzarsi mediante la soddisfazione dei propri bisogni sia materiali, sia psichici in un clima di produttiva cooperazione solidale.
Ecco allora che gli estremi opposti finiscono per ricongiungersi: sotto il capitalismo l’uomo sfrutta l’uomo, sotto il comunismo avviene invece il contrario, è l’uomo che viene sfruttato dall’uomo. Stabilire se il capitalismo è preferibile al comunismo o viceversa è dunque un altro falso problema, le moderne economie sono sempre più di tipo misto, sono sistemi in cui si cerca di garantire la libera impresa senza rinunciare a interventi statali di correzione al libero mercato; il vero problema è allora quello di contemperare tali esigenze nell’interesse generale, è quello di dotarsi di un sistema veramente rappresentativo dei cittadini che assicuri loro la soddisfazione dei relativi bisogni.

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4.a.19 – La pressione fiscale va alleviata?

4 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

La pressione fiscale va alleviata?

Le imposte sono necessarie per finanziare le opere e i servizi di pubblico interesse come le strade, le reti energetiche, la difesa del territorio, ecc., ma ancora una volta dobbiamo sottolineare l’importanza delle parole: se definiamo il prelievo tributario come pressione fiscale, è il termine stesso ad evocare una negatività e a far apparire tale fenomeno come un problema.
Se la pressione fiscale è un problema, la relativa soluzione consiste nella riduzione della stessa e, dato che tale riduzione può essere effettuata solo dai governanti in carica, ci attendiamo che siano questi ultimi a farlo; i politici, per assecondare tale aspettativa della popolazione, potranno tenere i seguenti comportamenti:
• promettere grandi riduzioni della pressione fiscale, in particolare i partiti all’opposizione evidenziano come questa sia aumentata durante la gestione del governo in carica, mentre quelli di governo sottolineano come ciò sia stato necessario per il risanamento del paese da essi realizzato e che la naturale conseguenza sia una riduzione delle imposte nella legislatura successiva;
• effettuare delle manovre diversive (abbassare l’aliquota di tassazione modificando però il calcolo della base imponibile che risulterà più elevata; ripartire il carico fiscale su un numero maggiore di imposte in modo che risulti meno percettibile; ridurre le imposte dirette aumentando contemporaneamente quelle indirette, ecc.);
• giustificare comunque la mancata soluzione del problema con un altro grave problema: l’evasione fiscale.

Alla fine apparirà che non sono i governanti a non saper amministrare le risorse, ma i cittadini ad essere ladri.
La verità è che il prelievo tributario in sé non è per niente un problema; in una società complessa è necessario che si deleghino allo Stato determinati servizi e quanto più la comunità è sana ed efficiente, tanto più si tenderà a gestire i servizi in forma collettiva con un finanziamento altrettanto collettivo. Il vero problema da inquadrare bene consiste nella mancata corrispondenza fra quanto versato a titolo di imposte e quanto ricevuto sotto forma di servizi pubblici; è meglio una pressione fiscale del 60% con ospedali attrezzati, scuole qualificate e autobus puntuali o una del 40% con criminalità organizzata, traffico impazzito e acqua razionata?
Una pressione fiscale troppo elevata induce all’evasione fiscale che viene allora ritenuta dal cittadino come una legittima difesa; dall’altra parte i governanti invece accusano gli evasori fiscali di sottrarre risorse, impedendo così di poter ridurre le imposte o migliorare i servizi; vi sono poi delle fasce di popolazione che, essendo sottoposte a ritenute alla fonte, non evadono, ma sopportano mal volentieri questa discriminazione verso gli evasori, se non altro perché consapevoli di pagare anche per loro. Se per i cittadini che pagano le imposte l’evasione fiscale è un problema, la lotta all’evasione e il conseguente recupero di imposte sottratte dovrebbe essere la soluzione; spesso i governi infatti si vantano di essersi fortemente impegnati in questo senso e di aver recuperato a tassazione miliardi di euro di materia imponibile e la popolazione onesta plaude a queste notizie; la stessa popolazione dovrebbe però poi preoccuparsi di valutare il miglioramento nei servizi ricevuti: in caso di assenza di miglioramenti, che fine hanno fatto le somme recuperate? Quale concreto vantaggio traggono i cittadini onesti dal veder pagare gli evasori?
In mancanza di un governo efficiente che non sprechi le risorse, anche l’evasione fiscale è un falso problema, il vero problema è l’uso che i governanti fanno dei soldi delle tasse e la riduzione della pressione fiscale è una falsa soluzione, oltretutto mai realizzata nella pratica se non in misura irrisoria.

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4.a.20 – Il reddito va redistribuito?

5 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Il reddito va redistribuito?

Il reddito può essere definito come l’incremento, espresso in termini monetari, della ricchezza in un determinato periodo di tempo. Se si considera una nazione come un’unità produttiva, si può parlare di reddito nazionale per quantificare la ricchezza da essa prodotta, cioè la torta da spartire, ma chi ha diritto a una fetta? E di quali dimensioni? Una nazione è un insieme di persone associate in molti sottoinsiemi: famiglie, imprese, città, sindacati, confessioni religiose, partiti politici, ecc., che in vario modo contribuiscono alla formazione della torta e che quindi hanno diritto a una fetta della stessa.
In presenza di forti sperequazioni nella divisione della torta fra i cittadini, si tende a porre in essere delle manovre di politica economica che portino a un riequilibrio della situazione; ciò avviene mediante una redistribuzione del reddito a favore delle classi meno abbienti agendo su delle opportune leve fiscali: imposte dirette con aliquote crescenti, imposte indirette più elevate sui beni di lusso, imposte di successione, ecc.. A questo punto la popolazione si divide fra:
• Chi appoggia la redistribuzione del reddito perché ritiene che le classi beneficiarie delle fette maggiori sfruttino quelle meno abbienti e quindi deduce che queste ultime debbano essere aiutate a recuperare quanto indebitamente loro sottratto;
• Chi avversa la redistribuzione del reddito perché sostiene che le classi beneficiarie delle fette maggiori le ottengono grazie al loro maggiore impegno, maggiore rischio, maggiore capacità e quindi non devono veder mortificato tutto ciò a favore di persone meno produttive e meno meritevoli.
A ben guardare, tutte e due le posizioni basano le proprie argomentazioni sul merito: la torta deve essere divisa secondo i rispettivi apporti produttivi, ma non c’è accordo su come tale apporto debba essere valutato; in un mercato perfetto, dove la domanda e l’offerta possano incontrarsi senza subire l’influenza di fattori devianti, sarebbe il mercato stesso a remunerare equamente i fattori della produzione, ma purtroppo la situazione è ben diversa: esistono infatti giovani aspiranti imprenditori che, non disponendo di capitali propri, non vengono finanziati dalle banche per mancanza di garanzie; imprenditori che non riescono a stare sul mercato schiacciati da monopoli legalizzati o dalle pretese di organizzazioni criminali; lavoratori dipendenti che in caso di perdita del posto sono destinati alla disoccupazione; aspiranti studenti che non riescono ad accedere alle università perché a numero chiuso, ecc.; la redistribuzione o meno del reddito (cioè la divisione del reddito dopo la sua produzione) è allora un falso problema, quello vero è costituito dai criteri di attribuzione iniziale del reddito, cioè dalla mancanza di un sistema che assicuri delle pari opportunità e che non scoraggi la buona volontà della maggioranza della popolazione.
E’ evidente che anche un sistema che assicuri pari opportunità ha bisogno di manovre correttive di redistribuzione, ad esempio per solidarietà verso gli svantaggiati (orfani, disabili, ecc.), ma si tratterà di casi eccezionali, non della normalità. Chi trae vantaggio da una redistribuzione perenne? Accettare un’eterna redistribuzione significa implicitamente ritenere che sia inevitabile una cattiva distribuzione del reddito alla fonte e ciò porta a tollerala e a confidare in una successiva redistribuzione (che però può essere molto inferiore a quanto perso in precedenza).
E’ infine da notare che il prelievo fiscale effettua una redistribuzione del reddito solo quando utilizza le risorse prelevate alle classi più agiate per servizi pubblici che supportino le classi meno abbienti: asili nido, case di riposo, trasporti pubblici, assistenza sanitaria, ecc., ma in caso di servizi pubblici inadeguati, ad un depauperamento delle prime non corrisponde un arricchimento delle seconde e quindi non si ha alcuna effettiva redistribuzione; la falsa redistribuzione costituirà però un ottimo affare per chi la avrà amministrata, sia come propaganda elettorale, sia come pretesto per aumentare le imposte (le quali, in caso di non totale utilizzo in servizi per i cittadini, rappresentano una fonte di finanziamento per la classe politica).

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4.a.21 – Come riconoscere i veri problemi?

6 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Come riconoscere i veri problemi?

Un primo criterio per riconoscere un falso problema lo abbiamo già visto, consiste nel notare che esso non porta mai a soluzioni soddisfacenti; se dunque abbiamo prodotto solo una serie di fallimenti, è bene rivedere tutto dall’inizio perché forse l’origine delle nostre difficoltà è proprio nella definizione del problema.
Questo criterio è certamente utile, ma è applicabile quando però si è già sbagliato ed è già stato sprecato tanto sudore e tanta fatica; è possibile prendere delle precauzioni per rendere meno probabile tale genere di errore? Vi sono dei punti di riferimento per orientarsi in questa selva di problemi veri e falsi? Proviamo a cercare la risposta esaminando i nostri punti di riferimento principali, quelli che usualmente chiamiamo valori.
Se prendiamo infatti i casi riconosciuti come veri problemi, possiamo osservare come essi rappresentino sempre un pericolo per i nostri valori più cari: ad esempio l’uso delle sostanze stupefacenti è una grave minaccia sia per la salute che per la libertà personale; un discorso analogo si può fare con tutti gli altri: la mancata prevenzione di molti tumori e di varie forme di inquinamento è una chiara minaccia per la salute; il crescente consumo energetico, il significato equivoco del pil, l’uso deviato del denaro pubblico e la cattiva ripartizione della ricchezza sono una minaccia al benessere; il falso garantismo, la mancanza di democrazia e la mancanza di libertà di voto, sono un pericolo per la libertà ed il benessere. Esaminare dunque in quale modo il nostro problema danneggia i nostri valori ci può aiutare a conoscerlo meglio e ad evitare il dubbio che sia un falso problema.
Riflettendo bene su questo punto, possiamo anche concludere che la funzione principale, svolta dai nostri valori come punti di riferimento, è proprio quella di permetterci di distinguere ciò che è bene da ciò che è male, e quindi anche ciò che è un problema da ciò che non lo è.

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4.a.22 – Qual è il rapporto fra esperienza, cultura e soluzioni?

7 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Qual è il rapporto fra esperienza, cultura e soluzioni?

Ricordando che il nostro patrimonio culturale si è formato con un susseguirsi di adattamenti e dato che ogni adattamento, consapevole o meno, può essere considerato come la soluzione di un problema, possiamo apprezzare sotto una diversa luce il valore dell’esperienza e della cultura come un capitale di possibili soluzioni a innumerevoli problemi.
Questo modo di vedere ci stimola però anche verso nuove considerazioni: sappiamo che trovare una soluzione ai nostri problemi spetta principalmente a noi stessi, almeno da adulti, e ciascuno di noi infatti cerca di affrontare i piccoli/grandi problemi di ogni giorno; ogni soluzione trovata è un nuovo gene culturale che arricchisce il nostro patrimonio culturale e, se condiviso, quello dell’umanità intera.
Ognuno di noi dunque produce nuove varianti culturali, dando il suo contributo all’evoluzione collettiva; ciò significa che non siamo mai solo semplici e passivi seguaci di tradizioni, perché è nella nostra intrinseca natura partecipare attivamente all’evoluzione culturale, quindi allo sviluppo della storia e della nostra società; la nostra tradizione culturale, essendo come già detto di origine servile, ci induce a sottovalutare questa nostra capacità, ma questa va invece valorizzata al massimo se vogliamo realizzare un mondo veramente democratico, ovvero sotto il nostro controllo.
A sua volta una vera democrazia è l’ambiente migliore per sfruttare questa capacità, poiché solo in essa la popolazione può dirsi libera e può far circolare le idee senza restrizioni. A tal proposito lo studio dell’evoluzione genetica ci mostra come questa proceda più velocemente e con maggiore varietà di specie, quindi di specializzazioni, quando vi è la possibilità di un continuo rimescolamento dei geni; lo stesso accade nell’evoluzione culturale, fin dai primi contatti commerciali che hanno portato alle grandi civiltà dell’antichità. Su queste basi possiamo dedurre che, con la moderna circolazione delle informazioni e con l’economia basata sulla condivisione delle conoscenze, ci stiamo muovendo nella giusta direzione.
La conoscenza dei meccanismi dell’evoluzione tuttavia ci dice anche che i vantaggi di un migliore utilizzo delle nostre capacità di innovazione saranno di breve durata; una più rapida innovazione porterà infatti a cambiamenti più veloci del nostro ambiente artificiale e ci porrà di fronte a nuovi problemi. Questo è il fenomeno già descritto della perenne emergenza evolutiva, la quale rappresenta, è proprio il caso di dirlo, la madre di tutti i nostri problemi. Se vogliamo evitare di sottoporci ad esigenze di cambiamento sempre più stressanti, dobbiamo interrompere questo circolo vizioso, dobbiamo fare in modo che le nostre soluzioni non siano causa di nuovi problemi; questo, come abbiamo scoperto, equivale a dire che esse devono essere compatibili con i nostri valori, dovranno cioè rispettare una sorta di codice morale per realizzare un progresso stabile che rallenti, invece di accelerare, la nostra frenetica evoluzione culturale.
Le nostre soluzioni dunque non si devono più limitare a risolvere i singoli problemi, ma devono evitare di crearne altri per la collettività, giungendo ad una sorta di ecocompatibilità sociale per una sana evoluzione, ossia per il vero progresso. 

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PALCO D’ONORE
    CARLO PETRINI

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Capitolo 4.b

8 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

LA SELEZIONE DEI PROBLEMI

Ragioniamo insieme; dopo aver esaminato l’importanza di inquadrare bene un problema e dopo aver visto quanto sia facile e pericoloso sbagliare generando dei falsi problemi, possiamo iniziare lo studio dei veri problemi e partire da una loro razionale valutazione. Lo scopo finale è quello di capire quali siano i problemi che più danneggiano la nostra vita, quali siano quelli da affrontare per primi e magari trarre qualche spunto per impostare delle soluzioni.

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   ELIO E LE STORIE TESE – LA TERRA DEI CACHI 

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4.b.1 – Quali sono i problemi più gravi?

9 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Quali sono i problemi più gravi?

Abbiamo già notato che vi è uno stretto legame fra problemi e valori, in quanto ciò che mina i nostri valori è sempre un problema e viceversa; di conseguenza, in modo naturale, tanto maggiore sarà l’importanza attribuita ad un valore, tanto più un problema ad esso associato sarà considerato grave; in questo modo, da una gerarchia di valori se ne ottiene facilmente una di problemi. Utilizzando questo criterio verranno poste in evidenza tutte le minacce alla nostra vita individuale come la guerra, la criminalità e le malattie mortali, che risulteranno ancora più gravi se riguarderanno i nostri figli; in secondo piano saranno posti furti ed atti di vandalismo che minacciano la nostra proprietà, quindi il nostro benessere, ma non la vita.
Notevole rilievo sarà dato alle minacce alla libertà di azione e di pensiero, come leggi autoritarie, ostacoli economici, propaganda ingannevole, oscurantismo e intolleranza, tuttavia è bene ricordare come tali pericoli siano spesso resi ancora più gravi da una loro errata percezione dovuta ad una cattiva educazione inconscia: avevamo fatto l’esempio dei medici che fumavano e guidavano ad alta velocità pur avendo tutte le conoscenze necessarie per comprendere il pericolo, ma il discorso si può facilmente estendere alla pubblicità e alle leggi antidemocratiche che vengono accettate con assurda noncuranza semplicemente perché siamo stati educati a farlo.
Un’educazione carente, arretrata e distorta rappresenta allora un problema veramente grave, in grado di danneggiare seriamente i nostri valori più preziosi; rientrano in questo ambito tutte le forme di inquinamento psicologico che abbiamo incontrato, a cominciare dai falsi problemi. A sua volta l’inquinamento psicologico è causato, mantenuto e diffuso dalla disinformazione, dall’evoluzione culturale (che è fuori dal nostro controllo e questo ci riporta alla mancanza di democrazia, senza la quale tale controllo diviene proibitivo), nonché all’emergenza evolutiva che ne è la diretta conseguenza.
I nostri principali problemi risultano quindi intrecciati fra loro e per affrontarli al meglio è bene fare un po’ di ordine; una classificazione basata sulla gravità dei problemi è un buon inizio, ma non è l’unico criterio possibile, ora ne cercheremo altri.

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INTOLLERANZA, PROBLEMA

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  ALBERTO MANZI

CONCETTI IN PILLOLE                                                                            
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   n. 41 – LA SELEZIONE DEI PROBLEMI                                                

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4.b.2 – Quali sono i problemi più urgenti?

10 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Quali sono i problemi più urgenti?

Non sempre i problemi più gravi sono anche quelli più urgenti e, dovendo scegliere quali affrontare per primi, dobbiamo assolutamente tener conto di questo fatto. Da cosa è data l’urgenza di un problema? È data dal tempo che abbiamo a disposizione per risolverlo, in quanto esiste un limite oltre il quale sarà troppo tardi; tanto minore è il tempo rimasto, tanto maggiore sarà l’urgenza.
Cercando di risolvere il maggior numero di problemi, è ragionevole iniziare da quelli più urgenti, sperando che poi rimanga tempo sufficiente anche per gli altri; questa tecnica non presenta controindicazioni se pensiamo che non vi siano problemi più gravi di altri, ma in caso contrario, come spesso accade, dobbiamo prestare molta attenzione che non rimangano fuori tempo massimo alcuni dei più gravi.
Se però abbiamo molto tempo per le questioni più gravi, in base allo stesso ragionamento è sensato iniziare da quelle meno gravi, ma più urgenti; per fare un esempio estremo, se ci accorgiamo che il nostro bambino sta per far cadere un piatto dal tavolo, noi interrompiamo subito qualunque attività possa essere rinviata, per quanto importante essa sia, poiché l’intervento richiesto al tavolo è urgentissimo, sebbene non di vitale importanza; purtroppo però non è sempre così facile valutare le priorità.

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IL CASO CELEBRE
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4.b.3 – E’ importante considerare le risorse disponibili?

11 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

È importante considerare le risorse disponibili?

Nell’affrontare realisticamente un problema, ci troveremo prima o poi a fare i conti con le risorse a nostra disposizione; una soluzione che richieda troppi soldi, troppo tempo, troppa forza fisica, che sia al di fuori della nostra portata per qualunque motivo, non è oggettivamente praticabile, non è una vera soluzione, non per noi almeno. Se non esistono o non riusciamo a trovare soluzioni praticabili il problema rimarrà al di fuori delle nostre possibilità.
Sembrerebbe allora ragionevole iniziare ad affrontare i problemi partendo da quelli che appaiono sicuramente entro il nostro raggio d’azione, evitando di sprecare tempo e fatica in quelli che probabilmente risulteranno per noi insolubili; questa tecnica è tuttavia molto rischiosa: come possiamo sapere se un problema non presenta soluzioni se non abbiamo già cercato di risolverlo? In linea di principio noi sappiamo con certezza che un problema è effettivamente alla nostra portata solo quando abbiamo trovato una buona soluzione, allo stesso modo dovremmo pensare che non lo sia dopo vari tentativi falliti; in genere invece ci basiamo su dei pregiudizi basati sul confronto con problemi simili o semplicemente sul sentito dire: quella è cosa da specialisti, quell’altra da filosofi e per quest’altra serviranno chissà quanti soldi. Lo scopo di questo modo di fare è proprio quello di evitare di sprecare risorse inutilmente, ma è piuttosto facile incorrere in gravi errori e rinunciare in partenza ad affrontare problemi che sono invece risolvibili.
Talvolta l’impresa sembra troppo grande perché sottovalutiamo le risorse a nostra disposizione, un caso classico è quello del giovane aspirante imprenditore che ignora l’esistenza di fondi agevolati o a fondo perduto stanziati dagli enti pubblici e quindi rinuncia ad aprire l’attività, ma ancora più comune è il caso di chi pensa di dover fare tutto da solo sottovalutando i possibili collaboratori, non pensando che lo stesso problema è condiviso da molti altri, i quali pertanto potrebbero rivelarsi ottimi alleati; questo eccesso di individualismo è dovuto al nostro retaggio culturale. Ricordiamoci che, se il gruppo è una delle strategie evolutive di maggior successo, è anche vero però che per noi, discendenti dei servi della gleba, è una risorsa che appare poco disponibile; la nostra struttura sociale è sempre quella di piccoli gruppi familiari isolati e disorganizzati, il nostro gruppo è frammentato ed inutilizzabile e ciò rappresenta sicuramente un danno sociale e culturale gravissimo.
Gli animali sociali nascono e vivono in un gruppo già formato che li sostiene in ogni occasione, non si forma un nuovo gruppo per ogni nuova difficoltà; ecco perché è così difficile per noi trovare degli alleati per i nostri problemi, sebbene il numero delle persone, cioè dei potenziali alleati, sia più elevato che mai e nonostante la vicinanza fisica che contraddistingue le nostre città. In altre parole ci manca tanto il legame sociale tipico del villaggio tribale, la nostra comunità originaria dalla quale siamo stati strappati non dal progresso, ma dalla schiavitù dell’antichità. Certamente non si può e non si deve tornare indietro, ma così come nel mondo attuale è stata introdotta l’agricoltura biologica, che riprende processi dell’agricoltura del passato in chiave moderna, si può pensare di fare lo stesso con la nostra società, introducendo una struttura equivalente a quella antica.

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4.b.4 – E’ possibile partire dalle soluzioni?

12 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

È possibile partire dalle soluzioni?

Consideriamo un problema molto attuale come quello dell’inquinamento dovuto allo scarico delle automobili: poniamo che una persona dotata di tanta buona volontà si trasferisca, dopo lunghe ricerche, in un appartamento a 1 km dal proprio ufficio al fine di poter andare a piedi al lavoro ed eliminare così la sua parte di inquinamento. Dopo tanto impegno che vantaggio trarrà il resto della popolazione da questa sua iniziativa? Un’automobile in meno su decine di migliaia comporterà una riduzione delle sostanze nocive assolutamente irrilevante, quindi per tutti i concittadini non vi sarà alcun vantaggio reale.
Quale vantaggio ci sarà per il nostro volenteroso camminatore? Respirando la stessa aria degli altri anche per lui la riduzione di sostanze nocive respirate sarà praticamente nulla e quindi la sua nobile iniziativa non servirà né a sé stesso, né agli altri. Probabilmente egli avrà la soddisfazione di aver fatto la propria parte dando il buon esempio, ma si tratta di un’illusione, come si può fare la propria parte realizzando qualcosa di totalmente inutile? Certo, se altri seguissero il suo esempio non sarebbe più una cosa inutile, ma noi sappiamo con certezza che non lo faranno, perché per rendere collettiva una simile iniziativa non è sufficiente un modello, è assolutamente necessaria un’organizzazione capillare ed efficiente, cioè un’organizzazione che non esiste.
Pur rendendo omaggio alla buona volontà del nostro concittadino esemplare, dobbiamo riconoscere che il suo tentativo è fallito, non ha ottenuto nulla e lo stesso accadrebbe a quei pochi che dovessero seguire il suo esempio.
Si deve concludere che non era un buon esempio, non era quella la parte che avrebbe dovuto fare un singolo individuo; l’inquinamento è infatti uno dei problemi collettivi per eccellenza e come tale richiede soluzioni collettive; la parte del singolo può pertanto essere solo quella di formare un gruppo di ambientalisti o di aggregarsi ad uno già esistente, sperando che questo diventi con il tempo tanto grande da poter realizzare soluzioni efficaci. Dobbiamo tuttavia ammettere che, per vari motivi, formare una grande e potente associazione ambientalista non è cosa facile, in molti vi hanno provato, ma con risultati ancora inadeguati.
Consideriamo ora un altro problema: la dipendenza dalle sigarette, cioè il fumo di tipo attivo; immaginiamo un’altra persona volenterosa che decida di fare la sua parte smettendo di fumare. Che vantaggio trarrà il resto della popolazione da questa sua iniziativa? Essendo l’uso delle sigarette un costume che si inserisce nella socializzazione, un fumatore in qualche modo incoraggia involontariamente gli altri a fare altrettanto, ma un singolo cattivo esempio in meno, tra tanti in continua attività, non porterà sensibile beneficio alla società. Dunque smettere di fumare non porta alcun beneficio agli altri, ma vediamo se ne porta alla persona in esame: i danni alla salute e la dipendenza psicologica dovuta al fumo attivo dipendono dalle proprie sigarette e non da quelle degli altri; in questo caso allora cambia tutto, il singolo trae grandi benefici da questa sua iniziativa, sia per la salute, sia per la libertà personale e anche per le sue finanze.
Indubbiamente egli non ha risolto il problema che le sigarette rappresentano per la nostra società, però almeno ha risolto il problema per sé stesso; il fumo attivo pertanto può essere considerato un problema con forte componente individuale in quanto il singolo individuo può risolvere la sua parte di problema dando un esempio che porterà vantaggi a tutti coloro che lo vorranno imitare.
Consideriamo ora un caso intermedio: il fumo passivo; immaginiamo venti impiegati di cui dieci siano accaniti fumatori che, per antica tradizione, fumino liberamente in ufficio. Se poniamo che tali impiegati lavorino in stanze separate in gruppi da cinque, sarà sufficiente accordarsi in sole cinque persone, in modo da formare una stanza di non fumatori, per risolvere o ridurre sensibilmente il problema del fumo passivo. Si tratta di un caso che può essere agevolmente risolto, a livello individuale, da un piccolissimo numero di persone e non da una grande e articolata organizzazione.
Abbiamo dunque visto che dei grandi problemi possono essere affrontati in modo collettivo, a beneficio di tutti, oppure in modo individuale a vantaggio del singolo o di pochi senza però recare danno agli altri, anzi estendendo il beneficio a tutti coloro che vorranno seguire il giusto esempio. Se poi una soluzione individuale dovesse diventare una moda, diffondendosi come un virus culturale, potrebbe anche risolvere il problema in modo collettivo senza alcuna particolare organizzazione.
Sappiamo che non tutti gli elementi culturali possono diffondersi in questo modo, ma quando questo è possibile, è certo un’opportunità da sfruttare; negli altri casi è invece necessario ricorrere alla forza del gruppo, cosa spesso proibitiva quando sono necessarie grandi associazioni di migliaia di individui, ma invece fattibile e rapida quando sono sufficienti poche persone, in tal caso è addirittura il problema stesso a stimolare la formazione del gruppo.
Davanti ai suoi grandi e piccoli problemi, l’uomo comune è forzato dunque a cercare soluzioni individuali o per piccoli gruppi poiché solo queste sono alla sua portata, salvo i rari casi in cui esistano già grandi associazioni in grado di aiutarlo; ne segue che una selezione dei problemi in base al tipo di soluzione (individuale, per piccoli gruppi, collettiva) risulta sovente inevitabile nella pratica.

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4.b.5 – Cosa sono i problemi radice?

13 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Cosa sono i problemi radice?

Abbiamo introdotto vari criteri per valutare i problemi che ci affliggono, per capire quali sono più importanti, più urgenti o più facili da trattare, ma nessuno di questi ci permette di tenere conto dei legami che esistono fra di loro; sappiamo però che essi possono essere finemente intrecciati, che a volte si sostengono a vicenda e che altre volte discendono l’uno dall’altro. Se non impariamo ad orientarci in questa rete di problemi, difficilmente potremo trovare soluzioni veramente efficaci, al massimo metteremo a punto solo rimedi superficiali e temporanei.
Ricordando la regola dei 5 perché, abbiamo visto come, risolvendo un problema a monte, si possano risolvere tutti quelli a valle, si possano cioè risolvere più problemi con una sola soluzione. Questo ovviamente comporta un enorme risparmio di risorse ed in genere una maggiore efficacia, essendo stato il male estirpato alla radice. Studiare in che modo i problemi sono fra loro legati è dunque di fondamentale importanza e ne garantisce anche un migliore inquadramento.
Esaminiamo dunque la rete che circonda i problemi principali che abbiamo già incontrato, guerre, criminalità, alcolismo, malattie ecc., cercando le cause più profonde e magari in comune, che chiameremo problemi radice (o solo radici) in quanto alla base, ovvero a sostegno, di tutti gli altri. Ognuno di essi è per definizione all’origine di molti altri problemi di tipo derivato, ma questi possono essere il risultato combinato di radici diverse; se dunque risolvessimo un problema radice elimineremmo anche i suoi derivati, ma solo quelli da esso esclusivamente dipendenti, gli altri invece, avendo molteplici cause, ne risulterebbero solo ridimensionati, indeboliti, comunque però più facili da affrontare avendo ora basi meno solide.
Per ogni radice eliminata dunque si avrà una lunga serie di vantaggi, ma prima è necessario individuarle; è quanto cercheremo di fare nei prossimi paragrafi, senza la pretesa di riuscire a trovarle tutte, si tratta solo dell’inizio di un lungo lavoro nel quale dovremmo sentirci tutti coinvolti.

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CONCETTI IN PILLOLE                                                                            
pillola
   n. 42 – I PROBLEMI RADICE          
 

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4.b.6 – Quale è l’origine delle guerre?

14 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Quale è l’origine delle guerre?

Abbiamo citato come questioni particolarmente gravi le guerre, la criminalità e le malattie mortali, poiché mettono in serio pericolo la nostra vita. Dallo studio della nostra storia culturale sappiamo che le guerre sono un fenomeno antichissimo, probabilmente più antico della nostra stessa specie e nasce come mezzo per regolare le dispute territoriali fra tribù. Cercando di capire quale sia l’origine delle guerre abbiamo dunque trovato una prima causa storica: le guerre sono il mezzo che la cultura tribale ha sviluppato per vincere la concorrenza territoriale delle altre tribù; il territorio è ovviamente la principale risorsa economica nel mondo antico, in esso infatti troviamo tutti i beni primari come acqua, selvaggina, terreni coltivabili, giacimenti minerari, legname, ecc. e dato che ciascuna di queste risorse può essere oggetto di contesa, può anche diventare la causa di una guerra. Alla base di tutto troviamo quindi la rivalità economica fra le popolazioni umane, le quali come tutte le popolazioni animali tendono ad espandersi fino al massimo sfruttamento delle risorse disponibili.
Nel mondo animale l’espansione demografica viene arginata da carestie, siccità, incendi o inverni particolarmente rigidi; la disponibilità delle risorse non è fissa, ma può variare da un anno all’altro; se la variazione è positiva si avrà un periodo di abbondanza e un contestuale aumento della popolazione, se è negativa si avrà un periodo di carestia e la popolazione denutrita cadrà più facilmente vittima dei predatori e delle malattie con conseguente riduzione della popolazione fino ad un nuovo punto di equilibrio.
È necessario ricordare che in assenza di predatori e malattie, come accade negli zoo, un eventuale sovraffollamento o penuria di cibo porta ad esplosioni di violenza fuori dalla norma, tali da causare morti fratricide (ovvero fra membri della stessa specie). In natura non si arriva a tali estremi perché si può emigrare in nuovi ambienti alla ricerca di cibo e di spazio, cosa impossibile in uno zoo. In assenza dunque dei normali fattori che controllano l’espansione demografica, se ne attivano altri di emergenza: l’aumento della violenza dovuto alla maggiore concorrenza e l’esplorazione di nuovi territori.
Nel mondo umano queste condizioni eccezionali sono diventate la norma, fin dall’antichità i predatori sono stati sostituiti da predatori umani e quando con l’avvento dell’agricoltura è aumentata la disponibilità di cibo, dopo un periodo di prosperità sono iniziate presto nuove guerre, con eserciti più grandi, con battaglie più violente ed armi più sofisticate; lo stesso processo si è poi riproposto con la rivoluzione industriale.
Anche l’invasione di nuovi territori e nuovi ambienti è stata una strategia largamente applicata in tutti i tempi; nel lontano passato ci ha portato a colonizzare l’intero pianeta, ma terminati i territori disabitati, le ondate migratorie hanno portato a nuove guerre con le popolazioni locali.
Le guerre dunque storicamente ci appaiono come la naturale conseguenza della concorrenza economica dovuta a sua volta alla penuria di risorse che deriva da una mancata regolazione demografica. Alla base di tutto questo vi sono le nostre eccezionali capacità di adattamento culturale che ci hanno reso quasi invulnerabili rispetto agli antichi predatori.
Abbiamo dunque trovato una serie di quattro cause storiche, ma tali cause sono presenti ancora oggi? La scienza moderna ci ha reso più adattabili che mai, debellando anche molte malattie, la popolazione è cresciuta enormemente, la penuria di risorse si è invece diversificata: nei paesi poveri le carestie sono ricorrenti, ma in quelli ricchi sembrano un lontano ricordo; i paesi ricchi tuttavia continuano a farsi la guerra, come mai? La rivoluzione industriale ha cambiato radicalmente l’economia e con essa le risorse utilizzate ed ecco che le grandi potenze di oggi non combattono più per il grano, ma per i giacimenti minerari, per quelli petroliferi e per altre moderne risorse. La storia inoltre ci documenta che anche alla base delle guerre più recenti si trova spesso la concorrenza economica e quindi, dato che tutte e quattro le cause sono ancora presenti, non dobbiamo stupirci che vi siano nuove guerre.
Come mai questi problemi non sono stati risolti nonostante tutta la nostra scienza e tecnologia? Perché per la nostra cultura tradizionale, frutto di una evoluzione inconsapevole e quindi non soggetta né a critica razionale, né ad interventi correttivi, tali problemi sono già risolti; essa infatti riconosce come problemi solo la scarsità di risorse e la presenza di rivali con cui contenderle, per poi superarli entrambi con un’unica soluzione, che è appunto la guerra.
Dunque quello che per i singoli esseri umani è uno dei mali principali, per la nostra spietata evoluzione culturale e per la politica tradizionale è una soluzione e non un problema; la guerra diviene allora una risorsa per la sopravvivenza da tutelare ed esaltare con adeguata propaganda e cultura bellica, basata sul valore dell’eroe guerriero e sull’esaltazione delle gradi potenze militari del passato; ancora oggi si parla della gloria dell’antica Roma, formata dalle sue innumerevoli vittorie militari. In un simile contesto culturale la guerra può essere vista al massimo come un male necessario ed inevitabile, non come un problema da risolvere.

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4.b.7 – Nel mondo moderno intervengono anche nuove cause?

15 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Nel mondo moderno intervengono anche nuove cause?

La soluzione del gravissimo problema delle guerre che affliggono l’umanità è ostacolata, oltre che dalla presenza di cause storiche, anche da una cultura che valorizza la guerra come soluzione, oppure che la presenta come un male inevitabile, come un tempo lo era la peste, dovuto ai capricci del destino e non a precise leggi di natura, prevedibili e aggirabili; questo è un problema aggiuntivo che sostiene quello principale e che, anche senza esserne una causa diretta, ne costituisce un’importante base culturale che inibisce ogni tipo di possibile soluzione.
È tuttavia doveroso osservare che se anche qualcuno trovasse il modo di eliminare tutte le cause principali, poi nessuno sarebbe in grado di metterlo in pratica; non esiste infatti un governo globale in grado di applicare detto metodo su tutto il pianeta e se venisse applicato solo da alcune nazioni, queste sarebbero comunque esposte agli attacchi delle altre. Altro grande ostacolo ad un mondo pacifico è dunque la frammentazione e disorganizzazione politica.
Passando dall’epoca tribale a quella moderna possiamo anche notare che, purtroppo, nel tempo si sono aggiunte anche altre cause a fianco di quelle originarie: una di queste è il mantenimento o la crescita del potere politico; nulla come una guerra unisce una nazione e placa ogni dissidio interno, inoltre essa comporta quasi sempre un aumento dell’autorità e del prestigio dei governanti. Questa è una strategia ben nota fin dall’antichità e sono numerose le guerre che la storia oggi riconosce come nate per questo fine.
Spesso al caso precedente si unisce anche la crescita del potere politico verso l’esterno, nei confronti degli altri paesi; tanto più una nazione diviene grande, ricca e potente, tanto minore è la probabilità che qualcuno le faccia concorrenza od osi attaccarla. Le guerre di questo tipo ovviamente non dipendono da problemi economici della popolazione, ma dagli interessi della classe dominante; esse sono una delle prove tangibili della mancanza di democrazia, a sua volta dovuta alla tradizione culturale e alla frammentazione sociale della popolazione in nuclei familiari isolati.
In tempi ancora più recenti è sorto un nuovo fenomeno: l’influenza politica delle varie lobby industriali, che sono l’equivalente dei clan familiari nella nuova classe dominante, a cominciare dalla potentissima industria bellica che, fin dall’inizio della rivoluzione industriale, è uno dei settori di traino sia economico che tecnologico. Per fare un esempio della sua potenza anche a livello politico basti pensare che durante la guerra fredda le due superpotenze rivali accumularono un arsenale nucleare, con annessi impianti, edifici, fonti di energia, ecc., tale da distruggere la vita sulla Terra oltre 70 volte di seguito. A cosa servivano tutte quelle bombe se il 2% di esse era più che sufficiente per cancellare qualsiasi nemico? Come deterrente erano inutili, come riserva il 10% di esse era già assai abbondante (sette volte la fine del mondo!), come manifestazione di potenza per infondere sicurezza ed esaltazione al proprio popolo erano uno strumento valido, ma ve ne erano altri assai meno costosi. Sorge il sospetto che il motivo principale fosse che tutto quell’arsenale doveva anche essere pagato, alimentando un’industria fondamentale per l’economia della nazione. Non vanno dunque sottovalutate le ricorrenti e documentate accuse secondo le quali il peso politico di queste lobby sia stato determinante nello scatenare alcune guerre, altrimenti evitabili; ne segue, di nuovo, che tali conflitti non sarebbero stati combattuti solo per penuria di risorse delle comunità coinvolte, ma per il profitto di gruppi di interesse esterni ad esse; sebbene dunque sia vero che nel mondo tribale le guerre fossero inevitabili per la popolazione al fine di sopravvivere economicamente, questo non vale per molte guerre moderne. Questa influenza politica non sarebbe possibile senza altissimi livelli di corruzione nelle istituzioni, a loro volta permessi dalla mancanza di democrazia.
Riassumendo quanto abbiamo detto riguardo la guerra, essa è dovuta ad una serie di cause molto antiche che rappresentano gli anelli di una catena: la grande adattabilità dell’essere umano, la sconfitta dei nemici o rivali naturali, l’aumento demografico, la scarsità delle risorse e la conseguente rivalità territoriale; a queste se ne sono aggiunte altre più recenti come la ricerca del potere politico e gli interessi delle lobby industriali. Abbiamo inoltre rilevato che, volendo eliminare qualcuna di queste cause, si incontrano determinati ostacoli che abbiamo definito problemi di sostegno a quelli principali, si tratta di fattori culturali come la semplice ignoranza, la mancanza di organizzazione politica e sociale di tipo democratico, la cattiva educazione e tradizione culturale, fattori che presentano la guerra come una soluzione o un male necessario.
È importante sottolineare come tali fattori culturali inibiscono ogni tipo di soluzione al problema della guerra e quindi andrebbero eliminati per primi; si tratta dunque di premesse fondamentali per il persistere delle guerre il cui contributo non deve essere ignorato.

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Domenica 16 agosto 1309

16 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

black knight preparing for jousting tournament

CHE INIZI LA GIOSTRA!

Oggi è festa nel Villaggio di Ofelon!

A sei mesi dalla fondazione del Villaggio di Ofelon
oltre trentaduemila “viandanti telematici”
hanno visitato il Villaggio.
vi aspettiamo tutti con piena cittadinanza, muniti del vostro avatar,
per ampliare sempre di più la nostra tavola rotonda
in cui vogliamo confrontarci su temi importanti,
ma sempre divertendoci insieme
e fino a raggiungere risultati concreti
per un effettivo, diffuso e percepito miglioramento
della qualità della nostra vita.

Ofelon per tutti
e tutti per Ofelon!

logo_ofelon_60_colore

 

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4.b.8 – Quali sono le origini della criminalità?

17 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Quali sono le origini della criminalità?

Le origini della criminalità si perdono nella notte dei tempi, comportamenti simili sono stati osservati anche fra gli animali, soggetti anche questa volta a particolari condizioni di scarsità di cibo. In simili condizioni furti e rapine compaiono anche fra membri dello stesso gruppo o della stessa famiglia, fino ad arrivare ad atti di cannibalismo. Tali comportamenti sembrano essere la versione individuale del comportamento bellico tribale, hanno la stessa origine e la stessa funzione, sono strategie per la sopravvivenza in caso di carestia.
I comportamenti umani però in genere si manifestano per tradizione culturale e non solo in caso di povertà estrema, inoltre spesso non sono atti individuali, ma effettuati da gruppi organizzati. I fenomeni criminali ci mostrano come probabilmente si è passati dai furti e rapine simili a quelli degli animali a comportamenti bellici tipici dell’essere umano. Una piccola banda di rapinatori equivale ad una banda di guerrieri che compie una scorreria ai danni di una tribù vicina; vi sono forti inibizioni e grandi rischi nel derubare membri della propria famiglia o della propria tribù, invece derubare degli estranei al gruppo è certo più facile e in genere meno rischioso, potendo contare sulla protezione e collaborazione della propria tribù. Quelle che chiamiamo associazioni a delinquere, sono gruppi di individui che si pongono al di fuori della società ufficiale e che si riorganizzano nel modo più naturale per gli esseri umani, cioè costituendo piccole o grandi bande formate da clan di amici o familiari proprio come le antiche tribù, e come queste trattano come prede gli altri esseri umani.
Le associazioni più grandi inoltre sviluppano al proprio interno una rigida gerarchia ed una rigorosa organizzazione, con un proprio regolamento o codice d’onore al quale si aggiungono rituali interni, fra i quali assumono particolare importanza quelli di iniziazione esattamente come i nostri lontani antenati.
Se escludiamo i cosiddetti delitti passionali, il resto dei fenomeni criminali appare molto più simile agli scontri fra tribù nemiche piuttosto che ad atti scorretti all’interno di una comunità animale; questo ci indica che la delinquenza è un fenomeno sociale che segue delle proprie leggi naturali e non la somma casuale del contributo dei singoli criminali. Una seconda conferma del fatto che i malviventi formino delle comunità indipendenti ci viene dal fatto che spesso arrivano a farsi la guerra fra loro, guarda caso per motivi economico-territoriali, come avviene nelle guerre di mafia. Una terza conferma ci viene dall’incremento di criminalità che segue i flussi migratori: gli immigrati hanno per vari motivi sempre grosse difficoltà ad inserirsi nella società locale, diversa per cultura, lingua e forse per etnia, la quale per sua natura tende a respingerli come corpi estranei; le popolazioni dunque rimangono a lungo distinte e sorgono inevitabilmente dispute per le risorse; posti di lavoro, case, luoghi aperti al pubblico, fondi per l’assistenza, ecc., sono le dispute territoriali moderne; se poi le attività illegali sono fra le poche risorse disponibili la predazione fra popolazioni rivali è inevitabile. Tale fenomeno si è ripetuto più volte nella storia, ad esempio negli Stati Uniti con la grande immigrazione di fine ottocento dall’Europa e attualmente dal Messico; lo stesso è accaduto in Europa occidentale con l’immigrazione dall’Africa, dai paesi dell’est e dall’estremo oriente.
Per quanto sia giusto che ognuno si assuma la responsabilità delle proprie azioni e ne subisca le conseguenze al fine di limitare e reprimere i fenomeni criminosi, nel cercare di prevenire tali fenomeni non possiamo dimenticare che sono frutto di leggi biologiche, sociali e culturali e non solo della malvagità dei singoli delinquenti; ecco perché tutti i tentativi basati sull’educazione religiosa, tesi a rendere più buoni i singoli esseri umani, hanno sempre fallito e lo stesso vale per la semplice dissuasione basata sulla minaccia delle forze dell’ordine. La criminalità è sopravvissuta a secoli di polizia e di religione, essa si sviluppa o regredisce indipendentemente o quasi da questi fattori; il fattore determinante è l’evoluzione della società e questo rende la criminalità un problema da affrontare e prevenire principalmente a livello politico; sono dunque i governanti che devono rendere sconvenienti le attività illegali e non la polizia, la quale è nata per gestire situazioni di emergenza, quando il reato è stato già commesso, o di pericolo, quando si ritiene che possa accadere a breve, con attività di prevenzione che, per quanto importanti, avranno sempre un’efficacia limitata.
È dunque necessario distinguere fra repressione e prevenzione: nella prima è fuori discussione la centralità del singolo delinquente, poiché, essendo lo scopo quello di evitare che si ripeta quanto già accaduto, si interviene su specifici eventi e sui relativi autori; nella seconda invece si cerca di evitare crimini non ancora commessi, pertanto non vi è alcun autore da perseguire e di conseguenza si deve intervenire più a monte, a livello politico, nella struttura della nostra società.
Un analogo discorso vale per la magistratura; sono frequenti le notizie di processi infiniti, di criminali liberati per decorrenza dei termini o per cavilli procedurali a cui seguono pesanti accuse a una magistratura molle, incapace di amministrare la giustizia. A ben vedere però, i giudici sono tenuti ad applicare la legge e quindi è l’operato del legislatore e dell’amministrazione che dovrebbe essere messo in discussione, non quello dei giudici.
La prevenzione e la riduzione dei fenomeni criminali è pertanto un compito specifico dei politici, ma si deve ricordare che se questi non sono soggetti a un efficace controllo democratico, formano inevitabilmente anch’essi una popolazione ben distinta dalla massa, divenendo in breve tempo una tipica classe dominante. Per quale motivo il gruppo dei potenti dovrebbe contrastare la criminalità che infierisce sulle masse? I politici combatteranno la criminalità solo se questa minaccia il loro potere e lo faranno nella misura in cui è necessario al mantenimento o al rafforzamento della loro supremazia, in caso contrario la delinquenza non sarà degna del loro interesse. Si può ben capire poi la gravità di una classe politica corrotta, a sua volta dedita a varie attività illecite o legalizzate appositamente: come possono dei delinquenti combattere efficacemente il crimine? Potranno al massimo contrastare le attività dei criminali concorrenti, ma favoriranno sempre i loro complici; ecco dunque che un sistema politico efficace ed autenticamente democratico risulta indispensabile per affrontare questo problema. La permanenza per molti decenni di grandi e potenti associazioni criminali sono un chiaro segno di connivenza o aperta complicità fra politica e criminalità, nonché di una mancanza di vera democrazia.
Riassumiamo quindi la rete di problemi legati alla criminalità: le cause storiche sono le stesse che portano anche alla guerra, ma rispetto a questa, risulta ancora più importante il contributo dato dai fattori culturali come la mancanza di democrazia e la cattiva gestione politica ed economica.

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4.b.9 – Da dove vengono le malattie?

18 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Da dove vengono le malattie?

Come tutti sappiamo, le malattie sono sempre esistite e sono chiaramente un fenomeno naturale, tuttavia oggi farebbe scandalo la morte di un paziente affetto da polmonite, mentre un tempo era una ovvia fatalità. Grazie ai progressi della medicina sono cambiati gli strumenti per difenderci sia dal punto di vista delle cure che da quello della prevenzione.
La scienza moderna ci ha permesso di conoscere la vera natura di tali fenomeni che, nel loro manifestarsi, sono a volte meno naturali di quanto si possa pensare; ad esempio le ricorrenti e spaventose epidemie di peste bubbonica del medioevo furono favorite dal trasporto di topi infetti nelle navi commerciali che provenivano da paesi lontani; alla base della pestilenza dunque non vi era solo la natura o l’ignoranza di cure mediche, ma anche la rete di rotte commerciali che furono la causa scatenante delle epidemie nei paesi europei; in tempi assai più recenti, nel ventesimo secolo, si ebbe una epidemia della febbre emorragica di Ebola, dovuta alla povertà che indusse gli ospedali africani a riutilizzare gli aghi usati dopo averli disinfettati; purtroppo il virus era in grado di resistere a quel processo di disinfezione e quindi furono proprio le cure ospedaliere a scatenare l’epidemia. Meritano di essere citate anche le patologie dovute alle varie forme di inquinamento industriale dell’aria e dell’acqua, nonché quelle dovute agli esperimenti atomici a cielo aperto e simili.
La medicina oggi documenta innumerevoli patologie che sono legate più al comportamento umano che alla natura, ne segue che anche questi fenomeni, a prima vista così naturali, spesso hanno una base culturale e politica, che ci riportano a problemi già noti come la mancanza di democrazia, lo stato di sudditanza della popolazione, la frammentazione sociale.
Su questo argomento vale la pena ricordare l’importanza di una corretta ed adeguata informazione, nonché di un’adeguata cultura per comprenderla: le nozioni di storia, medicina ed economia, necessarie per comprendere sia i predetti legami fra malattie e società, sia le eventuali misure di prevenzione, devono essere un patrimonio comune. Ecco un caso pratico che conferma come la cultura serva a vivere e non solo a lavorare; la medicina non è riservata esclusivamente ai medici, alcune nozioni di base devono essere note a tutti, sia per capire i consigli dei medici stessi, sia per capire le responsabilità nostre e dei nostri politici in merito. Un analogo discorso può essere fatto per tutte le altre discipline: diritto, economia, biologia, psicologia, ecc.

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ALBERT BRUCE SABIN
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4.b.10 – Da cosa dipendono i disagi economici?

19 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Da cosa dipendono i disagi economici?

In precedenza si è detto che i limiti più grandi alla libertà personale e collettiva derivano da regimi politici e tradizioni culturali autoritarie. A questi problemi si è risposto culturalmente introducendo nuovi valori come la democrazia, la tolleranza, la parità dei sessi e i diritti dei bambini; tuttavia eravamo giunti alla conclusione che tra le libertà più importanti vi erano anche quelle di avere una casa, una famiglia, un lavoro, prospettive di carriera o di prestigio sociale; nell’esercizio di tali libertà si incontrano ancora grandi ostacoli anche nel mondo occidentale, non autoritario e con la mentalità patriarcale in netto declino.
La prima causa che incontriamo per questi problemi è di tipo economico: disoccupazione, salari contenuti, case troppo costose e quindi difficoltà e lunghi tempi di attesa per poter formare una famiglia. La povertà o una semplice cattiva gestione economica è certamente uno dei principali mali, nemico della libertà quanto le dittature alle quali è spesso associata; le masse oppresse economicamente si trovano infatti in uno stato di naturale dipendenza ed esasperazione che le rende più facilmente manipolabili favorendo l’instaurarsi di governi autoritari.
Vale la pena di ricordare che la povertà in genere comporta anche un minore accesso all’istruzione, esponendo i cittadini ai pericoli dell’ignoranza e della disinformazione, altri fattori che facilitano la manipolazione delle masse.
La gestione della propria economia personale è certo una responsabilità del singolo individuo, ma indubbiamente è molto dipendente anche dall’economia collettiva ovvero dalla politica economica; di nuovo troviamo un legame con la gestione politica, la quale dovrebbe essere uno strumento per risolvere tali problemi. Le difficoltà che incontriamo nell’ottenere una vita dignitosa dunque possono dipendere sia dalle nostre incapacità personali, sia da una cattiva gestione economica a livello politico. Si badi bene che i problemi economici, anche se non dovuti ad una cattiva politica economica, ma all’evoluzione storica dei mercati e ad altri fattori imprevedibili, dovrebbero essere perlomeno attenuati da una buona gestione a livello politico; in alcuni casi quindi la responsabilità dei politici non è quella di essere la prima causa del problema, ma quella di non intervenire in modo adeguato. Le difficoltà nel gestire i politici inadempienti o incapaci ci riportano infine al problema della mancanza di democrazia.
Oltre ai soldi vi è un altro bene assai prezioso la cui carenza rappresenta un grave problema: il tempo. Per compiere qualunque azione occorre del tempo, a volte ciò che ci occorre non è del tutto fuori portata, ma per ottenerlo ci occorre troppo tempo: lunghe ore nel traffico per andare a lavoro, ore di fila alla posta, lunghi anni per completare gli studi, anni per trovare un lavoro stabile, anni per essere in grado di mantenere una famiglia, decenni per pagare il mutuo della casa. Altre volte manca il tempo necessario: poco tempo per mangiare, per stare con i figli, per divertirsi, per lavorare bene.
Come mai nel terzo millennio, con elettrodomestici per ogni esigenza, con computer superefficienti, con automobili velocissime e con telefoni portatili, ci manca il tempo? Si ripresenta lo stesso fenomeno dei geni vantaggiosi: una volta che si sono diffusi a tutta la popolazione non sono più un vantaggio, essere grandi e forti per esempio è un vantaggio solo fino a quando sono numerosi quelli piccoli e deboli, ma quando la selezione li avrà eliminati si ritornerà al punto di partenza, con un’accanita e temibile concorrenza. Allo stesso modo, sempre in un ambiente concorrenziale, la diffusione delle tecnologie più veloci porta al fatto che più tempo risparmiamo, più ne abbiamo bisogno in un circolo vizioso senza fine. È un fenomeno normale sia nell’evoluzione biologica, sia nell’evoluzione della società, ma che risulta particolarmente evidente nello stato di emergenza evolutiva nel quale ci troviamo.
Il discorso appena fatto per il tempo può essere generalizzato per qualunque risorsa: se coltiviamo un campo di grano per il nostro personale fabbisogno, un sistema di coltivazione più efficiente ci permetterà di produrre più grano, qualora ce ne sia la necessità, oppure ci consentirà di risparmiare terreno, la nostra risorsa, in modo da poterlo destinare ad altri usi; se invece produciamo grano per venderlo in concorrenza con altri produttori, il diffondersi di una nuova tecnica più efficiente consentirà a chi la possiede di vendere a prezzi minori e ciò farà aumentare la clientela, cioè la domanda del prodotto; la maggiore richiesta di grano renderà necessario un aumento della produzione, magari tale da richiedere tutto il terreno già disponibile e forse anche di più.
In regime di concorrenza può quindi capitare che un aumento delle proprie capacità non comporti un risparmio di risorse; questo vale per il terreno, per il tempo e per ogni bene legato a un’economia di mercato, ecco dunque che la capacità di risparmiare tempo non ha portato ad un aumento effettivo della libertà.

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ARTHUR CECIL PIGOU
 

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4.b.11 – La disorganizzazione sociale facilita le tecniche di persuasione?

20 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

La disorganizzazione sociale facilita le tecniche di persuasione?

Parlando dei pericoli che minacciano la libertà di scelta e di pensiero si erano posti in evidenza la disinformazione, la pubblicità e le tecniche di manipolazione mentale; l’essere umano è infatti un animale sociale e come tale è stato predisposto dalla natura ad uniformarsi al gruppo, ne segue che noi tutti siamo facilmente influenzabili e quindi siamo potenziali vittime di manipolatori che ben conoscono i meccanismi della mente umana.
A conferma di quanto appena detto è sufficiente ricordare alcune situazioni molto comuni, delle quali noi tutti abbiamo avuto esperienza diretta:
• molti di noi hanno acquistato dei prodotti dopo aver ricevuto dei campioni in omaggio (tecnica che sfrutta la spontanea tendenza a contraccambiare ed a riconoscere come amico chi ci tratta con cordialità) e per lo stesso motivo hanno votato dei politici solo per aver partecipato a una cena elettorale; si badi che la reazione a contraccambiare un favore è inconscia e quindi si possono fare concessioni molto più importanti rispetto a quanto ottenuto. Inoltre, nei rari casi in cui si è consapevoli del trucco, si può verificare che, se si è accettato il dono, è quasi impossibile resistere al senso di colpa che ci impone di non andar via senza aver comprato qualcosa.
• altri hanno lasciato una mancia ai camerieri vedendo un recipiente con delle monete (tecnica che si fonda sull’innata tendenza ad uniformarsi alla consuetudine) e per lo stesso motivo si recano puntualmente alle urne a ogni elezione politica (anche in questo caso agiamo istintivamente, senza pensare al servizio reso dal cameriere o ai meccanismi delle leggi elettorali che in molti casi stravolgono la volontà popolare);
• molte volte ci siamo trovati a ritenere congruo il prezzo di un oggetto dopo aver visto il prezzo molto più elevato di oggetti simili (tecnica che sfrutta il giudizio basato sul confronto) e per lo stesso motivo abbiamo votato un politico dopo aver giudicato assolutamente inaffidabile l’avversario (il tutto sempre per reazioni condizionate, che non valutano le effettive qualità dell’oggetto rispetto al proprio prezzo o le reali capacità del politico a svolgere il proprio mandato);
• probabilmente tutti abbiamo comprato qualcosa di pubblicizzato da un’attrice o da un campione sportivo (tecnica che deriva dall’innata reazione di simpatia) e per lo stesso motivo abbiamo votato un politico solo perché originario della nostra città o perché ha più o meno la nostra età (anche stavolta la reazione non è controllata dal ragionamento, che evidenzierebbe immediatamente l’assoluta mancanza di nesso fra le caratteristiche dell’attrice o del politico con l’oggetto commercializzato piuttosto che con il programma elettorale);
• a diverse persone è capitato di ordinare vini costosissimi al ristorante dopo essere stati consigliati da uno sconosciuto qualificatosi come sommelier (tecnica studiata sull’innata sottomissione all’autorità o a un personaggio autorevole) e per lo stesso motivo è capitato di votare un politico in quanto affermato professore o ricco imprenditore (anche la reverenza all’autorevolezza scatta senza valutare le nostre effettive necessità);
Alla base di queste banali tecniche di inganno, come di altre più complesse, vi è dunque la natura della mente umana che la rende facilmente pilotabile, ma la stessa natura forma persone con pochi scrupoli: anche i manipolatori sono infatti esseri umani che seguono la propria natura, quella di predatori dei propri simili. Che cosa spinge lo stesso uomo ad essere ora un alleato e dopo uno spietato truffatore o peggio? I fattori che scatenano la parte peggiore di noi sono molto numerosi, ma nel caso della pubblicità commerciale troviamo certamente la paura di soccombere alla concorrenza, la semplice avidità, la paura di future crisi economiche che spinge ad accumulare il più possibile nel presente ed infine una tradizione culturale di tipo delinquenziale. Per quanto riguarda la propaganda politica troviamo fattori assai simili, in particolare un’accesa concorrenza ed una mentalità con pochi scrupoli, fra i quali ha un peso maggiore la sete di potere.
Stiamo parlando di cose così profondamente radicate nell’animo umano da apparire fin troppo naturali, quindi devono essere sempre esistite e sempre esisteranno, vi siamo abituati da millenni e sappiamo come difenderci in modo accettabile. Le cose tuttavia sono cambiate nell’ultimo secolo con gli sviluppi della psicologia e dei mass media, esistono oggi nuove tecniche e nuove situazioni e noi, povere prede, non sappiamo chiaramente difenderci, visto il successo delle varie forme di propaganda.
Oltre che alla natura, la situazione attuale va imputata allora alla nostra veloce evoluzione culturale, alla quale ci dobbiamo adeguare in modo altrettanto rapido; il tutto si riduce quindi ad un problema di adattamento culturale, dobbiamo produrre nuove tecniche di difesa, l’ignoranza e l’apatia sono i principali alleati delle tecniche di persuasione.
Considerando poi che i nostri nemici sono degli specialisti al soldo di grandi e ricche aziende o grandi e potenti partiti, non si può sperare che il singolo cittadino riesca a difendersi da solo: deve a sua volta formare ed appoggiarsi ad una grande organizzazione che lo difenda; una simile organizzazione dovrebbe essere lo Stato, che avrebbe i mezzi e l’autorità per farlo, ma che purtroppo è sotto il comando dei politici, dei partiti e delle grandi aziende senza scrupoli da cui ci dovrebbe difendere. Anche altre organizzazioni, come i sindacati o le varie associazioni, in mancanza di un ordinamento democratico efficiente non possono operare, oppure non tardano a fare accordi sottobanco con i potenti.
Anche in questo caso dunque, la disorganizzazione del cittadino e la mancanza di democrazia giocano un ruolo decisivo rispetto al problema della manipolazione mentale.

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  ROBERT CIALDINI  stella4stella4stella4

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4.b.12 – Da cosa dipende l’inefficienza delle scuole?

21 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Da cosa dipende l’inefficienza delle scuole?

Si parla spesso della progressiva decadenza delle scuole, insegnanti sottopagati ed umiliati in vari modi, programmi antiquati o scelti con criteri molto discutibili, studenti privi di disciplina e abbandonati a sé stessi, strutture prive di manutenzione. Cerchiamo di analizzare insieme questi problemi che sembrano aumentare in modo esponenziale ed inarrestabile: gli uomini cercano di scegliere un lavoro che dia loro gratificazioni sia economiche che morali; se insegnare nelle scuole pubbliche significa guadagnare stipendi minimi, lavorare in ambienti spesso fatiscenti, subire pressioni, minacce e denunce da parte dei genitori degli allievi delle scuole primarie e da parte direttamente degli studenti delle scuole secondarie, alla lunga, chi svolgerà il delicato e fondamentale ruolo dell’insegnante? Probabilmente chi non è riuscito a trovare di meglio, si sta cioè effettuando una selezione dei meno qualificati unitamente a un’ingiusta umiliazione di coloro che, nonostante tutto, hanno la vocazione dell’insegnamento e tentano di svolgere seriamente il proprio lavoro. Si tratta di un problema di primaria importanza che genera una terribile spirale involutiva: una classe insegnante debole e impreparata forgia allievi ignoranti e indisciplinati che domani saranno genitori incapaci di crescere dei figli rispettosi degli insegnanti e propensi allo studio; i titoli di studio saranno sempre più sviliti dalla diffusione dell’impreparazione e, in una società in cui non si emerge per i meriti, gli studenti più lodevoli saranno comunque destinati a chiedersi perché abbiano studiato tanto; una popolazione di ignoranti, cresciuti da genitori assenti e da insegnanti impreparati, demotivati e succubi dei propri allievi, nonché insieme a coetanei altrettanto ignoranti, bulli e teppisti, non potrà mai capire l’importanza dello studio, soprattutto se i titoli di studio non danno certezze di lavori gratificanti e la società in generale non dà certezze per il prossimo futuro. Se il futuro è solo una nebulosa indefinita, ecco il proliferare delle tanto criticate generazioni del “tutto e subito”, senza rispetto per lo studio e per gli insegnanti, per il lavoro e i lavoratori, per i deboli e gli anziani, per gli altri e per sé stessi.
La pubblica istruzione è un sistema piuttosto complesso, come accade spesso nelle varie organizzazioni umane; tali sistemi sono come dei giardini, se non vengono curati in continuazione, saranno invasi dalle erbacce. La scuola pubblica è dunque un giardino trascurato dai propri giardinieri, cioè dalle istituzioni dello Stato, le quali evidentemente non sono interessate ad una buona formazione della generazioni future.
Sappiamo infatti che tanto più i cittadini sono ignoranti tanto più sono manipolabili, inoltre quanto più le scuole risultano inefficienti, tanto minori saranno gli studenti a raggiungere un alto livello di istruzione, cioè coloro che domani saranno i rivali dell’attuale classe dirigente, la quale peraltro si può permettere scuole private.
Alla base dunque del degrado progressivo delle scuole troviamo ancora una pessima gestione politica che, in assenza di democrazia, siamo costretti a subire passivamente, nonché tutta una serie di problemi economici e sociali, dovuti ai rapidi cambiamenti del mondo moderno, che hanno mutato le aspettative di occupazione dei giovani e reso i tradizionali percorsi scolastici inadeguati. Abbiamo già espresso il concetto di emergenza evolutiva e detto come questa possa essere fronteggiata solo con appositi adattamenti culturali; ne segue che una scuola inadeguata, una scuola carente soprattutto nell’istruzione di base che dovrebbe invece formare all’adattamento continuo alle veloci mutazioni ambientali, crea dei danni veramente incalcolabili.

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JOSEPH LANCASTER stella4stella4

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4.b.13 – E’ importante risolvere i problemi radice?

22 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

È importante risolvere i problemi radice?

Visti gli esempi precedenti, possiamo notare come alla base dei problemi esaminati si trovi sempre la mancanza di democrazia, alla quale poi sono sempre legati altri problemi come l’ignoranza, la disinformazione e la disorganizzazione sociale dei cittadini. Potremmo fare molti altri esempi nei quali arriveremmo alla stessa conclusione, questo perché per affrontare un qualunque problema è necessario avere le conoscenze adeguate, le informazioni giuste e, se sono necessarie delle soluzioni collettive, un’organizzazione che ci permetta di metterle in pratica. Se dunque vi sono delle grandi questioni da lungo tempo irrisolte è quasi certo che alla loro base troveremo i suddetti problemi.
I problemi radice che abbiamo trovato non sono allora delle cause remote e comuni alle principali disgrazie che ci affliggono, ma sono degli ostacoli che ci impediscono un adattamento culturale adeguato, sono delle barriere che bloccano la nostra principale risorsa per trovare delle soluzioni, ecco perché li ritroviamo alla base di tutti quei problemi che non riusciamo a risolvere.
È chiaro che ogni problema presenta anche delle difficoltà sue peculiari; ad esempio, se vogliamo raggiungere una baita in montagna per le vacanze (problema iniziale) stabiliremo il percorso da seguire con la nostra auto (soluzione), ma lungo la strada potremmo incontrare ghiaccio o neve come ostacoli ulteriori; se avessimo scelto un’altra destinazione come una casa al mare, forse avremmo trovato l’autostrada bloccata per un incidente o per l’alto numero di turisti e certo non la neve, ma se alla partenza scopriamo che la nostra auto ha la batteria scarica, avremo un ostacolo da superare qualunque destinazione si voglia raggiungere. Allo stesso modo, i problemi radice sono degli ostacoli validi per qualunque problema si voglia risolvere, è necessario dunque superarli per primi, così come bisognerà ricaricare la batteria della macchina prima di mettersi in viaggio.
È opportuno anche notare che tali problemi, come vere e proprie radici, alimentano e sostengono in continuazione tutti gli altri problemi da loro dipendenti; ignoranza, disinformazione e disorganizzazione da sempre formano un terreno fertile per le guerre, la criminalità, le malattie, la manipolazione delle masse.
Se si taglia una pianta alla base lasciando le radici nel terreno, molto probabilmente la pianta ricrescerà; allo stesso modo per quante guerre vengano combattute e vinte, se ne trovano sempre di nuove da combattere; finita una forma di discriminazione sociale, ad esempio fra nobili e plebei, ne compare presto un’altra fra padroni ed operai oppure una nei confronti delle popolazioni immigrate, o di tipo religioso e così via.
Facendo l’esempio inverso, se tagliamo alla base una pianta e poi estirpiamo le radici, anche ripiantando il fusto, certamente senza radici questo si seccherà e morirà; allo stesso modo con una cultura, una informazione, nonché con una organizzazione democratica efficienti, tanti dei nostri problemi non potranno sopravvivere così come è già accaduto per tante malattie davanti ai progressi della medicina.
È dunque di fondamentale e primaria importanza dedicare tempo ed energia per individuare, esaminare e risolvere i problemi partendo dalle radici.

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4.b.14 – Sappiamo valutare la portata dei problemi radice?

23 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Sappiamo valutare la portata dei problemi radice?

Parlando in astratto, tutti consideriamo negativamente l’ignoranza, la disinformazione, la disorganizzazione sociale e la mancanza di democrazia, ma per passare alle situazioni concrete bisogna tornare al concetto di percezione-reazione esaminato nello studio delle nostre strategie evolutive. E’ infatti improbabile che si possa reagire adeguatamente ai problemi radice senza averne piena consapevolezza e questa è ancora una volta offuscata dal grande inquinamento psicologico che caratterizza i nostri tempi. Riflettiamo insieme:
• come si fa a pensare che il problema dell’ignoranza sia una priorità in un mondo di laureati? La reale portata dell’attuale ignoranza è mascherata dai vari titoli di studio che tutti possiamo vantare, senza soffermarci sulla vera valenza di attestati e diplomi, nonché dalla convinzione che una persona ultraspecializzata, per esempio un neurochirurgo, non possa essere ignorante in infinite altre discipline alcune delle quali di fondamentale importanza;
• è mai possibile che esista un problema di disinformazione nell’era dei mass-media? La vera dimensione dell’attuale disinformazione è coperta dalla grande mole di dati che ci sommergono ogni giorno da diverse fonti: varie reti televisive, con vari telegiornali, rassegne stampa, interviste, esperti, ecc., ma la grande quantità è sempre più a discapito della qualità: giornalisti opinionisti, giornalisti conduttori, giornalisti portavoce, giornalisti intrattenitori, giornalisti mediatori, insomma tutto meno che veri giornalisti, cioè portatori di fatti, fatti oggettivi, non interpretati, manipolati, omessi o falsati;
• come si può percepire il problema della disorganizzazione sociale in pieno boom del terzo settore? L’effettiva consistenza dell’attuale frammentazione sociale è nascosta dalla miriade di forme associative esistenti: partiti politici, sindacati dei lavoratori, comitati di quartiere, associazioni sportive, congregazioni religiose, enti di beneficienza, fondazioni culturali, ecc., ma ancora una volta la quantità non permette di focalizzare la carenza di qualità: quante persone possono affermare che esiste un partito politico veramente rappresentativo? E un sindacato veramente affidabile? E un’associazione sportiva senza fini di lucro? E un ufficio pubblico veramente efficiente?
• non è inconcepibile parlare di mancanza di democrazia dopo la conquista del suffragio universale? Come può mancare in un mondo dove tutti votano? Abbiamo visto che è invece estremamente semplice: basta votare il meno peggio (rinunciando quindi ad avere dei veri rappresentanti), o votare delle liste compilate dalle segreterie di partito (rinunciando quindi alla libertà di voto), tuttavia è opinione assai diffusa che questo sia un modello di democrazia reale o che addirittura vi sia un eccesso di democrazia. Si tratta del problema radice più difficoltoso da estirpare proprio perché meno avvertito, anzi del tutto ignorato. Inoltre tale carenza di percezione è figlia dell’ignoranza (anche dei plurilaureati), della disinformazione (dovuta proprio ai mezzi di informazione) e della disorganizzazione sociale che ci porta, bisognosi della tutela di un gruppo come siamo, ad aderire ed appoggiare qualunque tipo di dittatura o falsa democrazia; questo paradossalmente vale maggiormente per chi è più insoddisfatto dello stato di cose attuale, perché essendo esasperato è disposto ad accettare di tutto pur di cambiare; ecco allora che i problemi radice si intrecciano fra loro creando una rete sinergica che ne amplifica la forza.

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   JOI ITO
 

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Capitolo 4.c

24 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

I PROBLEMI RADICE

Rimbocchiamoci le maniche; è giunto il momento di cercare di mettere in pratica quanto abbiamo imparato fino a questo momento. Abbiamo individuato quattro problemi radice: la disinformazione, l’ignoranza, la disorganizzazione sociale e la mancanza di democrazia; ora dobbiamo analizzarli con cura al fine di inquadrarli nel modo corretto: sappiamo infatti che solo così potremo definire degli obiettivi concreti mentre ora abbiamo solo vaghi desideri di un mondo migliore. In un contesto confuso si procede disordinatamente, i risultati saranno casuali e probabilmente insoddisfacenti, nel migliore dei casi si continuerà a girare a vuoto e nel peggiore verremo sopraffatti dallo sconforto, fino a rinunciare a risolvere i problemi ormai avvertiti come ineludibili disgrazie. Avere degli obiettivi concreti è dunque di fondamentale importanza, significa non dover brancolare nel buio mentre si cerca una soluzione, significa cioè fare in modo che la soluzione diventi un procedimento per raggiungere tali obiettivi. Senza una meta da raggiungere non possiamo stabilire quale percorso seguire, né stimare i costi e le difficoltà che incontreremo lungo il cammino. Iniziamo dunque insieme i preparativi per questo viaggio verso il vero progresso.

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 CONCETTI IN MUSICA
   JOVANNOTTI – SALVAMI

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4.c.1 – Dove vogliamo andare?

25 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Dove vogliamo andare?

Il nostro scopo è quello di migliorare la nostra vita liberandoci dei problemi che ci affliggono senza crearne altri; genericamente parlando, è questa la nostra aspirazione. Per individuare nella nostra mappa mentale una meta precisa dobbiamo orientarci con i nostri valori, che sono l’equivalente dei punti cardinali, nonché con i nostri problemi, che svolgono il ruolo di catene montuose che ostacolano il nostro cammino o quello di calamità naturali che ci spingono a cercare nuove regioni più ospitali.
Conoscere quali sono le regioni meno ospitali, la loro estensione ed eventuali sentieri per attraversarle vuol dire conoscere la corretta impostazione del problema, sapere da cosa fuggire e le possibili vie per farlo; i valori poi ci diranno se stiamo prendendo la direzione giusta, cioè quella che non ci condurrà verso nuovi e magari più gravi problemi.
Se infatti non ci preoccupiamo di rispettare i nostri valori fondamentali mentre scegliamo una soluzione, questa immancabilmente sarà causa di nuovi problemi anche se avrà eliminato quello vecchio. In precedenza abbiamo definito la vita, la libertà e la conoscenza come valori principali e ne abbiamo esaminato vari aspetti sotto cui si manifestano, ora dobbiamo aggiungere alla nostra mappa i problemi radice e la loro corretta impostazione e poi saremo in grado di stabilire delle mete più precise.

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APPROFONDIMENTI
   PUNTI CARDINALI

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    FERNÃO DE MAGALHÃES   stellastellastella

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4.c.2 – Che cosa è la disinformazione?

26 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Che cosa è la disinformazione?

La disinformazione è la diffusione di notizie errate e dannose, ovvero il diffondersi di un pericoloso inquinamento psicologico; in genere si ritiene che essa sia interamente dovuta all’opera di abili manipolatori, ma in realtà, come abbiamo già visto, quella è solo una parte di un fenomeno ben più vasto. Gli esseri umani infatti per loro natura hanno una forte tendenza a credere a ciò che dicono i personaggi autorevoli e a credere ai luoghi comuni, cioè a quel che dicono un po’ tutti; queste inclinazioni ai tempi della società tribale avevano l’importante funzione di mantenere l’accordo e la coesione nel villaggio, per questo ancora oggi riteniamo istintivamente vere le informazioni che sentiamo dire in giro, anche solo da due o tre persone, oppure quelle ricevute dal nostro professore di storia anche se parla di medicina.
Il nostro passato tribale ci rende inoltre inclini al pettegolezzo giornalistico, comunemente detto gossip o giornalismo scandalistico, nonché fortemente curiosi di eventi di cronaca nera, di incidenti spettacolari e di ogni sorta di informazioni emotivamente forti; come abbiamo già detto, tali curiosità trovavano delle applicazioni utili nel nostro lontano (ma non troppo) passato, ma oggi, nel mondo moderno, hanno perso queste funzioni e ci spingono a trascurare le notizie veramente importanti senza rendercene conto, a sentirci bene informati anche quando non lo siamo affatto.
In genere la credibilità degli esseri umani è sempre piuttosto limitata, ma essendo la nostra vita basata sulla collaborazione, dobbiamo essere propensi a fidarci l’uno dell’altro e ad accettare in modo poco critico la mappa mentale della comunità; quest’ultima, in tutto o in parte, è quasi sempre sbagliata, ma un tempo funzionava come se fosse vera poiché era il prodotto di una lunga selezione naturale, almeno fino all’avvento dell’agricoltura. Da allora le cose sono cambiate molto, ma la nostra natura è rimasta la stessa, siamo istintivamente creduloni e superficiali come nell’età della pietra.
Dobbiamo inoltre aggiungere che tutti noi abbiamo l’irresistibile impulso a diffondere ulteriormente le notizie errate che abbiamo ricevuto, ne parliamo con i nostri amici, rendendo loro un pessimo servizio; noi tutti non siamo solo vittime, ma anche fonti di questa disinformazione spontanea.
Alla base della disinformazione dunque troviamo la nostra stessa natura di animali sociali che, in un contesto sociale ed ambientale profondamente mutato, porta a degli effetti disastrosi anche in assenza di abili manipolatori delle folle. Nel nuovo ambiente noi accettiamo credenze che forse andavano bene in un’altra epoca, ma che oggi sono deleterie e diamo credito a personaggi sconosciuti e inaffidabili in quanto abituali frequentatori delle nostre case tramite lo schermo televisivo.
È bene ricordare che le scelte che facciamo nella vita dipendono dalle informazioni in nostro possesso: scegliamo un corso di studi perché ci hanno detto che poi sarà facile trovare lavoro, compriamo una seconda casa perché tutti dicono che è un buon investimento, ecc.. Più in generale, sulla base delle informazioni di cui disponiamo, costruiamo sia la nostra mappa mentale, sia la nostra cultura ed è quindi facile intuire quali effetti disastrosi possano seguire ad informazioni sbagliate. È anche doveroso ricordare che in un sistema democratico i cittadini devono giudicare i propri governanti e questo ovviamente sulla base delle informazioni che ricevono sul loro operato; da sola, la disinformazione politica è pertanto in grado di rendere inutilizzabile un sistema politico democratico.
Volendo esaminare i legami fra politica e disinformazione non possiamo fare a meno di notare che quest’ultima non è più dovuta solo a dei fenomeni naturali, ma che invece tali fenomeni sono ampiamente sfruttati dai politici, con l’ausilio dei migliori specialisti in tecniche di persuasione, per condizionare e dirigere le scelte delle masse. Le tecniche usate sono quasi sempre molto semplici per non dire banali, ma funzionano benissimo, visto che noi siamo per natura superficiali e quasi del tutto privi di senso critico.
Riassumendo abbiamo individuato tre cause fondamentali per la disinformazione:
• La natura sociale dell’uomo
• I cambiamenti ambientali
• I manipolatori
Le prime due sono fenomeni naturali e quindi chiameremo il loro effetto disinformazione naturale; la terza è invece dovuta a un atto consapevole di qualcuno e allora parleremo di disinformazione pilotata, in quanto si tratta dell’uso di un fenomeno naturale per un proprio interesse riuscendo a indirizzare tale fenomeno nella direzione voluta.

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APPROFONDIMENTI
   GOSSIPLUOGO COMUNE

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 de1   ELISABETH NOELLE-NEUMANN

CONCETTI IN PILLOLE                                                                            
pillola
   n. 43 – LA DISINFORMAZIONE

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4.c.3 – Quali sono i rapporti con gli altri problemi?

27 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Quali sono i rapporti con gli altri problemi?

Possiamo facilmente notare che il rapporto fra la disinformazione naturale e quella pilotata è strettissimo ed in particolare che la seconda si basa sulla prima: la notizia volutamente artefatta viene inizialmente diffusa tramite un qualunque canale mediatico, in questo modo viene recepita da un notevole numero di persone che spontaneamente la faranno propria secondo la loro natura, la notizia sarà a questo punto inserita nel normale circuito della diffusione naturale e quindi continuerà a diffondersi da sola, anche solo tramite passaparola, dalle prime ignare vittime. È poi probabile che anche giornalisti e personaggi famosi inconsapevoli cadano in questa rete, tornando a diffondere la notizia nuovamente sui mass-media e iniziando un nuovo ciclo di un circolo vizioso che si autoalimenterà.
Tutte le forme di disinformazione si basano dunque sulle stesse tendenze naturali dell’essere umano. In più occasioni abbiamo detto che gli istinti naturali non si possono e non si devono eliminare, ma di norma si possono integrare e gestire con un’opportuna educazione in modo da adattarli alle diverse situazioni; sappiamo già che questo si può fare anche nei confronti della nostra predisposizione a generare ed alimentare la disinformazione, in questo modo elimineremo o ridurremo sia quella naturale, sia quella pilotata che si basa sulla prima.
Siamo riusciti dunque a definire un primo obiettivo concreto: sviluppare un adattamento culturale che ci renda meno vulnerabili alla disinformazione naturale. Tuttavia è chiaro che anche i manipolatori reagiranno a questo adattamento cercando di sviluppare nuove tecniche più raffinate; è quindi assai probabile che trovando una buona soluzione per la disinformazione naturale manderemmo in crisi anche quella pilotata, ma solo per un periodo limitato di tempo, fino a che i nostri avversari non troveranno anch’essi un adattamento culturale alla nuova situazione.
Attualmente i manipolatori curano gli interessi dei grandi poteri economici e dei grandi partiti politici dagli stessi finanziati, essi svolgono la loro opera principalmente attraverso giornali e televisione e cercano di ottenere sempre maggiore visibilità su internet; se dunque vogliamo ridurre al minimo la loro capacità di adattamento ed estirparli in modo definitivo, è necessario togliere loro il controllo di tali mezzi di informazione. Ecco un secondo obiettivo concreto: un controllo veramente democratico degli organi di informazione pubblica, poiché se le nostre scelte dipendono dalle informazioni, chi controlla le informazioni avrà sempre il potere di decidere per noi. Pertanto la gestione dell’informazione non può essere delegata a nessuno se vogliamo essere veramente liberi, dobbiamo necessariamente trovare una forma di autogestione.
Risulta evidente allora che il problema della disinformazione è legato a filo doppio agli altri problemi radice: all’ignoranza, poiché abbiamo bisogno di un adattamento culturale; alla mancanza di democrazia, perché abbiamo bisogno di autogestirci; alla disorganizzazione sociale perché per realizzare la democrazia è necessaria una forma di organizzazione collettiva molto efficiente.

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IL CASO CELEBRE
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4.c.4 – Cosa intendiamo per ignoranza?

28 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Cosa intendiamo per ignoranza?

Per ignoranza normalmente si intende una mancanza di conoscenza, il non sapere qualcosa, mentre altre volte si intende la mancanza di una corretta educazione; si tratta di due concetti ben distinti, ma entrambi sono indubbiamente carenze culturali, pertanto in questa sede chiameremo ignoranza ogni forma di tali carenze.
Essere ignoranti è una cosa normale in quanto nessuno sa tutto di tutto, né la cosa appare in genere necessaria, è più che sufficiente avere una buona cultura di base ed alcune conoscenze specialistiche relative al proprio lavoro. Talvolta però ci si accorge di essere ignoranti su cose importanti per la nostra vita, cose che dovremmo sapere, è questo tipo di ignoranza il vero problema che dobbiamo affrontare.
Può certo apparire paradossale che proprio nel periodo di grandi conquiste come la scuola pubblica, del declino dell’analfabetismo e delle più alte percentuali di laureati rispetto alla popolazione totale, si debba parlare di carenze culturali; tuttavia abbiamo constatato che questa è la realtà dei fatti: la nostra mentalità, la nostra educazione e persino la nostra istruzione scolastica spesso risultano inadeguate. Questo preoccupante fenomeno è dovuto a diversi fattori; il primo, di cui abbiamo più volte parlato, è l’emergenza evolutiva: i rapidi cambiamenti della nostra epoca ci presentano continuamente situazioni nuove che inizialmente non sappiamo affrontare; questo vuol dire che ci ritroviamo continuamente in uno stato di ignoranza che giustamente sentiamo come un peso, come una lacuna da colmare con innovazioni sempre più frequenti. Tutto ciò comporta il notevole sforzo di produrre nuova conoscenza.
Un secondo fattore è la nostra tradizione culturale che risale ai servi della gleba; un servo, esattamente come uno schiavo, deve sapere quel tanto che basta per svolgere il suo lavoro, ma deve essere il più ignorante possibile su ogni altro aspetto; in questo modo rimarrà sempre in uno stato di dipendenza nei confronti della classe dominante, come un bambino lo è dei genitori. Al contrario, una maggiore conoscenza comporta una maggiore capacità di fare e di prendere autonomamente delle decisioni, formando dei servi più difficili da controllare. Ecco perché negli Stati Uniti era proibito agli schiavi di imparare a leggere e a scrivere, ecco perché nel medioevo i servi della gleba erano tutti analfabeti; la loro istruzione non era solo inutile, ma socialmente pericolosa, quindi disdicevole e da condannare. Ai servi veniva insegnato che dovevano essere governati dai nobili per volontà di Dio, allo stesso modo veniva loro insegnato che dovevano imparare il lavoro dei loro padri e disinteressarsi di tutto il resto, una sorta di educazione all’ignoranza. Ancora oggi si raccomanda ai ragazzi di andare a scuola per poter un giorno entrare nel mondo del lavoro, trascurando tutti gli altri aspetti della cultura importanti nella vita, incoraggiando così la formazione di specialisti ignoranti e quindi facilmente manipolabili. Come abbiamo già detto in precedenza, la scuola deve effettivamente preparare dei futuri lavoratori, ma anche dei futuri cittadini, responsabili ed intellettualmente autonomi, altrimenti non sapranno esercitare i loro diritti democratici e rimarranno di fatto dei sudditi, benché laureati e specializzati. Ancora oggi dunque non siamo educati a valutare di quale cultura abbiamo effettivamente bisogno, la cultura dell’ignoranza è ancora viva fra noi. Tale fenomeno, assolutamente da contrastare per perseguire un concreto progresso, è stato da noi definito “sindrome della gleba” sia per richiamare lo stato di sudditanza psicologica proprio del medio evo, sia per sottolinearne la natura patologica.
Un terzo fattore è ovviamente la disinformazione che, diffondendo informazioni errate, ci lascia nell’ignoranza con l’illusione però di sapere; la falsa conoscenza è forse la forma più pericolosa di ignoranza in quanto è difficilissimo difendersi da essa proprio perché nascosta da un sapere ingannevole.
Un quarto fattore è dato da un sistema scolastico scadente o antiquato, dovuto a una politica scolastica fondata sulla trascuratezza, permessa da una scarsa sensibilità dei cittadini e da un sistema politico inadempiente.
Abbiamo dunque individuato quattro cause di base:
• L’emergenza evolutiva
• La cultura dell’ignoranza
• La disinformazione
• Una cattiva gestione politica delle scuole
Per una corretta impostazione del problema non dobbiamo però fermarci qui, vi sono anche altri problemi legati a questa radice e altri legami anche con quelli già esaminati.

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APPROFONDIMENTI
ANALFABETISMO

PALCO D’ONORE
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CONCETTI IN PILLOLE                                                                            
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   n. 44 – L’IGNORANZA

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4.c.5 – L’ignoranza è causa o conseguenza degli altri problemi?

29 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

L’ignoranza è causa o conseguenza degli altri problemi?

Parlando della disinformazione come causa dell’ignoranza è bene ricordarsi che conosciamo due forme di disinformazione: quella naturale e quella pilotata; la mente umana può concepire delle notizie errate semplicemente perché ha interpretato male i fatti, e questo può accadere per i motivi più vari, tuttavia un caso di particolare interesse si ha quando ciò avviene per difendere il proprio sistema di credenze. In precedenza abbiamo definito questo fenomeno come una forma di oscurantismo individuale finalizzato a un risparmio di energia mentale; rivedere l’insieme delle proprie convinzioni è infatti molto rischioso e impegnativo. Si tratta ancora una volta di una tendenza naturale dell’essere umano che in passato è stata sicuramente utile alla specie, ma che oggi porta problemi crescenti all’individuo, trascinandolo verso una gretta ignoranza.
Tale fenomeno è così radicato nella nostra natura da non risparmiare nemmeno gli scienziati, tanto che le nuove teorie dei giovani studiosi talvolta si affermano non perché i vecchi professori si sottomettono all’evidenza dei fatti, ma perché prima o poi muoiono, lasciando il loro posto alla generazione successiva la quale, non essendo morbosamente attaccata ai vecchi schemi, aveva generato quelle stesse teorie e le accetta senza problemi. Questo vuol dire che il metodo scientifico funziona, ma con una generazione di ritardo e sempre che non intervengano altri fattori come interessi economici o ideologici che perdurino per più di una generazione.
La ricerca scientifica, il nostro strumento più potente per realizzare il progresso, è un sistema delicato che si può inceppare facilmente a causa delle umane debolezze degli scienziati; devono dunque essere sviluppate delle misure di protezione che lo proteggano dall’influenza di interessi diversi dalla conoscenza, come la difesa di ideologie o la protezione di sistemi di potere baronali o politici all’interno delle università.
A questo punto il passaggio alla disinformazione pilotata è immediato, poiché quando entrano in gioco forti interessi, la disinformazione diventa ben presto intenzionale e questo ci riporta al problema di un cattivo e non democratico sistema politico, un sistema che non è in grado di tutelarci dalla corruzione quando addirittura non la sostenga apertamente. Possiamo anche notare un interessante parallelismo fra informazione e cultura: sappiamo che le nostre scelte dipendono dalle informazioni in nostro possesso, ma anche dalla cultura che ci permette di interpretarle, quindi anche le istituzioni preposte alla nostra cultura, ovvero le scuole e le università, sono in grado di condizionare le nostre scelte minando alla base la nostra libertà. Si presenta allora la necessità di un controllo effettivamente democratico anche delle istituzioni deputate alla gestione culturale, ovvero all’educazione, all’istruzione scolastica, alla produzione di nuova cultura.
Possiamo infine notare che esiste anche il legame inverso fra i problemi già esaminati: alla base della mancanza di democrazia e della disinformazione vi è certamente una carenza di educazione alla vera democrazia e alla corretta informazione; lo stesso si può dire dell’emergenza evolutiva, il cui persistere si può imputare ad una mancanza di educazione ai valori, alla storia, al miglioramento continuo e quindi al progresso. Dato che risulta piuttosto facile presentare gli stessi problemi ora come causa dell’ignoranza, ora come conseguenze della stessa, si può dedurre che questi non possano essere affrontati separatamente, ma solo con una strategia comune.
Le riflessioni precedenti suggeriscono che la moderna ignoranza si fonda su un problema generale di gestione culturale, a partire dallo stabilire quali siano gli argomenti importanti che debbano far parte della cultura di base del cittadino moderno, quali siano le fonti di informazione e consultazione, come valutare se le conoscenze disponibili sono adeguate e come gestire la ricerca di nuova conoscenza. Possiamo dunque porci come obiettivi quello di sviluppare un’educazione alla gestione della cultura per il singolo individuo e quello di costruire un’organizzazione democratica in grado di farlo su larga scala per la collettività.

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PALCO D’ONORE
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4.c.6 – Qual è l’origine della nostra disorganizzazione sociale?

30 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Qual è l’origine della nostra disorganizzazione sociale?

Nel mondo industrializzato, specialmente nelle grandi città, la società è formata da un insieme di nuclei familiari fra loro isolati e disorganizzati; con il termine nuclei isolati intendiamo che fra loro non vi sono legami né gerarchici, né affettivi, né di collaborazione e in genere nemmeno di conoscenza diretta. In tale situazione, nel caso sia necessario intraprendere una qualunque attività in comune, sembra ovvio che manchi l’organizzazione necessaria, tuttavia in precedenza avevamo notato che nelle città anche il vicino di casa viene trattato come un estraneo, come se appartenesse ad un altro villaggio, proprio perché non svolgiamo con esso alcuna attività e quindi i nostri rapporti si limitano a un saluto formale quando ci capita di incontrarlo per strada. Ne segue che non è solo l’isolamento sociale a portare alla disorganizzazione, ma avviene anche l’inverso, con la mancanza di collaborazione e quindi di organizzazione che porta all’isolamento.
Lo studio della storia ci ha rivelato che questa non è una situazione normale per l’essere umano, il quale è sempre vissuto in piccoli villaggi autosufficienti, molto bene organizzati e con una rigida gerarchia interna; così è stato per il 97% dell’esistenza dell’umanità, le cose hanno cominciato a cambiare solo con l’avvento dell’agricoltura e delle grandi città, in particolare un contributo fondamentale è stato dato dalla diffusione dello schiavismo, che ha portato alla formazione di intere popolazioni prive della vecchia struttura sociale di tipo tribale o familiare basata sul casato.
Le conseguenze negative di questo stato di cose sono notevoli: il mantenimento della disorganizzazione sociale tipica degli schiavi e dei servi della gleba ha permesso di tramandare anche una buona parte della loro educazione alla sottomissione; sappiamo da sempre che abbiamo bisogno di essere governati dall’alto e ci sembra assolutamente normale. Essendo privi di una comunità organizzata dobbiamo rivolgerci ad un ente superiore che ricopra il suo ruolo, altrimenti sarebbe il caos, dovremmo ricostruire una struttura sociale partendo da zero e nel frattempo saremmo incapaci di svolgere ogni attività collettiva.
A noi tutti qualche volta è capitato di lamentarci perché la gente non ha spirito di iniziativa, perché in caso di bisogno appare incapace di affrontare i propri problemi in modo collettivo o perché non si organizza per il bene comune. Come è possibile tutto ciò, se siamo animali sociali programmati dalla natura per formare società anche molto grandi e dotate di un’organizzazione anche molto complessa? Osservando la natura degli animali sociali possiamo notare che essi non formano delle comunità, ma nascono e vivono in comunità già formate, ecco perché è così difficile per noi organizzarci, i nostri istinti ci inducono a partecipare ad un’organizzazione già esistente e non a formarne una nuova. Considerando che in un villaggio vengono svolte numerose e diverse attività da parte di un numero limitato di persone, può accadere che, secondo le esigenze del momento, sia necessario organizzare dal nulla dei piccoli gruppi di lavoro, ad esempio per riparare il tetto di una capanna o per costruire un nuovo recinto; tali gruppi poi si scioglieranno finito il lavoro. Possiamo tutti constatare che non è infatti difficile accordarsi con quattro o cinque persone per svolgere un’attività, che sia una partita a calcetto oppure aprire un bar, purché richieda poche persone; organizzare invece anche solo una cena con 10 o 20 persone diventa difficoltoso.

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APPROFONDIMENTI
   COMUNITA’

PALCO D’ONORE
    JACOB LEVI MORENO

CONCETTI IN PILLOLE                                                                            
pillola
   n. 45 – LA FRAMMENTAZIONE SOCIALE

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4.c.7 – A cosa porta l’isolamento sociale?

31 Agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

A cosa porta l’isolamento sociale?

Non avere una comunità organizzata alla quale fare riferimento comporta molte conseguenze negative: come abbiamo già detto, una massa di estranei disorganizzati ha bisogno di essere governata dall’alto, quindi tende naturalmente a uno stato di sudditanza verso un’autorità esterna, la quale è l’unico punto di riferimento che organizza e tiene unita la società e che per questo viene rispettata anche quando viene odiata; si vive con la consapevolezza di essere impotenti, di non poter fare nulla per cambiare le cose, di non poter partecipare alla gestione del proprio mondo e di riflesso anche alla gestione della propria vita.
Tale situazione dunque incoraggia sviluppi politici antidemocratici, con conseguenti limitazioni alla libertà personale, economica oltre che politica. La mancanza di un autorevole controllo da parte dei cittadini porta inevitabilmente ad un progressivo degrado dei servizi di pubblica utilità; il cittadino si ritroverà sempre più emarginato nella propria società, questo causerà anche notevoli problemi psicologici come la depressione e l’aggressività repressa che alla fine verrà sfogata in famiglia, oppure sul lavoro, oppure contro altri personaggi che si prestano a rappresentare il ruolo di oppressori o invasori: i tifosi della squadra avversaria, gli immigrati, i ricchi ed i diversi in genere, oppure coloro che compiono gravissime provocazioni, come il vicino di casa che tiene troppo alto il volume del televisore o l’automobilista davanti a noi che non si sbriga a decollare allo scattare del semaforo verde.
L’emarginazione e il malessere favoriscono comportamenti antisociali e divisioni interne ed ecco che schiere di criminali, non riconoscendosi nella comunità ufficiale e nelle sue regole, formano delle piccole comunità dedite ad attività illegali e, non considerando gli altri come membri della propria comunità, non hanno inibizioni a trattarli come prede. 

Sulla cresta dell'onda 

PALCO D’ONORE
  
MARK GRANOVETTER
 

 
 
 
 
 
 
 
 

  

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4.c.8 – E’ possibile ricomporre la frammentazione sociale?

1 Settembre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

È possibile ricomporre la frammentazione sociale?

L’isolamento e la frammentazione sociale hanno chiare radici storiche che affondano nello schiavismo e nello sviluppo delle grandi città legato all’avvento dell’agricoltura. Nel presente tali fenomeni sono sostenuti da un’educazione del cittadino che lo porta alla sudditanza invece che alla partecipazione, nonché da false forme di partecipazione, come il voto non libero, sostenute da altrettanto false democrazie.
Tuttavia l’affermazione di alcuni principi democratici, come la libertà di associazione, ha favorito la popolazione nel rispondere alla generale insoddisfazione, legata a servizi sempre più scadenti, con la formazione di associazioni di volontariato per compensare le carenze dello Stato; sono comparsi persino dei comitati per la difesa dei diritti del cittadino o dei consumatori e tali forme di aggregazione hanno avuto un notevole successo sia come risultati ottenuti che come popolarità.
Anche riconoscendo che queste associazioni non sono delle comunità, ma delle organizzazioni con un fine specifico, esse sono comunque un notevole tentativo di riorganizzare le attività dei cittadini partendo dal basso e non dall’alto, cioè senza attendere le direttive della classe dirigente. Alcune di esse con il tempo sono inoltre diventate molto numerose, superando il limite dei piccoli gruppi di lavoro e ottenendo dei risultati irrealizzabili da gruppi di poche persone.
Dobbiamo anche osservare che i gruppi più emarginati della società, quelli che si pongono al di fuori delle sue regole, cioè le associazioni criminali, sono quelli che per forza di cose si sono spinti oltre nell’organizzare delle vere e proprie comunità; queste ultime hanno anche molti aspetti in comune con gli antichi villaggi tribali: la suddivisione in bande e in clan familiari, la rigida gerarchia, la tendenza a farsi la guerra fra loro. Questo ci conferma l’ipotesi che il villaggio tribale è la forma naturale della comunità umana, che può essere modificata dall’evoluzione culturale, ma che tende a ripresentarsi come base ogni volta che si forma una nuova comunità. L’indiscusso successo economico delle varie mafie a livello mondiale ci fornisce infine una prova dell’efficacia della loro organizzazione.
Altre conferme ci vengono dalle comunità religiose, i cui membri condividono anch’essi un generico rifiuto della società, più o meno marcato, e pertanto ricostruiscono piccoli gruppi ben distinti da tale società da un punto di vista culturale, con propri rituali, tradizioni e gerarchie. Tali comunità tendono a formare proprie istituzioni scolastiche al fine di tramandare la propria identità culturale e ad organizzarsi in federazioni di gruppi locali caratterizzate da una forte solidarietà interna, come da sempre avviene nel mondo tribale. Un caso estremo è dato dagli anabattisti americani, i quali arrivano a formare anche dei veri e propri insediamenti ben distinti dal resto della società statunitense, ottenendo anche una notevole autonomia economica e conducendo uno stile di vita assai distante da quello comune nei paesi occidentali.
Un altro esempio tipico di comunità formatesi a causa di fenomeni di emarginazione sociale è dato dalle comunità etniche, costituite da persone con comuni origini geografiche trasferitesi per vari motivi in altri luoghi. In questi casi le difficoltà di inserimento nel nuovo ambiente portano a cercare aiuto e sicurezza presso coloro che presentano gli stessi caratteri culturali, in particolare la lingua e la religione, e ovviamente anche quelle genetiche tipiche della propria etnia. Il risultato è il formarsi di comunità che si mantengono distinte e talvolta in contrasto con la società locale, fino a generare, nel peggiore dei casi, i suddetti fenomeni di criminalità organizzata.
Tutte le grandi associazioni, sia quelle a scopo benefico che quelle criminali, ci mostrano la necessità che ha l’essere umano di formare dei grandi gruppi organizzati e che questi spesso si dimostrano molto efficienti; esse sono la dimostrazione che la struttura sociale che abbiamo perso può rigenerarsi, a condizione che si parta da piccoli gruppi con obiettivi ben precisi, che poi possano crescere aggregando individui esterni; è inoltre evidente la necessità che si mantengano dei legami di collaborazione e una struttura simili a quelli tribali, rispettando così la natura sociale umana che ci induce a unirci a gruppi già esistenti e a formare legami stabili, stimolati dalla collaborazione, nonché a formare dei clan di familiari o amici.
Appare ragionevole a questo punto porsi l’obiettivo di formare una comunità organizzata con una struttura tribale, tuttavia sorgono due problemi:
• come inserire in chiave moderna una simile arcaica struttura nelle grandi città;
• come applicare la democrazia, cioè l’indispensabile requisito per preservare la nostra libertà, alla struttura del villaggio tribale che democratica non è mai stata.
Il nostro scopo dunque sarà creare un villaggio per moderni cittadini che sia anche democratico; a tal fine si deve necessariamente affrontare il problema di come realizzare un’autentica democrazia.

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    ROBERT BADEN-POWELL   stella

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4.c.9 – La migliore forma di democrazia è quella diretta?

2 Settembre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

La migliore forma di democrazia è quella diretta?

Il concetto di democrazia nasce essenzialmente al fine di eliminare l’autorità di una minoranza dominante, che nell’antica Grecia era costituita dagli aristocratici, proponendo un modello alternativo. Se si rifiuta la supremazia di una classe dominante è ovvio che la popolazione debba trovare una forma di autogoverno, perché se il potere politico venisse affidato solo a una parte della comunità si creerebbe una nuova classe dominante. E’ dunque importante rendersi conto che la democrazia ha un preciso scopo pratico, rappresenta uno strumento da costruire per ottenere risultati concreti e non un astratto valore morale fine a sé stesso. I modelli democratici si possono definire tali solo se realizzano un vero autogoverno della popolazione.
Il modello più semplice di democrazia, che si ispira a quello dell’antica Grecia, è quello della democrazia diretta, nella quale tutti i membri della comunità partecipano ad un’assemblea in cui vengono prese le decisioni che riguardano la collettività. Si tratta di un modello che oggi trova applicazione per esempio nei circoli culturali, in cui ogni membro ha pari importanza rispetto agli altri, oppure nei condomini, in cui ogni membro ha diritto a partecipare all’assemblea, ma con un voto il cui peso è proporzionale al valore dell’appartamento o ad altri criteri. Se infatti è necessaria una spesa per l’ascensore, i proprietari degli appartamenti all’ultimo piano saranno chiamati a contribuire in misura maggiore rispetto a quelli del piano terra e di conseguenza, dovendo decidere la spesa, è normale che i primi abbiano un voto con peso maggiore rispetto ai secondi. Tale banale esempio ci dimostra come un interesse comune non debba necessariamente corrispondere a un uguale interesse.
E’ importante inoltre notare come la democrazia diretta sia applicata con successo solo in comunità costituite da un numero limitato di membri; ciò per evidenti ragioni pratiche: un’assemblea con migliaia di partecipanti avrebbe difficoltà a trovare gli spazi necessari, ma anche con solo poche decine di membri, vi sono enormi difficoltà di comunicazione e di gestione del dibattito. Quanto maggiore è il numero dei membri, tanto maggiore è la necessità di limitare i propri interventi nel dibattito, fino ad arrivare presto a un numero tale che impedisce a molti dei presenti di esprimersi e quindi di partecipare attivamente alla discussione. In quest’ultimo caso, pur mantenendo il diritto di voto, la partecipazione risulta menomata e con essa il proprio contributo all’autogoverno che, come abbiamo visto, è l’obiettivo della democrazia.
I membri che non riescono a partecipare al dibattito formano un gruppo anonimo che dovrà necessariamente votare le opinioni espresse da altri; essi, seguendo la natura umana, si sentiranno istintivamente dipendenti dal gruppo degli opinionisti che assumeranno la funzione del capobranco; si ricordi che la scelta del leader avviene secondo meccanismi inconsci e non razionali, spesso ci affidiamo a personaggi che ostentano sicurezza e abilità oratoria, che riescono cioè a coinvolgerci emotivamente, anche se non stanno tutelando i nostri interessi. In un gruppo molto numeroso aumenta inoltre la probabilità di differenze di preparazione e di informazione sui singoli argomenti da discutere e si tenderà a dare credito a chi si presenta come esperto della materia. Questa situazione costituisce evidentemente l’ambiente ideale per i manipolatori, i quali vedranno aumentare il proprio successo al crescere del gruppo degli anonimi.
A questo punto ci saranno dei membri che partecipano fisicamente all’assemblea, ma di fatto vengono raggirati dai manipolatori e votano contro i propri interessi, quegli stessi interessi per tutelare i quali è stata concepita la democrazia. Tale fenomeno era già noto ai tempi dell’antica Grecia, quando fu rilevato che tale sistema privilegiava gli oratori senza scrupoli, abili nel circuire il popolo, i quali, forti del proprio seguito soffocavano la voce degli uomini con le idee migliori.
Lo stesso principio è stato in seguito largamente sfruttato da personaggi come Giulio Cesare, Napoleone, Mussolini, Hitler, Lenin, Stalin e Fidel Castro, i quali hanno tutti raggiunto e mantenuto il potere con ampio seguito popolare. Seguendo un percorso inverso, tanto minore è il numero del gruppo, tanto minore sarà la forza dei manipolatori.
Possiamo allora riassumere i quattro fondamentali concetti del modello di democrazia diretta:
• La democrazia diretta non implica la completa uguaglianza dei partecipanti all’assemblea, ma il diritto di partecipare alla stessa;
• La partecipazione diretta di tutti i membri perde progressivamente di efficacia al crescere del numero dei partecipanti fino a compromettere la stessa democrazia;
• La varietà degli argomenti trattati, nonché la conseguente quanto inevitabile ignoranza sugli stessi, compromette la capacità di partecipare con cognizione di causa invalidando completamente la democrazia;
• La democrazia diretta, applicata alle grandi masse, si può facilmente trasformare in dittatura.

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APPROFONDIMENTI
ARISTOCRAZIAASSEMBLEADEMOCRAZIA DIRETTA

PALCO D’ONORE
  
JEAN-JACQUES ROUSSEAU  stella

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4.c.10 – La democrazia indiretta attuale è una valida alternativa?

3 Settembre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

La democrazia indiretta attuale è una valida alternativa?

Alla nascita delle moderne democrazie occidentali, risalenti a poco più di due secoli fa, davanti alle difficoltà di riunire tutta la popolazione in un’unica assemblea, venne introdotto il modello della democrazia indiretta o rappresentativa. Con tale modello il popolo elegge infatti dei rappresentanti che partecipano per suo conto all’assemblea in cui si prendono le decisioni collettive.
A questo punto si presenta il problema di come evitare che i rappresentanti eletti formino una classe dominante dispotica nei confronti della popolazione. La soluzione proposta è quella delle elezioni periodiche: gli eletti mantengono la carica solo per alcuni anni, poi sarà necessaria una nuova elezione con la quale gli elettori decideranno se mantenerli al loro posto o sostituirli. Le democrazie occidentali sono concepite in modo da deporre i governanti che abbiano deluso il proprio popolo, operando quello che viene detto un ricambio politico (e non un’alternanza politica oppure un rimpasto di governo).
Tale soluzione si fonda sull’ipotesi che:
• Il popolo abbia libertà di voto;
• Il popolo sia in grado di scegliere dei rappresentanti in grado di tutelare i suoi interessi;
• Il popolo sia in grado di giudicare il comportamento dei propri rappresentanti;
• Il popolo non rielegga i cattivi rappresentanti.
Purtroppo la storia ci dimostra che le suddette ipotesi non si sono mai verificate contemporaneamente, quando invece sono tutte indispensabili: libertà di voto significa poter scegliere liberamente i propri rappresentanti e a tal fine è necessario poter votare un qualunque cittadino; in particolare la scelta non può essere limitata ad una lista prestabilita da un ente diverso dal popolo, poiché in tal caso la scelta sarebbe obbligata. In molti stati che si definiscono democratici questa premessa manca completamente, in quanto i candidati vengono scelti arbitrariamente dalle segreterie di partito.
Per scegliere dei rappresentanti validi è inoltre necessario aver ben capito qual è la loro funzione, in modo da esercitare attraverso di essi il potere politico; nella popolazione è dunque necessaria una cultura democratica che invece manca: in Italia per esempio, la maggioranza assoluta della popolazione ammette di votare ripetutamente persone che non la rappresentano minimamente; altri invece votano in base al credo ideologico pubblicizzato e non praticato dai candidati, altri ancora in base a logiche clientelari, ecc.. Nel 1700 si pensò che, una volta ottenuti i diritti democratici, la gente avrebbe spontaneamente imparato ad usarli, ma questo non è successo.
Inoltre, affinché il popolo sia in grado di giudicare il comportamento dei propri rappresentanti, è necessario un sistema di informazione efficace ed indipendente dalla politica, ma anche questa premessa spesso non si realizza.
Appare ovvio che il popolo non rielegga i cattivi rappresentanti, tuttavia questo non accade quasi mai, i politici di cui più ci si lamenta sono anche i più votati.
La democrazia rappresentativa attuale dunque presenta tre punti deboli:
• la mancanza della libertà di voto;
• mancanza di cultura democratica;
• mancanza di un sistema di informazione adeguato che permetta di giudicare con cognizione di causa il comportamento dei propri rappresentanti.
Uno di questi punti da solo è sufficiente ad invalidare la democrazia di una organizzazione sociale e spesso mancano tutti e tre.
Già in passato sono stati fatti dei tentativi per riparare questa situazione, come l’istruzione pubblica obbligatoria e la libertà di stampa, ma il risultato è stato molto deludente: la cultura democratica è ancora assai carente anche fra i laureati; la stampa, sebbene libera da vincoli legali, è soggetta all’influenza del potere politico attraverso le clientele ed i finanziamenti pubblici, ed è diventata semplice strumento di propaganda politica o commerciale, nonché strumento di distrazione per la gente comune. In queste condizioni la democrazia è impraticabile.
Che il sistema parlamentare occidentale non sia un sistema democratico appare cosa nonostante tutto inverosimile, perché contraria a tutto quanto ci è stato insegnato a scuola e confermato da amici, parenti e televisione: è mai possibile che si siano sbagliati tutti?
La risposta è sicuramente sì, in quanto è già successo varie volte nella storia:
• nel 1600 si insegnava a scuola che Dio aveva posto i re sulla Terra per governare i popoli, la loro autorità infatti si basava sul diritto divino, e tutta la società confermava questo che appariva un dato di fatto incontestabile, ma oggi anche i bambini si mettono a ridere davanti a simili affermazioni;
• analogamente nel 1700 e nel 1800 si insegnava a scuola che l’uomo dalla pelle nera era per natura schiavo dell’uomo bianco e nemmeno la comunità scientifica metteva in dubbio tale convinzione;
• infine fino agli inizi del 1900 la scuola confermava che le donne non potevano competere con gli uomini e meno che mai avere diritto di voto.
Questo dimostra che fino a quando la scuola tratta di grammatica, matematica, geometria o geografia va tutto bene, ma quando affronta argomenti sociali diventa inaffidabile e si limita a sostenere e giustificare in ogni occasione il sistema politico vigente; non dobbiamo stupirci allora se noi tutti siamo stati educati a considerare democratico l’attuale sistema politico sebbene sia facile dimostrare il contrario ed invece di scandalizzarci ci dovremmo augurare che i nostri nipoti un giorno possano ridere anche loro di questa assurda credenza.
Oggi è opinione diffusa che la democrazia non funzioni, anche se nessuno fino ad ora è riuscito a concepire qualcosa di meglio, oppure che la democrazia sia un concetto non ben definito. In effetti nella mente del cittadino tale concetto molto spesso non è definito con chiarezza; eppure anche con le nozioni elementari che ci hanno insegnato in modo superficiale alla scuola media e superiore, definire il concetto di democrazia è facilissimo, solo che noi siamo stati involontariamente educati a non farlo, poiché ci hanno dato la seguente definizione: la democrazia è l’attuale forma di governo dei paesi occidentali, è stata raggiunta tanto faticosamente e dobbiamo tenercela stretta; tale definizione è sbagliata, ci è stata data in buona fede, ma facendoci comunque un danno enorme.

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4.c.11 – Chi ci rappresenta in parlamento?

4 Settembre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Chi ci rappresenta in parlamento?

I modelli politici attualmente in vigore nei paesi occidentali sono anche detti sistemi parlamentari, in quanto l’assemblea dei rappresentanti del popolo è detta parlamento. Tale denominazione appare del tutto appropriata in quanto in essa i rappresentanti devono esporre e discutere le loro proposte, quindi l’attività principale è parlare, tuttavia i parlamenti, ispirandosi sempre al modello greco, sono composti da centinaia di membri e noi sappiamo bene che in tali condizioni è impossibile che tutti possano partecipare in modo equo ad una discussione, né è possibile che tutti abbiano la stessa competenza su tutti i temi che vanno affrontati per gestire una grande nazione come quelle attuali; tale sistema già non funzionava con una piccola città come era Atene nell’antichità e quindi oggi sembrerebbe del tutto improponibile nei moderni stati occidentali.
In che modo i parlamentari riescono a svolgere oggi la loro attività? Il metodo seguito è quello che già conosciamo: si limitano a votare le proposte dei pochi che effettivamente parlano, a loro volta eletti come rappresentanti dei vari gruppi parlamentari che si formano all’interno dell’assemblea. È come se su ogni argomento si formasse un parlamento più piccolo, formato da pochi individui che discutono, mentre gli altri si limitano ad ascoltare ed a votare. Abbiamo già parlato dei problemi che questo metodo comporta nel caso di una democrazia diretta, ma in quella indiretta le cose vanno diversamente, in realtà, a parità di numero, vanno molto peggio.
Il parlamento moderno è assai diverso da quello antico, i partecipanti sono dei professionisti e come tali dovrebbero essere molto più preparati sui temi da affrontare per gestire la vita di uno stato. Se i parlamentari hanno delle idee già consolidate è assai più difficile che vengano condizionati da abili oratori, hanno inoltre modo di consultare degli esperti in caso di necessità, organizzandosi in sottogruppi possono esprimere la loro opinione in modo indiretto attraverso i loro capigruppo, che assumono il ruolo di rappresentanti dei rappresentanti. Abbiamo dunque motivo di aspettarci che nelle attuali assemblee i problemi tipici delle grandi riunioni siano assai ridotti o assenti; purtroppo però intervengono nuovi problemi, così gravi da far dimenticare quelli già citati.
La popolazione di uno stato moderno conta spesso decine di milioni di abitanti ed i rispettivi parlamenti alcune centinaia di membri; ciò significa che ogni parlamentare, in un sistema proporzionale puro, rappresenta diverse decine di migliaia di cittadini, i quali allora devono farsi necessariamente rappresentare da un estraneo; non è possibile infatti che decine di migliaia di persone frequentino personalmente lo stesso candidato.
Dovendo far eleggere uno sconosciuto, come scegliere il proprio rappresentante? L’unico criterio utilizzato è quello di scegliere chi ci presenta un’immagine migliore attraverso la propria pubblicità, questo dovrebbe valere solo per la prima volta che un candidato si presenta, poi il parlamentare dovrebbe essere giudicato in base al proprio lavoro, ma questo non avviene, sia perché gli organi di informazione non sono assolutamente affidabili, sia perché è il cittadino stesso che non si cura di seguire l’operato dei propri rappresentanti. Per essere eletti una buona pubblicità è determinante ed indispensabile e non è certo un caso che nelle campagne elettorali per un singolo candidato vengano spesi milioni di euro; tali somme possono essere procurate solo mediante i finanziamenti di ricchi imprenditori, in cambio ovviamente di favori di vario tipo. Se dunque in una democrazia diretta abili oratori con pochi scrupoli hanno un notevole vantaggio sugli altri, in quella indiretta ottengono rapidamente il monopolio parlamentare poiché per essere eletti è necessario vendersi a qualche lobby economica e puntare tutto sulla pubblicità. Quanto detto è valido in un sistema proporzionale puro dove ogni parlamentare conduca una propria campagna in modo del tutto indipendente dagli altri, ma questo non accade praticamente mai, salvo casi eccezionali il candidato deve anche appoggiarsi ad un partito politico con il quale dovrà mantenere un rapporto di dipendenza per poter essere rieletto in futuro. Per essere eletti allora è necessario rappresentare gli interessi del proprio partito e dei propri finanziatori, non i cittadini i quali sono tecnicamente impossibilitati a scegliere dei veri rappresentanti che tutelino i propri interessi e portino avanti le proprie idee.
È importante notare che tali problemi, a parità di numero di parlamentari, si ingigantiscono al crescere della popolazione; se questa fosse di poche migliaia di abitanti non vi sarebbe necessità di costose campagne pubblicitarie perché ognuno potrebbe eleggere un candidato che conosce personalmente e la situazione sarebbe simile a quella di una democrazia diretta. Applicando tale modello su una popolazione di decine di milioni di abitanti si hanno invece conseguenze catastrofiche, i cittadini perdono la capacità di eleggere dei veri rappresentanti, rimangono di fatto esclusi dalla gestione della politica e per definizione questo segna la fine della democrazia. Se dunque nel mondo attuale come in quello antico il parlamento appare troppo grande per poter discutere collettivamente su un argomento, non vi sono dubbi che oggi è anche troppo piccolo rispetto alla popolazione per poter svolgere la sua funzione di rappresentanza della volontà popolare, risultando completamente inutilizzabile per la democrazia.
A cosa si può paragonare allora l’attuale sistema parlamentare? I parlamentari rappresentano i loro partiti ed i loro finanziatori, ovvero i finanziatori dei loro partiti che risultano alla fine delle associazioni politiche private sempre più indipendenti dal volere e dalle necessità dei cittadini. I parlamentari formano dunque una categoria di professionisti della politica e della demagogia al servizio di una classe dominante che è in grado di finanziare il loro costosissimo apparato.
È di fondamentale importanza notare che questa degenerazione del sistema politico non è dovuta alla corruzione dei singoli politici travolti dall’ebbrezza del potere, ma è il sistema stesso che promuove l’affermazione di politici già corrotti; in altre parole se anche partissimo da una situazione ideale con un parlamento formato da persone preparatissime e dotate di un’onestà cristallina, nel giro di pochi anni sarebbero i cittadini stessi a sostituirli con elementi sempre più corrotti ed ipocriti. Il sistema parlamentare nella situazione attuale non solo non funziona, ma tende ad una degenerazione progressiva.

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4.c.12 – Votare o non votare è un falso problema?

5 Settembre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Votare o non votare è un falso problema?

L’importanza di esercitare il proprio diritto di voto è dovuta al fatto che esso consente la partecipazione democratica dei cittadini, se però come abbiamo appena scoperto, esso perde tale funzione, non solo diviene totalmente inutile, ma illude il cittadino di vivere in uno stato di democrazia inducendolo a legittimare una classe dominante. Quando allora pensiamo che votare equivalga a sostenere la democrazia perché in tal modo si legittima il sistema, in realtà stiamo facendo l’esatto contrario.
A volte si teme che non votare significhi rinunciare a curare i nostri interessi, ma se siamo indotti a votare chi non ci rappresenta andiamo addirittura contro i nostri interessi. Così facendo, dimostriamo inoltre ai politici che non è necessario rappresentarci per essere votati e questi si preoccuperanno sempre meno di svolgere la loro funzione di rappresentanza del cittadino.
Non è detto quindi che chi non vota lo faccia per disinteresse o perché si arrende rinunciando ai suoi diritti fondamentali, ma può farlo perché riconosce che tali diritti gli sono già negati. Del resto anche votare illudendosi di aver fatto la propria parte, in modo da scaricare la propria coscienza, è un modo di arrendersi, in quanto si rinuncia a trovare soluzioni alternative.
Spesso il cittadino è consapevole di votare dei politici che non lo rappresentano, ma ritenendo gli altri ancora peggiori, si illude di limitare i danni. Ma per limitare quale danno vale la pena di rinunciare alla democrazia? Come faremo dopo, senza di essa, a limitare qualsiasi danno da parte dei nostri politici, autorizzati a non rappresentarci? La logica del “meno peggio” è certamente uno dei fattori culturali più pericolosi per la democrazia, perché alimenta una selezione dei peggiori, abbassando progressivamente il livello dei nostri politici.
Possiamo concludere che l’astensione dal voto non è certo una soluzione, ma può essere un primo passo per cercarne una. Partecipare invece ad un voto non democratico contribuisce sicuramente alla degenerazione progressiva del sistema politico preparando così il terreno all’avvento di regimi dittatoriali. Questo è quanto è avvenuto in tempi recenti in Germania con l’ascesa del nazismo.
Pertanto discutere se sia necessario votare o non votare per dare il proprio contributo è un falso problema, in quanto nessuna delle due scelte consente di realizzare la vera democrazia nel sistema attuale.

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4.c.13 – L’alternanza è la negazione della democrazia?

6 Settembre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

L’alternanza è la negazione della democrazia?

Abbiamo dimostrato che il sistema parlamentare tende naturalmente a degenerare verso sistemi di potere non democratici senza che la popolazione se ne accorga. Mentre nelle dittature viene esaltato il potere che si incarna in un’unica persona, nelle false democrazie si esalta la distribuzione del potere nella classe politica; in questo modo si ottengono due vantaggi: il primo è che si crea l’illusione della democrazia; il secondo è che ogni singolo politico viene rassicurato che manterrà la sua fetta di potere. Sebbene i politici appartengano a partiti differenti, fra i quali non mancano forti rivalità sia esterne che interne, essi formano un gruppo ben definito, compatto e distinto dal resto della popolazione, in quanto hanno molti interessi in comune:
. il mantenimento e la legittimazione del sistema politico origine del loro potere,
. la copertura del sistema di corruzione alla base dei loro finanziamenti, leciti o meno che siano,
. la difesa da eventuali nuovi rivali, ovvero la necessità di scongiurare un ricambio politico.
Il combinarsi di questi interessi porta ad una comune condanna dell’astensionismo che viene presentato come un pericolo per la nazione e per la governabilità, sebbene ciò sia palesemente falso: non esiste infatti alcuna soglia numerica da superare per rendere valide le elezioni, anche solo il 10% dei cittadini potrebbe formare un parlamento completo e tutte le restanti attività dello Stato potrebbero proseguire senza il minimo turbamento. Sarebbe invece assai ridotta la legittimazione popolare del sistema e qualunque nuovo partito ottenesse il sostegno del 6% della popolazione avrebbe la maggioranza e realizzerebbe un notevole ricambio politico. La necessaria complicità crea uno spirito di corpo e un clima di omertà che unisce governo e opposizione; su temi quali il controllo dei mezzi di informazione, i finanziamenti dei partiti o le soglie di sbarramento per estromettere i piccoli partiti, le maggiori forze politiche trovano un facile accordo agendo come un unico partito. La forte rivalità incoraggia il formarsi prima di coalizioni per sopravvivere e per avere la possibilità di partecipare al governo, poi di vere e proprie fusioni fino a raggiungere un equilibrio stabile con due soli partiti rimanenti che si alternano al governo. Si badi bene che la rivalità è solo elettorale e non politica, perché la politica viene stabilita secondo gli interessi dei loro potenti sostenitori o finanziatori, a volte comuni ad entrambi gli schieramenti, i quali rimangono quindi sempre al potere qualunque sia l’esito delle elezioni.
Il bipartitismo e l’alternanza rappresentano la massima sicurezza per la classe politica: due partiti giganteschi fanno apparire proibitiva l’ipotesi che un piccolo partito possa spodestarli; è assai più facile accordasi e spartire la torta in due piuttosto che in quattro o cinque; infine l’alternanza esclude la possibilità di un reale ricambio politico che è il primo requisito di una democrazia indiretta. Un sistema che prevede l’alternanza politica non può in nessun modo definirsi democratico, inoltre è fin troppo facile per due soli partiti trovare un accordo politico e governare come un’unica entità, mantenendo una divisione formale per fingersi rivali e simulare una possibilità di scelta per il cittadino ignaro.
I partiti del resto sono associazioni private la cui organizzazione interna in genere non è democratica, essi sono l’equivalente dei clan familiari della vecchia classe nobiliare, la cui vita, come quella dei partiti, era scandita da accese rivalità e continue alleanze. La struttura dei partiti tradizionale è di tipo baronale, in cui il successo delle idee e le carriere interne vengono decise dall’alto; in effetti viene fatto largo uso della demagogia, ovvero l’arte di ingannare il cittadino comune, anche nei confronti degli iscritti dei partiti. Come si può sperare di realizzare la democrazia tramite dei partiti che non la utilizzano nemmeno al loro interno? I fatti confermano che essi trasmettono anche alle istituzioni la loro mentalità non democratica.

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4.c.14 – Destra o sinistra?

7 Settembre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Destra o sinistra?

La tendenza a formare il bipartitismo viene agevolata dal tradizionale dualismo fra destra e sinistra, cioè fra conservatori e progressisti. Anche in questo caso non fa male approfondire l’origine delle suddette terminologie: “destra” e “sinistra” indicano due fazioni opposte facendo riferimento alla posizione tenuta in Francia, oltre duecento anni fa, dai membri dell’assemblea generale rispetto al presidente della stessa; a destra si posizionarono coloro che tendevano a mantenere i poteri monarchici e religiosi, detti appunto “tradizionalisti” o “conservatori”, mentre a sinistra si stabilirono coloro che intendevano limitare o addirittura abolire tali poteri, detti pertanto “rivoluzionari” o “progressisti”. Tale terminologia è stata adottata prima in tutta Europa e poi in tutti gli stati occidentali e noi italiani, che formiamo notoriamente una popolazione di creativi, per stemperare la connotazione estremista nel tempo accumulata dalle due parole, ne abbiamo coniate due nuove: centrodestra e centrosinistra, in modo da indicare la parte della destra più aperta al cambiamento e la parte della sinistra meno incline a una totale rivoluzione, cioè due insiemi che tendono a convergere verso un ideale “centro” di equilibrio.
Negli ultimi duecento anni nei paesi occidentali molte cose sono cambiate, in particolare le monarchie assolute sono scomparse e lo hanno fatto in tempi probabilmente più brevi di quanto i più accesi rivoluzionari del 1789 osassero sperare, persino il Papa, che è l’unico ad aver mantenuto il titolo di monarca assoluto, ha visto in compenso scomparire tutto il suo regno ed oggi la sua monarchia è limitata alla Città del Vaticano, uno stato indipendente, ma di soli 0,44 Km² di estensione. La sinistra, intesa nella suddetta originale accezione, ha dunque vinto completamente e non dovrebbe avere più ragione di esistere, di conseguenza la destra, definitivamente sconfitta, avrebbe dovuto estinguersi da tempo. Nei fatti però, una vera democrazia non è mai stata realizzata, alla classe dominante dei nobili e dei religiosi si è sostituita una nuova classe dominante dei poteri economici, meno individuabile e quindi più subdola della precedente, la quale ha tutto l’interesse a mantenere acceso il fuoco della contrapposizione fra destra e sinistra, che democraticamente si alternano al governo, per nascondere il vero problema.
Riteniamo che sia di fondamentale importanza scrollarci di dosso le etichette di destra e di sinistra, senza inventarne di nuove come “centristi” o “moderati”, perché non esistono più i problemi di destra o di sinistra e nemmeno i problemi di centro; i nostri ragazzi hanno gravi difficoltà a rendersi economicamente indipendenti a prescindere se vestono in giacca e cravatta, oppure indossano jeans e maglioni; siamo tutti in fila nel traffico, sia ascoltando musica classica, sia ascoltando musica rap; le nostre donne vengono aggredite senza tener conto dei loro piercing o tatuaggi, né delle loro borse griffate o unghie curate. Cosa succede quando, tutti sulla stessa barca, alcuni remano avanti e altri indietro? Esattamente quello che succede a noi tutti i giorni, si sprecano enormi energie per girare in tondo in mezzo alla nebbia del nostro inquinamento psicologico.

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4.c.15 – Quale tipo di democrazia possiamo scegliere?

8 Settembre 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Quale tipo di democrazia possiamo scegliere?

Abbiamo esaminato essenzialmente due modelli di democrazia: quella diretta che si ispira al sistema applicato nell’antica Grecia ad Atene, dove tutti i cittadini aventi diritto di voto si riunivano in un parlamento con centinaia di membri, dove ognuno rappresentava direttamente se stesso; quella indiretta parlamentare dove ancora centinaia di persone si riuniscono dopo essere stati eletti da una popolazione molto più grande. Entrambi i sistemi pertanto si ispirano al modello ateniese nel quale erano peraltro esclusi dal voto gli schiavi, le donne, gli artigiani, i mercanti e chiunque non fosse proprietario terriero; il popolo allora non era l’insieme di tutti gli abitanti, ma una fetta minoritaria di popolazione di origine non solo nobile. Secondo un punto di vista moderno si trattava dunque di un’estensione della classe dominante, molto coraggiosa ed innovativa, ma non una vera democrazia. Oltre questo abbiamo visto che il loro parlamento era troppo grande per funzionare in modo efficace, dunque possiamo dire che il modello greco non ha mai funzionato da un punto di vista democratico, anche se gli va riconosciuto il merito di averci provato e di aver affermato il concetto di democrazia come un principio giusto e realizzabile. Per quanto riguarda la democrazia indiretta, essa ha cercato di risolvere il problema del numero eccessivo con l’elezione dei rappresentanti e con l’inserimento degli stessi in un parlamento sempre di tipo ateniese, ma ottenendo risultati ancor più deludenti. Si è trattato di nuovo di un tentativo molto coraggioso e per questo ammirevole, tuttavia non ci dobbiamo nascondere il suo fallimento; cercare di applicare un sistema assai difettoso, nato per gestire una singola città di molte migliaia di abitanti, a delle nazioni con molte decine di migliaia di abitanti era un piano temerario; certo all’inizio il voto era riservato solo ad alcune categorie di cittadini (maschi, bianchi e con un certo grado di ricchezza) e questo riduceva sensibilmente i problemi, ma allo stesso tempo escludeva una vera democrazia.
Con l’introduzione del suffragio universale nella seconda metà del novecento, si è cercato di fare l’ultimo passo verso la vera democrazia concedendo il diritto di voto a tutta la popolazione adulta, ma di fatto questo ha solo fatto emergere i punti deboli del sistema parlamentare, ingigantendo i problemi legati alla manipolazione della gente comune e avvantaggiando come mai prima d’allora i politici senza scrupoli. Paradossalmente con l’introduzione del suffragio universale si è avuta un’ondata di corruzione che ha reso il sistema inefficiente anche da un punto di vista amministrativo. Tale sistema non può funzionare con decine o peggio con centinaia di milioni di elettori; una vera democrazia dunque in una grande nazione non è mai esistita.
Quando è nato l’attuale sistema parlamentare, alla fine del XVIII secolo, i trasporti si basavano sui cavalli e sui carri a trazione animale, come le diligenze o le carovane del far west, e l’illuminazione si basava sulle candele e sulle lampade a petrolio. Oggi questi sistemi sono stati superati dai tempi e sostituiti con nuove tecnologie più efficaci, a chiunque apparirebbe assurdo o quantomeno bizzarro utilizzarli ancora, sebbene indubbiamente tali sistemi abbiano sempre funzionato. Come mai a tutti sembra invece normale utilizzare un sistema politico risalente alla stessa epoca, ma che non ha mai funzionato? Tale sistema inoltre si ispirava fortemente a quello greco, molto più antico e legato a un mondo lontanissimo, perché dunque nessuno cerca qualcosa di nuovo? Oltre che all’educazione scolastica, questo stato di cose si può attribuire alla natura umana che, come abbiamo detto in precedenza, percepisce come argomento religioso tutto ciò che riguarda l’ordinamento della società e i relativi valori guida. L’attuale sistema politico è stato dunque accettato dalla popolazione in modo assai poco critico, come una verità religiosa che come tale viene difesa; ecco perché si è mantenuto inalterato nei secoli ed ecco perché le proposte di cambiamento sono in genere bollate come eresie.
Tuttavia dobbiamo anche ricordare che pure le religioni, sia pur lentamente, evolvono; questo avviene tanto più velocemente quanto più l’insoddisfazione della popolazione è alta e quindi la sua mentalità è pronta a cambiare. Sappiamo che il dilagare della corruzione ha portato ad una grave inefficienza anche amministrativa oltre che democratica; oggi l’insoddisfazione del cittadino è pertanto mediamente molto alta e vi sono dunque buoni motivi per credere che i tempi siano ormai maturi affinché dei riformatori siano visti come dei salvatori piuttosto che come pericolosi eretici sovversivi da emarginare, possiamo dunque sperare in un nuovo salto evolutivo culturale.
L’unico modello che risulta valido attualmente è quello diretto, ma si rivela già inefficace se applicato ad un gruppo di poche decine di persone. Se dunque vogliamo introdurre un sistema democratico nel nostro mondo, dobbiamo creare un modello nuovo, un modello che soddisfi le seguenti caratteristiche:
• l’insieme dei cittadini deve costituire effettivamente la massima autorità;
• il governo deve essere una forma di autogoverno, quindi deve seguire la volontà popolare;
• gli oratori abili, ma disonesti, non devono avere vantaggi rispetto ad oratori scadenti, ma con buone idee;
• se necessario, si devono eleggere veri rappresentanti;
• vi deve essere un efficace controllo dei rappresentanti;
• vi deve essere una selezione delle idee migliori;

avendo definito degli obiettivi chiari, abbiamo stabilito delle mete precise verso le quali dirigerci nel nostro viaggio alla ricerca di un progresso stabile; possiamo quindi decidere il percorso da seguire iniziando finalmente a parlare delle possibili soluzioni ai problemi radice.

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