4.a.18 – Capitalismo o comunismo?

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3 agosto 2009 — Riccardo Sabellotti - Giacinto Sabellotti

Capitalismo o comunismo?

Capitalismo e comunismo sono due diversi sistemi economici concepiti durante l’evoluzione della nostra storia come risposta alle nuove esigenze del mutato ambiente sociale.
Per cercare di capire la struttura di tali sistemi, giustamente definiti economici, bisogna preliminarmente fare chiarezza sul significato del temine economia. L’economia, o meglio l’economia politica, è una scienza sociale, così come ci conferma la sua stessa etimologia, cioè le parole greche da cui deriva: oicos (casa, patrimonio), nomos (legge) e politicos (della società); si tratta di una disciplina che nasce dall’estensione delle regole dell’amministrazione familiare al più vasto campo della società. Essa riguarda pertanto la produzione della ricchezza e la sua distribuzione fra i componenti della comunità in un dato periodo storico. Dopo le società basate sullo schiavismo e dopo quelle feudali fondate sulla servitù della gleba si è giunti alle società mercantili, cioè a dei sistemi economici basati sullo scambio di merci e servizi contro denaro, dei sistemi in cui il capitale ha assunto una primaria importanza fra i mezzi di produzione, tanto da caratterizzare la definizione del sistema stesso: capitalismo.
Un sistema capitalista che opera in un libero mercato tende a una sempre maggiore concentrazione dei capitali dovuta alla concorrenza: i produttori più efficienti aumentano il proprio capitale, cioè il principale mezzo di produzione, con cui produrre merci migliori o a costi più bassi; i produttori agricoli, artigianali e mercantili che perdono di competitività sono costretti a passare a un lavoro dipendente; si crea così una separazione fra lavoro e mezzi di produzione, questi diventano proprietà esclusiva di alcuni mentre altri dispongono solo della propria capacità lavorativa; nasce allora un nuovo mercato, quello del lavoro, in cui si compra e si vende la capacità lavorativa, in cui anche la forza lavoro diventa una merce. A lungo andare la concentrazione di capitali porta a situazioni di monopolio o di oligopolio, cioè a sistemi in cui il capitale rimane nelle mani di uno o pochi imprenditori che possono imporre i propri prezzi, a scapito non solo dei consumatori, ma anche degli altri imprenditori che sono costretti a cessare l’attività e degli aspiranti imprenditori che non hanno alcuna possibilità di entrare sul mercato; il capitalismo non garantisce quindi né la libertà d’impresa, né il libero mercato e l’ideale di un mercato che si possa equilibrare spontaneamente in base a delle leggi naturali è un’utopia.
Il capitalismo, con i suoi fenomeni di disoccupazione di massa, di inflazione fuori controllo, di cannibalismo fra imprese e di consumismo che alimenta con la pubblicità nuovi bisogni, è un sistema contrario alla natura umana, la quale tende invece a realizzarsi mediante la soddisfazione dei propri bisogni sia materiali, sia psichici in un clima di produttiva cooperazione solidale.
In contrapposizione al capitalismo è stato allora teorizzato un altro sistema: il comunismo. Il comunismo prevede l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e l’assenza dello Stato in una società capace di regolamentarsi spontaneamente in modo che ognuno possa ricevere una parte della ricchezza comune proporzionata alle proprie necessità. I tentativi di procedere verso una società comunista hanno portato invece a organizzazioni fortemente stataliste, con piena occupazione forzata (cioè con spreco di risorse) e prezzi imposti d’autorità (in condizioni di inflazione repressa, dove la produzione, non potendo adeguare i prezzi, rimane molto limitata e causa lunghe file di consumatori fuori dai pochi negozi per accaparrarsi i pochi beni venduti prima che si esauriscano). Questi due fenomeni sono entrambi riconducibili all’inefficienza della pianificazione statale, la quale porta a un eccesso di burocrazia che a sua volta crea una corruzione generalizzata e un mercato nero parallelo a quello ufficiale. Il comunismo non garantisce dunque una equa distribuzione delle risorse, né una società basata sulla solidarietà e l’ideale di una comunità libera da qualsiasi imposizione statale è un’utopia.
Il comunismo, con i suoi fenomeni di povertà diffusa, di inflazione repressa, di corruzione dilagante e di statalismo pernicioso che mortifica ogni iniziativa privata, è un sistema contrario alla natura umana, la quale tende invece a realizzarsi mediante la soddisfazione dei propri bisogni sia materiali, sia psichici in un clima di produttiva cooperazione solidale.
Ecco allora che gli estremi opposti finiscono per ricongiungersi: sotto il capitalismo l’uomo sfrutta l’uomo, sotto il comunismo avviene invece il contrario, è l’uomo che viene sfruttato dall’uomo. Stabilire se il capitalismo è preferibile al comunismo o viceversa è dunque un altro falso problema, le moderne economie sono sempre più di tipo misto, sono sistemi in cui si cerca di garantire la libera impresa senza rinunciare a interventi statali di correzione al libero mercato; il vero problema è allora quello di contemperare tali esigenze nell’interesse generale, è quello di dotarsi di un sistema veramente rappresentativo dei cittadini che assicuri loro la soddisfazione dei relativi bisogni.

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3 Commenti per “4.a.18 – Capitalismo o comunismo?”

  1. Petronilla la Sottile scrive:

    “Sotto il capitalismo l’uomo sfrutta l’uomo, sotto il comunismo avviene il contrario è l’uomo ad essere sfruttato dall’uomo”: in questa frase c’è tutta l’assurdità della contrapposizione fra i due fallimentari sistemi economici, quando ce ne libereremo definitivamente e cominceremo ad andare oltre?

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  2. Angelica dal Vessillo Dorato scrive:

    Che Guevara, raffigurato nella banconota nell’immagine, ha creduto e ha combattuto per la realizzazione del comunismo, ma dopo aver visitato l’Unione Sovietica e la Cina, capì anche lui che i regimi comunisti non portano certo alla felicità del popolo. Ted Kennedy, ha creduto e ha combattuto per la difesa del capitalismo, ma dopo aver frequentato la casa bianca e le lobby economiche, capì anche lui che i regimi capitalisti non portano certo alla felicità del popolo. Ambedue hanno sacrificato la propria vita e vanno rispettati per questo, ma oggi, siamo in grado di focalizzare i veri problemi e di cominciare a risolverli senza spargimenti di sangue?

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  3. Morias Enkomion scrive:

    Non dobbiamo adattare l’uomo ad un paradigma ecomico, bensi’ trovare un nuovo paradigma economico che permetta all’uomo di esprimere se’ stesso.

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