Capitolo 2.a

2 Aprile 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

                                    

L’EVOLUZIONE CULTURALE

Riflettiamo insieme; se ripensiamo ai tempi in cui andavamo a scuola, ricorderemo che i libri di storia erano un susseguirsi di guerre e di sovrani, ma anche di usanze, di credenze e di progressi tecnici, scientifici ed economici.
L’esistenza dell’evoluzione biologica e la comprensione dei meccanismi che la regolano sono stati scoperti molto recentemente; l’evoluzione culturale è invece nota agli storici da molti secoli. Il fenomeno dell’evoluzione culturale si è inoltre prepotentemente manifestato a tutti nel corso del ventesimo secolo: nell’arco della propria vita, le ultime generazioni hanno infatti potuto osservare notevoli cambiamenti culturali come, solo per citarne alcuni, la diffusione dell’istruzione pubblica ed il conseguente declino dell’analfabetismo, l’avvento delle democrazie a scapito delle monarchie e delle dittature, l’affermazione dell’emancipazione femminile e del suffragio universale, nonché la diffusione della radio, dell’automobile, della televisione, dei computer e dei telefonini.
Ognuno di noi è consapevole dell’esistenza dell’evoluzione culturale, ma non è altrettanto noto che essa segua delle leggi simili a quelle dell’evoluzione biologica. Per capire come lo sviluppo della cultura sia avvenuto ad integrazione del patrimonio genetico e quindi come anche l’evoluzione culturale sia soggetta alla selezione naturale, è bene approfondire le analogie fra le caratteristiche fisiche e culturali.

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2.a.1 – Anche la cultura dipende dalla selezione naturale?

3 Aprile 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

lavagna

         

Anche la cultura dipende dalla selezione naturale?

E’ a tutti noto che alcune caratteristiche fisiche individuali vengono ereditate dalla prole. Tale fenomeno è dovuto a dei microscopici elementi materiali, definiti geni, che vengono trasmessi dai genitori ai figli.
Allo stesso modo, determinati comportamenti, come l’uso di semplici strumenti da parte di alcuni animali, vengono insegnati dai genitori ai figli divenendo una caratteristica propria della discendenza. Tali elementi culturali vengono trasmessi di generazione in generazione e possono influire sul successo riproduttivo della discendenza esattamente come i geni.
In modo analogo ai geni, anche gli elementi culturali che risultano vantaggiosi in un dato ambiente si diffondono sempre più nella popolazione fino a diventare una caratteristica comune. Ne segue allora che gli elementi culturali sono soggetti a selezione naturale proprio come le caratteristiche fisiche e tale analogia appare così stretta da poter definire le componenti del patrimonio culturale come geni culturali.

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2.a.2 – La cultura è un patrimonio individuale o collettivo?

4 Aprile 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

cornamuse

         

La cultura è un patrimonio individuale o collettivo?

La cultura di un individuo nel suo complesso è unica e come tale è quindi paragonabile al patrimonio genetico dello stesso. Due esseri umani, benché fratelli, non possono aver ereditato la stessa sequenza genetica ed analogamente non potranno esattamente disporre delle medesime conoscenze, credenze, tradizioni, ecc…
Come il patrimonio genetico, anche quello culturale è allora chiaramente un patrimonio individuale.
Se non si considera il patrimonio genetico nel suo complesso, ma si prende in esame una sequenza parziale dello stesso, si potrà invece individuare un alto numero di individui che possiedono tale sequenza e in questo caso si parlerà di patrimonio collettivo comune a una data famiglia o a una data popolazione locale (si pensi ad esempio ai molteplici tratti di somiglianza fra cugini o a una popolazione dagli occhi a mandorla).
Se poi si considerano delle parti sempre più piccole fino ad arrivare a un singolo gene, probabilmente si scoprirà che si tratta di un bene genetico condiviso da tutta l’umanità ed anche da altre specie. Bisogna infatti sapere che oltre il 90% dei geni umani è comune a tutte le scimmie antropomorfe.
Allo stesso modo anche il patrimonio culturale può essere suddiviso in parti più piccole e tanto minore sarà la parte considerata, tanto maggiore sarà la popolazione che la condivide (si pensi alla professione di una data religione e all’usanza di indossare i pantaloni).
Se dunque è vero che ognuno di noi ha caratteristiche culturali uniche si deve anche riconoscere che una parte notevole del nostro bagaglio culturale è un patrimonio collettivo.

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IL CASO CELEBRE
    DANTE ALIGHIERI  

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2.a.3 – In che modo la cultura aiuta a sopravvivere?

5 Aprile 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

 

saldatore

         

In che modo la cultura aiuta a sopravvivere?

Di norma i cuccioli apprendono molte cose dai genitori, ad esempio come cercare il cibo, come prenderlo, come comportarsi con i propri simili, ecc.; anche noi esseri umani teniamo un analogo comportamento con i nostri figli a cui insegniamo a parlare, a relazionarsi e a rendersi indipendenti.
È stato osservato che i gatti, come i leoni, insegnano ai loro cuccioli le tecniche di caccia in fasi progressive: quando sono molto piccoli i genitori macellano per loro le prede; in seguito non lo fanno più, lasciando che imparino a farlo da soli; successivamente portano le prede ancora vive, sebbene ferite gravemente, per indurli ad imparare ad azzannare per uccidere ed infine, raggiunta la giusta età, li portano a caccia con loro come osservatori; dopo questa fase i cuccioli, ormai grandi, sono pronti a imparare a procurarsi il cibo in completa autonomia.
Gli animali pertanto non si limitano a insegnare cose utili ai loro figli, ma sono in grado di farlo con un tirocinio piuttosto complesso. La caccia infatti non è una cosa semplice: appostarsi, inseguire, aggredire e uccidere sono tutte attività complesse e aspettare che i cuccioli imparino tutto ciò da soli vuol dire esporli al rischio di morire di fame. I predatori che lo fanno sono infatti costretti a fare molti più figli per non estinguersi.
I cuccioli dei gatti allevati in cattività mostrano una inclinazione innata all’inseguimento, alla lotta e ad azzannare, ma devono esercitarsi molto in queste attività per combinarle nel modo migliore ed eseguirle con efficacia. Quello che viene definito istinto innato della caccia è in realtà una complicata combinazione di vari istinti diversi (inseguire, lottare azzannare, mangiare), di apprendimento personale (dovuto alle esperienze passate in tal senso) e di apprendimento culturale (trasferito dai genitori). Il ruolo della cultura risulta dunque chiaro nel mondo animale: essa aiuta l’apprendimento personale e l’istinto.
Come i vari organi del corpo collaborano l’un l’altro per svolgere le attività fisiologiche dell’organismo, così istinto, esperienza e cultura contribuiscono insieme alla formazione del comportamento adatto alla sopravvivenza.
Per capire se nel mondo animale un particolare modo di agire è un istinto oppure è stato appreso culturalmente, gli studiosi a volte usano separare i cuccioli dai genitori e da ogni altro loro simile alla nascita, allevandoli poi personalmente; in questo modo i cuccioli non avranno modo di apprendere la cultura tipica della loro specie e presenteranno solo atteggiamenti istintivi o appresi dall’esperienza. I risultati di tali esperimenti furono sorprendenti, per esempio si scoprì che i luì (passeriformi canterini) cresciuti in questo modo cantano istintivamente, ma in modo molto diverso dai loro simili in libertà; ogni specie di luì ha un suo canto caratteristico che dunque viene appreso culturalmente, mentre la tendenza a cantare è innata. Come la caccia dei leoni, anche il canto dei luì è frutto della collaborazione fra istinto e cultura.
La complicità fra patrimonio genetico e culturale si spinge però oltre: è infatti evidente che gli uccelli non potrebbero cantare senza un apparato vocale geneticamente evoluto a tale scopo e lo stesso si può dire del linguaggio umano. A questo punto è importante notare che tali organi sono così importanti e specializzati che non possono essersi evoluti in questa forma né prima, né dopo la comparsa del canto o del linguaggio, in quanto prima sarebbero stati inutili ed è impossibile che si siano sviluppati dopo a delle funzioni che dipendono da essi. Linguaggio e apparato vocale devono quindi essersi evoluti insieme, mutazione dopo mutazione, influenzandosi reciprocamente ed integrandosi perfettamente.
Analoghi esperimenti con le scimmie hanno mostrato che il loro modo di comunicare, di gestire i rapporti sociali e di prendersi cura dei piccoli presenta anche una fortissima componente culturale; cresciute in isolamento, esse infatti rifiutano di unirsi ad un branco, di accoppiarsi e di prendersi cura dei piccoli. Esperimenti più accurati hanno mostrato che sia nelle scimmie, sia nell’uomo, i comportamenti sociali e sessuali hanno un’origine non solo genetica, ma anche culturale.
Nel mondo animale, evoluzione genetica ed evoluzione culturale dunque non solo si somigliano, ma appaiono indissolubilmente legate, tanto che cercare di distinguerle può essere fuorviante. Ciò vale anche per l’uomo, ma non sempre; vi sono dei casi, come vedremo, in cui è invece indispensabile considerare separatamente le due tipologie evolutive al fine di un corretto esame del fenomeno.

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2.a.4 – Qual è il vero fine dell’evoluzione biologica?

6 Aprile 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

 

rugby

         

Qual è il vero fine dell’evoluzione biologica?

Esaminando il meccanismo della selezione naturale si può osservare come l’ambiente favorisca quei geni che hanno il pregio di tramandarsi in esso con più facilità. Per i geni tramandarsi significa duplicarsi e diffondersi nell’intera popolazione.
I geni non si riproducono in modo indipendente l’uno dall’altro, ma tutti insieme durante la duplicazione della molecola del DNA. Per favorire la propria diffusione devono dunque agevolare la moltiplicazione del DNA dove sono inseriti; si tratta di una sorta di gioco di squadra nel quale i giocatori devono vincere la partita della riproduzione in concorrenza con altre squadre. Ogni squadra è costituita da giocatori specializzati nel proprio ruolo e quasi tutte le squadre dispongono degli stessi giocatori per i vari ruoli; ciò avviene proprio perché i geni che risultano più adatti a svolgere una data funzione sono quelli più in grado di duplicarsi e diffondersi, sono cioè i giocatori più apprezzati sul mercato della selezione naturale, quelli che vinceranno il campionato e saranno promossi alle generazioni future. Si tratta inoltre di squadre molto numerose, composte da migliaia di geni, nelle quali vi sono sottogruppi con ruoli specifici. Per costruire un organo complesso come un occhio è infatti necessaria l’associazione di molti elementi diversi, ovvero la collaborazione di molti geni.
Vincere la partita vuol dire produrre una discendenza, vincere la concorrenza significa invece essere presenti nel maggior numero di squadre a ricoprire il proprio ruolo. In ogni caso a superare la selezione naturale sono i singoli geni o gruppi di essi, non tutta la squadra che viene leggermente modificata ad ogni partita, grazie all’incrocio sessuale. L’insieme dei giocatori comuni a tutte le squadre costituisce il patrimonio genetico della specie, la restante parte rappresenta la diversità genetica interna della specie, la quale si aggiunge al patrimonio comune aumentando la capacità di adattamento e quindi di sopravvivenza degli altri giocatori nelle generazioni future. La selezione tende naturalmente a formare la squadra migliore per giocare su uno specifico campo che è la nicchia ecologica.
Alla base di tutto vi è dunque la sopravvivenza dei singoli geni e non della prole; ciò viene confermato dall’osservazione di popolazioni di animali come per esempio le api. Le api operaie costituiscono infatti delle popolazioni specializzate all’interno della loro comunità detta alveare; esse sono tutte sterili, non si riproducono mai e tuttavia non si estinguono, il loro patrimonio genetico non scompare. Le nuove generazioni di api, come tutti sappiamo, sono generate dall’ape regina che svolge la funzione di organo riproduttore per tutto l’alveare, il quale a sua volta è una sorta di organismo dove le api operaie svolgono il ruolo delle cellule. Il patrimonio genetico delle api, come quello delle nostre cellule, si tramanda anche senza discendenza diretta e ciò significa che quest’ultima è allora solo uno dei modi possibili per realizzare la sopravvivenza dei geni.
Nel caso in cui i geni di un individuo si tramandano per discendenza diretta la loro sopravvivenza equivale alla sopravvivenza della discendenza; è il caso di gran lunga più comune, ma non l’unico: tutte le specie di formiche e di api usano un sistema alternativo. Vale la pena di sottolineare che la sopravvivenza della discendenza risulta così subordinata a quella dei geni.
Analogamente si può dire che la sopravvivenza del singolo individuo risulta a sua volta subordinata alla sopravvivenza della discendenza; qualunque mutazione che aiuti la capacità di vivere del singolo senza incrementare il suo successo riproduttivo non avrà infatti modo di diffondersi. Il singolo individuo deve vivere il tanto che basta per mettere al mondo un adeguato numero di discendenti e per renderli autonomi; è esattamente quel che accade nel mondo animale, la selezione naturale non richiede nulla di più.
Secondo la logica della selezione naturale, noi esseri viventi non siamo dunque altro che complesse macchine di conservazione, trasporto e duplicazione di geni. Tale logica mostra nuovi vantaggi nella generazione di nuove specie o varietà, poiché tanto maggiore sarà il successo evolutivo della specie originaria, tanto maggiore sarà il numero delle specie che ne deriveranno e tanto minore sarà la probabilità che il patrimonio genetico comune scompaia. Gli scimpanzé condividono circa il 98% dei geni con gli esseri umani; se si dovessero estinguere, il 98% dei loro geni sopravviverà grazie agli umani (e viceversa…).
Il vero fine dell’evoluzione biologica è dunque quello della sopravvivenza dei geni selezionati, mentre la sopravvivenza dell’individuo, della discendenza e perfino della specie sono fenomeni secondari e non sempre necessari.
Tale visione della natura umana, asservita alla sopravvivenza dei geni, è sicuramente in contrasto con la nostra vanità che ci induce a considerarci come la massima espressione del creato a cui si devono sottomettere tutte le altre forme di vita; tuttavia nulla obbliga le aspettative umane a coincidere con quelle della selezione naturale: anche la legittima aspirazione dell’uomo a proteggere la propria individuale sopravvivenza si basa su istinti naturali; bisogna essere consapevoli che non sempre la natura lavora per il nostro bene: tutti sappiamo da sempre che esistono la vecchiaia, le malattie ed i predatori e tutti da sempre ci adoperiamo per difenderci da questi mali naturali considerando ciò come una cosa altrettanto naturale.
Capire qual è il fine dell’evoluzione biologica non deve dunque deprimere l’uomo nella nuova consapevolezza del proprio ruolo nella natura, ma anzi deve costituire un’importante lezione di umiltà che lo stimoli ad adoperarsi con tutte le proprie forze per focalizzare prima e perseguire poi tutti quegli obiettivi che sono necessari per vivere e vivere meglio come individuo, come discendenza e come specie, valorizzando ciò che la natura biologica ritiene secondario. Gli esseri umani dovrebbero trarre ispirazione dal comportamento dei geni e decidersi a giocare nella stessa squadra, con maggiore sinergia e quindi con maggiore velocità nel raggiungere i suddetti obiettivi.

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    RICHARD DAWKINS    stellastellastella

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2.a.5 – A cosa serve la maggiore complessità delle specie?

7 Aprile 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

pavone

         

A cosa serve la maggiore complessità delle specie?

Pur accettando che il fine dell’evoluzione biologica è quello della sopravvivenza dei geni e che la diffusione di questi in molteplici specie diverse rappresenta una strategia per il raggiungimento del suddetto fine, ci si può chiedere perché tale evoluzione abbia portato a forme di vita non solo diverse, ma sempre più complesse. La risposta si può trovare tornando alla metafora del campionato a squadre: quando le squadre sono equilibrate, ma sempre in competizione, cercheranno di mettere a punto delle nuove strategie per battere la concorrenza. Prima o poi una squadra svilupperà una nuova tecnica di gioco, più corale, più veloce, più estrosa, comunque spesso più complessa; se tale tecnica avrà successo, presto si diffonderà nelle altre squadre fino a riportare una situazione di equilibrio e allora si renderà necessario sviluppare un’ulteriore e più complessa tecnica che indurrà i competitori a fare altrettanto e così via. Le squadre che non riescono a recuperare lo svantaggio sono destinate ad estinguersi o a sopravvivere in un altro campionato a giocare con i pari livello, ma comunque in un sistema interdipendente fra tutti i livelli. E’ dunque la concorrenza che muove il meccanismo dell’evoluzione dai batteri all’uomo, portando all’attuale sinergia fra tutte le specie viventi.

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APPROFONDIMENTI
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2.a.6 – La cultura favorisce sempre la sopravvivenza?

8 Aprile 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

frate

         

La cultura favorisce sempre la sopravvivenza?

Abbiamo detto che la cultura nasce come integrazione del patrimonio genetico e che anch’essa è soggetta alla selezione naturale; dato che, per la selezione naturale, la sopravvivenza del singolo, della discendenza e della specie sono secondarie rispetto a quella dei geni, analogamente lo saranno anche rispetto ai geni culturali.
Quanto appena affermato ci porta a ribaltare il normale concetto di cultura intesa come strumento al servizio della nostra vita e tuttavia, anche in questo caso, l’importante è sapere che non sempre la cultura, in quanto selezionata dalla natura, lavora per il nostro bene, poiché in tal modo potremo difenderci in modo adeguato.
Vediamo ora come si evolve la cultura nella società umana ed esaminiamo un caso limite: in alcune tradizioni religiose i sacerdoti fanno un voto di castità che impedisce loro di riprodursi e tuttavia essi non si estinguono. Da millenni apposite scuole formano nuove generazioni di sacerdoti che non sono la discendenza genetica delle precedenti, ma che costituiscono la loro discendenza culturale; i nuovi sacerdoti nascono come tali grazie all’insegnamento dei loro professori, i quali svolgono un ruolo analogo all’ape regina, cioè quello di organo di riproduzione, in questo caso culturale, dando origine a una nuova generazione di sacerdoti; questi ultimi a loro volta non si riprodurranno, esattamente come le api operaie, ma alcuni di essi ricopriranno il ruolo di nuovi professori che assicureranno il futuro della categoria.
Tale fenomeno non è ristretto ai soli sacerdoti, anzi oggi è esteso a quasi tutte le categorie della complessa società umana, tanto che ogni anno le scuole e le università formano nuove generazioni di professionisti. Per esempio i medici spesso non sono figli di altri medici e allo stesso tempo, non facendo voto di castità, avranno dei figli i quali a loro volta sceglieranno il mestiere che preferiranno. Lo stesso possiamo dire dei commercialisti, dei poliziotti e di ogni altra categoria professionale.
Passando dal mondo animale a quello della società umana siamo perciò obbligati a distinguere fra discendenza genetica e discendenza culturale poiché spesso non coincidono.
Nel mondo animale le due forme di discendenza coincidono quasi sempre e quindi geni e cultura si integrano a vicenda: la selezione naturale premia il successo riproduttivo genetico, tale successo permette di tramandare la cultura di famiglia, come per esempio le varie tecniche di caccia, la cultura tramandata a sua volta agevola una nuova riproduzione e così via in perfetta armonia.
Si può allora concludere che nel mondo animale le componenti culturali giocano la stessa partita e nella stessa squadra delle componenti genetiche; esse producono infatti la stessa discendenza e saranno di conseguenza selezionate in modo da integrarsi perfettamente. Dato che entrambe le componenti hanno sempre lo stesso fine, esse in modo coerente sosterranno sempre insieme sia la sopravvivenza individuale, sia quella della specie.
Nel caso dell’uomo invece, quando la discendenza genetica è diversa da quella culturale, tale sinergia può venir meno: per esempio, un aumento della fertilità degli ingegneri non è detto che aiuti il progresso tecnologico e a sua volta un incremento della tecnologia non è detto che favorisca la fertilità degli ingegneri. Queste banalità, pur indubbiamente risibili, devono far riflettere su come, nella società umana, le componenti culturali possono rompere l’originario legame con quelle genetiche e avere fini diversi; si può persino giungere ad un netto contrasto fra le due necessità riproduttive, come nel caso dei sacerdoti la cui tradizione culturale impone il blocco della riproduzione genetica.

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2.a.7 – La velocità di diffusione della cultura incide sul legame con la sopravvivenza?

9 Aprile 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

fumatore

         

La velocità di diffusione della cultura incide sul legame con la sopravvivenza?

Quando la cultura non si trasmette lungo la linea di discendenza familiare, ma si diffonde liberamente all’interno della comunità, la selezione naturale della cultura favorirà il proliferare della sola discendenza culturale, la quale risulterà indipendente da quella genetica; inoltre, in base alla velocità della diffusione della cultura, si perde anche il legame con la sopravvivenza fisica dei discendenti culturali.
Sappiamo già che, da un punto di vista genetico, la selezione naturale richiede che il singolo esemplare viva quel tanto che basta per generare un buon numero di discendenti; vivere più a lungo può essere utile per avere più figli e analogamente, per diffondere una tradizione culturale complessa che implica lunghi tempi di apprendimento, come nel caso delle arti marziali, l’allungamento della vita dell’insegnante incrementerà la discendenza culturale. In questa situazione la selezione naturale agevolerà tutte quelle varianti culturali che favoriscono la vita dell’insegnante al fine di espandere la discendenza culturale. Se invece si considera una innovazione semplice e banale, facile da imitare come l’uso di un nuovo tipo di profumo, allora la novità potrà diffondersi a tutto il gruppo in breve tempo e una lunga vita sarà inutile per aumentare i seguaci della nuova moda.
In caso dunque di componenti culturali dalla rapida espansione, la selezione naturale non avrà motivo di privilegiare quelle che favoriscono la vita dell’individuo; in alcuni casi potrà anzi agevolare quelle che portano alla morte dell’individuo pur di assicurare la diffusione di una data componente culturale che, in quanto scollegata dal fine genetico della sopravvivenza e della riproduzione dell’individuo stesso, tende a perseguire con ogni mezzo la propria sopravvivenza e la propria diffusione. Si pensi al caso del fumo: l’uomo fuma per dipendenza psicofisica, ma inizia a fumare a causa della componente culturale che identifica nella sigaretta il concetto di passaggio all’età adulta, quello di appartenenza a un gruppo, quello di ribellione ai divieti imposti, ecc.; il fine della cultura della sigaretta è quello di sopravvivere e diffondersi senza curarsi delle statistiche sui morti per fumo. Ecco trovato un esempio in cui la cultura non è subordinata e al servizio della nostra sopravvivenza, ma è la nostra vita che è subordinata e al servizio della diffusione di un data cultura.
Le mode che si diffondono con rapidità hanno pertanto un legame con la nostra vita simile a quello delle malattie: esse hanno bisogno che i malati siano vivi, ma solo per il tempo necessario a contagiare altre persone. Per un’antilope, un virus influenzale può essere letale in pochi giorni perché la espone maggiormente all’attacco dei predatori, ma ciò non impedisce al virus di diffondersi, vista la sua elevata velocità di contagio; al contrario, il temutissimo virus dell’aids ha bisogno di tempi molto più lunghi per contagiare lo stesso numero di individui e allora non è un caso che abbia un periodo di incubazione di oltre dieci anni: non può permettersi di ucciderci più rapidamente, se lo facesse si estinguerebbe subito come un fuoco di paglia, non avrebbe il tempo di diffondersi.
Nella società umana la cultura si può dunque espandere come un’epidemia, il suo successo non dipende dal successo riproduttivo dei geni, essa non gioca più nella loro stessa squadra; di fatto tutto procede come se tali usanze vivessero di vita propria, ma l’analogia con i virus e le epidemie, pur molto calzante per spiegarne i meccanismi di diffusione, non deve indurre a pensare che il fenomeno sia sempre e solo negativo. La veloce diffusione di una data cultura può essere nociva alla sopravvivenza dell’uomo, ma un’altra può essere innocua o addirittura benefica; sappiamo tutti che l’usanza di assumere droghe porta ad una morte prematura, che un cambio di stile nell’abbigliamento è una moda culturale fondamentalmente innocua e che una quotidiana pulizia dei denti è una sana abitudine, ma in tutti i casi tali componenti culturali si sono diffuse con successo e soprattutto con grande rapidità, indipendentemente dal loro impatto sulla sopravvivenza dell’individuo o della specie e a riprova del completo scollegamento con i fini biologici.

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2.a.8 – Cosa dirige la rapida diffusione delle novità culturali?

10 Aprile 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

tatuaggi

         

Cosa dirige la rapida diffusione delle novità culturali?

Dato che le usanze culturali godono di vita propria, per studiare l’influenza sulle stesse da parte della selezione naturale, si deve esaminare il loro ambiente di vita e non il nostro; nell’evoluzione genetica l’ambiente è ciò che determina il successo o il fallimento delle mutazioni biologiche e analogamente, in ambito culturale, è ciò che determina il successo delle innovazioni nelle usanze.
Per definizione, il successo di una nuova moda è dato dal gradimento che incontra nella popolazione; in altre parole, se la nuova usanza piace si avrà un successo nella diffusione della stessa. È interessante notare che le nostre scelte, così come i nostri comportamenti, dipendono sia da fattori genetici, sia da esperienze personali, sia dal retaggio culturale. Per esempio, l’uso dell’aria condizionata si è diffuso grazie all’istintivo desiderio di sfuggire al caldo opprimente delle estati afose; chi ha avuto una brutta esperienza in aereo preferirà viaggiare in treno; un musulmano, scegliendo il cibo in un ristorante, scarterà la carne di maiale come richiede la sua religione. Ecco dunque individuato l’ambiente dove vivono gli usi e i costumi umani: è il contesto socio-culturale del quale facciamo parte.
È importante notare che non effettuiamo collettivamente una selezione intenzionale sulla cultura, bensì operiamo delle scelte personali per soddisfare delle esigenze individuali ed in questo modo partecipiamo inconsapevoli alla selezione naturale.
Il caso della selezione artificiale dei moderni allevatori è ben diverso: essi effettuano le loro scelte in base ad obiettivi finali ben chiari e successivamente operano la selezione con coerenza e continuità fino a raggiungere il loro scopo. La selezione artificiale non è dunque la combinazione casuale delle scelte, magari operate una volta sola, di tanti allevatori diversi, ma esattamente l’opposto.
Bisogna però riconoscere che da qui ad una vera e propria selezione artificiale della cultura il passo è decisamente breve: è ciò che si cerca di fare con le campagne di sensibilizzazione contro il fumo o contro l’uso di superalcolici il sabato sera; è ciò che da sempre si fa con la pubblicità in ambito commerciale, cercare cioè di diffondere l’uso dei nuovi prodotti. Numerosi studi sono stati fatti dagli psicologi per rendere la pubblicità sempre più efficace e non vi sono dubbi che per lanciare un nuovo prodotto una buona tecnica è fare leva su emozioni primordiali come l’attrazione sessuale, la paura, la vanità o persino l’altruismo; si noti però che con queste tecniche si possono vendere tanto i prodotti di ottima qualità quanto quelli di pessima.
Gli stessi fattori emotivi influenzano naturalmente il successo delle nuove varianti culturali: l’uso delle sigarette e delle bevande alcoliche si fonda sulla naturale tendenza al rituale sociale dell’essere umano; l’uso degli antibiotici sulla paura della morte e del dolore; il fenomeno delle adozioni a distanza sul senso di protezione verso i bambini. È interessante ricordare che nei secoli passati molte pratiche mediche non avevano alcun effetto sulle malattie o addirittura peggioravano la situazione; tuttavia esse venivano accettate perché comunque aiutavano a trovare conforto e speranza contro la paura della morte alimentando l’effetto placebo. Persino varianti culturali che si diffondono grazie all’istinto di autoconservazione e al desiderio di benessere possono quindi risultare dannose per la sopravvivenza dell’individuo.
In molti casi però tali varianti soddisfano correttamente le nostre aspirazioni; ne sono una prova le cure della scienza medica attuale ed innumerevoli innovazioni tecnologiche che hanno elevato la qualità della nostra vita; in questi casi possiamo dire che veramente la cultura è al servizio della nostra vita, ma ricordiamoci che non si tratta di una regola generale e sempre valida.

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2.a.9 – La cultura è legata al gruppo?

11 Aprile 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

alveare

         

La cultura è legata al gruppo?

Esaminiamo il caso di una popolazione di branchi di scimmie e poniamo che siano isolati culturalmente; una nuova variante culturale che comparisse in uno di essi, come un nuovo segnale di pericolo, potrà espandersi velocemente in tutto il branco, ma a questo punto dovrà fermarsi per l’ipotesi di isolamento culturale; per espandersi ulteriormente dovrà attendere che il branco, divenendo sempre più numeroso, si divida in due gruppi più piccoli. Una variante negativa porterà il branco verso l’estinzione mentre una positiva favorirà la sua crescita e moltiplicazione. Questo caso è dato dalla combinazione delle due modalità di trasmissione della cultura già esaminate (la tradizione familiare e la libera diffusione) e merita di essere esaminato a parte in quanto questi geni culturali risultano legati alla sopravvivenza del gruppo, non sono indipendenti, giocano nella squadra della comunità e non dell’individuo; essi sono un patrimonio sociale, ma non si curano del singolo individuo se non in funzione della comunità. L’equivalente genetico è dato nuovamente dalle api e dalle formiche: esse non esitano a sacrificare la propria vita per proteggere la propria comunità ad ogni accenno di pericolo; esse si riproducono per via indiretta, i loro geni giocano tutti nella squadra della comunità e passano alla generazione successiva quando si riproduce l’alveare od il formicaio; le api vivono per l’alveare e non viceversa e lo stesso avviene per le nostre cellule per lo stesso motivo. Questa forma di cultura si può dunque definire come cultura della subordinazione alla comunità.
Un totale isolamento culturale è un caso assai raro, invece è molto frequente che una componente culturale non possa facilmente uscire dal gruppo, tanto che la sua diffusione sia affidata principalmente alla riproduzione della comunità; in questo caso essa subirà una selezione analoga al caso dell’isolamento totale.
Per gran parte della sua storia l’umanità è vissuta in tribù con un notevole isolamento culturale ed ancora oggi la cultura della subordinazione al gruppo è parte integrante del nostro patrimonio culturale: il patriottismo e il nazionalismo ci guidano verso il sacrificio estremo per la patria; l’eroe guerriero è una figura onorata nella stragrande maggioranza delle culture. Nell’era industriale le cose sembrano essere anche peggiorate: nel periodo nazista, la cultura del cittadino che vive per lo Stato fu talmente estremizzata che, per il bene dello Stato, cioè delle sue capacità produttive e belliche, si stabilì politicamente che i medici dovevano sopprimere i bambini tedeschi di salute cagionevole, ovviamente all’insaputa dei genitori per evitare disordini e proteste nocive allo Stato stesso. Concezioni di questo tipo in realtà sono molto antiche: è noto che nell’antica Sparta i neonati venivano esaminati per stabilire se fossero promettenti soldati e, in caso negativo, venivano eliminati. Dopo tale selezione tutta la vita era comunque concepita in funzione del servizio per la patria come militari.
La cultura della subordinazione alla comunità si è però sviluppata anche per esigenze economiche oltre che militari: con il primo sviluppo industriale presto si teorizzò che lo sfruttamento degli operai fosse un sacrificio necessario per il benessere della società e per lo sviluppo economico del Paese; lo schiavismo negli Stati Uniti venne giustificato in modo assai simile.
Un analogo modello di diffusione culturale si può presentare anche in piccoli sottogruppi di una grande comunità: lo sviluppo di una nuova tecnologia sostiene l’azienda che l’ha prodotta, la quale a sua volta la diffonderà a fini commerciali; una tecnologia che non incrementa gli affari non aiuta la propria azienda e questa non la diffonderà; ecco che un fenomeno culturale, la nuova tecnologia, è legato alla sopravvivenza della sua azienda e viceversa.
Le aziende sono piccole comunità che difendono la propria sopravvivenza dalla spietata concorrenza nell’ambiente chiamato mercato e allora non è un caso che nelle aziende di successo sia comune una cultura di dedizione nei loro confronti da parte dei dipendenti. Questa cultura viene premiata dalla selezione naturale operata dalla concorrenza e, nella propria evoluzione, porta allo sfruttamento dei dipendenti e dopo anche a quello dei proprietari: è oramai un classico la figura dell’imprenditore di successo che dedica la sua vita al lavoro sacrificando tempo libero e famiglia; egli ha identificato la sua sopravvivenza con quella della sua attività, il successo imprenditoriale ha dunque preso il posto di quello genetico ed il benessere personale è stato sostituito dal benessere dell’azienda.

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2.a.10 – Qual è il ruolo della consapevolezza umana?

12 Aprile 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

analisi

         

Qual è il ruolo della consapevolezza umana?

Vi è una notevole differenza fra l’evoluzione genetica e quella culturale nell’uomo: il necessario coinvolgimento nella seconda della coscienza umana; le innovazioni spesso non sono mutazioni casuali, ma ragionate risposte che un individuo ha dato ai problemi che gli si sono presentati; il successo di tali innovazioni dipende poi dalle scelte volontarie, sebbene poco consapevoli, che altri esseri umani faranno.
L’accumulo di conoscenze, pur essendo una tendenza naturale dell’umanità, viene anche incentivato culturalmente: il sapere, la scienza, lo studio e l’istruzione sono ormai valori consolidati della nostra tradizione culturale. Oggi il progresso scientifico ci permette di capire meglio l’evoluzione della cultura e la consapevolezza circa la sua dipendenza dalle nostre scelte ci dà la possibilità di guidarla facilmente a nostro vantaggio, operando una sorta di selezione artificiale.
Utilizzare la cultura per soddisfare esigenze personali è una pratica antica quanto l’uomo e forse anche di più: sappiamo oggi con certezza che anche gli ominidi avevano sviluppato una tecnologia di un certo livello, per quanto oggi appaia rudimentale; con l’esaltazione degli opportuni ideali, quali il patriottismo, la devozione religiosa, il razzismo e il campanilismo, i capi politici da sempre cercano di guidare culturalmente il proprio popolo per rafforzare il proprio potere e le proprie ricchezze: ne sono un esempio le guerre di conquista in nome della religione, del prestigio nazionale e, in tempi più recenti, della democrazia. Anche il metodo scientifico sperimentale può essere visto come una selezione volontaria fra diverse teorie per descrivere correttamente la natura.
Il maggior grado di istruzione che si è andato diffondendo dopo la rivoluzione industriale, in particolare lo studio della storia, della filosofia, della biologia e della psicologia, può consentire oggi a larghe fasce della popolazione di poter scegliere fra modelli culturali diversi per tutelare i propri interessi personali ed anche di studiarne di nuovi; tuttavia le frequenti guerre, la mancanza di reale democrazia, l’inquinamento e lo sfruttamento economico dei paesi poveri mostrano che la cultura della subordinazione alla comunità è ancora dominante rispetto a quella del benessere personale.

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2.a.11 – Quali sono le vie lungo le quali si sviluppa l’evoluzione culturale?

13 Aprile 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

pompieri

         

Quali sono le vie lungo le quali si sviluppa l’evoluzione culturale?

Possiamo dire che abbiamo individuato quattro vie principali sulle quali si sviluppa l’evoluzione culturale:
• La via della tradizione familiare, che porta la cultura ad integrarsi perfettamente con il patrimonio genetico e a tutelare con esso la sopravvivenza della discendenza;
• La via della diffusione sociale tendenzialmente epidemica, che porta le componenti culturali a vivere di vita propria come virus culturali;
• La via della diffusione tribale o di subordinazione alla comunità, che porta gli individui a dedicare la vita al gruppo sociale;
• La via dell’uso consapevole o della selezione artificiale della cultura, che può sfruttare la cultura per qualunque fine, compreso il benessere individuale (oppure il male altrui…).
La conoscenza di questi quattro binari fondamentali su cui corre l’evoluzione ci può aiutare a capire in quale squadra giocano le nostre abitudini, le nostre credenze e i nostri ideali e quindi ad operare a nostra volta una selezione con cognizione di causa per curare anche i nostri interessi personali.

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