Capitolo 2.c

13 Maggio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

LA GESTIONE CULTURALE

Guardiamo avanti. Abbiamo scoperto che è di primaria importanza imparare a gestire la nostra cultura e la sua evoluzione; anche se con un certo grado di inconsapevolezza, in parte lo stiamo già facendo e quindi non dobbiamo partire da zero; qualunque obiettivo ci si ponga, sappiamo però per esperienza che per raggiungerlo si devono sfruttare al meglio gli strumenti che la natura ci ha messo a disposizione; andare contro natura è come nuotare contro corrente: non si ottiene nulla e si consumano tante energie. Prima di tutto allora, vediamo di quali strumenti naturali siamo dotati per gestire il nostro patrimonio culturale.

Sulla cresta dell'onda

CONCETTI IN MUSICA
   LIGABUE – BALLIAMO SUL MONDO

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2.c.1 – Il cervello è la nostra plancia di comando?

14 Maggio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

sinapsiIl cervello è la nostra plancia di comando?

Il cervello è l’organo deputato alla produzione della cultura, è la sede dell’intelligenza, della volontà, della fantasia e della memoria; la mente umana è costituita da un insieme di attività del cervello, tali attività producono i pensieri, ricevono ed elaborano gli stimoli esterni, rievocano i ricordi; quando pensiamo, noi tutti “sentiamo” nella nostra mente i nostri pensieri, come vi fosse una voce interna, ma è importante osservare come ciò non avvenga sempre; esistono infatti numerose prove sperimentali che ci mostrano come solo una parte dei nostri pensieri venga ascoltata e lo stesso vale per la ricezione degli stimoli. In altre parole alcuni pensieri sappiamo di pensarli ed altri no, alcune cose sappiamo di averle viste, di averle udite ed altre no; l’insieme dei pensieri che vengono percepiti viene detto coscienza, mentre quello dei pensieri inconsapevoli viene detto inconscio; si badi bene che la mente è una sola, però solo una parte di essa viene da noi percepita; inconscio e coscienza appaiono dunque separate solo alla nostra percezione, ma in genere svolgono un lavoro comune con armonia e coerenza poiché sono parti della stessa mente, anch’essa frutto dell’evoluzione biologica che, come abbiamo visto, si è sviluppata creando organi e organismi sempre più complessi, ma sempre basati sulla sinergia e sulla specializzazione e sempre dotati di funzionalità ben determinate e selezionate.
Noi tutti nel disegnare una figura qualsiasi guidiamo la nostra mano con piena coscienza; se invece parliamo con un amico durante una passeggiata noi non pensiamo a quello che fanno le nostre gambe, esse sembrano muoversi da sole e lo stesso vale per tutti i movimenti automatici, molti dei quali spesso neanche ci accorgiamo di compiere; le gambe però non possono camminare da sole, questi movimenti sono comunque comandati dal cervello, ma non in modo cosciente.
È importante notare che il concetto di movimento automatico è ben diverso da quello di movimento istintivo o innato: noi possiamo lasciarci assorbire dal discorso con un amico anche quando guidiamo un’automobile o una bicicletta e certo questi non sono movimenti istintivi previsti dalla natura, si tratta di movimenti automatici, ma appresi, non innati; tutto ciò ci rivela che la parte nascosta della nostra mente è in grado di imparare, sia in modo diretto che culturale. Per usare un’analogia informatica, l’inconscio è in grado di svolgere delle funzioni in parallelo mentre siamo concentrati su un’attività che in quel momento si considera prioritaria, ma tali funzioni non sono solo gestite da software di servizio che non richiedono aggiornamenti come quelli istintivi, bensì anche da software sempre più complessi che si aggiungono e si sovrappongono con continui aggiornamenti.

PALCO D’ONORE
    SIGMUND FREUD   stella1stella1stella1stella1stella1

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2.c.2 – Disponiamo di un archivio mentale?

15 Maggio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

archivioDisponiamo di un archivio mentale?

È stato dimostrato che, in una data situazione, la nostra mente sceglie in modo automatico fra vari tipi di comportamento appresi in precedenza e che tali scelte sono effettuate in base a dei criteri, ad esempio i valori morali, a loro volta appresi culturalmente; ne segue che l’inconscio svolge una parte fondamentale nella gestione del comportamento e della cultura; noi tutti abbiamo nella testa una sorta di archivio nel quale si conservano i modelli di comportamento e di ragionamento, nonché un sistema automatico di gestione programmabile culturalmente. Uno strumento naturale e fondamentale per la gestione della cultura dunque esiste ed è costituito da un sistema di gestione automatica della memoria basato sull’apprendimento.
La scienza oggi ci dice che noi siamo in grado di fare quasi tutto senza accorgercene: muoverci, comunicare, sentire, ricordare, reagire, decidere, imparare; l’inconscio è in grado di fare tutto quello che fa la coscienza, l’unico suo limite sembra essere quello di non poter fare progetti; a ben vedere però, la coscienza sviluppa qualsiasi progetto sulla base dei desideri originati dall’inconscio e quindi tale funzione è una prerogativa delegata e subordinata.
Ancora oggi è opinione largamente diffusa che la coscienza sia la parte più nobile dell’uomo, avendo il compito di controllare i nostri antichi istinti bestiali, ma i dati sperimentali ci mostrano una realtà ben diversa: nella maggioranza dei casi la coscienza ha un ruolo subordinato rispetto alla sua controparte occulta, la quale coordina istinti, desideri ed emozioni, anche le più nobili come l’amore e l’altruismo, gestisce i criteri di giudizio, compresi i valori morali, che vengono imposti alla coscienza come un prodotto già finito, sotto forma di ordini da eseguire o direttive da rispettare senza discussioni.
Il ruolo principale della coscienza sembra quindi essere quello di soddisfare le esigenze individuate dall’inconscio e pertanto non è nella sua natura criticare gli ordini ricevuti da quest’ultimo; non è dunque ragionevole fare affidamento sulla coscienza per riconoscere e cambiare cattive abitudini o atteggiamenti sbagliati perché essa li considererà sempre giusti o quantomeno accettabili; è necessario un aiuto di tipo culturale, una forma di educazione del proprio inconscio, in quanto, come abbiamo visto, l’apprendimento è la base per l’impostazione della gestione automatica.
Si badi bene però che educare l’inconscio non vuol dire fare il lavaggio del cervello, condizionare una persona contro la sua volontà o a sua insaputa: quando impariamo a guidare l’automobile ne siamo perfettamente consapevoli, ma alla fine guideremo senza pensarci; educare o ricevere un insegnamento rimane un atto cosciente anche quando viene coinvolto l’inconscio, è quest’ultimo che rimane sempre nascosto, non l’insegnamento.
Rimane tuttavia il problema di riconoscere e rifiutare atteggiamenti sbagliati che siamo abituati ad accettare; anche in questo caso, per trovare la soluzione, dobbiamo far riferimento alla nostra esperienza passata e alla nostra natura: a tutti noi nella vita è capitato di cambiare opinione, abitudini e gusti; l’inconscio è in grado di correggersi, è anche questa una forma di apprendimento, una risposta a stimoli ambientali. Si può dunque concludere che il meccanismo dell’apprendimento deve essere ben compreso per poter essere sfruttato al meglio nella sua funzione naturale.

 

PALCO D’ONORE
    ERICH FROMM   stella1stella1stella1

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2.c.3 – Il mondo dove viviamo è reale o immaginario?

16 Maggio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

immaginazioneIl mondo dove viviamo è reale o immaginario?

Un neonato di pochi mesi si porta tutto alla bocca per studiare ed esplorare il mondo che lo circonda; a un anno afferra e tocca di tutto e sarebbe anche capace di infilare le dita nella presa della corrente elettrica; crescendo il nostro comportamento cambia, siamo ancora curiosi, ma di cose nuove, le esperienze della prima infanzia sono ormai assorbite e consolidate, da grandi non abbiamo più bisogno di toccare un muro per sapere che è solido o il ghiaccio per sapere che è freddo. Una buona parte del mondo che percepiamo è costituita dunque dai nostri ricordi, ma le esperienze non sono però un semplice ricordo: fare tesoro di un’esperienza vuol dire non solo ricordare le sensazioni avute, ma anche averle valutate, associate con relazioni tipo causa-effetto, ecc. e tali associazioni e valutazioni sono indubbiamente frutto della nostra capacità di immaginazione. Una parte del nostro mondo è allora costituita anche dalla nostra fantasia e prova ne sia il fatto che per molti secoli abbiamo vissuto con la convinzione che la Terra fosse al centro dell’universo e che tutto ruotasse attorno ad essa oppure il fatto che la Terra stessa è sempre stata considerata piatta e non sferica.
Quando cade una nostra certezza ci si rende conto che il mondo non è come lo avevamo immaginato, si capisce che, almeno in parte, fino a quel momento eravamo vissuti in un mondo immaginario, ma d’altra parte il nostro mondo immaginario ci sembrava assolutamente reale e coerente, non dava problemi, perché dubitarne? Perché cercare un mondo reale, complicato e difficile da conoscere nei dettagli, quando ve ne sono centinaia più semplici da immaginare, capire e padroneggiare? Immaginare una realtà coerente con le nostre esperienze personali permette di risparmiare tempo ed energie in ricerche lunghe, complicate o addirittura proibitive e ci permette quindi di stabilire come agire con rapidità, sicurezza e minimo sforzo. Certo, talvolta c’è la possibilità di agire nel modo sbagliato, ma l’alternativa è non agire in tempo utile o non agire affatto. Come sarebbe possibile vivere da adulti se dovessimo ogni volta ricontrollare tutto, assaggiando e toccando ogni cosa come dei bambini piccoli?
Il mondo immaginario che viene così costruito è allora uno strumento di sopravvivenza che permette di orientarsi in un mondo difficile da capire, è dunque una delle nostre principali strategie evolutive.
Considerando quindi che:
• la portata dei nostri sensi è limitata e permette una conoscenza parziale, a volte insufficiente, del mondo che ci circonda;
• uno studio accurato del mondo è lungo, faticoso e a volte inutile, in quanto non permette di agire tempestivamente;
appare verosimile l’ipotesi che la natura abbia concepito e selezionato la nostra mente non per comprendere il mondo reale, ma per immaginarne uno equivalente che risulti il più adatto possibile a soddisfare le esigenze della vita quotidiana. Lo scopo principale è quello di permettere un comportamento adatto per la sopravvivenza, impiegando un tempo minimo e risparmiando energie, secondo un sano principio di economia mentale che porti alla massima efficienza.
La biologia ci mostra che l’esperienza si basa sulle sensazioni ricevute dagli organi di senso stimolati dal mondo che ci circonda; in questo caso si parla di esperienza diretta ed è sicuramente la forma più antica. Dai contatti con i genitori, gli amici e gli insegnanti riceviamo poi in modo indiretto anche il frutto dell’esperienza altrui, acquisendo la cosiddetta tradizione culturale.
Sappiamo inoltre che ogni esperienza è un misto di ricordi, associazioni e valutazioni personali e che il ricordo dell’esperienza così strutturato forma nella mente un modello della stessa che può essere rievocato a piacere. Le esperienze ripetibili, accumulandosi, formano un modello del mondo che ci consente di prevedere gli eventi in modo da goderne se positivi o da evitarli se negativi. Trarre insegnamento da una esperienza vuol dire allora aver formato una rappresentazione del mondo ed averla usata per stabilire il nostro comportamento futuro, analogamente a quanto facciamo con una mappa per stabilire il percorso di un viaggio. Si tratta di un processo automatico avviato dall’esperienza.
È bene porre in evidenza che, una volta creato un buon modello, questo può essere utilizzato più volte e per vari scopi; la rappresentazione del mondo non è quindi legata a un fine in particolare, ma si presta a mille usi e pertanto è opportuno dedicarsi a tale rappresentazione come una attività fine a se stessa. Non è un caso che la natura sfrutti questo principio mediante la curiosità, cioè attraverso un istinto che porta a esplorare l’ambiente senza un immediato fine pratico e non è un caso che tale istinto sia profondamente radicato nell’animo umano.
A questo punto, capito che l’origine dei modelli mentali è intrinsecamente legata allo sviluppo di comportamenti adatti alla sopravvivenza, è bene notare che un errore nel modello che non comprometta tale comportamento può essere considerato accettabile dalla nostra natura. Portando all’estremo tale ragionamento, anche un modello completamente errato che però porti al giusto comportamento può essere accettato ai fini della sopravvivenza e risultare equivalente al modello idealmente corretto; in fondo si tratta di una preziosa occasione in più per trovare la via giusta. Infine, se un modello si presta meglio allo sviluppo di un tale comportamento, anche se più lontano dalla realtà, tale modello risulterà addirittura migliore ai fini della sopravvivenza rispetto alla realtà.
Da quanto detto si deduce che non ci si deve stupire se la mente umana risulta programmata a soddisfare la propria curiosità con fantasie che ben poco hanno a che spartire con il mondo reale. Ciò che la nostra curiosità cerca non è una rappresentazione fedele della realtà, ma un modello equivalente che porti al massimo risultato con il minimo sforzo.

IL CASO CELEBRE
CRISTOFORO COLOMBO

CONCETTI IN PILLOLE
pillola1 n. 8 – IL MONDO IMMAGINARIO
Il mondo immaginario
 
 
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Domenica 17 maggio 1309

17 Maggio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

La danse des drapeaux

SVENTOLINO I VESSILLI!

Oggi è festa nel Villaggio di Ofelon!

A tre mesi dalla fondazione del Villaggio di Ofelon
oltre sedicimila “viandanti telematici”
hanno visitato il Villaggio.
vi aspettiamo tutti con piena cittadinanza, muniti del vostro avatar,
per ampliare sempre di più la nostra tavola rotonda
in cui vogliamo confrontarci su temi importanti,
ma sempre divertendoci insieme
e fino a raggiungere risultati concreti
per un effettivo, diffuso e percepito miglioramento
della qualità della nostra vita.

Ofelon per tutti
e tutti per Ofelon!

logo_ofelon_60_colore

 

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2.c.4 – La chiusura mentale è un fenomeno naturale?

18 Maggio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

chiusuraLa chiusura mentale è un fenomeno naturale?

La nostra vita si basa sulla visione che noi abbiamo del mondo, cioè sul modello mentale che ci siamo costruiti per orientarci fra le leggi della natura, per intrattenere rapporti umani, per decidere cosa è bene e cosa è male, per definire il nostro ruolo nella famiglia, nella società e nell’universo; si tratta di una vera e propria mappa mentale per muoverci nel mondo reale. Non potendo disporre di una sfera magica che ci dica come effettivamente funzioni il mondo, ci dobbiamo arrangiare con i nostri sensi e la nostra capacità di immaginazione; quello che otteniamo non è la verità, ma un modello che risulti equivalente ai fini del corretto comportamento per la sopravvivenza.
Tale modello si crea lentamente nel tempo; fin dalla prima infanzia inizia a formarsi nella nostra mente sulla base delle esperienze personali per poi integrarsi con la tradizione culturale; nella nostra mente, l’immagine del mondo, della società e persino quella di noi stessi, deve essere coerente sia con le nostre esperienze, sia con quanto ci viene insegnato a casa e a scuola e con quanto ci viene raccontato da parenti, da amici e dalla televisione. Organizzare in modo coerente tutta questa impressionante mole di informazioni, creare cioè una mappa mentale che risulti affidabile, è un lavoro tanto complesso quanto fondamentale per la nostra vita, ma che rischia di essere messo in crisi da ogni nuova esperienza.
Quando nei primi anni del XVII secolo il celebre astronomo Galileo Galilei affermò che l’universo non gira attorno alla Terra, come si credeva allora, ma che è la Terra a girare su sé stessa come tutti i pianeti, vi fu grande scandalo e gli venne imposto con la forza di ritrattare le sue teorie. Cosa c’era mai di così sconvolgente nel nuovo modello del mondo? Che cosa era così difficile da accettare? La novità avrebbe dovuto essere del tutto irrilevante per chiunque non fosse stato un astronomo; nessun falegname, contadino o fabbro avrebbe visto cambiare la propria vita se la nuova teoria fosse stata accettata e lo stesso si può dire dei nobili e dei sacerdoti, visto che né sulla Bibbia né sui Vangeli vi era scritto qualcosa in contrasto con essa, ma l’apparenza in questo caso ci inganna; la centralità della Terra, il fatto che tutto ruotasse attorno ad essa, era infatti la principale conferma oggettiva della centralità dell’uomo nella Creazione, e quindi della nostra importanza agli occhi di Dio; indirettamente era una prova dell’esistenza stessa di Dio e quindi giustificava sia l’autorità religiosa, sia quella politica, a quei tempi basata sul diritto divino. Quella che doveva essere una semplice scoperta astronomica rischiava di mettere in crisi la fede e la stabilità politica di intere nazioni, poiché demoliva il modello del mondo su cui si fondavano e che nessuno osava mettere in discussione. Quanto accadde a livello generale può accadere anche a livello individuale; un uomo fiero e sicuro di sé in quanto stimato per il suo lavoro, grazie al quale riesce a mantenere la famiglia e a dire a sé stesso di essere un buon padre, può andare psicologicamente in pezzi in caso di perdita del lavoro, anche se non per colpa sua, e sentirsi un fallito. Se ogni novità può mettere in discussione la nostra preziosa visione del mondo, se questa è veramente così fragile, come mai non entra in crisi tutte le settimane? Come riusciamo ad evitare questo pericolo? La risposta che la natura ha dato a questo problema è di una semplicità disarmante: al presentarsi di nuove esperienze, anche culturali, il nostro cervello si sforza di aggiornare la sua visione del mondo con piccole modifiche, in modo da mantenerla sempre coerente con tutte le esperienze vissute fino a quel momento; quando però piccole modifiche non sono sufficienti, cioè quando è difficile inserire la nuova esperienza nel vecchio contesto, valutiamo inconsciamente se vale la pena accettare la novità, rischiando di far crollare il nostro sistema di credenze e di mandare di conseguenza in crisi la nostra vita; se accettare la nuova esperienza non è indispensabile, essa viene pertanto rifiutata, dando origine alla cosiddetta chiusura mentale, al rifiuto dell’evidenza dei fatti, all’oscurantismo. Si tratta, in fondo, di un’ulteriore applicazione del principio dell’economia mentale: rivedere completamente o in buona parte un modello che ha richiesto anni per essere costruito e che è risultato efficace e funzionale, può essere molto dispendioso e rischioso poiché nulla garantisce di trovarne un altro migliore e in tempi brevi; dal punto di vista della sopravvivenza è dunque logico che la nostra mente rifiuti caparbiamente di modificare il suo sistema di credenze e quindi il suo attaccamento ad esso è solo apparentemente irrazionale.

 

 

PALCO D’ONORE
    IMRE LAKATOS   stella1
                                                        
                                                                                         La mappa mentale
CONCETTI IN PILLOLE
 pillola1   n. 9 –  LA MAPPA MENTALE

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2.c.5 – Esiste un inquinamento psicologico?

19 Maggio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

inquinamentoEsiste un inquinamento psicologico?

Quando ci accorgiamo che delle credenze sono del tutto infondate, le definiamo superstizioni, se riguardano eventi naturali e pratiche magiche o religiose, oppure pregiudizi se si riferiscono alla natura umana e alla vita sociale. Tuttavia, ci accorgiamo dell’infondatezza delle credenze solo quando giudichiamo quelle diverse dalle nostre, dato che ognuno di noi normalmente non è in grado di valutare le proprie.
Superstizioni e pregiudizi vengono tradizionalmente considerati frutto dell’ignoranza, ma in base alle considerazioni precedenti risulta evidente come siano fenomeni naturali dovuti al sorprendente processo che produce la conoscenza umana partendo da poche sensazioni e da molta fantasia (o intuito); se poi ricordiamo che buona parte delle nostre credenze non sono dovute all’esperienza diretta, ma alla nostra tradizione culturale, dobbiamo ammettere che pregiudizi e superstizioni sono spesso frutto della nostra cultura e non dell’ignoranza. Gli esempi sono numerosi: le discriminazioni nei confronti delle donne o delle minoranze religiose, le varie forme di razzismo e le credenze nelle varie pratiche magiche sono infatti fenomeni di chiara origine culturale che variano da popolo a popolo e di epoca in epoca.
Le false credenze ci appaiono vere fino a prova contraria e spesso anche dopo, se non si presentano alternative migliori; esse sono state accettate perché apparentemente non danno problemi alla nostra vita, ma le conseguenze negative possono presentarsi anche dopo molti anni quando si sono ormai profondamente radicate nella nostra mentalità. Non è facile rivedere le convinzioni consolidate, ma in un mondo che cambia in fretta, l’aggiornamento del proprio sistema di credenze diventa una necessità sempre più frequente, perché è sempre più facile che nella nostra mente vi siano idee non solo errate, ma risultanti addirittura dannose nel nuovo contesto formatosi.
La diffusa opinione che bere bevande alcoliche sia un atteggiamento da vero uomo ha infatti comportato gravissime conseguenze soprattutto dopo la diffusione dell’automobile, poiché il numero dei morti in incidenti automobilistici causati dall’alcol è elevatissimo ogni anno; tale usanza provocava gravi problemi anche prima, ad esempio la cirrosi epatica, ma era necessario bere molto di più e più a lungo nel tempo per rischiare la vita. Come ulteriore esempio si può citare la convinzione che i governanti agiscano sempre o quasi nell’interesse della patria e dei cittadini, convinzione che da sempre porta le masse a morire in tempo di guerra per interessi altrui.
Dobbiamo allora distinguere fra credenze false e convinzioni nocive: le prime fanno parte della nostra natura, sono inevitabili, ma in genere non danno problemi, le seconde sono quelle che invece comportano conseguenze di una certa gravità. In base alla logica della natura, quando un’idea comporta troppi guai dovrebbe essere sostituita con un’altra migliore, ma ciò avviene solo se la nostra mente percepisce la vera causa di questi guai; per esempio, le norme igieniche si sono diffuse con razionalità solo dopo la scoperta che le malattie erano causate dai batteri. A volte però, nemmeno la consapevolezza della causa è sufficiente: il cancro al polmone è stato associato alle sigarette, ma essendo un fenomeno relativamente raro, viene percepito dai fumatori come una disgrazia che colpisce i fumatori più sfortunati; per loro la vera causa è dunque la sfortuna e non l’uso delle sigarette; un discorso analogo si può fare per l’eccesso di velocità o l’abuso di alcol.
I nostri livelli di tolleranza riguardo ai problemi che ci affliggono sono troppo alti; dobbiamo perfezionare i processi con cui liberarci dalle cattive abitudini e dalle convinzioni nocive perché la nostra mente è sempre più piena di idee deleterie che, nell’insieme, formano una sorta di inquinamento psicologico che ci porta a muoverci contro i nostri interessi. Questa massa di idee spazzatura, che può derivare dalla nostra tradizione culturale o da errate valutazioni personali, a volte può avere anche una funzione positiva: la credenza nel malocchio per esempio ci aiuta a superare la paura dell’ignoto in quanto individua una causa fittizia contro la quale però c’è rimedio; dopo che il mago di turno ci ha tolto il malocchio, possiamo con rinnovata sicurezza affrontare e superare un periodo difficile, cosa prima impossibile senza una causa da eliminare per risolvere i nostri problemi; simili superstizioni diventano dannose solo quando ci si rivolge al mago per curare delle malattie, per il resto, contro la sfortuna, funzionano ancora bene e sarebbe un errore eliminarle senza sostituirle con qualcosa d’altro.
Noi tutti sappiamo che l’alta velocità è la principale causa di incidenti, ma l’incidente è un evento raro che capita solo ai più sfortunati; ne segue che, quando usciamo e corriamo con la nostra auto, pensiamo che l’incidente capiterà sempre a qualcun altro. Al nostro primo sinistro però, anche se lieve, il nostro atteggiamento cambia e per molto tempo, a volte per sempre, guideremo con maggiore prudenza ricordando che tale guaio può capitare anche a noi. Come abbiamo detto, l’apprendimento dell’inconscio dipende dall’esperienza; la nostra coscienza era consapevole dei rischi dell’alta velocità anche prima dell’incidente, ma l’inconscio, la parte dominante della nostra mente, aveva invece bisogno di un bello spavento per rendersene pienamente conto e cambiare la percezione del pericolo. Risulta quindi chiaro che per combattere l’inquinamento psicologico spesso non è sufficiente affidarsi alla nostra coscienza, per quanto bene informata, ma diviene necessario migliorare la percezione della realtà attraverso opportune e controllate esperienze.

 

PALCO D’ONORE
 it1   MASSIMO POLIDORO   stella1
                                       

CONCETTI IN PILLOLE
 pillola1  n. 10 – L’INQUINAMENTO PSICOLOGICO                                          L'inquinamento psicologico

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2.c.6 – La filosofia ha una funzione biologica?

20 Maggio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

filosofiaLa filosofia ha una funzione biologica?

Un’antica tradizione fa risalire al celebre filosofo Pitagora la prima definizione di filosofia; egli indica come filosofia una continua ricerca senza fine della sapienza, una sapienza perfetta alla quale ci si può avvicinare, ma che nella sua interezza è riservata solo agli dei.
Nel tempo, mutando il modo di classificare i diversi campi della conoscenza, anche il termine filosofia ha avuto molteplici slittamenti di significato; tuttavia la concezione di Pitagora mantiene una sua attualità sia perché è di facile comprensione, sia perché è coerente con la moderna concezione naturalistica basata sul finalismo biologico che ora introdurremo.
L’essere umano per sua natura è curioso e tale curiosità ha una funzione biologica; essa infatti ci spinge a conoscere l’ambiente che ci circonda e ad accumulare esperienze che torneranno utili nel corso della vita. Le informazioni che accumuliamo vengono ordinate, associate e interpretate; tutto questo lavoro porta a disegnare la ormai ben nota mappa mentale grazie alla quale ci orientiamo sia nella vita di ogni giorno, sia nei progetti a lungo termine. Anche se non ne siamo consapevoli, la nostra curiosità e la nostra immaginazione hanno dunque una funzione pratica.
Lo sviluppo del modello mentale avviene normalmente in modo spontaneo, non intenzionale. Tale lavoro non si basa solo sulle esperienze personali, ma anche su un bagaglio culturale che la collettività ci trasmette. Risulta così che la nostra visione del mondo dipende fortemente dal nostro ambiente culturale e che dentro tale ambiente ciascuno veda il tutto in modo simile agli altri. La formazione di questa immagine del mondo è quindi il frutto di una ricerca sia personale, sia collettiva e tale ricerca è, in fondo, la filosofia secondo il pensiero di Pitagora. Da un punto di vista biologico la filosofia è quindi uno sforzo per capire il mondo al fine di poterci vivere al meglio, è una strategia evolutiva con una chiara funzionalità biologica.
Con il termine filosofia spesso si indica anche il risultato della ricerca anzidetta ovverosia l’immagine che si è creata; quindi si può dire che una certa filosofia è un dato modo di vedere il mondo, un particolare modello mentale.
Possiamo riunire le due accezioni precedenti nella seguente definizione:
studio specifico, intenzionale o meno, inteso come ricerca e forma di sapere riguardo la natura del mondo, dell’uomo e delle loro relazioni, finalizzato a una visione globale della realtà.
Tale concezione, per come si è formata, esprime una visione naturalistica della filosofia e si propone come una delle soluzioni possibili al secolare problema di dare una definizione della filosofia.
È bene ricordare che nello studio di questa disciplina si usano due approcci fondamentali:
• quello storico, che segue l’evoluzione nel tempo del pensiero preso in esame;
• quello per argomenti o problemi fondamentali.
Come in una cartina geografica vi sono i punti cardinali, così nella nostra cartina ideale abbiamo delle verità, dei concetti di base particolarmente importanti al fine di orientare il nostro comportamento: cosa è bene e cosa è male, che ruolo abbiamo nell’universo e nella vita, per quale motivo ci è toccato tale ruolo, perché la natura appare talvolta crudele, ecc.
Individuare questi concetti di base equivale a trovare una risposta alle cosiddette domande fondamentali che ogni uomo si pone: “Chi siamo? Da dove veniamo? Che senso ha la vita? Che ruolo abbiamo nell’universo?”
Queste domande possono essere meglio riassunte nelle seguenti:
• che ruolo abbiamo nella vita e nell’universo?
• cosa dobbiamo fare di conseguenza?
È importante ricordare che si può ottenere un comportamento valido, corretto e funzionale per la sopravvivenza della specie anche con risposte assolutamente errate. Lo stesso si può dire di un comportamento di successo che incontri il favore di una popolazione; ciò può spiegare il proliferare di scuole di pensiero tanto diverse ed in perenne disaccordo.
Sebbene lo scopo reale della nostra curiosità e della nostra fantasia sia la creazione di un mondo immaginario, ma funzionale, bisogna ricordare che per essere funzionale tale modello deve avere un certo grado di coerenza con l’esperienza; la verità è quindi in genere considerata come un sommo bene e indicata come oggetto principale o unico della ricerca, anche se poi di norma ci si deve accontentare di un qualche surrogato.

IL CASO CELEBRE
   BARUCH SPINOZA
                                                  

slide_11

 CONCETTI IN PILLOLE
 pillola1  n. 11 – LA FILOSOFIA BIOFUNZIONALE
 

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2.c.7 – Cosa lega la filosofia alla religione?

21 Maggio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

religioneCosa lega la filosofia alla religione?

Sappiamo che il nostro ambiente culturale influisce sul nostro modo di vedere la realtà; uno dei modi in cui questo avviene è attraverso l’educazione religiosa, infatti con essa si tramandano modelli di comportamento e valori, si giustifica la consuetudine sociale con i suoi ruoli e spesso viene anche stabilita una relazione con la natura, magari trasformata in divinità; nella religione si trovano dunque risposte alle domande fondamentali della filosofia. Si può allora concludere che nelle religioni si trova in genere una notevole componente filosofica con la peculiare caratteristica di non essere criticabile in quanto inserita in una tradizione sacra.
La presentazione dell’universo che troviamo nella filosofia religiosa appare quindi cristallizzata nella tradizione sacra; in realtà la storia ci insegna che anche i modelli religiosi si evolvono, ma in tempi assai lunghi, tanto che non si notano grandi differenze da una generazione all’altra. Mutamenti più rapidi creano scandalo, disordine sociale e in genere vengono bollati come eresie. Le religioni forniscono alcuni riferimenti fondamentali per la formazione di un modello mentale di base comune a tutti; ognuno poi farà delle integrazioni personali che non stravolgeranno il modello iniziale, salvo casi eccezionali.
A questo punto ci si può chiedere per quale motivo esista la filosofia come disciplina di studio separata dalla religione e talvolta in conflitto con essa, ma come abbiamo detto, le religioni tendono a fissare i loro modelli, li conservano, ma non li modificano e quindi la ricerca filosofica, cioè lo sviluppo di nuovi modelli, risulta essere un’attività esterna alla religione.
Su una popolazione numerosa di credenti si trova spesso una piccola percentuale di insoddisfatti che accettano con difficoltà l’educazione religiosa ricevuta. Tali disadattati religiosi svilupperanno un credo personale, un modello che si discosterà in modo più marcato degli altri dal modello religioso comune, in altre parole faranno una ricerca filosofica senza i normali vincoli sacri. Il loro lavoro intellettuale potrà dare un grande contributo all’evoluzione dei modelli tradizionali qualora venisse riassorbito in un secondo tempo dalla religione dominante oppure, in caso contrario, potrà dare origine ad una tradizione filosofica non religiosa.
È noto inoltre che alcune filosofie indipendenti dalla religione con il tempo hanno acquisito un processo di sacralizzazione divenendo vere e proprie religioni.
Possiamo concludere che religione e filosofia sono strettamente collegate:
• la religione esalta e tramanda i risultati della ricerca filosofica
• la filosofia contribuisce all’evoluzione storica delle religioni
• la filosofia soddisfa alcune esigenze religiose della psiche umana, come quella di avere un modello mentale che funga da riferimento morale e da sostegno psicologico.

 

PALCO D’ONORE
 it1   TOMMASO D’AQUINO   stella1 stella1 stella1

CONCETTI IN PILLOLE
 pillola1  n. 12 – FILOSOFIA E RELIGIONE
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2.c.8 – Cosa lega la filosofia alla scienza?

22 Maggio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

scienzaCosa lega la filosofia alla scienza?

La parola scienza ha due accezioni fondamentali:
a. Forma di sapere, disciplina che studia un determinato argomento
b. Scienza sperimentale, disciplina che nella ricerca utilizza il metodo sperimentale
Chiaramente la filosofia è una scienza secondo il primo significato, però vi sono importanti collegamenti anche con le scienze sperimentali:
• Il ruolo e quindi anche il valore attribuito alle scienze sperimentali è un problema sorto in ambito filosofico
• La validità delle scienze in generale è una questione filosofica
• Le scienze sperimentali oggi forniscono il principale contributo allo studio della natura che è una parte essenziale della ricerca filosofica.
Ancora una volta emerge come lo studio della natura e delle sue leggi rappresenti la vera chiave per capire i fenomeni che ci riguardano, anche quelli culturali, in modo da poterli governare a nostro vantaggio e come discipline considerate lontane, come la filosofia e la scienza, in realtà hanno connessioni strettissime, connessioni che però non sono facilmente individuabili tra i fumi dell’inquinamento psicologico.

 

PALCO D’ONORE
    THOMAS HOBBES   stella1stella1stella1stella1

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2.c.9 – La scienza sperimentale si distingue dalla superstizione?

23 Maggio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

superstizioneLa scienza sperimentale si distingue dalla superstizione?

Per scienza sperimentale si intende tutto il patrimonio di conoscenze ottenute utilizzando il metodo sperimentale; oggi la sua validità è universalmente riconosciuta, ma pochi sanno su cosa si basa il suo valore; cosa distingue la scienza dalle superstizioni? Se chiediamo all’uomo della strada per quale motivo legge quotidianamente il suo oroscopo e perché crede nella validità dell’astrologia, probabilmente egli risponderà con due motivi fondamentali:
• Perché funziona, perché in genere, come dice l’esperienza personale, le predizioni fatte si avverano;
• Perché l’oroscopo lo leggono tutti e tutti quindi ci credono, non è solo un’opinione personale, ma vi è qualcosa di oggettivo e universalmente riconosciuto.
Se invece chiediamo per quale motivo crede alla scienza moderna le risposte saranno del tipo:
• Perché funziona, perché come dice l’esperienza diretta, le previsioni della scienza si avverano, le lampadine si accendono quando spingiamo l’interruttore, le automobili partono quando giriamo la chiave;
• Perché lo fanno tutti, lo insegnano anche a scuola che ci si può fidare della scienza e quindi è una cosa oggettiva ed universalmente riconosciuta.
Cosa distingue allora la scienza dalle superstizioni? Per il nostro uomo della strada nulla, assolutamente nulla, la scienza sembra essere solo una superstizione in più e nella sua mente è effettivamente così; sappiamo infatti che ogni uomo vive in un mondo in buona parte immaginario, egli è naturalmente superstizioso e inoltre è influenzato dall’opinione pubblica in quanto animale fortemente sociale; la gente comune non sa perché la scienza sia migliore delle antiche credenze, ma non ha avuto problemi ad accettarla come qualunque nuova superstizione anche solo vagamente verosimile.
Questo stato di cose ci aiuta a capire come mai numerose forme di superstizione continuano a sopravvivere nonostante il diffondersi di conoscenze scientifiche e come mai si diffondano false credenze che vengono attribuite alla scienza stessa: tutti noi abbiamo sentito dire che, in caso di parto prematuro, è meglio che il bambino nasca nel settimo mese piuttosto che nell’ottavo; la maggior parte di noi è convinta che ciò sia una verità scientifica confermata dalla medicina moderna, ma non è affatto così; tutti i dati sperimentali la smentiscono e nessun medico l’ha mai provata, in realtà sembra che si tratti di una antica credenza che risale all’antica scuola filosofica di Pitagora, presso la quale il numero sette era considerato un numero fortunato. Come mai in questi casi non ci accorgiamo della differenza fra un’affermazione scientifica e una che non lo è? Semplice, perché non lo facciamo mai, per noi esistono di fatto solo superstizioni.
La differenza fra scienza sperimentale e credenze più o meno probabili invece esiste, è notevole e si trova nel famoso metodo sperimentale, del quale tanto si parla, ma che nessuno conosce; non mancano tuttavia anche notevoli somiglianze dovute alla loro comune origine che è il naturale processo con cui il cervello umano produce la conoscenza.

 

PALCO D’ONORE
 uk1   FRANCIS BACON   stella1stella1stella1

CONCETTI IN PILLOLE                                                                                slide_13
 pillola1  n. 13 – SUPERSTIZIONI E SCIENZE

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2.c.10 – In cosa consiste il metodo sperimentale?

24 Maggio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

laboratorioIn cosa consiste il metodo sperimentale?

Il metodo sperimentale venne concepito per studiare i fenomeni naturali ed è strutturato in tre fasi successive che lo rendono veramente speciale:
La prima fase è quella dell’osservazione e della misura; il fenomeno da studiare deve essere osservato, tale esame non deve variare cambiando l’osservatore e deve quindi essere indipendente dal soggetto che osserva; in tal caso si dice che l’osservazione è oggettiva. Al fine di essere oggettivi e precisi si cerca nel fenomeno tutto ciò che può essere misurato. Se chiediamo a dieci persone se un tavolino da noi scelto è grande o piccolo è probabile che alcuni diranno grande ed altri piccolo poiché ognuno lo confronterà con il proprio tavolo a casa o quello grande della nonna; se invece chiediamo loro quanto è grande e gli diamo un metro da falegname per misurarlo, essi risponderanno tutti allo stesso modo, salvo errori di misura ovviamente. L’uso di strumenti di misura oltre che rendere le osservazioni oggettive, facendo riferimento tutte alla stessa unità di misura, le rende anche molto più precise ed accurate secondo la precisione dello strumento.
È opportuno accennare al fatto che la precisione degli strumenti è sempre limitata, vi è immancabilmente un margine di errore; ad esempio, con un normale metro da sarto non si apprezzano differenze di un decimo di millimetro, ma per il sarto questo tipo di imprecisione è irrilevante; è però importante porre in evidenza che esistono dei metodi per sapere quanto l’errore può essere grande e quindi quanto è preciso il nostro strumento; in questo modo allora possiamo sapere di quanto possiamo sbagliare e se tale errore è rilevante o meno. Lo scienziato, come il sarto, sa che le sue misure non sono infinitamente precise, ma che lo sono quanto basta; anche se da un punto di vista matematico o geometrico sono sempre un poco sbagliate, lo scienziato competente sa sempre di quanto lo sono e può valutare se l’errore è abbastanza piccolo da essere trascurabile.
Un elemento nuovo di questo metodo è dunque la precisione ed una oggettività più rigorosa.
La seconda fase consiste nello sviluppo di un modello matematico o ideale. Per eseguire delle misure è necessario sapere cosa misurare, ma in un fenomeno naturale spesso intervengono numerose grandezze (temperatura, distanza, peso, velocità, superficie, volume e molte altre); lo studioso dalle prime osservazioni deve dunque fare un lavoro di analisi e schematizzazione, individuare le grandezze coinvolte nel fenomeno e le relazioni fra queste, fino a trovare una causa principale da isolare per studiarne gli effetti sulle grandezze ad essa legate. Un esempio classico è la caduta degli oggetti pesanti in cui la causa principale è il peso, mentre l’effetto è il movimento dato dallo spostamento, dalla velocità, dall’accelerazione, ecc.; dopo si aggiungeranno componenti secondarie come la forza d’attrito, la forma irregolare dell’oggetto, i vincoli meccanici ed altro.
Durante l’osservazione dunque inizia già un’interpretazione dei fatti ed una semplificazione della realtà che tende a formare un modello nel quale agisce una sola causa e nel quale si esamina un effetto alla volta. In questo modo il fenomeno viene studiato un pezzo alla volta, per gradi, trovando progressivamente le grandezze da misurare.
Il fenomeno viene rappresentato a questo punto tramite le variazioni delle sue grandezze, le cui misure sono elencate in opportune tabelle ed i cui legami sono ora legami fra numeri (le misure) in genere rappresentabili con formule matematiche dette funzioni. Il risultato è un modello matematico del fenomeno, una sorta di rappresentazione geometrica, preciso quanto lo sono le misure su cui si basa; tale modello diviene progressivamente più complesso man mano che si aggiungono nuove grandezze (sia cause che effetti), ma rimane sempre un modello nel quale può mancare qualcosa, sebbene qualcosa di secondario se il modello è stato ben costruito.
Dalla semplice osservazione, per quanto accurata, si è passati dunque a qualcosa che è frutto della nostra mente, un modello mentale dotato di precisione matematica; questo è il secondo passo del metodo e non vi sono dubbi che si tratta di una versione perfezionata, più rigorosa, più oggettiva del naturale processo che tutti noi utilizziamo nel formare i nostri personali modelli mentali. Lo scopo è fondamentalmente lo stesso: formare nella nostra mente un ritratto, una descrizione della realtà, che sia comprensibile e ci dica come funziona la natura, per soddisfare la nostra curiosità e trarne tutti i possibili vantaggi.
La terza fase è costituita dalla verifica sperimentale. Abbiamo visto che le osservazioni sono oggettive, mentre nella formazione del modello matematico interviene l’intuito dello studioso con il quale si ipotizzano relazioni di causa ed effetto fra le variazioni delle varie grandezze; vi è dunque un contributo soggettivo che può dar luogo a due inconvenienti:
1. dalle stesse osservazioni possono sorgere diversi modelli nati dalle diverse interpretazioni dei vari studiosi;
2. ulteriori osservazioni possono smentire le relazioni ipotizzate.
Nel primo caso i diversi modelli sono tutti coerenti con le osservazioni fatte e quindi perfettamente equivalenti nel descrivere la natura; un esempio classico lo abbiamo già visto in astronomia: è la Terra che gira su sé stessa oppure sono le stelle che girano attorno alla Terra? In entrambi i casi noi vedremmo il Sole, la Luna e tutti gli astri muoversi da est verso ovest; come stanno allora effettivamente le cose? Come stabilire quale è il modello giusto o quello più vicino alla verità? Lo scienziato deve aggiungere nuove osservazioni a quelle di partenza che siano coerenti con un solo modello e smentiscano tutti gli altri; a tal fine si utilizzano i vari modelli per fare delle previsioni su ciò che dovrebbe accadere in situazioni non ancora osservate e quando i vari modelli portano a previsioni diverse in una data situazione, allora si progetta una prova, detta esperimento, che verifichi quale previsione sia quella giusta; questa è la verifica sperimentale, il terzo importantissimo passo del metodo, dal cui esito dipende la scelta del modello migliore.
Tuttavia nulla garantisce che in un secondo tempo non compaia un nuovo modello che sia coerente anche con le nuove osservazioni, in tal caso si dovranno ideare nuovi esperimenti di verifica che permettano di selezionare il modello migliore.
Può anche accadere che compaiano, magari durante le verifiche sperimentali, nuove osservazioni che, nel loro insieme, sono in contrasto con tutti i modelli prodotti, anche l’ultimo rimasto, quello migliore. A quel punto bisogna ammettere che il modello non è valido in ogni occasione, ma solo in un numero limitato di casi e quindi bisogna ricominciare dall’inizio alla ricerca di un modello migliore, magari modificando quello vecchio.
Il perfezionamento e la validità dei modelli dipende dal numero di casi osservati, cioè dal numero di esperimenti di verifica effettuati; la verifica sperimentale porta a due importanti risultati:
• permette di selezionare il migliore dei modelli;
• permette di stabilire il suo campo di validità, ovvero in quali situazioni risulta valido in attesa di un modello migliore.
Ne segue che se anche la ricerca ha prodotto un solo modello, questo viene sempre sottoposto a verifica sperimentale, perché gli scienziati sanno che la sua validità può comunque essere limitata, che non si tratta di una verità incontestabile e che è meglio accorgersi il prima possibile se vi sono casi in cui non può essere usato.

PALCO D’ONORE
    GALILEO GALILEI
    stella1stella1stella1stella1stella1

 CONCETTI IN PILLOLE
 pillola1  n. 14 – IL METODO SPERIMENTALE                                                slide_14

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2.c.11 – Quali sono i vantaggi del metodo sperimentale?

25 Maggio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

osservazioneQuali sono i vantaggi del metodo sperimentale?

In sintesi il metodo è formato da tre passi: l’osservazione del fenomeno, la formazione di un modello matematico e la sua verifica sperimentale. Nella formazione di una qualunque credenza troviamo invece: l’osservazione di un fenomeno, la formazione di un modello mentale ed occasionalmente la ricerca di una qualche conferma alla propria tesi.
Il percorso che la nostra mente segue nel produrre nuova conoscenza è fondamentalmente sempre lo stesso, probabilmente è l’unico che può fare, ma nella ricerca sperimentale l’osservazione è molto più accurata e precisa grazie all’uso di strumenti di misura e all’esame per gradi del fenomeno, inoltre è oggettiva e quindi con validità generale; lo stesso si può dire della formazione del modello che è assai più dettagliato e preciso grazie all’uso della matematica e delle misure; la differenza principale la troviamo però nella verifica sperimentale: essa infatti viene applicata sempre e non occasionalmente, permettendo di scoprire subito se il modello è sbagliato; il suo scopo pertanto non è quello di confermare la nostra tesi per rassicurarci sulla validità della nostra idea, ma quello di vedere con esattezza se rispecchia la realtà e fino a che punto; il fine è perfezionare il modello o sostituirlo con uno migliore e le conseguenze di questo aspetto della verifica sperimentale sono importantissime:
• i modelli vengono sostituiti da altri nuovi quando questi presentano una maggiore precisione o una maggiore ampiezza del campo di validità; i modelli della scienza pertanto migliorano sempre, mentre opinioni, credenze e superstizioni mutano, adattandosi a nuovi contesti socio-culturali, ma le credenze di oggi, vere o false che siano, non sono più precise di quelle di mille anni fa e non risultano più valide; in altre parole la scienza non si limita ad evolvere come ogni forma culturale, ma progredisce con mutazioni sempre positive, in ogni epoca e in ogni luogo.
• tutti i modelli risultano validi in un certo insieme di casi ben noti, cioè quelli dove la verifica sperimentale ha avuto un esito positivo, e rimarranno sempre tali anche quando saranno superati da modelli migliori; se dunque i nuovi modelli sono validi in un numero di casi maggiore oppure sono più precisi, ma allo stesso tempo risultano più complicati e difficili da usare, sarà comunque possibile utilizzare ancora i vecchi modelli, per comodità. Questa è una nuova applicazione del principio dell’economia mentale, che in questo caso però non compromette la ricerca con atteggiamenti oscurantisti.
Parlando di progresso è però opportuno distinguere fra scienza e tecnologia: la scienza è lo studio della natura, mentre la tecnologia è lo studio di come costruire strumenti usando le conoscenze fornite dalla scienza. I due concetti sono strettamente legati, ma è importante osservare che il progresso scientifico rappresenta sempre un progresso per l’umanità, in quanto aumenta le sue capacità di comprendere la natura e quindi di viverci, mentre non si può dire altrettanto del progresso tecnologico, che può essere usato per il bene dell’umanità, ma anche contro di essa: ne sono un esempio la tecnologia bellica e le industrie inquinanti. La confusione fra progresso scientifico e progresso tecnologico costituisce un’altra fonte di inquinamento psicologico che deve essere rimossa.

 

PALCO D’ONORE
 uk1   ISAAC NEWTON   stella2stella2stella2stella2stella2

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2.c.12 – La scienza è veramente razionale?

26 Maggio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

razionalitàLa scienza è veramente razionale?

Affermare che la scienza è razionale costituisce una banalità; affermare però che lo è come ogni credenza e superstizione lascia gli interlocutori perlomeno perplessi, ma la validità di tale affermazione è provata dalle numerose scuole filosofiche che, basandosi solo sulla ragione e partendo da ipotesi non verificate sperimentalmente, hanno sostenuto razionalmente un numero enorme di assurdità, come la filosofia di Parmenide e Zenone che negava l’esistenza del movimento oppure la scolastica medievale che pretendeva di dimostrare razionalmente le verità della fede religiosa.
Normalmente per razionalità si intende l’uso della logica deduttiva, ma questa purtroppo porta a conclusioni esatte solo partendo da ipotesi vere e complete come accade nei teoremi di matematica; ponendo delle ipotesi false, tali teoremi portano a tesi assurde. Studiando la natura non vi è alcun modo di sapere, ragionando, se le nostre ipotesi sono vere e soprattutto se sono complete, in quanto vi può sempre essere l’intervento di un fenomeno sconosciuto. È dunque necessario basarsi sull’evidenza dei fatti attraverso osservazioni e verifiche sperimentali e sono queste procedure a fare la differenza, non la ragione; non dobbiamo fare confusione fra scienza sperimentale e matematica, la quale invece si basa proprio sulla logica deduttiva. Sebbene sia vero che la scienza fa grande uso della matematica e quindi della logica, la razionalità da sola non è sufficiente a superare le superstizioni anzi, in numerosi casi essa è stata usata per confermarle, basti ricordare tutte le teorie filosofiche basate sulla metafisica e varie teorie economiche, come il liberismo assoluto o il comunismo, nelle quali logica e matematica sono state usate per dimostrare ciò in cui si voleva credere.
Le differenze fra scienza e superstizione dunque sono notevoli, ma è opportuno ricordare che la logica di base è la stessa: creare un modello mentale coerente con certe esperienze. Quando si parla di un contrasto fra scienza e superstizione basato su un conflitto fra la razionalità della prima e l’irrazionalità della seconda si alimenta un luogo comune che è a sua volta una superstizione: le superstizioni non sono irrazionali, la logica di base è la stessa della scienza e il contrasto è dovuto ad una semplice rivalità fra credenze e culture differenti. Ciò che può apparire irrazionale è l’attaccamento che gli esseri umani dimostrano nei confronti delle loro superstizioni quando vengono smentite e superate dalla scienza, ma oggi sappiamo che è una naturale conseguenza della ferrea logica dell’economia mentale che impone di difendere il proprio sistema di credenze fino a che risulta utile al nostro inconscio. La ragione è uno strumento della nostra mente che è dominata da pensieri e desideri dei quali spesso non notiamo l’esistenza; essa pertanto è al servizio di ciò che vogliamo, di desideri a volte inconsapevoli, e non della verità; senza il metodo sperimentale la ragione è uno strumento al servizio delle superstizioni.
Il metodo sperimentale delle scienze è enormemente più preciso ed affidabile del processo naturale delle credenze, ma è anche enormemente più costoso in termini di tempo, mezzi e risorse umane e quindi non rispetta i normali criteri dell’economia mentale; a conferma di ciò abbiamo visto che il metodo sperimentale non prevede di ignorare le osservazioni scomode, ma anzi le utilizza come un momento importante per produrre nuova conoscenza. Tutto questo ci indica che c’è un diverso obiettivo di fondo: lo scopo della scienza non è fornire all’uomo comune una mappa mentale per orientarsi nella vita di ogni giorno, sarebbe troppo faticoso, ma è quello di creare una descrizione dettagliata della natura per tutta la comunità, la quale ne fruirà più o meno inconsapevolmente. La ricerca scientifica è un’estensione della curiosità umana, mira alla formazione di un patrimonio di sapere da sfruttare poi nelle varie attività della comunità umana piuttosto che in quelle del singolo individuo e ciò spiega la sua importanza e l’impiego congiunto di tanti uomini e mezzi. Nella formazione di una normale opinione la nostra mente cerca invece un modello semplice che costi poco tempo e fatica e che sia coerente con l’esperienza; tale credenza non dovrà essere criticata salvo casi di estrema necessità; nella scienza le cose vanno diversamente, gli scienziati sono al servizio della comunità, non studiano la natura per risolvere i problemi della loro vita quotidiana, ma cercano una conoscenza perfetta o quasi da far utilizzare alle generazioni successive e a tal fine le teorie scientifiche vanno criticate in ogni occasione per poterle perfezionare.

PALCO D’ONORE
    ALBERT EINSTEIN   stella2stella2stella2stella2stella2

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2.c.13 – Quali sono i limiti della scienza?

27 Maggio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

limitiQuali sono i limiti della scienza?

Quali sono i punti deboli della scienza sperimentale? Esaminando il primo passo del metodo, cioè l’osservazione e la misura, si può notare come esso possa funzionare solo se si conoscono le giuste grandezze da misurare; come si potrebbero studiare i fulmini senza conoscere grandezze come corrente elettrica, carica elettrica e campo elettrico? La fisica dell’elettromagnetismo ha infatti iniziato a svilupparsi solo con l’introduzione di questi concetti. Se non è chiaro cosa misurare è necessario aspettare che qualcuno lo chiarisca e fino ad allora si rimarrà in una situazione di stallo; lo stesso accade con fenomeni molto complessi come quelli biologici nei quali è difficile individuare le cause principali fra le tante presenti. Più che veri e propri limiti quelli sopra citati sono dei fattori di ritardo in quanto in genere vengono superati con il tempo.
Il prodotto della ricerca scientifica è solo un modello matematico, idealizzato e nel migliore dei casi semplificato, della realtà, ma anche questo non è un vero limite poiché sebbene sia vero che le teorie scientifiche non sono la verità perfetta, sappiamo che l’errore è sufficientemente piccolo per cui tutto va come se lo fosse, anzi eventuali semplificazioni rendono più agevoli i calcoli matematici e rendono i modelli più facili da usare.
Un vero limite del metodo scientifico è costituito dal fatto che tale metodo è troppo lento ed impegnativo per le esigenze della vita quotidiana; l’uomo comune non può utilizzarlo per interpretare le proprie esperienze personali, è uno strumento da specialisti per lo studio della natura.
L’essere umano continua dunque a produrre credenze in maniera poco rigorosa, sia perché è nella sua natura, sia perché è una attività ancora indispensabile; la scienza ha reso superate molte antiche credenze sostituendo ad esse i propri modelli, ma questi sono stati accettati come nuove superstizioni, non in base ad una nuova mentalità scientifica; per esempio il modello astrologico, secondo il quale gli astri ruotano attorno alla Terra influenzando la vita delle persone in base alla data di nascita, è stato da molti disconosciuto a favore del modello della gravitazione universale, il quale afferma che gli astri si muovono per l’inerzia o per la forza di gravità e non hanno alcuna influenza sulla vita dei singoli, ma coloro che hanno accettato il nuovo modello quasi sempre ignorano completamente le basi scientifiche che ne costituiscono il fondamento e quindi non sanno perché sia migliore del precedente.
Inoltre la scienza non può sostituire il sistema di credenze degli esseri umani poiché il suo scopo è descrivere la realtà dei fatti, ma la realtà non ci interessa più di tanto, sappiamo che la nostra mente ha anche altre esigenze oltre la ricerca della verità, il nostro mondo immaginario non deve essere vero, ma funzionale a soddisfare le esigenze dettate dall’inconscio come l’economia mentale, il desiderio di prestigio, quello di sicurezza, il conformismo, l’amore, ecc.; la verità non sempre è in grado di soddisfare tali esigenze radicate nei nostri geni e quindi le verità scientifiche talvolta vengono rifiutate oppure modificate: ricordiamoci i tentativi di provare scientificamente la superiorità della razza bianca su quella nera sulla base della teoria dell’evoluzione o di lievi differenze della conformazione cranica. Le superstizioni sono dunque un fenomeno naturale profondamente radicato nell’essere umano e, al pari del desiderio sessuale, si tratta di un fenomeno che può essere gestito, ma non eliminato; la natura prevede che il nostro credo personale venga aggiornato, ma sostituire una credenza con una verità spesso non è sufficiente, la verità non basta, la sostituzione deve avvenire con un nuovo modello coerente con quello scientifico, ma anche con la psicologia umana, altrimenti non sarà mai un modello adeguato.
Le considerazioni precedenti ci portano ad un altro limite della scienza che è l’umanità degli scienziati; in quanto esseri umani essi tendono a rifiutare ciò che è scomodo, subiscono l’influenza di ideologie politiche o religiose e di conseguenza forniscono interpretazioni e giudizi non obiettivi riguardo ai dati sperimentali; in tempi recenti hanno iniziato a circolare voci su manipolazioni od occultamenti di dati sperimentali per favorire gli interessi economici di grandi industrie farmaceutiche o petrolifere, forse si tratta solo di voci, ma il rischio per il futuro è sicuramente reale in quanto gli studiosi non possono essere tutti quanti immuni alla corruzione.
Parlare della corruzione degli scienziati come di un limite non è del tutto corretto, in realtà si tratta di un vero pericolo, una malattia che può paralizzare una delle nostre risorse più preziose, l’unico metodo a nostra disposizione che ci spinge verso un reale progresso.
La scienza infine è uno studio limitato ai fenomeni naturali e questo è un limite intrinseco alla sua natura; il tentativo di applicare il metodo sperimentale alle leggi dell’economia ha prodotto un gran numero di fallimenti; questo perché le leggi di natura non variano nel tempo mentre quelle dell’economia delle comunità umane lo fanno con velocità notevole, essendo legate all’evoluzione culturale. Il metodo sperimentale non può essere utilizzato con profitto per rappresentare delle leggi che variano nel giro di pochi anni, poiché anche i migliori modelli diverranno inutilizzabili con la stessa rapidità.
Non è escluso tuttavia che possano comparire nuovi metodi con caratteristiche analoghe a quello sperimentale; sappiamo che le carte vincenti della scienza sono: osservazioni precise, modelli accurati e miglioramento continuo; queste tre caratteristiche le ritroviamo nei sistemi di gestione aziendale per la qualità che tanto successo hanno avuto in Giappone a partire dagli anni ottanta del secolo scorso; può darsi che sia un primo passo per portare il progresso oltre i limiti dello studio della natura.

 

UNA QUESTIONE APERTA
 lente_ingrandimento2   L’OMEOPATIA

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2.c.14 – Cosa lega pubblicità e inconscio?

28 Maggio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

pubblicitàCosa lega pubblicità ed inconscio?

Abbiamo detto che nella nostra mente esiste un sistema di gestione automatico che è in grado di aggiornarsi in base alle esperienze che facciamo nella nostra vita; in altre parole il nostro inconscio si aggiorna da solo seguendo dei criteri tutti suoi e, in particolare, le nuove idee vengono accettate solo se non destabilizzano il sistema di credenze che si è già formato; altro aspetto dello stesso principio è il fatto che le vecchie opinioni, ben consolidate, non devono essere messe in discussione se non è proprio necessario, ma come valutiamo quando è necessario? Uno dei fattori determinanti sembra essere il grado di soddisfazione o insoddisfazione che tali credenze comportano quando vengono utilizzate: tutti noi abbiamo accettato di buon grado, o quantomeno ci è sembrata sensata, la teoria in base alla quale l’uomo è un essere superiore rispetto agli animali in quanto è più complesso, più evoluto, il più recente e moderno prodotto dell’evoluzione; se qualcuno però dimostrasse che esiste un insetto o un verme comparso da pochi millenni con una anatomia nettamente più complessa della nostra, ecco che l’accostamento complessità-superiorità subito ci apparirebbe meno ragionevole, poiché dovremmo riconoscere la superiorità dell’insetto e ciò non sarebbe assolutamente gratificante; subito dopo diremmo che la superiorità dipende dall’intelligenza o da qualunque altra cosa manchi al nostro rivale. Ecco come un vecchio luogo comune può essere subito rimosso quando si rivela insoddisfacente per la nostra autostima.
Altro fattore importante sono le emozioni, tutti sappiamo che una grossa paura come quella di un incidente stradale ci può obbligare a rivedere il valore della prudenza e la fiducia in noi stessi al volante. Forti emozioni e forti sensazioni rimangono impresse a lungo nella memoria, spesso per sempre.
La base dell’apprendimento, l’esperienza, risulta più o meno incisiva secondo l’intensità di emozioni e sensazioni; è stato dimostrato che un simile effetto è dato anche dalla ripetizione di una stessa esperienza e infatti tutti noi siamo piuttosto bravi in quello che facciamo tutti i giorni; la consapevolezza dell’importanza della ripetizione delle esperienze porta a rivalutare il senso educativo della ritualità.
La psicologia moderna ha approfondito questi argomenti mostrando che tale processo può essere attivato anche per via culturale raccontando esperienze fittizie, narrando storie paurose o romantiche, descrivendo posti esotici ed offrendo così materiale interessante alla nostra mente per costruire i suoi modelli del mondo. I risultati li troviamo in tutte le forme di pubblicità che ci assillano ogni giorno: se osserviamo con occhio critico uno spot televisivo, vedremo che ci dice ben poco riguardo al prodotto ed ancora meno riguardo a cosa lo distingue dai prodotti rivali, ma allora a cosa servono tutte quelle elaborate immagini e le ricercate colonne sonore? Perché si cercano i migliori registi per tali filmati? Servono per comunicare, ma non con la nostra coscienza; suoni ed immagini sono un linguaggio di sensazioni, un linguaggio comprensibile direttamente dall’inconscio poiché i pubblicitari ed i loro psicologi sanno che è quella la parte dominante, la sede della nostra volontà, la parte da convincere; centrato l’obiettivo di stimolare un desiderio inconscio, l’acquisto è garantito, perché la nostra parte cosciente, come sempre, eseguirà l’ordine; ecco perché le pubblicità sono piene di belle donne, di gente sorridente, di panorami bellissimi con un sottofondo musicale altrettanto armonioso; si deve formare l’associazione prodotto-bella vita, associazione che alla nostra mente appare tanto più sicura quanto maggiore è la frequenza della ripetizione, ecco perché la pubblicità è così ossessiva; si tratta di una sottile manipolazione occulta della nostra mente che nel linguaggio moderno viene in modo riduttivo definita persuasione.

 

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2.c.15 – Cosa lega religione ed educazione?

29 Maggio 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

tradizioneCosa lega religione ed educazione?

I principi fondamentali della pubblicità sono però da sempre utilizzati anche a scopo educativo: in tutti i luoghi ed in tutte le epoche troviamo mamme e nonne che raccontano delle favole ai loro bambini; non si tratta solo di tecniche per conciliare il sonno della discendenza, esse rappresentano uno strumento per comunicare messaggi istruttivi su ciò che è bene e ciò che è male, su quali pericoli ci attendono nella vita adulta e su come ci si deve comportare; un tipico esempio è la favola di Pinocchio, la quale insegna che non si devono dire le bugie, non si deve essere disobbedienti, non bisogna fidarsi degli estranei, né delle apparenze. Le favole narrano delle storie fantastiche e irreali, ma molto stimolanti, evocano immagini grandiose e sensazioni forti, indimenticabili per i bambini i quali, non avendo ancora sviluppato a pieno le loro capacità razionali, hanno particolare bisogno di questo tipo di linguaggio. La stessa tecnica viene usata dalle religioni di tutto il mondo: tutte infatti hanno una loro mitologia fatta di racconti fantastici che viene usata per introdurre e giustificare i loro principi morali, le usanze e i criteri per distinguere un comportamento corretto da uno sbagliato.
Dalla notte dei tempi le nostre madri e le nostre religioni applicano ciò che la psicologia ha scoperto solo di recente; tali applicazioni non sono però state intenzionali, esse sono il risultato dell’evoluzione culturale della nostra specie. Le favole possono anche essere improvvisate, esagerando esperienze della propria vita, mentre le religioni sono radicate molto più profondamente nella cultura collettiva: esse offrono dei modelli di comportamento comuni per tutta la collettività sulla base di una stessa visione del mondo; senza le religioni ognuno di noi avrebbe una mappa mentale significativamente diversa da quella degli altri e sarebbe molto più difficile convivere nella società; la funzione educativa e sociale delle antiche religioni è molto più importante e profonda di quanto si potesse immaginare fino a poco tempo fa, esse sono lo strumento che l’evoluzione ha prodotto per gestire la cultura in modo collettivo e inconsapevole, formando ed educando una sorta di inconscio comune, garantendo una notevole uniformità di desideri, valori e comportamenti.
È storicamente provato che le religioni si evolvono con la società cui appartengono e probabilmente lo fanno da quando esiste la parola; vari indizi suggeriscono che il cervello umano è predisposto geneticamente ad assumere atteggiamenti religiosi, ne segue che la religione fa parte della natura umana e, come abbiamo già visto per la sessualità e le superstizioni, può essere gestita, ma non eliminata. L’uomo produce naturalmente credenze e superstizioni e, se cerchiamo di sostituirle con la scienza, il risultato è che la scienza sarà accettata dall’uomo comune come un’altra superstizione; per la natura della nostra mente una credenza deve essere soppiantata da un’altra credenza ed è logico che sia così visto che la nuova convinzione deve svolgere lo stesso ruolo della vecchia; analogamente una religione può al massimo essere sostituita con un’altra dottrina religiosa; le dottrine politiche laiche e persino quelle atee come il comunismo sono infatti state assorbite dalla popolazione come dottrine religiose, dando luogo a tipici atteggiamenti di devozione verso i simboli caratteristici del partito o verso i capi carismatici, in tutto e per tutto paragonabili a dei profeti o a dei santi con tanto di statue commemorative e ritratti da appendere in luoghi celebrativi; molte manifestazioni si presentano come processioni religiose e come queste hanno in genere il solo effetto di rafforzare il senso di appartenenza al gruppo. Le religioni hanno la funzione naturale di guida spirituale della società e tutto ciò che guida la società e ha in essa un ruolo carismatico assume di conseguenza nella nostra mente un ruolo religioso; vale per i capi politici, ma anche per cantanti, attori e calciatori famosi, i cui vestiti o frammenti di essi sono conservati come preziose reliquie appartenute ad un santo o magari vendute all’asta a prezzi incredibili; analogamente a quanto avviene con le immagini sacre, i ragazzi appendono le foto dei calciatori in camera e le ragazze fanno lo stesso con i cantanti, avendoli chiaramente divinizzati.
L’uomo è un animale naturalmente religioso, sia su base genetica che culturale; l’aspetto genetico è il frutto della selezione naturale che ha privilegiato gli esseri umani con predisposizione religiosa in quanto forte collante sociale fra individui che, come sappiamo, hanno nella socializzazione una delle risorse principali per la sopravvivenza, mentre l’aspetto culturale ha provveduto a rafforzare tale predisposizione strutturandola e tramandandola. Il percorso seguito dalle religioni per l’educazione, costituito da mitologia, valori morali e modelli di comportamento, è dunque il naturale percorso educativo dell’essere umano, quello che dobbiamo seguire per gestire la nostra cultura in modo consapevole. Se vogliamo aggiornare il nostro bagaglio culturale in base alle nuove necessità, dobbiamo in parte ricostruire la nostra mappa mentale partendo dalla rappresentazione della natura ed inserendo in essa degli opportuni valori di riferimento per elaborare i modelli di comportamento corretto.
Per quanto riguarda la rappresentazione della natura la scienza sperimentale ci fornisce già dei modelli di gran lunga più accurati di quanto abbiamo bisogno, nei documentari televisivi ne viene inoltre già fatta una presentazione molto suggestiva, a volte fin troppo spettacolare, ma adatta per essere compresa e coinvolgere tutta la nostra mente; su questa base ora dobbiamo fare il secondo passo, ovvero stabilire che cosa è bene e cosa è male per noi, individuando i valori di riferimento per il giusto comportamento, tradizionalmente detti valori morali.

 

IL CASO CELEBRE
    GIOVANNI BOSCO
                                                                      

 CONCETTI IN PILLOLE
 pillola1  n. 15 – RELIGIONE ED EDUCAZIONE
 
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